Pubblicato da: giulianolapostata | 29 luglio 2010

Multivisioni – 31 luglio 2010

Sabato 31 luglio

Predator (J. McTiernan, USA, 1987) 23.40, Italia1

Un plotone della CIA, intervenuto nella giungla sudamericana per liberare un politico fatto prigioniero dai guerriglieri (presumibilmente comunisti), si imbatte in qualcosa di ancor peggiore dei comunisti: Un essere alieno proveniente dallo spazio, feroce e spietato, con incredibili capacità di muoversi nell’ambiente e di dare la morte. Piacevolmente inquietante, e Schwarzenegger è sempre bravo in queste cose.

Il Grande Dittatore (C. Chaplin, USA, 1940) 21.00, Sky

Esiste ancora qualcuno che non conosca questo capolavoro assoluto, uno dei film più belli del mondo? Satira ferocissima del potere (non solo di quello di allora: provate a guardarlo con gli occhi di oggi) e al tempo stesso sogno di pace e armonia, è un film da rivedere infinite volte. Ecco di seguito il discorso finale del protagonista: “Mi dispiace, ma io non voglio fare l’imperatore. Non è il mio mestiere. Non voglio conquistare né governare nessuno. Vorrei aiutare tutti, se possibile: ebrei, ariani, uomini neri e bianchi. Tutti noi esseri umani dovremmo aiutarci sempre, dovremmo godere soltanto della felicità del prossimo, non odiarci e disprezzarci l’un l’altro. In questo mondo c’è posto per tutti, la natura è ricca, è sufficiente per tutti noi. La vita può essere felice e magnifica, ma noi l’abbiamo dimenticato. L’avidità ha avvelenato i nostri cuori, ha precipitato il mondo nell’odio, ci ha condotti a passo d’oca a fare le cose più abbiette. Abbiamo i mezzi per spaziare ma ci siamo chiusi in noi stessi, la macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà, la scienza ci ha trasformato in cinici, l’abilità ci ha reso duri e cattivi. Pensiamo troppo e sentiamo poco. Più che macchinari ci serve umanità, più che abilità ci servono bontà e gentilezza: senza queste qualità la vita è violenza, e tutto è perduto. L’aviazione e la radio hanno riavvicinato le genti, la natura stessa di queste invenzioni reclama la bontà dell’uomo, reclama la fratellanza universale, l’unione dell’umanità. Perfino ora, la mia voce raggiunge milioni di persone nel mondo, milioni di uomini, donne e bambini disperati, vittime di un sistema che impone agli uomini di torturare e imprigionare gente innocente. A coloro che mi odono, io dico: non disperate. L’avidità che ci comanda è solamente un male passeggero, l’amarezza di uomini che temono le vie del progresso umano. L’odio degli uomini scompare assieme ai dittatori e il potere che hanno tolto al popolo ritornerà al popolo, e qualsiasi mezzo usino, la libertà non può essere soppressa. Soldati, non cedete a dei bruti, uomini che vi disprezzano e vi sfruttano, che vi dicono come vivere, cosa fare, cosa dire, cosa pensare, che vi irregimentano, vi condizionano, vi trattano come bestie. Non vi consegnate a questa gente senz’anima, uomini-macchina, con macchine al posto del cervello e del cuore. Voi non siete macchine, voi non siete bestie, siete uomini! Voi avete l’amore dell’umanità nel cuore. Voi non odiate. Coloro che odiano sono quelli che non hanno l’amore altrui. Soldati, non difendete la schiavitù, ma la libertà! Ricordate: nel Vangelo di S. Luca è scritto: “Il regno di Dio è nel cuore dell’uomo”: non di un solo uomo o di un gruppo di uomini, ma di tutti gli uomini. Voi, voi, il popolo, avete la forza di creare le macchine, la forza di creare la felicità, voi, il popolo, avete la forza di far sì che la vita sia bella e libera, di fare di questa vita una splendida avventura. Quindi, in nome della democrazia, usiamo questa forza, uniamoci tutti, combattiamo per un mondo nuovo che sia migliore, che dia a tutti gli uomini lavoro, ai giovani un futuro, ai vecchi la sicurezza. Promettendovi questo, dei bruti sono andati al potere: mentivano. Non hanno mantenuto quelle promesse e mai lo faranno. I dittatori forse sono liberi perché rendono schiavo il popolo? Allora combattiamo per mantenere quelle promesse, combattiamo per liberare il mondo, eliminando confini e barriere, eliminando l’avidità, l’odio e l’intolleranza, combattiamo per un mondo ragionevole, un mondo in cui la scienza e il progresso diano a tutti gli uomini il benessere. Soldati, nel nome della democrazia, siate tutti uniti! Anna, puoi sentirmi? Dovunque tu sia, abbi fiducia. Guarda in alto, Anna. Le nuvole si diradano, comincia a risplendere il sole. Prima o poi usciremo dall’oscurità verso la luce e vivremo in un mondo nuovo, un mondo più buono, in cui gli uomini si solleveranno al di sopra della loro avidità, del loro odio, della loro brutalità. Guarda in alto, Anna. L’animo umano troverà le sue ali e finalmente comincerà a volare, a volare sull’arcobaleno, verso la luce della speranza, verso il futuro, il glorioso futuro che appartiene a te, a me, a tutti noi. Guarda in alto, Anna, lassù”.

