Pubblicato da: giulianolapostata | 4 agosto 2010

Multivisioni – 7 agosto 2010

Sabato 7 agosto

Il mandolino del capitano Corelli (J. Madden, USA/Francia/GB, 2001) 17.10, DT

Nel ’43, a Cefalonia, un capitano italiano si innamora di una ragazza del posto. Scampato per miracolo all’eccidio, tornerà a riprendersela dopo la guerra. Concentrato dei peggiori e più ignobili stereotipi sugli italiani pizza-e-mandolino, nella fattispecie arruolati nell’armata Sagapò. Farebbe ridere, e magari un po’ girare i coglioni, se non facesse indignare, visto che lo sfondo è uno dei più tragici episodi del Nazismo. Come Cage, altrove bravo ed anche ottimo attore, si sia prestato a questa porcata, è un mistero.

Troy (W. Petersen, USA, 2004) 18.15, DT

Dal regista di Air Force One e della Tempesta perfetta, un film che assomiglia all’Iliade di Omero come Sandro Bondi a un Premio Nobel per la Letteratura. Dimenticatevela, l’Iliade. Qui Achille non è più l’eroe sprezzante ed orgoglioso, amato dagli Dei ma cosciente del suo ineluttabile destino; è un cow-boy arrogante e dozzinale, sembra essere appena sceso dallo sgabello del saloon dopo essersi fatto un doppio whiskey. Brad Pitt sembra non aver ben capito su che set si trova, e intanto fa le prove per Fight Club 2°. Agamennone e Menelao non sono gli eroi delle tragedie greche, le figure severe e terribile sui cui volti sono state modellate le maschere auree di Micene; sono due capibanda volgari e violenti. Priamo non è più il simbolo universale del dolore paterno; è una figura vagamente ridicola e insipida, e quello sguardo sbarrato di Peter O’Toole mentre assiste al duello di Ettore ed Achille non si capisce se sia cattiva recitazione o l’effetto di qualche canna di troppo. Gira la battuta demente secondo cui sembra che vogliano fare un sequel: si intitolerà Il figlio di Troy …

Ultimatum alla Terra (S. Derrickson, USA, 2008). 21.00, Sky

Da anni invochiamo dalle autorità una Legge composta da un solo articolo: “E’ proibito fare i remakes”. Se Berlusconi, invece di considerare il Codice Penale come la lista della spesa di Arcore e la Costituzione come una rubrica ad anelli coi fogli intercambiabili, volesse occuparsi di cose serie, avrebbe la riconoscenza di tutti i cinefili (se poi volesse andare a fare in **** avrebbe quella di quasi tutti gli Italiani, ma questo è un altro discorso). Nell’attesa, dobbiamo rassegnarci ancora per chissà quanto ad operazioni del genere. Quando le idee originali latitano, non rimane che andare a rubacchiare malamente quelle degli altri, riverniciandole, reimpastandole, manipolandole rozzamente, fino ad ottenere un prodotto finale che ha perso praticamente tutto della purezza originale, senza avere di suo nulla di veramente nuovo, originale, interessante. Questa volta, Scott Derrickson – illustre semisconosciuto, che ha al suo attivo solo The exorcism of Emily Rose, un banale horror parapsicologico del 2005 – ha pensato male di metter le mani in uno dei più bei film di fantascienza in assoluto, quel capolavoro di Robert Wise del 1951, che ci incantò, ammaliò e commosse per la sua intelligenza, la sua sobrietà visiva, l’intensità quasi mistica del suo messaggio pacifista. Non ne è rimasto quasi nulla, diciamolo subito, così ci si mette il cuore in pace, e l’ottima sceneggiatura di cui si servì Wise è stata inutilmente e stupidamente stracciata. Seguendo la moda ecologista, in questa versione l’ammonizione dell’alieno non riguarda più il pericolo di una guerra nucleare (incubo onnipresente nell’America degli anni Cinquanta), ma la distruzione dell’ambiente e del pianeta. Inutilissima variante; come se – anche volendo discuterne – le catastrofi ambientali non fossero esse pure conseguenze di politiche di potere e di dominio, guerre combattute con altri mezzi. L’alieno di Wise – ammantato, come ho detto, di un alone quasi mistico – diventa qui una specie di sicario, mandato a fare il lavoro sporco deciso altrove da altri. Un sicario un po’ scioccone e balordo, però, visto che bastano due note di Bach ed una madre che abbraccia un bambino (odiosissimo, tra parentesi) per commuoverlo e fargli cambiare idea. Prima non se n’era accorto? Non l’aveva studiato abbastanza il pianeta? I trucchi digitali sono banali, già visti ormai mille volte, e francamente fastidiosi: sembra abbiano la funzione di rubare la scena ad un film che per il resto non esiste. Il contrario di quel che fece Wise, i cui trucchi sono assolutamente poveri e minimali, concepiti per lasciare spazio all’emozione ed alla riflessione. Jennifer Connelly pare non esistere nemmeno lei; Keanu Reeves è senza dubbio molto bravo, ma c’è da chiedersi chi glie l’ha fatto fare.

