Pubblicato da: giulianolapostata | 21 agosto 2010

Multivisioni – 21 agosto 2010

Sabato 21 agosto

Una lunga domenica di passioni (J-P. Jeunet, Francia/USA, 2004) 16.55, DT

Magico Jeunet, dolcissima Tautou, splendido film, che coniuga, in una sintesi magicamente riuscita, orrore per la guerra, passione e speranza, amore, poesia. Sono film, questi, che fanno bene al cuore ed alla mente, da cui si esce sì commossi, ma anche, in un certo senso, purificati, perché, ripetendo una citazione forse troppo abusata, c’è speranza se questo accade, al cinema e tra noi. La vicenda della giovane Mathilde, paziente e forte, che cerca, contro ogni ragionevolezza, il suo fidanzato svanito nella barbarie delle trincee, non è – non solo – un manifesto contro la bestialità della guerra, contro l’idiozia delle ‘patrie’ l’una contro l’altra armate. E’ anche un inno alla gioia di vivere, all’amore tra uomo e donna, alla vita nella sua semplicità e bellezza, alla bontà interiore che pur risiede nel cuore dell’Uomo, nonostante tutte le malvagità a cui esso viene periodicamente costretto. E’ dunque, anche, un messaggio di speranza. Perché se è vero che Mathilde ritroverà sì il suo Fiordaliso, ma, molto probabilmente, di lì ad una ventina d’anni, vedrà i loro figli arsi in una nuova fornace mondiale, è tuttavia altrettanto vero che è da donne e uomini come quelli proposti da questa storia che, allora e sempre, il mondo può risorgere; è dal loro quotidiano ed umile impegno che l’umanità può – se vuole – ricostruire, e, forse, scegliere un diverso futuro. Con questo film, Jeunet si qualifica definitivamente come uno dei grandi ‘poeti’ del nostro tempo. Qualcuno, credendo di fare dello spirito, ha detto che, in fondo, Mathilde è la nonna di Amélie: spirito davvero povero, che tuttavia contiene una parte di verità. C’è infatti un filo che lega questi due film, perché, appunto, in entrambi, Jeunet e la sua bellissima musa svolgono il medesimo discorso, di questa loro pura e semplice fede nella bellezza della vita e dei puri, elementari sentimenti umani. In questo senso, aver rimproverato alla Tautou di non essersi ancora liberata di Amélie è nient’altro che una sciocchezza: qui siamo di fronte ad un’artista, che interpreta un messaggio, in forme diverse, in multiformi sfaccettature: ieri Amélie, oggi Mathilde, e domani … chissà. Ma si afferma anche, Jean-Pierre Jeunet, come uno dei più raffinati e professionali registi del cinema contemporaneo. La sua maestria visiva e narrativa raggiunge qui vertici quasi incredibili. Non voglio parlare tanto dell’abilissimo uso degli effetti speciali – sarebbe troppo facile – quanto dell’impianto favolistico che egli riesce a dare a tutta la storia, il quale, lungi dallo smorzarne i toni drammatici, li stempera, invece, e per così dire li ‘allontana’, collocandoli in una dimensione ‘astratta’ che è appunto quella che permette di coniugare insieme amore ed orrore, senza che nessuno dei due livelli prevalga sull’altro. “Ti fa male quando cammini?”, dice Manech a Mathilde rivedendola, come le aveva detto tanti anni prima, quand’erano bambini. Il sangue e il dolore hanno avuto pietà di lui, l’hanno purificato, e l’hanno fatto tornare quel bambino di un tempo. C’è speranza davvero?

Alla deriva (H. Horn, USA, 2006) 16.30, DT

Errare è umano, lo sappiamo, ma perseverare è diabolico, e perciò ricadute come queste sono difficili da perdonare. Già l’aveva fatto C. Kentis – non proprio una stella della regia – nel 2006, con Open Water, la storia di quattro sub che vengono abbandonati al largo per errore e muoiono di inedia e di paura. Sceneggiatura grottesca, oceani di noia, uno squalo inappetente che purtroppo non si mangia il regista. Qui un altro illustre sconosciuto ci riprova – a’ impunito, direbbero a Roma – con una storia praticamente identica. Quattro tizi, ancora più imbranati dei primi, si tuffano dallo yacht in mare aperto ma poi non riescono a risalire. La maggior botta di brivido è data da una bambina di sei mesi abbandonata in cabina che piange perché ha fame: riuscirà la sue eroica e complessata mammina a salvarla? Anche qui, abissi di sopore e lampi pesudofilosofici che ‘arricchiscono’ una sceneggiatura già disgraziata di suo: “Io credo che lassù ci sia qualcosa di più grande, altrimenti saremmo finiti”. Andate a letto.

Ghost dog (J. Jarmusch, USA, 1999) 01.35, DT

Splendido noir americano sulla vita di un killer, che però non uccide per denaro, ma per fedeltà personale al ‘Capo’. Vive in monacale povertà, come un antico samurai, e dei samurai studia le opere e pratica le arti marziali. Unica compagnia, quella dei suoi piccioni viaggiatori. Ma quando viene tradito, allora la sua furia si scatena, passando per la distruzione del ‘nemico’ fino all’autodistruzione. Film coltissimo e raffinato, sublime capolavoro, poema zen, gelida, commovente ed elegantissima elegia dell’esistenza e dell’assurdo. Assolutissimamente imperdibile.

Domenica 22 agosto

Schegge di paura (G. Hoblit, USA, 1996) 02.00, Canale5

L’arcivescovo di Chicago viene ammazzato a coltellate, sembra da uno dei ragazzi del coro della chiesa. Ma un rinomatissimo avvocato della città non è convinto e ne assume gratuitamente la difesa. Buon legal thriller, con un affascinante Richard Gere e con l’esordiente Edward Norton, già bravissimo.