Domenica 1 agosto

L’ospite inatteso (T. McCarthy, USA, 2008) 23.25, Rai3

Walter è docente universitario in un’università del Connecticut, dove insegna economia, in particolare dello sviluppo e della globalizzazione, senza che peraltro queste sue conoscenze si traducano in una partecipazione empatica ai problemi che studia. Walter – e qui, come accade spessissimo, il titolo italiano tradisce l’intenzione dell’autore e svia la comprensione degli spettatori – Walter è The visitor, uno che attraversa il mondo come un ‘visitatore’ estraneo, che si lascia scorrere davanti esistenze ed emozioni. La sua stessa professione è diventata poco più che una maschera, dietro la quale nascondere ignavia, delusione, forse anche il dolore ed il rimpianto per la moglie morta. Costretto a tornare per qualche giorno a New York per un convegno, scopre che il suo vecchio appartamento, nel quale non metteva piede da molti mesi, è stato fraudolentemente affittato ad una giovane coppia di immigrati irregolari, il siriano Tarek e la senegalese Zainab. Dopo lo shock dei primi istanti, i due molto correttamente se ne vanno, in cerca di un alloggio di fortuna, ma a quel punto in Walter scatta un meccanismo nascosto, quasi che per la prima volta scoprisse la ‘vita’, ed offre loro di rimanere lì, fino ad una nuova sistemazione. Giorno dopo giorno – e ne bastano davvero pochi, perché la vicenda di Tarek e Walter giunga all’epilogo – quello stimolo che egli ha percepito penetra sempre più in lui. La vitalità del ragazzo, la sua musica, la dignità di Zainab penetrano in lui, sciolgono poco per volta la sua indifferenza e la sua apatia. Walter diventa loro amico, e quando Tarek incappa nelle maglie dell’I.C.E. (Immigration and Customs Enforcement) e finisce in un centro di detenzione in attesa di espulsione (i nostri CPT: da qualcuno avremo pur imparato a farli) egli si ritrova ad essere anche il suo unico contatto con l’esterno, con Zainab e il pudore del suo amore appena espresso e con Mouna, la madre di Tarek, anche lei clandestina nel Michigan, che si precipita lì. Nel darsi da fare frenetico per la libertà del ragazzo, Walter scoprirà così com’è il mondo visto ‘dall’altra parte’, ma contemporaneamente imparerà che non esistono ‘altre’ parti, che siamo tutti dalla stessa parte, e ad un certo punto, esasperato dalla disumanità del meccanismo che sta stritolando Tarek, griderà con rabbia agli agenti: “Non potete trattarci così”. ‘Trattarci’: noi, loro, tutti quanti stiamo subendo una società vittima del suo stesso incubo, quello dell’assedio e dello straniero invasore. Per questa America malata ed alienata, sono un schiaffo in faccia quelle inquadrature della Statua della Libertà, e non per caso tutti i poliziotti che vediamo sono di colore, a simboleggiare un Paese che ha intimamente tradito le sue radici fondanti. McCarthy scrive e gira un film pudico ed intimo, minimale e silenzioso, nonostante la ‘violenza’ degli eventi che racconta; un film che evita come la peste ogni tentativo di scivoloni in una facile emozionalità ma al tempo stesso descrive con grazia e profondità emozioni e sentimenti, e che, come raramente accade, sa immergersi nel più profondo e nel non detto dell’animo umano. Splendidi gli interpreti, tutti, senza eccezione: Richard Jenkins, commovente nel suo riscoprire poco a poco la capacità di soffrire ed amare; Amir Arison è Tarek, con la sua fanciullesca gioia di vivere; Danai Jekesai Gurira è Zainab, umiliata eppure colma di dignità, e Hiam Abbas è Mouna, forte e fragile. Un gioiello da scoprire.