Domenica 8 agosto

Lasciami entrare (T. Alfredson, Svezia, 2009) 23.25, Rai3

Esistono alcune, e non rarissime, occasioni in cui il cinema horror riesce a superare la dimensione elementare e ‘ludica’ dello splatter per diventare discorso metaforico su determinati aspetti della vita e della società. Così pure, i ‘mostri’ che vi appaiono non sono più pupazzi spaventosi da Casa delle Streghe, ma nostri ‘doppi’, portatori alla massima potenza di nostre autentiche e personali ‘malattie’, nei quali dunque possiamo rispecchiarci, ed ai quali possiamo addirittura affidare il compito di raccontare ciò che noi, direttamente, non riusciremmo a dire. Sarebbero molti gli esempi, e tutti interessanti: dal vampiro di F.W. Murnau, spento dal sole palingenetico di un’Europa che dalla Società delle Nazioni aspettava pace e prosperità (Nosferatu, 1922) alla Terra dei morti viventi (G. Romero, 2005), lettura in chiave cadaverica dell’organizzazione sociopolitica del mondo globalizzato. In questo capolavoro di Alfredson, il tema è molto più prossimo ed intimo. Anzi, ‘i’ temi, perché varie potrebbero essere le chiavi di lettura del film, tutte valide e tutte incrociantisi tra loro: l’isolamento adolescenziale, l’estraneità del mondo adulto, l’alienazione urbana (degli uomini e delle cose). Il protagonista, il dodicenne Oskar, vive con la madre separata in un sobborgo di Stoccolma. Fragile più che timido, è la vittima designata di un gruppo di miseri bulli della sua scuola, che lo tormentano e lo feriscono. Privo del coraggio ed anche della forza di ribellarsi, Oskar sogna improbabili vendette con un coltellino da caccia e immagina di piantarlo nella pancia dei suoi nemici, quasi una patetica caricatura della caricatura del De Niro di Taxi driver (M. Scorsese, 1976) fatta da Vincent Cassel nel bellissimo La haine (M. Kassovitz, 1995): tra parentesi, anche quella una storia di emarginati contro nemici più ‘forti’ di loro. Improvvisamente, alle sue spalle pare materializzarsi dal nulla Eli, una sua coetanea: un po’ sparuta, malvestita – e comunque non certo in modo adatto alla stagione – e come lui molto solitaria. Basta un nulla perché tra loro scocchi un’intesa: Oskar ed Eli riconoscono uno nell’altra la stessa solitudine, la stessa diversità, lo stesso bisogno di un appoggio sicuro. Poco per volta, la loro amicizia, il loro legame, crescono e si rafforzano, mentre vagano in una periferia le cui geometrie desolate e gelide (magnificamente fotografate, tra l’altro) sottolineano con assoluta evidenza il loro isolamento e la loro estraneità. Scoprire che Eli è una vampira non turba minimamente il ragazzo: che vuol dire, in fondo, ‘vampira’? Un diverso, uno diverso dagli altri, uno rifiutato dagli altri: esattamente ciò che lui è, ciò che lui si sente. E dunque, la ‘riconosce’ immediatamente, e percepisce istantaneamente le affinità elettive che li legano. Momento per momento, con un ritmo narrativo mirabile e delicatissimo – che ha della fiaba, dello stereotipo ‘romantico’ (cui contribuisce la bellissima colonna sonora) ed anche del romanzo di formazione (sarebbe troppo pensare al Grand Meaulnes, di H. Alain Fournier, 1913?) – la vicenda dei due si snoda verso un epilogo che appare logico e – sembra strano usare questo termine, dato il tema – colmo di speranza. Oskar riceve e riceverà da Eli forza e sicurezza, acquisterà il senso di un’identità personale; Eli troverà in lui il sostegno che ha perduto e di cui ha necessità in un mondo che non la capisce e non comunica con lei. Ma loro sì, loro ‘comunicano’, e le dita di Oeskar che picchiettano in Morse sul nascondiglio di lei sono il simbolo di un’intesa segreta, mentre un treno vuoto li porta verso un futuro nuovo.