In ascolto – The listening (G. Martelli, GB, 2006) 21.10, DT

Una ragazza romana trova una valigetta che contiene documenti su un gigantesco e potentissimo sistema di intercettazione telefonica, e l’azienda produttrice cerca di ucciderla perché i suoi segreti non vengano divulgati. La montagna – la paura di Echelon – ha partorito il topolino: un film pasticciato, confuso e fondamentalmente fragilissimo, che cerca – con molta buona volontà, bisogna riconoscerglielo – di fare il verso ai thrilling americani ma purtroppo non ci riesce.

L’ultimo samurai (E. Zwick, USA, 2003) 23.20, DT

Che delusione! US è un film americano, nel senso peggiore del termine, e mi dispiace di doverlo scrivere proprio io, che ho sempre amato molto il cinema americano, spesso – lo riconfermo – anche più di quello europeo (non parliamo di quello italiano). Ma qui la faccenda è grave. Qui siamo di fronte ad un film patinato e superficiale, in cui del Giappone feudale e del Bushido ci sono solo etichette, parole, slogan; un film inutile e culturalmente vuotissimo, che non fornisce nessun arricchimento alla conoscenza della cultura di cui parla (e non nutre nei suoi confronti alcun rispetto effettivo), ma anzi la ‘semplifica’, la banalizza, la riduce in pillole facilmente digeribili per un pubblico che, evidentemente, viene supposto essere di capacità abbastanza limitate. Per capire quanto US sia estraneo a coloro stessi che lo raccontano, è sufficiente guardare le facce degli attori ‘bianchi’ e confrontarle con quelle dei giapponesi. Nelle espressioni di questi ultimi – che comunque quella cultura hanno nel sangue – le vicende diventano dramma, turbano realmente, assumono una loro dimensione di ‘sacralità che invece manca completamente, per esempio, dalla recitazione di Tom Cruise, senz’altro bravo – devo ammetterlo, anche se a denti stretti – ma sostanzialmente estraneo ed emotivamente assente. Altri hanno parlato del Bushido non solo con maggior rispetto, ma soprattutto con maggior adesione e condivisione: si veda, per fare un confronto, il sublime Ghost Dog, film americano, certo (Jim Jarmush, 1999), ma colto, raffinatissimo, colmo di ieraticità. Qui siamo, con tutto il rispetto per quel capolavoro, a livello di Ben Hur, e non bastano poche, sia pur ottime, scene di battaglia, a salvare la frittata.

Possession (N. LaBute, USA/GB, 2002) 15.00, DT

Tipico esempio della legge cinematografica (spesso sbagliata, peraltro) per cui da un bel libro si ricava sempre un brutto film. Il libro è il raffinatissimo romanzo omonimo della scrittrice inglese A. S. Byatt (Einaudi Ed.), in cui si racconta la storia di due ricercatori universitari che tentano di svelare il mistero di un’ipotetica relazione tra un poeta vittoriano ed una poetessa coeva. Nel film, ne rimane una storiellina d’amore abbastanza noiosetta, sostenuta soprattutto dalle mossettine della, peraltro appetibilissima, G. Paltrow. Lasciate perdere e compratevi il libro.

Shampoo (H. Ashby, USA, 1975) 22.55, DT

Un parrucchiere di lusso a Beverly Hills se le scopa tutte ma non è felice. Vuota commedia con velleità politiche (molto ben nascoste, peraltro), scritta e interpretata da Warren Beatty, riemerge dagli abissi dei palinsesti, dove avrebbe potuto tranquillamente rimanere. All’epoca ebbe un suo fugace momento di gloria perché le oche femministe vi videro chissà quale messaggio di liberazione. Rimane una sciocchezza inutile di cui potete serenamente fare a meno.

Io, grande cacciatore (A. Harvey, GB, 1979) 21.00, Sky

Nella Frontiera degli inizi Ottocento, un bandito ruba il bellissimo stallone di un capo indiano, ma questi lo bracca instancabilmente per riprenderselo, lottando contro ogni ostacolo. Eroica e nobile la figura del nativo, che si impone al bianco per superiore nobiltà d’animo ed anche perche intimamente connaturato con l’ambiente nel quale agisce. Un vero gioiello, in un raro passaggio TV, assolutamente imperdibile.

Lunedì 23 agosto

Il deserto dei Tartari (V. Zurlini, Italia/Francia/RFT, 1976) 21.10, DT

Dall’omonimo e bellissimo capolavoro di Dino Buzzati, un bel film, che riesce a rendere in modo più che accettabile la febbre esistenziale e lo straniamento dalla realtà espressi nelle pagine del grande scrittore italiano. Un cast strepitoso (Vittorio Gassman, Giuliano Gemma, Philippe Noiret, Jean-Louis Trintignant, Max von Sydow) per un film molto poco conosciuto, che merita assolutamente di essere visto.

