Pubblicato da: giulianolapostata | 5 agosto 2010

Mia moglie, a Bologna, il 2 agosto 1980

Scrivo queste note con un certo ritardo rispetto al trentesimo anniversario della strage, caduto qualche giorno fa, perché esse sono il frutto delle confidenze di una serata estiva, quando il tepore dell’aria e l’immaterialità serena della vacanza consentono il riemergere di ricordi tanto a lungo nascosti anche tra noi due, e il frusciare del vento tra gli alberi fa sembrare finalmente lontano l’orrore, quando scopri che lei è lì, seduta vicino a te, ma per pochi secondi avrebbe potuto non esserci, ed essere oggi solo un nome su un muro.

Ero là – mi ha raccontato – in un treno, fermo sul terzo binario. Io, il mio compagno di allora e mia figlia, di due anni, dovevamo raggiungere Civitavecchia, per prendere una nave, ma da dieci minuti il nostro treno era fermo, e non si decideva a muoversi. Faceva caldo, e lui voleva che scendessi, e facessi una corsa al bar della stazione a prendere una bibita fresca. Insisteva, ma io avevo paura che ripartissero senza di me, e continuavo a dire di no. Così, guardavo verso la stazione, e mentre parlavo, ad un tratto, in un istante di silenzio sospeso, vidi improvvisamente levarsi nell’aria un’enorme trave di legno. Volava, lenta, quasi come un film al ralenti, e altrettanto lentamente la vidi ricadere. Contemporaneamente ci giunse il boato, devastante, totale. Il treno sobbalzò, ma i vetri resistettero: ci protessero il convoglio fermo sul secondo binario, e soprattutto quello del primo, dove invece, come poi sapemmo, i finestrini scoppiarono, facendo anche là numerosi feriti. Eravamo terrorizzati, non sapevamo cosa fare. Poco tempo dopo arrivarono i poliziotti e ci fecero scendere tutti. Ci portarono fuori, nell’inferno che si era scatenato: gente macchiata di sangue, coi vestiti impolverati dai calcinacci, urla di dolore e paura, sirene. Il gruppo di viaggiatori si muoveva impazzito di qua e di là. Ogni tanto qualcuno gridava follemente: ‘No! Da quella parte no! C’è un’altra bomba!’ e così di colpo tutti cambiavano direzione, come una mandria sconvolta. Avevo paura di cadere, che calpestassero me e la bambina. Finalmente trovammo rifugio sui gradini di un edificio, e là aspettammo, non so per quanto tempo. La bambina era spaventata e nervosa, ed io per calmarla tirai fuori dalla borsa un barattolo di talco, ne spruzzai un po’ per terra e cominciai a disegnare con lei sull’asfalto, per distrarla. Dopo qualche ora, ci vennero a cercare. Tutti coloro che volevano allontanarsi potevano salire su alcuni treni che stavano ripartendo. Negli scompartimenti ritrovammo lo stesso clima di terrore della piazza: persone ferite e sporche, paura, oscuro timore di chissà che. Arrivammo a Civitavecchia a notte, e la nostra nave naturalmente era partita. Telefonammo a casa – non c’erano i cellulari! – e scoprimmo che le nostre famiglie, che conoscevano il nostro percorso, erano terrorizzate, immaginando che anche noi potessimo essere tra i morti. Dopo tanti anni, se ci ripenso vedo ancora quella trave volare, lentissima, in cielo, come se non dovesse mai venir giù”.

Tanti anni, sì, e, sembra, passati per niente. Processi su processi, sentenze di comodo. Quegli stessi governi che per decenni avevano protetto ed usato i fascisti per i loro fini più abietti, ad un certo punto trovarono utile servirsene come capri espiatori, e misero la strage sul conto dei NAR, ma io, e con me, come sappiamo, molti altri, non ci ho mai creduto. Lunghissima è la lista delle colpe di Mambro e Fioravanti, e in questi anni entrambi sono solo all’inizio di un dolorosissimo processo di ricostruzione e di rimorso, ma di quella, di quel delitto infame, si sono sempre dichiarati innocenti. Loro erano di quelli che sparavano in faccia: le beau geste. E comunque, pur rifiutando a priori, indiscutibilmente, il loro uccidere come quello di chiunque altro, è certamente ‘meglio’ chi affronta lo sceriffo a mezzogiorno sulla main street per un duello ‘leale’ di chi lo aspetta nascosto dietro il saloon per sparargli alle spalle: di questi, tanti se ne son visti, nella storia dell’Italia repubblicana. Del resto, che ragione avrebbero di mentire? Con due o tre ergastoli sulle spalle, con tanto dolore che chissà mai se potrà essere perdonato, che differenza farebbe, qualche decina di morti in più o in meno?

Dopo così tanti anni, finalmente, dopo trent’anni di sputi e insulti, i rappresentanti del governo hanno disertato la manifestazione. Quel pover’uomo di Giovanardi – ve lo ricordate? Quello che l’anno scorso ha detto che Cucchi era un tossico, e che se l’è andata a cercare – oggi ha dichiarato che quella piazza esprime solo livore e odio, e che non merita la presenza delle autorità. Poveraccio, forse bisogna perdonarlo perché non sa quello che dice.

‘Formidabili quegli anni’? No, per le vittime che seminarono, e il fatto che da entrambi le parti quei morti dovessero servire a preparare un mondo nuovo non è in alcun modo nemmeno una giustificazione: nessuna gioia futura può essere costruita sulla morte.

E oggi? Oggi le stazioni non saltano più in aria: speriamo. Ma non è finita. Altre bombe scoppiano. Non fanno rumore, ma sono altrettanto devastanti ed esiziali. Sono le bombe che giorno dopo giorno distruggono la legalità, la moralità, il diritto, la libertà, la giustizia. Sono le bombe subdole di una classe dirigente che sta riducendo in frantumi la dignità di un Paese, nascondendo il fragore delle esplosioni sotto il berciare osceno di una televisione ridotta a trivio. È un’altra ‘rivoluzione’, quella in atto, che non può accampare nemmeno i sogni criminali di chi trent’anni fa sparava, ma che si compie in nome del più immondo ed immorale arraffare, che distrugge menti e cuori, che immiserisce le coscienze, e contro la quale la ricostruzione si annuncia immensamente più difficile di quella delle macerie di Bologna.

Quella bambina che giocava col talco fuori dalla stazione, trent’anni fa, oggi ne ha trentadue, ed ha due figli. Ci chiediamo spesso, lei ed io, cosa insegnare a quei bambini, e che futuro potremo mai costruire loro, con quali comandamenti. Forse quelli elementari e vecchissimi, dimenticati ma non desueti: non uccidere, non rubare, non fare falsa testimonianza, non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te.

Ma anche – ne siamo ancora intimamente certi – il nostro comandamento di sempre. ‘No pasaràn’.

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Responses

  1. Hai risvegliato in me il ricordo dell’angoscia provata qiel giorno, non per l’ennesima strage fascista a cui spesso penso e che il 2 agosto di ogni anno mi fa passare una giornata triste come tutte quele del ricordo da piazza Fontana in poi o, come dici tu, per tutti i morti da una parte e dall’altra utili solo a preparare un ‘modo nuovo’. Avevoi degli amici in transito per Bologna quel giorno, con destinazione proprio Civitavecchia e, fino a sera, quando hanno cchiamato per dire che loro erano passati un paio d’ore prima, rimanemmo con il fiato sospeso e con un ‘groppo’ allo stomaco.


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