Il caso Mattei (F. Rosi, Italia, 1972) 21.00, Sky

Nel 1962 Enrico Mattei, Presidente dell’ENI, che aveva cercato di razionalizzare l’approvvigionamento petrolifero italiano stabilendo rapporti diretti coi produttori, tagliando così fuori dalla torta le Sette Sorelle americane, morì in uno strano incidente aereo. Su questo episodio, e sugli ipotizzabili retroscena, Rosi e la sua ‘musa’, il grande Gian Maria Volonté, costruiscono un film mirabile, che è sì un film ‘politico’ – di quelli che praticamente non siamo più capaci di fare e lasciamo fare agli americani – ma anche un perfetto thrilling. Un capolavoro da rivedere, assolutamente, ma soprattutto da far vedere ai ragazzi, perché imparino quali profonde e oscure radici ha il marciume morale e sociale in cui – ahiloro – si trovano a vivere.

Ad ovest di Paperino (A. Benvenuti. Italia, 1982) 23.00, Sky

Tre ragazzi attraversano Firenze passando da un’avventura ad un’altra, sempre in un clima di surreale poesia e di malinconica umanità. I vecchi Giancattivi – chi se li ricorda ancora? – in un film lieve e magico. Imperdibile.

Lunedì 9 agosto (è il mio compleanno!)

Il buio nell’anima (N. Jordan, USA, 2007) 21.20, Canale5

Il buio entra prima di tutto nel cervello di Erica Bain, conduttrice di un programma radiofonico sui lati oscuri di New York, dopo che, durante una passeggiata notturna al Central Park, lei e il fidanzato vengono bestialmente picchiati da tre teppisti. Lei, appunto, precipita nell’oscurità assoluta di tre settimane di coma, e quando si risveglia scopre che è tutto finito: lui è morto, addirittura già sepolto, perché i parenti non sapevano se nemmeno lei sarebbe mai tornata alla vita. Erica torna a casa, guarita nel corpo, ma quel che ora la tormenta non sono tanto gli innumerevoli ricordi del fidanzato disseminati ovunque, quanto la paura: del portone d’ingresso, di un passante che cammina dietro di lei sul marciapiede, di una voce che parli troppo forte. Anche la Polizia le appare come ‘distratta’, occupata da mille altri casi uguali o peggiori del suo, così, quando l’inquietudine si fa troppo forte, Erica sceglie l’unica strada che le appare percorribile: compra una pistola, e comincia a uccidere i ‘cattivi’. Non lo fa ‘apposta’: le occasioni par che le si presentino naturalmente, a ribadire la ferocia di un mondo che prima, evidentemente, non sapeva essere così. E nemmeno lo fa con piacere, assaporando una sua vendetta personale: ogni volta, dopo, si strappa i vestiti di dosso e li butta nelle immondizie, quasi a volersi ripulire da quell’atto. Ma il punto è – ed è questo il leit motiv del film, che la voce narrante della stessa Erica ripete spesso ed ossessivamente – il punto è che lei non è più quella che era prima di quel pestaggio: ‘Dopo non sei più la stessa persona, sei quell’estraneo che ora abita dentro di te’. Una strana amicizia la lega, giorno dopo giorno, a Sean, un detective che appunto indaga su quel misterioso vigilante che ‘sta facendo il lavoro della Polizia’, e sarà con lui, oltre che con se stessa, che alla fine dovrà fare i conti, in un finale assolutamente spiazzante ma amarissimo. Nulla di più sbagliato che aver etichettato BNA come un remake del Giustiziere della notte (Michael Winner, USA, 1974), peraltro un gran buon film: questa è la storia della distruzione di una mente e di un’anima, e delle macerie che ne sono rimaste. Alcuni ‘inserti ‘politici’ – “Lo spirito americano è duro, solitario e assassino”; “Ma non ci ha insegnato nulla la guerra in Irak?” – sono lì apposta per essere negati: non c’è nulla di ‘politico’ in questo ottimo film, se non un’intelligente ed acuta indagine sulla devastazione dei valori che il contatto con la violenza può indurre in noi. O forse sì, qualcosa di politico c’è: e, tutto sommato, la Erica del dopo pestaggio non è molto diversa dai reduci dall’Iraq, che tornano e violentano e uccidono. Lo stesso male, par di capire, che ha infettato Sean, a contatto ogni giorno con la barbarie delle strade. Assolutamente brava Jodie Foster nel disegnare il ritratto di una donna spezzata e resa fragile, un po’ meno Terrence Howard, che forse preme troppo il pedale dell’umanità e della bontà. Ottima la sceneggiatura, limpida e tesa, che scorre via senza un difetto e senza un intoppo. Un altro successo nella carriera di Jordan, regista intelligente e spesso raffinato, che qui firma un thriller appassionante e che fa riflettere. Imperdibile.