Pelham 123 (T. Scott, USA/GB, 2009) 21.00, Sky

È da quel po’ che Tony Scott si è scrollato di dosso la sgradevole etichetta di fratello ‘scemo’ della famiglia, da quando Ridley, che aveva iniziato la carriera con quattro capolavori consecutivi da far la storia del cinema (Legend, Blade runner, Alien, I Duellanti), si è poi impaludato in una serie senza fine di ciofeche. Tony, invece (cui possiamo perdonare Top gun, 1986: era giovane e inesperto …), ha costruito la sua con una serie di film d’azione che, in primo luogo, sono sempre di qualità alta se non altissima (Déjà vu, 2006, è un gioiello), e che, in secondo luogo, spessissimo si prestano ad analisi che, sotto quella ‘azione’, scoprono letture sempre più intelligenti e acute. Così è di questo suo ultimo film, magnifico action movie, certo, come abbiamo già detto, ma anche – e sembrerebbe impossibile – acuta metafora delle paure globali e collettive (la crisi economica, il terrorismo) e di quelle americane (ancora crisi e terrorismo, ma soprattutto l’angoscia, ben lontana dall’essere stata esorcizzata, dell’11 Settembre). Non solo. Altro topos del cinema USA del dopoguerra è l’incubo del Male nascosto nel sottosuolo, nelle viscere della città, che quando meno te l’aspetti riemerge a sconvolgere l’ordine e l’armonia. Nel geniale Them (G. Douglas, 1954), le formiche giganti che riemergevano dalle fogne di New York erano sì il prodotto degli esperimenti atomici, ma erano soprattutto la materializzazione dell’ossessione anticomunista, del nemico invisibile annidato sotto l’apparente serenità della superficie, pronto a distruggere il sogno americano, quello che non ha bisogno d’altro che di due litri di latte per la colazione di domani. Certo, ma tutto, in fondo, era più semplice in quegli anni, anche la distinzione tra buoni e cattivi, mentre oggi, purtroppo non è più così. Walter Garber, impiegato allo smistamento dei treni della metro, è un buono, ma i suoi segreti purtroppo li ha anche lui: è – sarà – un eroe, ma non senza macchia. Ryder, il criminale amorale e sadico che sequestra diciotto persone in un vagone per un riscatto apparentemente principesco, è un cattivo, ma ‘cattiva’ è anche la società ‘sopra’ di lui, quella che produce vedove di guerra con bambini piccoli ed ex marines disoccupati, quella che produce il crollo della Lehman Brothers, le tendopoli di nuovi poveri, le teorie di case in svendita perché i proprietari non possono più pagare i mutui e, nella fattispecie, consente proprio a Ryder di mettere in piedi un suo gioco perverso per far soldi. Ancora una volta i soldi si fanno sul sangue, reale e/o metaforico, della gente comune, e se qualcuno aveva davvero creduto che la Crisi avesse fatto ritrovare al capitalismo una sua ‘moralità’, allora può credere anche a Biancaneve. Di questa ‘confusione di piani’, di questa indefinizione di ruoli, si fa veicolo la fotografia, che dissolve la metropoli in immagini iperveloci ed imprecise, negando sempre anche allo sguardo – oltre che alla morale, come abbiamo appena visto – un ubi consistam. John Travolta, mai così bravo e giustamente sopra le righe, contende il posto di protagonista ad un bravissimo Denzel Washington, eroe imperfetto ed insicuro. E Tony Scott, come dicevamo all’inizio, si conferma con questo film un regista, maturo, intelligente e raffinato: se gli avanza tempo, tra un set e l’altro, potrebbe anche dare qualche ripetizione a suo fratello. Assolutamente imperdibile.

Lezioni di piano (J. Campion, Australia/Nuova Zelanda/Francia, 1993) 21.00, Sky

Nel 1825, una giovane scozzese muta fin dalla nascita arriva in Nuova Zelanda, moglie per procura di un coltivatore. Diverrà l’amante di un maori, che l’aiuterà a coltivare la sua passione per il pianoforte. Cult femminista a suo tempo, è – scusatemi – uno dei più micidiali spappolamenti di marroni mai visto al cinema, una ‘sinfonia’ di pesanti estetismi fine a se stessi, uno di quei film di cui alla fine ti chiedi: chevvordì? Provare per credere.

Martedì 24 agosto

I padroni della notte (J. Gray, USA, 2007) 21.10, DT

Ottimo, ottimo poliziesco ‘come quelli di una volta’, coi buoni che sono davvero buoni, cavalieri senza macchia e senza paura, i cattivi che sono davvero cattivi e senza cuore (“Infame!”), e in mezzo i traviati, che ad un filo dall’abisso del Male si fermano, ritrovano la loro stella e tornano sulla retta via. Stereotipi? Forse, ma di stereotipi è fatta da sempre tutta la narrativa, dall’Iliade a Pinocchio, e dunque il problema non sta nel servirsene, magari anche a piene mani – anzi – ma, caso mai, nel servirsene male. Cosa che appunto non avviene in questo bel film di Gray, in cui si affrontano due fratelli e un padre. Il padre è Burt (un ‘vecchio’ e sempre bravissimo Robert Duvall), capo della polizia di New York. I figli sono Joseph e Bobby. Il primo ne ha abbracciato i valori e seguito le orme, diventando anche lui apprezzato ufficiale di polizia e dedicandosi completamente al lavoro, cui sacrifica tutto, anche gli affetti familiari. L’altro, invece, ha scelto la ‘libertà’. Bobby dirige un grande locale notturno della città. Donne facili, alcol, un tiro di coca ogni tanto, amici ad ogni tavolo, soldi in abbondanza. La vita e i valori della sua famiglia d’origine non fanno per lui, li trova noiosi, ridicoli – “Mickey Mouse” è il soprannome che i suoi amici danno ai poliziotti – e se n’è scelto un’altra d’adozione, quella del suo padrone, un vecchio russo importatore di pellicce e proprietario di vari altri locali in città. Il padre e il fratello cercano di riportarlo con loro, con affettuosa durezza, ma lui li rifiuta con irrisione. Bobby non è così stupido da non vedere i giri strani del locale: tossici, spacciatori, assassini coi loro guardiaspalle, ma preferisce guardare da un’altra parte e illudersi che la cosa non lo riguardi (“Io non spaccio”). Però, quando Joseph va a fare una retata proprio nel suo locale, e per punizione la mafia russa gli spara in faccia, in quel momento il suo muro di ignavia comincia ad incrinarsi. E non è solo il fratello, in pericolo. I mafiosi minacciano lui, la sua donna e soprattutto suo padre. Bobby si decide, salta il fosso e decide di collaborare, ma il rischio è altissimo, e la strada del riscatto sarà lastricata di sangue e di dolore. Molti sono i maestri di Gray e, senza offesa, si riconoscono tutti: William Friedkin, col suo bellissimo Il braccio violento della legge (1971), o il grande John Frankenheimer, col suo disperato e poetico Ronin (1998). Gray prende il meglio da loro (lo squallore degli interni, nelle stazioni di polizia, per esempio; o il bellissimo inseguimento in macchina, che solo chi ha ben studiato l’antiretorica degli inseguimenti di Ronin avrebbe potuto girare) e da altri, confezionando un poliziesco tradizionale, rigorosamente di genere – e si intendano questi termini come elogi, non come critiche – quasi un film “in costume”, come benissimo ha scritto Fabio Ferzetti sul Messaggero del 14/3/08. Ne risulta un film tanto ‘semplice’ ed ‘elementare’ nella struttura quanto turgido, barocco e sanguigno nello stile. Un film i cui ingredienti non sono gli effetti speciali – quasi completamente assenti: qui si respira cinema autentico – ma la ‘verità’: la famiglia, i valori religiosi, la giustizia, il Bene e il Male, la coscienza, il peccato, la redenzione. Bravissimo, come abbiamo già detto, Duvall. Meno Joaquin Phoenix, che dà vita ad un’interpretazione un po’ troppo ‘romantica’, e Mark Wahlberg, come sempre troppo ingessato. Due poscritti finali. Primo: per la serie “A volte ritornano” godetevi la dignitosissima comparsata di Tony Musante (è il poliziotto che dice: “Io sono all’antica: prima ascolto”): ne è passato di tempo dall’Anonimo veneziano, vero?! Secondo. Eva Mendes sarà anche bravina (ma non c’è da stracciarsi le vesti) e moderatamente f*** (ma c’è tanto di meglio in giro). Tuttavia alzi la mano chi, onestamente, non ha pensato che la scena di sesso iniziale – peraltro davvero conturbante e pregevolmente p**** – non sia assolutamente inutile, e che se non fosse stata inserita il film non avrebbe perso o guadagnato nemmeno un’oncia. Mah, cosa non si fa per vendere …

