Pubblicato da: giulianolapostata | 22 luglio 2010

Multivisioni – 24 luglio 2010

Sabato 24 luglio

Il villaggio dei dannati (J. Carpenter, USA, 1995) 03.20, Italia1

Uno dei peggiori film di Carpenter. Una misteriosa entità aliena ingravida tutte le donne di un villaggio, da cui nasceranno bambini ‘ariani’ dotati di eccezionali poteri atti a distruggere l’umanità. Balordo e noioso, quando addirittura non ridicolo. Solo per cultori (provaci ancora, Carpenter!).

The life of David Gale (A. Parker, USA/GB/Germania, 2003) 16.45, DT

 Film inutile, piatto e noioso, e soprattutto NON un film contro la pena di morte. E’, invece, l’ennesima ‘saga’ sull’eroico giornalista americano che scopre un ingiustizia e in 24, 48 0 36 ore – dipende dal tipo di film – la risolve, smascherando i cattivi e premiando i buoni. Storia già vista, infinite volte, con esiti in passato anche buoni – L’ultima minaccia (R. Brooks,1952), ad esempio – ma che oggi stanca in modo asfissiante: grazie, abbiamo già dato (quando abbiamo sopportato il noioso tonfo di Clint Eastwood nell’analogo Fino a prova contraria: qui le ore erano 12, wow!). Vien da chiedersi perché in America non eliminano il sistema giudiziario e non ne trasferiscono le competenze all’ordine dei giornalisti … A parte questo, il film è solo una storia strampalata, che non riesce nemmeno ad essere sentimentale – nonostante le dosi di melassa abbondantemente versate – e che procede stancamente verso una conclusione tanto improbabile quanto attesa, per poter finalmente andare a letto. Kevin Spacey, che ritengo uno dei più sensibili attori viventi, tenta di fare del suo meglio, profondendo come al solito poesia ed umanità a piene mani, ma si capisce che anche lui sente la fragilità e l’improbabilità del ghiaccio su cui sta camminando. Quanto alla pena di morte – ah già: sembra che il film parli di quello – passeranno anni, se non decenni, prima che su quell’argomento si faccia un film così spaventosamente bello, umano e disperato come Monster’s Ball: rivedetelo, per rifarvi la bocca.

Tandem (P. Leconte, Francia, 1987) 19.05, DT

Patrice Leconte e Jean Rochefort, ovvero della solitudine. In questo delicatissimo capolavoro Leconte ci racconta l’ennesima parabola del suo percorso nella sofferenza dell’isolamento degli individui. Anche se apparentemente immersi in turbinose relazioni – qui il protagonista è Michel Mortez, conduttore di un quiz di piazza, come la nostra Zingara, che ogni giorno si sposta da un paese all’altro della provincia francese – in realtà muri invisibili li separano dal loro prossimo. Muri che qualcuno erige e mantiene coscientemente: come la cameriera che dice: ‘Preferisco le relazioni di una notte, perché così so che il giorno dopo non li devo rivedere’; o come i vacanzieri, che stolidamente montano i loro tavoli da picnic sul ciglio della strada, insensibili – perché indifferenti – al rumore, alla polvere, agli altri. Ma per molti queste pareti sembrano scherzi atroci dell’esistenza, violenze gratuite della vita, e cercano di abbatterli con ogni mezzo. Così Michel Mortez, che intreccia amicizie sciocche e superficiali di poche ore, che si inventa un travolgente ma inesistente amore, che, soprattutto, si lega di un amicizia e di un affetto rudi ma intimissimi col suo aiutante (un dolcissimo Gérard Jugnot), e sa che “questa è una buona cosa”; così appunto il suo partner, appunto, aiutante ma anche e soprattutto amico, figlio, fratello minore del suo strano padrone, che assiste affettuosamente, pudico davanti alle sue debolezze; così il vecchio portiere d’albergo, che ciancia di un mitico passato di guerra e di eroismo, nel quale soltanto vede un’immagine di se stesso, e che poi si offre per un gesto che è sì umiliante, ma che esprime un atroce bisogno di comunicazione e d’amore. L’indifferente stupidità della vita spezzerà ed interromperà il sodalizio tra Mortez e il suo aiutante, ma sarà per poco. Si ritroveranno, ancora soli e ancora giullari, ma ancora uniti ed amici, e ripartiranno per un altro viaggio in mezzo alla folla, cioè in mezzo al nulla, ricchi solo dell’affetto che miracolosamente li lega e di una macchina nuova, sfavillante giocattolo per ingannare l’inutilità dell’esistenza. Dopo Il marito della parrucchiera, La ragazza sul ponte e L’uomo del treno, Leconte scrive con questo film un altro capitolo del suo poema sulla solitudine, colmo di dolentissima pietas; e lo fa, ancora una volta, grazie al ‘suo’ Jean Rochefort, uno di quei pochissimi attori – mi viene in mente solo l’immenso Alain Cuny – che nei tratti del volto e nello sguardo – fermo, malinconico e dolce – portano i segni della fatica del vivere. Ma vale la pena di vivere, per veder film come questi.