Frost vs Nixon (R. Howard, USA, 2008) 22.40, DT

Nel 1974 il Presidente degli Stati Uniti Richard Nixon dovette dimettersi, in seguito all’inchiesta sul suo coinvolgimento nello spionaggio ai danni del Partito Democratico, il famoso scandalo Watergate. Nel ’77, dopo tre anni di silenzio assoluto, per la prima volta Nixon accettò di farsi intervistare sulla vicenda. L’intervistatore era David Frost, giovane e brillante giornalista britannico, celebre e ricco conduttore di talk show nel suo paese ed anche in Australia. Frost, forse non così esperto come sembrava, riteneva probabilmente di poter facilmente aggiungere una nuova testa alla sua galleria dei trofei, e nell’organizzazione dell’evento, che costò più di due milioni di dollari, impegnò quasi tutte le sue sostanze. Ma Nixon, cinico ed abile politico, lo sopraffece in fretta, e l’intervista si stava avviando ad essere un fallimento quando Frost, in uno scatto di orgoglio e di disperazione, riuscì a mettere il Presidente alle corde, costringendolo ad ammettere pubblicamente le sue colpe ed ottenendo perciò un successo personale, anche finanziario, davvero eccezionale. Questi sono, per sommi capi, i fatti, ed altro non ci sarebbe da dire, perché, quanto al film, il film non esiste. Frost/Nixon è la più gigantesca montagna di fuffa che si sia vista al cinema da anni, un vero e proprio imbroglio, che svilisce il cinema e prende in giro lo spettatore. Fuffa di altissima qualità, beninteso, e perciò ancor più insidiosa, perché è facilissimo prenderla sul serio: recitazione eccezionale (da scuola di recitazione sia Frank Langella che Michael Sheen), raffinato montaggio, splendida fotografia (da scuola di cinema i primi piani) eccetera. Ma sotto di ciò, il vuoto. Sì, questo è un film fondamentalmente ‘vuoto’: psicologicamente, emozionalmente, perfino storicamente. Non c’è nulla, sotto la splendida copertina. Nessun reale approfondimento psicologico, ma solo due ottimi attori che ‘recitano’ emozioni stereotipe scritte a tavolino da sceneggiatori bravissimi e munificamente ricompensati; nessuna emozione, ma solo due che ‘fanno finta’ di emozionarsi, costruendo scene che, appunto, potrebbero essere molto utili in un manuale di recitazione, ma che sono intimamente fredde e disanimate; nessun vero ‘personaggio’, ma solo l’ennesima riproposizione del vecchio ‘mito’ americano dello scontro di ‘eroi’; nessun arricchimento storico: questo film non ci dà un grammo di informazione in più di quella che, in tutti questi anni, abbiamo avuto dai giornali (e, appunto, dalla tv). Abbiamo, insomma, un prodotto di gran lusso e di grande scaltrezza, costruito per dare allo spettatore l’illusione, e la soddisfazione, di aver visto chissà che capolavoro, mentre in realtà non ha visto nulla: ‘plastica’, come si suol dire. Abilissimo, dunque, Ron Howard, tanto più se, sciaguratamente, il premio a tanta astuzia sarà l’Oscar. Noi continuiamo a credere che il cinema sia qualcosa d’altro. Aspettavamo perciò con cieca certezza l’Oscar a Gomorra, forse il più bel film italiano degli ultimi vent’anni, ma invece qualcuno ha deciso che no, era meglio escluderlo dalla rosa, e qualcun altro ha detto che è stato giusto farlo, perché i panni sporchi si lavano in casa, e Gomorra dava ‘una brutta immagine del nostro Paese’. Chissà chi è stato quel qualcuno. Da dietrologo assatanato qual sono, non riesco a togliermi dalla mente la battaglia che la destra fece contro La Piovra (in assoluto la cosa migliore che la televisione italiana abbia prodotto nella sua storia), appunto con le stesse motivazioni. Erano gli anni in cui uno dei suoi ministri affermava che ‘con la Mafia bisogna imparare a convivere’, e certo non aiutava la convivenza una fiction che mostrava giudici sani e poliziotti onesti a combattere i mulini a vento della criminalità organizzata collusa con l’alta politica e la finanza internazionale. La Piovra è sparita, come avete visto, e chissà, magari anche contro quel disfattista di Garrone è partita una telefonata agli amici. Del resto, volete che tra major della produzione cinematografica non ci si aiuti? Meglio dunque l’Oscar alla plastica colorata: non fa pensare, non fa male a nessuno, scherza coi fanti e lascia stare, appunto, i santi. Ma che dolore per il cinema.