Pioggia sporca (R. Scott, USA, 1989) 21.30, Rete4

Nick Concklin è un poliziotto di New York dai metodi non proprio ortodossi, e dal passato non proprio limpido. Quando viene inviato a Osaka per uno scambio di prigionieri della Yakuza, il suo rapporto coi metodi della polizia giapponese e con quella nuova cultura è ostico ed intollerante. Tuttavia poco per volta Concklin imparerà il rispetto, e collaborando con un suo collega giapponese riuscirà ad ottenere ‘nel modo giusto’ il risultato voluto. Ottime atmosfere, splendida fotografia ed una storia violenta ed appassionante per un film di R. Scott affatto da buttar via, soprattutto tenendo conto che ha fatto molto di peggio, in quegli anni. Michael Douglas molto meno antipatico e molto più in parte del solito. Da vedere.

Un anno vissuto pericolosamente (P.Weir, Australia, 1982) 22.50, DT

Esempio più che dignitoso ed accettabile di cinema politico (chissà perché anche questi dobbiamo sempre farceli fare dagli americani), il film racconta la storia di un giornalista australiano che, trovandosi a Giakarta nel 1965, ha l’occasione di documentare il colpo di stato anticomunista e le stragi che ne seguirono. C’è anche la storia d’amore, of course – ma questa volta a lieto fine – ma l’attenzione e l’interesse per gli eventi e le atmosfere narrati sono autentici e di buona qualità, il che è più che sufficiente per consigliarne la visione. Se poi ci aggiungete Sigourney Weaver, quasi quasi diventa imperdibile …

Operazione Valchiria (B. Singer, USA, 2008) 21.00, DT

Una bella e nobile storia, come sempre nobile e bella è la vita di coloro che ad un certo momento decidono di combattere battaglie ‘folli’, e di rischiare tutto ciò che hanno, persino la propria famiglia, quando sentono il dovere di opporsi alla ferocia ed all’assassinio elevato a sistema. Così fu per Claus von Stauffenberg, giovane ufficiale tedesco (era nato nel 1907) nella Seconda Guerra Mondiale. Fin dall’inizio contrario alla guerra, e per questo ‘esiliato’ su fronti scomodi, Staufenberg viene richiamato a Berlino dopo gravi ferite, il che gli acquista la simpatia del Fuehrer. Ma le opinioni di Stauffenberg non sono cambiate. Anzi: il prosieguo della guerra gli mostra con sempre maggior evidenza come non solo la Germania, ma l’intera Europa si stiano avviando verso un baratro spaventoso. Contattato da un gruppo di ufficiali che hanno organizzato l’ennesimo complotto per uccidere Hiltler (quindici ne vennero attuati, e tutti falliti), Stauffenberg ne diviene in breve tempo il leader. E’ lui a pensare, per prendere il potere dopo la morte del Fuehrer, di servirsi delle stesse strutture organizzate proprio da Hitler per prevenire un colpo di stato, appunto l’Operazione Valchiria. Sarà ancora lui a portare la bomba nella sala riunioni ove si trova Hitler. Dopo aver assistito all’esplosione, corre a Berlino per dare il via al suo piano, ma non sa che il Fuehrer non è morto. Dopo le prime ore di successi, la notizia si spande e poco a poco Stauffenberg e i suoi si ritrovano soli. Arrestati dalle S.S., saranno tutti impiccati o fucilati. “Volevamo dimostrare al mondo che non siamo tutti come lui”, dice ad un certo punto uno dei congiurati, ed effettivamente la loro vicenda è una medaglia fulgida sul petto della Germania di quegli anni. La narrazione si limita ai fatti, asciutta e senza divagazioni, convinta che i fatti parlino da soli alto e forte. Tom Cruise, forse ‘trasfigurato’ dal personaggio che interpreta, evita qualsiasi gigioneggiamento, e crea una figura vera e drammatica. Ottimo anche il resto del cast.