Watchmen (Z. Snyder, USA/GB/Canada, 2009) 22.55, Sky

Purtroppo, questa volta a Zack Snyder non è riuscito il bis di Trecento (2006), il capolavoro eroico e visionario che ci commosse i cuori e deliziò la vista. Watchmen è una delusione ed un fallimento, tanto più spiacevoli perché la mano da maestro di Snyder è riconoscibile ovunque, nella storia – una graphic novel, come l’altra volta – come nelle splendide immagini. Raccontiamolo un po’. Siamo nel 1985. Il Presidente Nixon, modificando la Costituzione, si è fatto rieleggere per la quinta volta, ma la sua presidenza è sotto una terribile spada di Damocle. I contrasti coi Sovietici (ci sono ancora) sono durissimi, e la guerra atomica è solo questione di settimane: gli scienziati hanno appena spostato a meno cinque minuti le lancette dell’Orologio dell’Apocalisse, e quando arriveranno a mezzanotte sarà la fine dell’umanità. Gli Watchmen, supereroi mascherati che negli ultimi anni hanno violentemente amministrato la giustizia nelle strade, sono quasi scomparsi. Il nume del mondo intero è il dottor Manhattan, uno scienziato che un esperimento nucleare ha trasformato in una specie di semidio potentissimo ed immortale. Riuscirà a fermare le testate sovietiche? Riuscirà a trovare la fonte di energia pulita per tutti che sventi addirittura la guerra? Nonostante gli agganci alla realtà contemporanea siano numerosissimi e volutamente seminati, essi tuttavia rimangono sterili tentativi, che abortiscono in una storia confusa e – oltretutto – estenuantemente lunga (quasi tre ore) e mortalmente noiosa. Poco per volta, il racconto si avvolge su se stesso – senza ‘spiegazioni’, senza simbolismi leggibili che lo giustifichino in alcun modo – e si perde in storie individuali che dovrebbero finalmente dare un senso al tutto, e che invece non fanno altro che confondere definitivamente lo spettatore. Le riflessioni filosofiche diventano filosofemi da fumetto – appunto! – e il film lascia delusi ed irritati per tanta intelligenza buttata via e per l’occasione sprecata. Davvero un peccato.

Domenica 25 luglio

La vie en rose (O. Dahan, Francia/GB/Repubblica Ceca, 2007)) 23.05, DT

Premesso, a livello assolutamente personale, che: a) non ho mai amato molto i biopic (sono ben pochi gli artisti che abbiano davvero fatto della loro vita un’opera d’arte, come direbbe Oscar Wilde) e b) che comunque penso che ci siano cose più importanti di cui occuparsi della vita di Edith Piaf, detto ciò, questo film è un inutile fotoromanzo di lusso che si consuma senza rimpianti dans l’espace de deux heures, parafrasando François de Malherbe. Grottesca ed incomprensibile la recitazione di Marion Cotillard. Difficile reggere fino alla fine.

The burning plain (G. Arriaga, USA, 2009) 21.00, DT

Il divorzio artistico consumatosi tra Alejandro González Iñárritu e il suo sceneggiatore ‘storico’ Guillermo Arriaga aveva gettato nello sconforto tutti gli estimatori del cinema di alta qualità. Prima infatti di andarsene sbattendo la porta, Arriaga aveva dato alla coppia tre film tra i più belli e intensi che si siano visti negli ultimi dieci anni: Amores perros (2000), 21 grammi (2003) e Babel (2006), la famosa ‘trilogia dell’incomunicabilità’. Stanco di vedere le sue magnifiche storie illustrate da altri, Arriaga, come abbiamo detto, ha rotto il sodalizio piuttosto bruscamente ed ha esordito nella regia con un film tutto suo, di cui finalmente firma anche la regia, e che è, ancora una volta, un film davvero speciale. Più che l’incomunicabilità, qui il tema sembra essere una sua ‘variante’, cioè la solitudine. Sono tutti soli, infatti, i personaggi di questa storia – anzi: sole, perché è soprattutto una storia di donne, questa – e tutti cercano disperatamente una via d’uscita. Gina, sposata con quattro figli, ha perduto il seno sinistro per un cancro, e con esso ha perduto anche la confidenza col proprio corpo. Anche il marito non riesce più a desiderarla. Ma lei ha un segreto: un altro amore, un uomo che la desidera così com’è, con la sua sofferenza e la sua fragilità. In questa sua relazione, Gina viene spiata dalla figlia adolescente Mariana, e dopo che lei e l’amante moriranno in uno spaventoso incidente, Mariana avrà una storia proprio col figlio di lui. Molto lontano, Silvia lavora in un ristorante di lusso. Passa convulsamente da un uomo all’altro, cercando assurdamente qualcuno che per magia le offra un’esistenza ‘diversa’, ‘altrove’, e ferisce il suo stesso corpo, quasi a punirlo di una colpa oscura. E la giovanissima Maria vede il proprio padre schiantarsi al suolo col suo piccolo aereo da turismo. Ancora una volta, à la Arriaga, vedremo come tutti questi destini siano intrecciati, esploreremo tutte queste strade di solitudine, da dove sono iniziate sino alla loro conclusione, scoprendo nuovamente quanto fragile e solo sia l’essere umano, e quanto immensamente difficile sia riuscire a comunicare, a gettare ponti, a chiedere aiuto. Un bel film, davvero, al cui regista forse manca ancora un po’ di mestiere. Abituati com’eravamo all’eleganza e all’armonia della scrittura di Inarritu, qui si avverte a volte una certa qual ‘rozzezza’ narrativa ed una certa meccanicità costruttiva. Ma si farà, ne siamo certi. Comunque, ogni riserva viene superata di fronte alle performances degli attori, semplicemente prodigiosi. Charlize Theron è Silvia, un animale disperato in fuga da se stesso; Kim Basinger è Gina, delicata e trepida, bisognosa d’amore; Tessa Ia è l’adolescente Maria, davvero bravissima, che aspettiamo in prove più mature.