Il Dottor Jekyll e Mister Hyde (V. Fleming, USA, 1941) 21.00, DT

Forse non una delle migliori versioni del capolavoro di Stevenson [(assolutamente da rileggere) qualcuno ricorda quella, semplicemente stupenda, di Giorgio Albertazzi, passata in tv nei primi Anni Settanta, quando la televisione proponeva ancora cultura, e non ancora culi, tette e immondizia?], ma comunque una grande interpretazione di Spencer Tracy che tenta di scavare nella psicologia del personaggio. Imperdibile davvero.

L’uomo che volle farsi re (J. Huston, USA, 1975) 21.00, Sky

Dall’omonimo racconto di R. Kipling (da leggere!), uno stupendo film d’avventura, che ripercorre il mito di Alessandro Magno e della sua conquista dell’India. Appassionante e misterioso, malinconico e sfolgorante, grande interpretazione di Sean Connery. Assolutamente imperdibile.

Nemico Pubblico n. 1 – Parte Seconda: L’ora della fuga (J-F. Richet, Francia/Canada/italia, 2009) 21.00, Sky

Ancora bel cinema, e grande cinema d’azione, in questa seconda parte del dittico che conclude il biopic dedicato da Richet a Jacques Mesrine, il rapinatore che negli anni Sessanta e Settanta terrorizzò la Francia – e non solo – con le sue imprese. Anche questa volta, non una puntata di una fiction, ma un film compiuto in se stesso, che racconta l’ultima fase della vita di Mesrine, dal ’72, data del suo rientro in Francia dal Canada, al ’79, anno della morte. Film diverso e autonomo, abbiamo detto, e così è anche nello stile. Se nel primo poteva capitare a volte di respirare una certa aria zingaresca, con qualche venatura alla Bonnie & Clyde, qui l’atmosfera è pesantemente cambiata. Mesrine è ‘cresciuto’, come capacità criminali e ‘militari’, ma anche intellettualmente. Riflette su se stesso, sul senso della vita e della sua vita, progetta, perfino, pur intuendo che ‘non vivrà abbastanza per invecchiare’. Senza addomesticare in nulla il suo ego debordante ed eccessivo – “La morte non esiste per chi ha saputo vivere” – egli par scoprire quasi per la prima volta di avere un ruolo, anzi, di esercitare e meglio ancora potremmo dire di rappresentare un ruolo nella società del tempo: quello del ribelle, dell’eversore. Se il resto del mondo sembra addirittura non esistere per lui – “Ma chi è questo Pinochet?” – ne sa tuttavia abbastanza per stringere rapporti col terrorismo di matrice araba, rapporti che non sono solo criminali, ma anche di amicizie personali, e soprattutto ‘ideali’ e ideologici. Finalmente Mesrine ‘si vede’, e vede il mondo intorno a sé. Sia pur confusamente, egli comprende che il suo rapinare banche non significa solo insaccare pacchi di banconote per comprare belle macchine e gioielli alle sue donne – cosa che comunque continua a fare – ma rappresenta anche un granellino di sabbia negli ingranaggi del sistema. Un piccolo granellino, in fondo, perché tutti sanno che le banche sono assicurate e che in fondo nessuno ci rimette, ma un granellino fastidioso, che può crescere, incollarsi ad altri e diventare macigno pericoloso. Sempre confusamente – ma non così tanto – egli arriva alla stessa ‘verità’ di Brecht – che certamente non aveva mai letto e di cui probabilmente ignorava perfino il nome – secondo la quale la fondazione di una banca è un crimine più grave della rapina alla banca stessa. Comincia, conseguentemente, a capire le ragioni autentiche e profonde dell’odio che le istituzioni gli portano; comincia, avremmo detto negli anni Settanta – a ‘politicizzarsi’. E il feroce pestaggio di Jacques Tillier, giornalista di Minute, foglio di destra, non è solo per punirlo di aver messo in dubbio il suo ‘onore’, quanto perché è “un fascista di merda”. La parabola ‘rivoluzionaria’ di Mesrine continua, la valanga si ingrossa, e quando, nel novembre del ’79, in un agguato davvero senza onore, la polizia lo massacra alle porte di Parigi – viene in mente la fine di Luciano Liboni, a Roma, nell’estate del 2004 – Mesrine è in partenza per l’Italia, dove ‘un amico deve presentargli le Brigate Rosse’. Film, come si vede, maturo ed intelligente, ma anche magnifico film d’azione, in uno di quei purtroppo rari casi in cui il cinema europeo prende a schiaffi quello americano, seppellendolo sotto inarrivabili lezioni di stile. Evitando con cura il fracasso e l’eccesso, Richet dirige un film forte ma perfino elegante e calligrafico, in cui l’azione non è mai baracconata fine a se stessa ma funzionale ad un atmosfera, come, per fare un esempio di alto livello, nel bellissimo Ronin (John Frankenheimer, 1998). Vincent Cassel è, per l’ennesima volta, al di là di ogni possibile elogio. Per più di due ore corre sul filo della lama, dando vita e concretezza ad un ‘magnifico egotista’ senza però mai cadere nella gigioneria e nell’autorappresentazione. Un altro capolavoro cui le sale non hanno prestato quasi nessun rispetto.