Gangsters (O. Marchal, Francia/Belgio, 2002) 23.25, Sky

Frank (un bravissimo Richard Anconina, che dev’essersi studiato tutti i film di Al Pacino) e Nina (Anne Parillaud, triste e bella da morire) sono due poliziotti, infiltrati nella mala per scoprire un giro di colleghi corrotti. Quando vengono arrestati, subiscono ogni sorta di umiliazioni pur di non scoprirsi e di raggiungere l’obiettivo. Ci riusciranno, rischiando quasi di perdere se stessi, ma nell’amore reciproco riusciranno a trovare la catarsi per lasciarsi cadere di dosso tutto il fango accumulato. Certo non siamo all’altezza dei due successivi capolavori di Marchal – 36 Quai des Orfèvres (2004) e L’ultima missione (2008) – ma comunque questa è una tappa importante della maturazione di questo bravissimo regista francese, ex poliziotto, che poco per volta ha imparato a scriversi le sceneggiature – questa è forse un po’ troppo schematica – e soprattutto le battute, qui davvero eccessivamente ‘di genere’, come se portassero tutte il cartellino ‘Noir’ appiccicato sopra. Comunque, da vedere, e con gran piacere.

Lunedì 2 agosto

La grande strada azzurra (G. Pontecorvo, Italia/Francia/Germania/Jugoslavia, 1957) 14.00, DT

Sia pur ancora intriso di pesanti e fastidiosi influssi neorealisti, sono riconoscibili lo stile e l’intensità di quello che poi diverrà il grande Pontecorvo. La storia è quella di un pescatore di frodo con gli esplosivi, che riesce ad inimicarsi anche la gente del suo villaggio. Da vedere, per cinefili.