Blob (I. S. Yeaworth Jr., USA, 1958) 19.30, Sky

La ‘solita’ fantascienza americana degli anni Cinquanta: fatta con quattro soldi, con trucchetti che oggi fanno ridere, ma che sotto il vestito misero nasconde sempre il genio. In questo film celebratissimo e citatissimo, ma in realtà non molto visto, ancora una volta il Mostro arriva da ‘fuori’. Ancora una volta, il Mostro è il Comunismo, che viene a minacciare la pace e la semplicità del Sogno Americano. Forse mai il terrore della spersonalizzazione comunista è stato esemplificato con tanta ingenua chiarezza come in questa goccia di fluido che incorpora ed annulla in sé tutti gli esseri umani con cui viene a contatto. Puro genio, lo ripeto. Noi, per capirci, in quegli anni facevamo Poveri ma belli (D. Risi, 1956). Roba da spararsi nelle balle. Assolutamente imperdibile.

Mercoledì 25 agosto

Terminator salvation (J. McGinty Nichol, USA, 2009) 22.55, Sky

Quanti, quanti padri, almeno a livello visivo, per questo nuovo capitolo della saga, anzi: per il primo capitolo di una saga nuova, che alla precedente vuole ricollegarsi, ma che comunque si propone appunto come l’inizio di una nuova ‘storia’, con personaggi e vicende che discendono sì dalla saga di Cameron ma vivranno di vita propria. Ma dicevamo dei padri ‘visivi’ dell’immaginario di questo film: tutti nobili, in alcuni casi nobilissimi, per carità, ma, come spesso fanno i padri, a volte troppo invadenti, tanto da togliere spazio e visibilità al figlio. Chi non ha riconosciuto, nelle strade disseminate di relitti che attraversano il deserto, le stesse strade desolate e il Medioevo post-tecnologico di Mad Max Interceptor (1979 – 1981 – 1985)? Chi non ha pensato – in molte scene, per esempio in quella dell’autobotte di benzina – che gli enormi robot antropomorfi ricordano in modo impressionante quelli dei Transformers (2007)? Chi non ha riconosciuto, negli sbuffi di fiamme che illuminano la base di Skynet, gli stessi che di tanto in tanto segnano il cielo di Blade Runner (1982)? Chi non ha visto, nei rugginosi macchinari di Skynet, la stessa minacciosa cupezza degli inferni di Metropolis (1927)? E per finire: i prigionieri nelle navi volanti di Skynet, non sono gli stessi della Guerra dei mondi (2005)? Certo, non si può negare a questo nuovo Terminator grande professionalità ed anche originalità – e, per esempio, i deserti abbaglianti di Mad Max sono qui sostituiti da bei colori spenti e terrosi, che parlano di morte e decadenza – tuttavia, lo ripeto, la componente citazionista è forte, pur se, bisogna riconoscerlo, molto ben tessuta. Così pure, ossessiva, potremmo dire perfino soffocante, è la quantità di citazioni dai precedenti Terminator: situazioni, scene, perfino personaggi si succedono sullo schermo senza posa, e si ha quasi l’impressione che la produzione voglia assicurarci e rassicurarci: ‘Attenzione: sì, siamo proprio quelli di Terminator, la ditta è la stessa, il marchio è quello, potete stare tranquilli e cominciare con noi questo nuovo viaggio’. Quella che non è la stessa, purtroppo, è la ‘ispirazione’, il bisogno di raccontare qualcosa di terribilmente presente e vero che animava i primi due bellissimi Terminator di J. Cameron (1984 – 1991) – continuo a considerare il terzo, quello di J. Mostow (2003) come un trait d’union, un lavoro ‘redazionale’ per sistemare la storia, tirare le fila e preparare il terreno, appunto, a questa nuova saga – e che, con tutta la buona volontà, manca in questo, che è poco più di un’operazione commerciale, sia pure di ottimo livello. Ma diciamo dove siamo qui, tanto per completezza di informazione. Come ci aveva raccontato appunto Mostow, la rete mondiale di computer costruita dall’uomo, chiamata Skynet, subito dopo essere stata attivata è diventata autocosciente, ha capito che l’uomo, il suo creatore, poteva essere anche il suo distruttore, lo ha dunque individuato come minaccia primaria ed ha cominciato a combatterlo per distruggerlo. John Connor, figlio di Sarah Connor (vedi Terminator 1 e 2), guida la resistenza degli umani superstiti e combatte le macchine, ma sa anche che il pericolo può venire da molto più vicino, e che un involucro di carne non nasconde necessariamente un cuore umano. Tutto qui, in sostanza, e lascio allo spettatore seguire le mirabolanti avventure dei due o tre protagonisti, anche se, lo confesso, dopo un po’ si comincia ad avvertire una specie di senso di saturazione: troppo rumore, troppa velocità, troppe cose, troppo di tutto. Nel primo Terminator, bastavano un autobotte ed una strada deserta di notte a riempire la scena, anche di angoscia e di tensione. Buona – chissà se conscia o inconscia – la cultura neoluddista che traspare spesso dalle battute dei personaggi: ‘Le macchine sono il nostro nemico’ è una frase che si sente spesso, e forse se anche noi ce ne rendessimo conto potremmo provare a costruire un universo più umano, invece del baratro verso il quale ci stiamo avviando. Tra parentesi, è curioso che il nome della rete nemica, appunto Skynet, ricordo tanto da vicino quello di un network televisivo che se – per carità! – non manifesta nei nostri confronti intenzioni omicide, certo si propone come elemento di omologazione culturale globale. Chissà se Mr Murdoch se n’è accorto… Con qualche illogicità nella sceneggiatura (a che serve fare prigionieri, dato che lo scopo è quello di sterminare la razza umana? E se il segnale spegne tutte le macchine, come fa la nave volante ad arrivare al sommergibile? Mah …) ci si avvia alla conclusione, e la regia non prova nemmeno a far finta che sia possibile un sequel. No: te lo dice esplicitamente, te lo sbatte in faccia, ad onta di un’altra illogicità (ma non è appena stata distrutta la base centrale di Skynet?) e facendoti provare sempre più forte la sensazione di essere ormai entrati in una fiction televisiva a puntate. Arrivederci alla prossima.