Django (S. Corbucci, Italia/Spagna, 1966) 17.40, Sky

Liberatosi finalmente dello pseudonimo (Sidney Corbett) con cui aveva firmato i precedenti film, Corbucci firma qui anche la sceneggiatura per uno dei capolavori minori del western all’italiana. Agli antipodi di Sergio Leone, Corbucci disegna quasi un antieroe, con gli stivali sempre immersi nel fango, e nei cui vestiti par di sentire la puzza di sudore e di stantio. Pur essendo estremamente violento, Django si muove come in una bolla di immaterialità, quasi ai limiti dell’iperrealismo. Fu il capostipite di una fortunatissima e lunghissima serie. Da non perdere.

Martedì 10 agosto

Three kings (D.O. Russel, USA/Australia, 1999) 02.30, Rai2

Durante la prima Guerra del Golfo, tre soldati scoprono il tesoro di Saddam, se ne appropriano ma poi, commossi per le sofferenze del popolo irakeno, lo restituiscono. Se non sbaglio, fu il primo film sulla guerra in Irak, ma per fortuna dopo si è fatto molto di meglio. Per la serie: anche i soldati hanno un cuore, ma forse se restavano a casa loro gli irakeni avrebbero apprezzato di più.

Belfagor (J.P. Salomé, Francia, 2001) 23.20, DT

Dunque, c’erano a disposizione due cose: una era il Belphégor di Arthur Bernède, delizioso feuilleton del 1927, uno degli ultimi epigoni della grandissima tradizione francese del ‘romanzo d’appendice’. L’altra era la versione televisiva in quattro puntate che ne trasse Claude Barma nel 1965, con Juliette Gréco: misteriosa, affascinante, coinvolgente. Cosa si poteva fare? Due cose, anche qui: una era non far niente, il che è spesso la soluzione migliore. Non te l’ha mica ordinato il dottore di fare il regista. La seconda era di scegliere di farsi del male, e di fare la boiata pazzesca. E così è stato. Belfagor è, diciamolo serenamente, una sovrana scemenza, che stravolge senza alcuna ragione plausibile non solo il testo originale di Bernède ma anche la versione, pur già modificata, di Barma, inventando una storia sciocca e sconclusionata, al cui confronto persino La mummia appare un’opera di alto spessore intellettuale. Le situazioni, gli effetti speciali, le battute sono penose, infantili, tanto che vien da chiedersi se non si stia assistendo a qualche blockbuster targato Disney. E nemmeno le grazie indubbiamente pregevoli di Sophie Marceau giustificano questo spreco di denaro e, da parte nostra, di tempo.