Martedì 3 agosto

Rachel sta per sposarsi (J. Demme, USA, 2008) 19.00, Sky

Oppure si poteva anche intitolarlo ‘La semplice e felice vita di Rachel’, perché è questo ciò che lei e i suoi familiari vorrebbero raccontarci. Di come lei sia tanto una brava ragazza, specializzanda in Psicologia, di come tutti siano felici da morire per il suo matrimonio, tra due o tre giorni, di come tutto “andrà benissimo”, come ci sentiamo dire mille volte. Ma non va tutto bene, a cominciare da un invitata ‘speciale’: Kim, sorella ex tossica di Rachel, ‘in licenza’ dal centro di disintossicazione in cui vive. Non si poteva non invitarla, naturalmente, ma non si può nemmeno far finta che sia ‘una come gli altri’. Lei è Kim, la tossica, ora “pulita da nove mesi”, sì, ma tossica comunque, e oltretutto con sulle spalle una scimmia perfino più cattiva dell’eroina e delle pasticche. Lei e la sua scimmia – tutti sanno di che si tratta, ma tutti fanno finta di niente, almeno finché si può – si aggirano tra gli invitati e i preparativi come un tarlo in una struttura lignea: un tocco di qua, un altro di là, e poco per volta tutta quella perfetta costruzione comincia a cigolare, a scricchiolare, e saltano fuori le crepe. Non si poteva fare a meno di invitarla, certo, ma chi l’ha fatto pensando di ‘controllarla’ e di farle recitare un copione prefissato si è sbagliato di grosso (Dancing with Shiva, ‘Ballando con Shiva’, il Dio della distruzione: questo era il bellissimo titolo originale del film). Kim non è lì per far presenza: è lì per vivere, per dire a tutti che esiste di nuovo, per reclamare il suo spazio, ed anche il suo diritto ad essere amata, come gli altri. Non le importa niente, tutto sommato, del matrimonio di sua sorella; comunque, non accetta che quello le impedisca di esprimersi. Rachel per prima se ne rende conto, dopo le smancerie d’obbligo: “Prima tutto girava attorno alla sua malattia, ora tutto deve girare attorno alla sua guarigione”. Ma uno dopo l’altro, tutti i fantasmi si ripresentano, e tutti quanti gli equilibri saltano: quelli col padre, che per tanti anni ha nascosto la verità prima di tutto a se stesso, quelli con la madre, la cui assenza ed anemotività sono state la causa principale di tutti i problemi di Kim, quelli con gli amici, preparati ad ignorarla e invece messi bruscamente a confronto col suo dolore e il suo bisogno di vita. Con lei, alla fine, tutti dovranno fare i conti, dopo di che ognuno andrà per la sua strada: senza grandi tragedie, né grandi soluzioni, né happy end. Ma Kim avrà avuto la possibilità di dire: ‘Amo, dunque esisto’. E sarà già stato moltissimo. Film raffinato, intenso, riccamente tessuto e raccontato su una splendida sceneggiatura di Jenny Lumet – figlia del grande Sidney – RGM è un’opera discreta e rara, che emoziona e affascina, pur senza mai cercare facili e banali coinvolgimenti. Semplicemente splendida Anne Hataway nel personaggio fragile ma determinato di Kim e sconvolgente Debra Winger in quello della madre, che ancora porta in giro imperterrita la propria follia. Assolutissimamente imperdibile.

La ragazza di Bube (L. Comencini, Italia/Francia, 1963) 21.00, Sky

Rarissimo passaggio tv di questo bel film dal bel romanzo di Carlo Cassola. La storia di Mara, una ragazza toscana che durante e dopo la Resistenza sacrifica la propria vita per amore di un partigiano condannato per omicidio. Bellissimo bianconero e bravissima Claudia Cardinale. Imperdibile.

Mercoledì 4 agosto

A love song for Bobby Long (S. Gabel, USA, 2004) 21.10, DT

Pursy, diciottenne, eredita la casa della madre, una cantante di New Orleans che non vede da anni, ma scopre che essa, per lascito testamentario, è occupata da un professore di lettere semialcolizzato e da un suo discepolo. Ostili all’inizio, i tre scopriranno poco a poco di essere strettamente legati, e troveranno la via ognuno del cuore dell’altro. Capolavoro di un’esordiente al Sundance Film Festival, altro raffinato e delicato personaggio ‘in levare’ della bravissima Scarlet Johansson (Lost in translation), grandissima interpretazione di John Travolta. Un film ‘intimista’ e poetico, da scoprire ed amare, assolutamente imperdibile.