Apocalypse now (F.F. Coppola, USA, 1979) 18.30, DT

Celeberrimo e – con tutto il rispetto per il Maestro – spaventosamente noioso. Sembra incredibile, soprattutto quando si legge che la sceneggiatura è del sulfureo J. Milius, eppure la vicenda del capitano che deve raggiungere ed eliminare il colonnello Kurz – che in un fiume della Cambogia ha creato un suo personale regno di morte – si trascina pesantemente per due ore e mezza, e nemmeno la ‘gigantesca’ presenza di Marlon Brando riesce a darle vita. Joseph Conrad declina ogni responsabilità.

Slevin (P. McGuigan, USA, 2006) 21.00, Sky

La storia di un ragazzo tirato dentro, senza che nessuno capisca perché, nella guerra tra due potenti gangster, e la ricomparsa, dopo vent’anni, di uno spietato killer a pagamento, si trasforma poco a poco in un incubo che affonda le radici in un lontano passato. Acido, violento, forte, bello, anche se troppo evidenti e voluti sono gli influssi tarantiniani.

Giovedì 26 agosto

Prova a prendermi (S. Spielberg, USA, 2002) 21.10, Rete4

Frank Abagnale è un commerciante, rispettato membro di una piccola comunità americana. In seguito a vari rovesci finanziari, tutto comincia ad andargli storto: perde il negozio, la moglie lo lascia, viene costantemente perseguitato dal fisco ed è costretto ad impieghi sempre più degradanti e mal pagati. A quel punto il figlio diciassettenne, F.A. Jr, decide, come dirà spesso nel corso del film, di “riprendersi tutto”, e si improvvisa truffatore. Prima falsificando assegni di piccoli importi, poi per cifre sempre più alte. Non solo: si spaccia di volta in volta per pilota, avvocato, medico, riuscendo sempre ad ingannare tutti, e accumulando, in meno di due anni, un ‘bottino’ di più di quattro milioni di dollari. Sulle sue tracce si mette un bonario agente dell’FBI, che telefonicamente stabilisce con lui uno strano rapporto padre/figlio. Alla fine riuscirà a prenderlo, e lo farà condannare a vent’anni: ma quando sarà in carcere andrà a trovarlo, con una proposta davvero strana … Come Ridley Scott, anche Spielberg ogni tanto infila, in una serie di film belli, a volte (ma di rado) bellissimi, qualche autentica boiata. Abbiamo visto, appunto, ET, Hook, Jurassic Park, ed ora ecco questa noiosissima commedia, dalla trama fragilissima – e ce ne vuole, partendo da una storia vera! – e dai personaggi assolutamente inconsistenti. Lo provano le performances degli attori: Forse il più interessante e ‘scavato’ è proprio il personaggio ‘minore’ del padre, interpretato dal sempre bravo Christopher Walken. Perfino Leonardo di Caprio tenta di fare qualcosa, e di dare un minimo di spessore e di dramma al giovane Abagnale. Ma Tom Hanks – forse non un grandissimo attore, ma comunque autore, in passato, di qualche deliziosa interpretazione – qui pare addirittura inesistente. Piatto, inespressivo, banale, il suo personaggio non si solleva mai dal livello di una comparsata di routine, tanto per alzare qualche dollaro senza sprecarsi troppo. Un mezzo disastro, se non un disastro intero.