Adventureland (G. Mottola, USA, 2009) 16.55, Sky

Saranno passati sì e no vent’anni tra gli adolescenti di American Graffiti (1973, il poeticissimo capolavoro di G. Lucas) e quelli di Adventureland, eppure sembra un altro mondo. Quelli, appena usciti dalla loro età, ancora sulla soglia del mondo adulto, avevano – o per lo meno credevano di avere, il che in fondo è lo stesso – davanti a sé un futuro colmo di promesse e di sogni, magici e rutilanti, e – ed è questo che conta – tutti realizzabili. Questi, degli anni Ottanta, tanto per cominciare dall’adolescenza non sanno nemmeno come provare ad uscire. Ci sono imprigionati dentro da una crisi che spegne prima di tutto, appunto, i loro sogni, che gia si rendono conto di non poter mai realizzare. Un “lavoretto di merda” è tutto quello che possono sperare, e aver studiato Shakespeare o il Rinascimento non è che serva a molto. Né li possono aiutare i loro genitori. Anche qui il confronto è interessante. Quelli di Lucas erano orgogliosi dei loro figli: li spedivano nel mondo sicuri dei successi che avrebbero ottenuto, delle montagne che avrebbero scalato. Questi di Mottola sono stupidi e meschini, ‘vecchi’ e morti dentro, e coprono la loro miseria con qualche bicchierino di troppo bevuto di nascosto, o inventandosi una formale ed inconsistente rispettabilità. Non possono offrire nulla ai figli, neppure economicamente – anche loro stanno cercando di sopravvivere al reaganismo – ed anzi questi ultimi appaiono loro come dei fastidiosi parassiti, ai quali mettere in conto l’affitto e le spese della macchina. Così accade a James (Jesse Eisenberg, delicato e sensibile), che dopo il diploma avrebbe dovuto partire in viaggio premio per l’Europa, e che invece vede svanire i soldi a causa del declassamento aziendale del padre. Così è per Em, figlia di un padre inesistente e di una matrigna che è una grottesca maschera piccoloborghese. Entrambi si ‘arruolano’ nel personale di Adventureland, uno sfigatissimo luna park estivo. Per racimolare qualche soldo, certo, ma anche per fuggire il più possibile da quella malinconia dell’anima. Ognuno poi ha la sua storia. James è goffo e insicuro. È ‘vergine’, ragion per cui tutti lo sfottono allegramente, ma è ancora convinto che una botta e via non sia quel che lui cerca. Em – una bella ma soprattutto bravissima ed intensa Kristen Stewart: altro che vampiri! – cerca di seppellire la morte che ha nel cuore facendo sesso con Connel (Ryan Reynolds, veramente bravo), un uomo sposato molto più vecchio di lei. Anche tutti i loro giovani colleghi sono variamente alla ricerca di se stessi, come, per esempio, Joel (uno strepitoso e ‘sotto le righe’ Martin Starr), simpaticissima satira dello stereotipo dell’intellettuale ebreo sfigato e depresso. Mentre ad Adventureland trascorre una spenta estate, i ragazzi, nonostante tutto, maturano, scoprono valori semplici ma essenziali – amicizia, dignità, rispetto (“Antisemita di merda!”) – crescono interiormente. James ed Em s’innamorano, ma entrambi capiscono che la scopata selvaggia non serve, e che bisogna crescere dentro, eventualmente anche soffrendo, perché anche il sesso abbia un senso. Quando l’estate finisce e il parco chiude, ognuno è pronto per il mondo, portando con sé quel po’ di saggezza e di maturità che è riuscito ad acquisire. Non è molto, ma è già qualcosa. Anzi, tutto sommato, guardando la realtà di fuori, è moltissimo. Mottola racconta la sua ‘piccola città’ con affetto, simpatia e discrezione, senza mai esagerare, senza nemmeno scivolare neppure per un istante nella commediola adolescenziale sporcaccioncella. Ottimo film , intelligente e delicato.

La tenda rossa (M.K. Kalatozov, URSS/Italia, 1969), 23.00, Sky

Commovente e spettacolare ricostruzione dell’impresa di Umberto Nobile, che nel 1928, col dirigibile Italia, sorvolò il Polo Nord, schiantandosi poi sui ghiacci, e delle peripezie dei superstiti. Un gran bel film, forte e sincero, che non passa spesso in tv. Imperdibile.

Mercoledì 11 agosto

Un sogno per domani (M. Leder, USA, 2000) 21.20, Canale5

Kevin Spacey è un insegnante di liceo, i cui rapporti col mondo sono ostacolati e ‘filtrati’ da una brutta ustione che gli deforma il volto. Durante una lezione di Studi Sociali, propone ai suoi allievi un compito davvero particolare: trovate un modo per cambiare davvero il mondo, partendo da chi vi sta vicino. Uno dei bambini lo prende sul serio, innescando un processo che coinvolgerà e sconvolgerà la vita di molti. Poetica favola sull’utopia dei ‘buoni sentimenti’ e della giustizia, il film è sostenuto prima di tutto da un eccezionale Spacey, sensibilissimo e dalla recitazione ‘interiore’, come sempre. Pregevole anche la breve ma intensa parte di James Caviezel. Da vedere.

Giovedì 12 agosto

Hotel Rwanda (T. George, GB/Italia/Sudafrica, 2004) 21.00, DT

Ambientato all’epoca degli scontri etnici tra Hutu e Tutsi, che nel ’94 fecero quasi un milione di morti, il film racconta la storia di un direttore d’albergo che riesce a salvare un migliaio di profughi dal massacro. Nonostante l’eccezionalità del tema, il risultato è purtroppo un film estremamente noioso, e quasi del tutto privo di emozioni. ‘Non succede niente’, in quelle due ore, e ‘non si vede niente’, e purtroppo, se si vuole raccontare l’orrore, soprattutto quello vero, bisogna mostrarlo. I personaggi sono senza spessore psicologico, e si ha davvero l’impressione di assistere ad una brutta fiction televisiva, purgata dalla scene di violenza per farla vedere anche ai bambini. Il cast va perdonato: N. Nolte era lì di passaggio e si è fermato a bersi una birra, D. Cheadle se la cavicchia a fare il protagonista, e il resto è da dimenticare.