Domino (T. Scott, USA, 2005) 22.50, DT

Un film vedibile ma mediocre nella filmografia di un regista che, per altro, da un pezzo sta facendo le scarpe a suo fratello, il quale invece, dopo i geniali esordi, per molto tempo non ha azzeccato un film decente (ma ultimamente si è rifatto!). Qui ci racconta la ‘storia vera’ – “più o meno”, come lui stesso onestamente ci dice nei titoli di testa – di Domino Harvey, una giovane ‘di buona famiglia’ che negli anni Cinquanta buttò nella spazzatura tutti i privilegi e le comodità che le sarebbero potuti derivare dalla sua nascita per aggregarsi ad una banda di bounty killers. Pochi anni vissuti molto maledettamente, tra sparatorie, alcol e droga, per morire poi ancora giovane, trentacinquenne, pochi mesi dopo la fine delle riprese: la vediamo nell’ultima inquadratura del film. Una storia indubbiamente interessante, e ricca di stimoli e di occasioni, che purtroppo raramente il regista riesce a cogliere. Per esempio, il gusto morboso della televisione per la violenza e il disordine sociale viene qui raccontato abbastanza piattamente, senza venir utilizzato per una qualche riflessione sulla cultura dei media nella società americana moderna. Ma il punto fondamentale è lo stile di regia, purtroppo ancora troppo legato alla sua provenienza dal mondo della pubblicità. Assistiamo ad un film schizzato e ultraveloce: colori acidi, inquadrature brevissime, fotografia volutamente sporca, sovrimpressioni e così via: tutto l’armamentario immaginabile per un film che ad un certo punto sembra un video per Voglio una vita spericolata, invece del racconto di una vita che ribelle e ‘contro’ a suo modo lo è stata veramente, ma di cui nel film non c’è gran traccia. Gli interpreti si adeguano. Passabile Keira Knightley, più per il suo bel faccino e il suo delizioso corpicino, che per la sua performance; passabile Edgar Ramirez (anche se più di una volta sembrano entrambi personaggi da fumetto, e quel loro “Ti amo”, che dovrebbe strappare una lacrima disperata, spinge molto di più alla risata). Ma Mickey Rourke è, semplicemente, impossibile. Dire che è la caricatura di se stesso può apparire una frase fatta, ma è la realtà. Porta in giro per tutto il film la sua faccia su cui le devastazioni della carriera di boxeur sono accentuate dal trucco, tentando invano di creare un personaggio maledetto, il ‘buono dalla vita bruciata’, ma riuscendo solo a dare l’impressione di un grosso pezzo di bollito. Guardatelo bene: nemmeno lui crede a quello che sta facendo. Attenti alla prima impressione, quando vedrete il film: storditi dalla valanga di suoni-luci-colori che vi viene scaraventata addosso, potrà anche capitarvi di indulgere ad un giudizio troppo generoso. Aspettate qualche ora, ripensateci, e ve ne accorgerete.

Giovedì 5 agosto

La grande abbuffata (M. Ferreri, Italia/Francia, 1973) 00.55, DT

Quattro amici si riuniscono in una villa nella periferia di Parigi, decisi a suicidarsi utilizzando il cibo e il sesso. Dietro un’apparente gaietà, forse il film più disperato e tragico di Ferreri, in cui due ‘bisogni’ essenziali e ‘vitalistici’ – appunto il nutrirsi e la sessualità – diventano strumento e metafora di morte. Un capolavoro assoluto, i cui passaggi in tv sono davvero rari. Assolutissimamente imperdibile.

Carlito’s way (B. de Palma, USA, 1993) 22.50, DT

Carlos Brigante, spacciatore e malavitoso, torna ad Harlem dopo cinque anni di prigione. Sembrano pochi, ma è passata una vita. Tutti lo accolgono col rispetto e l’entusiasmo dovuti ad una leggenda, ma – Carlito lo percepisce benissimo – le leggende sono roba vecchia. Nuovi stronzetti rampanti scalpitano per strappargli lo stuoino di sotto ai piedi, e tagliarsi ingordamente una fetta di torta molto più grande di quella di cui si accontentava lui. Così Carlito decide di andarsene. Rientra nel giro ma tenendosi fuori dalle porcherie, e solo per quel tanto che gli permetterà di metter da parte il gruzzoletto destinato a realizzare il suo sogno: fuggire alla Bahamas con l’unica donna che abbia mai amato. Però, Carlito è anche un ‘uomo d’onore’: i debiti vanno pagati, gli amici vanno aiutati. Solo che, e se ne accorgerà a sue spese, anche quel codice è roba vecchia, e gli amici non sono più quelli di una volta. Lunghissimo flash back – 144” che scorrono senza un solo istante di noia – CW è un capolavoro senza confronti, un’inarrivabile lezione di Cinema, un film che emoziona e turba quasi più per la sua perfezione stilistica e tecnica che per le emozioni che mette in scena. Noir ‘stereotipo’ fin nelle midolla, CW rielabora e rinnova quell’eredità offrendo una vicenda nuova e fresca, commovente e coinvolgente, ulteriore testimonianza di come questa sia l’opera di un Maestro. Gli attori sono magnificamente bravi, ma anch’essi – come dovrebbe sempre essere – strumenti che il Maestro suona alla sua bisogna. Al Pacino è il malavitoso che sogna invano di sfuggire al proprio destino; Sean Penn è l’avvocato corrotto, omuncolo schiavo della propria viltà e della propria ignavia prima ancora che dell’alcol e della coca; Penelope Ann Miller è poi al di là di ogni lode, interprete di un personaggio che sembra ‘clonato’ dai personaggi migliori di Kim Basinger, ma che per intensità ed umanità non solo non la fa rimpiangere, ma addirittura la fa scordare. Assolutissimamente imperdibile.