Amarcord (F. Fellini, Italia/Francia, 1973) 00.55, DT

Una delle sciocchezzuole di Fellini inspiegabilmente assurta a capolavoro. Quanto all’Oscar che ebbe allora come miglior film straniero, si sa che agli americani piacciono tanto le semplificazioni e gli stereotipi, e questo film non è fatto di altro. Unico suo elemento di pregio, il bellissimo e malinconico episodio interpretato da Ciccio Ingrassia, grande attore misconosciuto.

Confidenze troppo intime (P. Leconte, Francia, 2004) 17.00, DT

Una deliziosa Sandrine Bonnaire, in cerca di un analista, entra per errore nello studio di un fiscalista, il sensibilissimo Fabrice Luchini: entrambi si racconteranno l’infelicità e i desideri di tutta una vita. Apparentemente – ma solo apparentemente! – meno intenso dei suoi film precedenti, CTI è un’altra delicatissima riflessione di Leconte, poeta e filosofo dell’amore e della solitudine. Ancora una volta, l’amore e la coppia sono un disperato miracolo, che fortuitamente ci passa accanto nella nostra panica solitudine, e che ci è dato di afferrare solo ed esclusivamente per caso. Assolutissimamente imperdibile.

Il vento fa il suo giro (G. Diritti, Italia, 2005) 21.00, DT

E’ impossibile, vedendo questo capolavoro di Diritti – ché di puro capolavoro si tratta, non di un ‘bel film’: occorre dirlo subito – è impossibile, dicevo, che la memoria non vada ai due bei romanzi di Marcel Pagnol (1895-1974), Jean de Florette e Manon des Sources, ai due film che l’autore stesso ne trasse (Ugolin e Manon des Sources) e ai bei remakes che ne fece Claude Berri nel 1986, con gli stessi titoli dei romanzi. Là la vicenda era quella di un ‘cittadino’, una specie di intellettuale roussoviano, che decide di trasferirsi con la famiglia a vivere in Provenza a fare il contadino. Dovrà però combattere, oltre e più che con la terra magra e la siccità, con l’odio ottuso dei contadini locali per lo ‘straniero’, odio che lo porterà alla morte. Nel Vento, la situazione è apparentemente ribaltata. Philippe è sì anch’egli un intellettuale, ma da tempo ha abbandonato la scuola (“Troppe cose inutili si insegnano ai bambini”) ed è andato sui Pirenei, a fare il pastore di capre e il produttore di formaggio. Quando la minacciata costruzione di una centrale nucleare lo mette in allarme, decide di trasferirsi ancora e sceglie il paesino di Chersogno, nelle Alpi Occitane italiane (il film è quasi completamente parlato in lingua d’Oc, con sottotitoli in italiano), nell’alta Val Maira, in provincia di Cuneo. Chersogno è un paese di vecchi, che rinasce solo per una quindicina di giorni d’estate, quando i figli tornano a villeggiare. L’unico ‘patrimonio’ dei pochi abitanti è il mito della solidarietà contadina che legava le famiglie ai tempi della guerra e prima, quando molti beni erano in comune ed anche molti lavori venivano svolti collettivamente. In teoria, dunque, Philippe dovrebbe inserirsi perfettamente in questo ambiente, tra queste persone i cui nonni ed anche padri sono stati anch’essi pastori. Tuttavia non è così. Ad un’accoglienza iniziale festosa e cordiale, ma già venata di diffidenza, si sostituisce poco a poco il rifiuto, e poi l’odio vero e proprio per il ‘diverso’. Molte sono le caratteristiche che rendono Philippe estraneo ai locali: prima di tutto, forse, proprio quella di aver recuperato un mestiere che essi hanno abbandonato, quando non addirittura rifiutato. E poi c’è la sua visione del mondo, il suo essere libero, coraggioso, entusiasta, fiducioso nel proprio futuro, quando tutti in paese sembrano aver scelto di lasciarsi vivere. Philippe non crede a questo mito della solidarietà e tolleranza occitanica. “Non mi piace la parola ‘tolleranza’” dice. “Se tu ‘tolleri’ qualcuno o qualcosa significa che non lo consideri uguale. L’uguaglianza nasce solo dalla convivenza e dalla condivisione”. Contro questa nuova famiglia di ‘intrusi’, nasce quindi in pochi mesi tutta una fitta rete di meschine e vili calunnie nutrite solo di parole vuote; di dispetti; di allusioni. Fino alla violenza, che scaccerà sì ‘finalmente’ il ‘foresto’, ma spezzerà anche la falsa armonia di una comunità che ha scelto di non aprirsi e di tenere invece il più possibile nascosti i propri mali. Il Vento è un film che non si guarda ‘volentieri’. Il Male che esso mostra non è infatti superomistico, sovrumano, ‘eroico’, sì che possiamo distaccarcene, oggettivarlo, emotivamente e razionalmente, e così facendo considerarlo come ‘lontano’ ed in un certo senso estraneo. E’ invece profondamente ‘normale’, quotidiano, ‘naturale’ (in altro contesto, storico ed antropologico, è il concetto espresso da Hannah Arendt nel suo celebre “La banalità del Male”): ci par davvero di ‘riconoscerlo’, di averlo subito o magari anche – chissà, forse ‘incoscientemente’ – agito, e questo sentimento suscita in noi un malessere profondo ed umanissimo. Metafora dunque non solo del nostro vivere quotidiano e contemporaneo, ma anche del nostro esistere come esseri umani, il Vento è un film semplicemente perfetto, raccontato con una misura sublime, in cui non esiste scena, movimento, inquadratura anche di pochi istanti che non sia essenziale. Descritto con una fotografia plastica e limpida, che mostra a tutto tondo corpi e sentimenti, senza mai idealizzare. Recitato da uno splendido Thierry Toscan – misurato, intenso, umanissimo e vero – e da una corte di attori non professionisti dall’abilità eccezionale: in alcuni casi, veri e propri attori nati, come la malgara che litiga per la legna con Philippe. Molto brava anche la bellissima Alessandra Agosti, ma forse ‘troppo bella per essere la moglie di un pastore’, e soprattutto troppo ‘misteriosa’ in una realtà in cui, almeno apparentemente, quel che si ha in cuore si ha in bocca. Girato con un budget limitatissimo, in parte autofinanziato, distribuito in Italia in 4 (quattro!) copie, il Vento è riuscito tuttavia a conquistarsi l’ammirazione di migliaia di spettatori, in un passaparola sotterraneo che non è ancora finito. Rimane una considerazione finale, e cioè di come sia mai possibile che un regista praticamente esordiente sia riuscito a produrre un’opera così assolutamente bella, che sembra frutto di anni ed anni di intensa professionalità (Ermanno Olmi è l’unico termine di paragone che mi viene alla mente): i miracoli, al cinema, qualche volta succedono. Assolutissimamente imperdibile.