Training day (A. Fuqua, USA, 2001) 21.00, DT

Terribile e bellissimo. Un giovane poliziotto esce di casa al mattino: dovrà affrontare la sua prima giornata sulle strade, in compagnia di un superiore. Se sarà all’altezza, potrà entrare nella Squadra Narcotici, fare carriera, ed essere veramente utile alla collettività: questo è il suo sogno. È sposato da poco, ed ha una bambina di nove mesi. La piccola ha appena succhiato dal seno della madre, ha “mangiato come una porcellina”; dietro a quella porta rimangono una assoluta, totale normalità, quotidianità, ‘giustizia’. Il poliziotto raggiunge il suo capo, e da quel momento è come cadere in un’altra dimensione spazio-tempo. Precipita in un altro universo, spaventosamente violento, corrotto, amorale. Tutto ciò in cui lui crede viene violato, tutto ciò in cui lui crede viene irriso. Amici/nemici, buoni/cattivi, giusto/ingiusto: non c’è più differenza. non c’è più moralità, non c’è più legge. Il suo capo è uno di loro, in nulla diverso o migliore/peggiore del ‘male’ che dovrebbe combattere. Lo accompagna, lo istruisce, gli insegna i primi rudimenti di questa nuova ‘dimensione’, gli spiega come adattarvisi, come entrarvi, glie ne fa vedere i vantaggi. Il poliziotto attraversa tutto l’inferno e questa giornata opponendo al male solo la sua goffaggine, che diventa con chiarezza assoluta metafora della sua ‘sanità’. La sera torna pure a casa, ma che sarà di lui, del suo ‘se stesso’? Quando si ritroverà al di là di quella porta, sarà ancora quel ‘se stesso’ che ne è uscito al mattino? Che io ricordi, solo il magnifico Vivere e morire a Los Angeles (W. Friedkin, 1985) ci aveva mostrato con tanta forza l’orrore e la violenza della ‘legge’ metropolitana. Forse Training Day non ne possiede la stessa forza visiva, non può contare sulla stessa fotografia iperrealista, sugli stessi colori ‘violenti’, ma rimane un capolavoro, uno dei noir metropolitani più belli del cinema americano. E il cinema americano – si sa – è il più bello del mondo. Uno dei risultati migliori di Fuqua, autore sì di quella boiata megagalattica di L’ultima alba (2003) – ma avrebbe potuto fare diversamente, avendo nel cast la Bellucci?! – ma anche del bellissimo King Arthur (2004). E attenzione: lo sceneggiatore è David Ayer, regista del recente e bellissimo Harsh times. Assolutissimamente imperdibile.

Venerdì 13 agosto

La fortezza (M. Mann, USA, 1983) 22.40, DT

Non l’ho mai visto, ma: 1) guardate chi lo firma: basta e avanza. 2) Ho letto il magnifico horror da cui è tratto (P.F. Wilson, La Fortezza, Mondadori, 1981), che è, ve lo dico da intenditore, un piccolo capolavoro. Durante la Seconda Guerra Mondiale, un battaglione tedesco occupa la desolata fortezza di Passo Dinu, in Romania, ma, una notte dopo l’altra, un essere invisibile ma ferocissimo massacra e strazia i soldati. Le SS si rendono presto conto che il nemico contro il quale devono combattere è ben altro, ed infinitamente più pericoloso di un partigiano, e il loro comandante sarà costretto a chiedere aiuto ad un vecchio ebreo, esperto di folklore locale. Se qualcuno volesse registrarmelo e mandarmelo, glie ne sarei grato in questa e nelle prossime incarnazioni.

L’ultima tentazione di Cristo (M. Scorsese, USA, 1988) 21.10, DT

Dal bel romanzo del grande mistico greco Nikos Kazantzakis (Zorba, Cristo di nuovo in croce, Edizioni Mondadori: assolutamente da leggere), un bellissimo film, sempre sospeso tra il misticismo e la sensualità, sul dramma di Cristo che è costretto ad accettare la propria divinità e la propria missione rinunciando ad una vita da comune essere umano. Bellissima la scelta dei colori, così spenti e polverosi, che lasciano in primo piano le emozioni. Del resto, non è una novità: già nei primi secoli, un’eresia – mi pare si chiamasse Docetismo – aveva proposto la stessa ipotesi sulla morte di Cristo. E poi, è comunque una meditazione legittima sul problema della salvezza.

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