Venerdì 6 agosto

Fortapàsc (M. Risi, Italia, 2008) 21.00, Sky

Nel 1985, Giancarlo Siani, 26 anni, è un giornalista “abusivo” al Mattino di Napoli, distaccato alla redazione di Torre Annunziata. Per pochi soldi, ma con molto entusiasmo, Siani si guarda intorno e scrive storie ‘sporche’ della sua cittadina: illustri camorristi latitanti che si fanno vedere tranquillamente in giro, nuovi boss emergenti, politici corrotti e collusi eccetera. La Napoli in cui vive è quella del dopo terremoto, dei ghiotti appalti della ricostruzione da spartire, del PSI rampante, delle tangenti. È inutile che il suo caporedattore un giorno sì e uno anche gli ricordi che lui è solo un cronista e che di quello si deve occupare. Niente da fare. Siani continua, scava, risale piramidi di complicità, e comincia a farsi parecchi nemici. Non lo fa per eroismo, né per missione. Semplicemente, “è il mio lavoro”, come dice ad un gruppo di studenti che lo incontrano all’Università, ed è una frase che fa rabbrividire per la sue semplicità: ‘la banalità del bene’, verrebbe da dire. Attorno a lui, Torre, cioè Fortapasc, come la definisce in un articolo: il fortino assediato dalla camorra, l’unico potere reale, di fronte ad uno stato imbelle o “marcio in gran parte”. Siani attraversa quotidianamente le linee con la beata incoscienza della sua splendida giovinezza, agognando il posto fisso in redazione – bisogna pur campare – e cercando di rimettere insieme i cocci di un amore, ma senza mai rinunciare a fare ciò che sente, si potrebbe dire inconsciamente, come un dovere. Viene ammazzato, naturalmente, e come ci dice il regista alla fine, ci vorranno dodici anni e due pentiti, perché venga fatto il nome dei suoi assassini: ma la bellissima follia dei suoi ventisei anni non ce la restituirà più nessuno. Risi scrive un film stupendo, semplice e vero, antiretorico e commovente, come il vero cinema è, quando è cinema davvero, un film che non sfigura assolutamente accanto al suo più celebre collega, il bellissimo Gomorra di Matteo Garrone, uscito nelle sale due soli mesi dopo. Un film, Fortapasc, costruito, del resto come il film di Garrone, con ingredienti di primissima qualità. Una sceneggiatura raffinata, che evita come la peste melodrammi e sceneggiate, ma che non si tira indietro quando deve raccontare, con forza e spietatezza, la corruzione e il sangue. Una recitazione, per dire solo quella del giovane Libero De Rienzo, semplicemente perfetta, che mette in scena uno davvero qualunque, uno di noi. Non un anti-eroe, ma veramente un non eroe, uno ‘normale’, come dovrebbero essere virtù ‘normali’ onestà e dignità in un Paese che non fosse stato corrotto e prostituito prima di tutto dai suoi dirigenti. Si è parlato poco, di questo film, e lo si è visto anche meno, e ciò non deve stupire, se, chissà come mai, Gomorra non è stato candidato all’Oscar, e se, parecchi anni prima, era stata cancellata La Piovra, la miglior produzione della tv italiana del dopoguerra, con la motivazione che è ora di smetterla di raccontare sempre le porcherie del nostro Paese: mostriamo un po’ di tette e culi, che fanno sempre allegria. Non faccio retorica se dico che è l’apparire, ogni tanto, di persone come Giancarlo Siani – e il realizzarsi di film come questo – a farci sopportare di vivere in questo Paese, e a non farci vergognare troppo di essere italiani. Anche se la bella faccia di un ragazzo è un prezzo troppo alto da pagare, perfino per riscattare la dignità di una nazione.

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