Venerdì 27 agosto

Conan il barbaro (J. Milius, USA, 1982) 23.30, Rete4

Uno dei capolavori di John Milius, un ‘reazionario’ di razza ed uno dei più grandi registi del cinema americano. Conan – personaggio creato negli anni Trenta da Robert Ervin Howard, in cui bellissimi romanzi sono pubblicati dall’Editrice Nord – è un eroe che pare uscito dalle pagine dell’Edda: gigantesco, amorale, semidivino. In questo film, combatte contro un re stregone, che gli ha ucciso prima i genitori e poi la donna amata. Un’avventura pura, picaresca ed eroica, in cui immergersi e perdersi, una rievocazione nostalgica della barbarie come dimensione assolutamente libera ed ‘amorale’ dell’uomo. Assolutissimamente imperdibile.

Ogni cosa è illuminata (L. Schreiber, USA, 2005) 22.45, DT

Jonathan, giovane ebreo americano, stereotipo dell’ebreo succube della famiglia, parte per l’Ucraina in cerca della donna che cinquant’anni prima salvò suo nonno dallo sterminio nazista. E’ accompagnato da un giovane ucraino col nonno, un vecchio che pare aver rifiutato il presente rifugiandosi in una sua personale follia. Tutti e tre concluderanno il viaggio avendo ognuno trovato la propria illuminazione, anche se potrà costare carissimo. Opera prima dell’esordiente Schreiber, il film è un gioiello di poesia e di malinconico umorismo, un racconto apparentemente semplice e lineare quanto invece turgido di sentimento e di umanità. Assolutamente imperdibile.

Neverland (M. Foster, GB/USA, 2004) 15.15, DT

Ce ne vuole per riuscire a ‘spegnere’ la magia interpretativa di Johnny Depp, ma questo film – una biografia di James Matthew Barrie (1860-1927), il celeberrimo inventore di Peter Pan – purtroppo c’è riuscito in pieno. La storia è piatta e senza nessun coinvolgimento emotivo, il ritmo narrativo è lento, la fotografia è artificiosamente e stancamente elegante. Deludente e inutile.

Frozen River (C. Hunt, USA, 2008) 19.00, DT

Cingachgook non fu l’ultimo dei Mohicani: i Mohawk esistono ancora, in una riserva ‘sovranazionale’, a cavallo dello Stato di New York (USA) e di quello del Québec (Canada). La loro casa, dopo essere stata lo spazio infinito e libero dei boschi, delle montagne e delle acque (L’ultimo dei Mohicani, di Michael Mann, 1992, rimane per me uno dei film più belli della storia del cinema), è oggi una distesa di ghiaccio recintata da reti metalliche, assediata dalle strade asfaltate dei bianchi e attraversata da poche piste fangose, su cui corrono vecchi scassoni: macchine ‘da indiani’ (come noi, ‘Italianibravagente’, diciamo ‘macchine da negri’ o ‘da marocchini’), che non è difficile immaginare, d’estate, infestata da nubi di zanzare. Abitano in misere roulottes sforacchiate, dove la notte bisogna dormire col pellicciotto, governati da una grottesca Polizia Tribale, mendicando lavori di merda, che i bianchi non vogliono più. Lila, per esempio, una ragazza Mohawk abbandonata dal marito, ha trovato un nuovo business: caricare nel portabagagli cinesi, pachistani e miserabili vari che dal Canada vogliono entrare nel paradiso degli USA. Ma ad un certo punto le accade di incrociare una bianca a cui quel lavoro non fa così schifo, perché non può fare troppo la schizzinosa. È Ray, anche lei abbandonata dal marito, con due figli da mantenere, un lavoretto part time e una casa prefabbricata che va in pezzi. Lui, andandosene, le ha fregato tutti i soldi, ed ora deve per forza trovarli, e in fretta, se vuol mettere la sua famiglia sotto un tetto. Controvoglia, dunque – mirabile l’atteggiamento razzista ‘non detto’ di Ray – le due donne si alleano: per la bianca saranno solo pochi viaggi, quel tanto che le basti a pagare la casa nuova. Ma è impossibile che una frequentazione avvenga in modo neutro, sia pure se si tratta di un’attività criminale, e poco per volta esse imparano anche a conoscersi e perfino a stimarsi, stabilendo un rapporto solidale che sarà fondamentale quando qualcosa, inevitabilmente, andrà storto. L’esordiente – congratulazioni! – Courtney Hunt scrive un film semplice e netto, niente affatto retorico, intelligente e sensibile, e con la vicenda di Ray (la bravissima Melissa Leo) e di Lila (l’altrettanto brava Misty Upham) ci racconta un interessante ed elementare apologo sulle gioie della globalizzazione e del neocapitalismo, e sulla loro natura, paradossalmente, ‘democratica’ e ‘interrazziale’, che spinge egualitariamente ai margini della società bianchi neri, gialli, senza distinzioni, accomunati da una sola caratteristica: non hanno soldi, non contano niente. C’è una sola risata nel film, quando Lila spiega a Ray che, per quei viaggi miserabili e pericolosi, quei poveracci pagano migliaia di dollari ai passeurs: “Per venire qui?!”, sbotta sbalordita Ray, e sghignazza amaramente.

The wrestler (D. Aronofsky, USA, 2008 – Leone d’Oro alla 65a Mostra del Cinema di Venezia, 2008) 16.05, Sky

Ve lo ricordate il sorriso di Harold Angel (Angel heart, A. Parker, 1987)? Quel sorriso timido, infantile, spaurito ed amaro, che lo conduce di orrore in orrore, fino alle soglie dell’Inferno? Sembra impossibile, ma se farete attenzione ogni tanto riuscirete a coglierne ancora qualche sprazzo nel volto devastato di Andy “The Ram” Robinson, come se per il bellissimo Mickey Rourke di allora vent’anni di botte e stravizi non fossero riusciti a spegnere, in quel “vecchio pezzo di carne maciullata” che è adesso, il suo amore e al tempo stesso la sua paura per la vita. In questo magnifico film – si dice non il suo canto del cigno, ma la fiammata in cui ancora una volta la Fenice par voglia rigenerarsi – Rourke è un vecchio eroe del wrestling degli anni Ottanta. Un tempo invincibile, oggi porta in giro a fatica il suo corpo provato da mille combattimenti. Pieno di acciacchi, imbottito di farmaci, con un apparecchio acustico da poco prezzo piantato nell’orecchio, Andy non ha salvato nulla dei successi d’un tempo. Non il denaro guadagnato a piene mani, sputtanato a donne e whisky. Oggi vive in una vecchia roulotte, e qualche volta non riesce nemmeno ad entrarci a dormire, perché quando non paga l’affitto (spesso) il padrone lo chiude fuori. Non una famiglia. Della donna che gli ha dato una figlia nulla si sa, e quella figlia lo odia, per non essere stato un padre, per essere sempre rimasto assente dalla sua vita. La gloria, però, gli è rimasta, e quando ancora si esibisce in incontri di serie B, il pubblico che lo ricorda, o che addirittura lo conosce come una leggenda, e lo acclama ritmando il suo nome, gli fa vibrare il cuore. Ed anche la dignità, gli è rimasta, quella che gli fa sopportare un lavoretto di merda in un supermercato per tirar su qualche dollaro e andare avanti. E un’altra cosa: la purezza del cuore. Nonostante tutto, Andy è davvero un puro di cuore, che né la violenza né la decadenza hanno potuto incattivire, ancora capace di gesti semplici e gentili, ancora in grado di commuoversi, ancora colmo di quell’umanità che forse nella sua vita non ha mai trovato il modo di esprimere davvero, ripiegando sui compagni del ring e sul pubblico, “la sua vera famiglia”. E lo sa bene Cassidy, la spogliarellista che, nonostante i rigidi confini emotivi che si è imposta verso i clienti, non riesce a fare a meno di innamorarsi di lui. Ma sono gli ultimi fuochi, per Andy, uno che “ha sempre bruciato la candela da entrambi i lati”. Alla fine di un incontro, un infarto lo stronca. Ne esce vivo, ma lo avvisano: ancora uno e sarà la fine. Andy prova dunque a rimettere insieme i pezzi di una vita al limite, ma ormai è impossibile. La figlia lo rifiuta definitivamente, perché c’è troppo da ricostruire, troppo da ricucire, e lei non ne ha la forza. Cassidy par voglia seguirlo, ma all’ultimo momento si tira indietro: ha un figlio da tirar su. Ma non tutto è perduto, anzi niente è perduto, quando la folla ti chiama urlando, quando i ragazzi ti riveriscono come un mito, quando sui manifesti appare ancora una volta il tuo nome scritto in grande. The Ram accetta ancora un incontro, e dal ring guarda con amore e riconoscenza per l’ultima volta il suo pubblico: se per Angel alla fine si aprivano le porte dell’inferno, qui la luce di quell’ultimo riflettore è certo, per Andy “The Ram”, quella del Paradiso. Una grande performance, con tutta evidenza, quella di Mickey Rourke, ma sarebbe comunque un errore leggere questo film come costruito addosso a lui, che anzi qui è tutto meno che un monumento a se stesso, ma attore maturo e sensibile. TW è, soprattutto, un grande film, girato con pudore e delicatezza, e con un’ammirevole sobrietà, che come non assume mai banali toni pietistici, così pure evita accuratamente il remake dello stereotipo ‘solo chi cade può risorgere’, scrivendo una storia che ha i toni della ballata ma anche quelli, semplici e quotidiani, del racconto. Così, per esempio, non è casuale che Aronofsky riprenda quasi sempre il protagonista di spalle o ad una certa distanza, rifuggendo l’icona dell’eroe romantico che riempie lo schermo, e i rarissimi primi piani sono squarci di sentimento preziosi ma discreti, brevi e fulminanti incursioni nella sua anima. Pochi attori, in questo film a fianco di Rourke, e tutti bravissimi: Marisa Tomei è la spogliarellista che combatte la sua personale battaglia per sopravvivere, Eva Rachel Wood è la figlia, il cui isterico dolore nasconde il rimpianto per ciò che avrebbe potuto essere e non sarà più.

Una giornata particolare (E. Scola, Italia/Canada 1977) 00.25, Sky

Marzo 1938. Durante la visita a Roma di Hitler – con tutto il suo contorno di becero machismo – l’incontro di una casalinga sottoproletaria, vittima e frustrata, e di un omosessuale perseguitato dal fascismo. La volgarità neorealista di Sofia Loren viene compensata dalla rara raffinatezza di Marcello Mastroianni, in un film raffinato e riflessivo, scritto con una ‘lentezza’ inusitata per gli standard di Scola, lentezza che tuttavia è perfettamente funzionale al costruirsi del dramma. Scola meraviglioso come sempre.

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