Catwoman (Pitof, USA, 2004) 18.25, DT

Geniale, immaginifico, visionario Pitof. Chi, come me, l’aveva scoperto ed amato con lo splendido Vidocq (2001), non potrà che gridare al miracolo con questo capolavoro, che è sì una trasposizione cinematografica del personaggio di Bob Kane, ma è soprattutto un sua creatura, uscita dalle medesime viscere sulfuree che avevano partorito anche il precedente. Ritroviamo qui, forti della sicurezza di tre anni di mestiere e dell’accresciuta perizia dei responsabili degli effetti speciali, i medesimi deliri coloristici del precedente, talmente ‘forti’ che sembrano uscire dalla schermo, esaltano ed entusiasmano (la partita a basket tra Patience e Tom); ritroviamo le stesse notti cupe, disperate, malinconiche (il corpo di Patience disteso sulle rocce, Catwoman che cammina sui tetti contro la luna piena); ritroviamo il senso del mistero e della magia, ammaliante e assolutamente coinvolgente. Come in Vidocq, anche qui sono, con tutta evidenza, innumerevoli le inquadrature manipolate in post produzione, ma questa tecnica, lungi dal creare fastidio ed artificiosità, è invece servita a creare una favola densissima e dark, degna del miglior Tim Burton. Quanto ad Halle Berry, questa è forse la sua consacrazione. Chi credeva ancora che fosse solo la strafiga che mostra le tette in Codice Swordfish (2001), probabilmente non aveva visto quel capolavoro tragico e dolcissimo che è Monster’s Ball (Marc Fosters, USA, 2002). Qui, una volta per tutte, è una grandissima attrice, e basterebbe, a dimostrarlo, la prima parte del film, con la sua deliziosa interpretazione – spessissimo volutamente sopra le righe – dell’impiegata goffa ed umiliata. Si era poi parlato di una sua sensualità eccessiva, ‘estranea’ alla storia: non ve n’è neppure l’ombra. Tutto il suo impegno, qui, è profuso ad esprimere una sensualità animale – dopo la ‘resurrezione’ operata dal gatto Midnight – che è autentica, vera, ‘necessaria’: il suo corpo è diventato – e si muove come – quello di una donna-gatto, e lei ce lo fa capire al massimo grado, tutto qui. Non sfigura, accanto a lei, il bravissimo Benjamin Bratt, sobrio ma intenso, scanzonato ma sensibile. Come pure, perfetti nel loro ruolo di ‘figurine dei cattivi’, sono Sharon Stone e Lambert Wilson; e una menzione deve andare anche alla eterea ‘gattara’ interpretata dalla brava Ophelia Powers. Insomma, due ore di puro piacere: visivo, dinamico e fantastico. Quando Catwoman se ne va scomparendo sui tetti, in compagnia di Midnight, ci lascia colmi di fantastica ammirazione, di malinconia, e di desiderio di un sequel, che non potrà assolutamente farsi attendere. Dopo, ma solo in ordine cronologico, i Batman di Tim Burton, certo il miglior film tratto da un fumetto che mai si sia visto.

Frantic (R. Polanski, USA, 1988) 21.00, DT

Due medici americani si recano a Parigi per un congresso, lei sparisce, lui si mette a cercarla. Probabilmente il film più mortalmente noioso di Polanski, semplicemente micidiale. Del resto, a parte pochissimi titoli, tutto il cinema di Polanski è assurdamente sopravvalutato.

L’ultimo dei Mohicani (M. Mann, USA, 1992) 21.15, DT

Nella guerra che, nella seconda metà del Settecento, oppose Inglesi e Francesi nell’America del Nord, vennero coinvolte anche le locali tribù indiane, con esiti per loro tragici. Dal bellissimo romanzo di J. Fenimore Cooper (1826) un film solenne e sontuoso, nostalgico e puro. Assolutamente mirabile il senso coreografico di Mann, qui e sempre grandissimo Maestro, che ‘orchestra’ le due imboscate come due balletti. Rigorosi e commoventi i contenuti antropologici e, per le fanciulle, Daniel Day-Lewis mai così bello. Assolutissimamente imperdibile.

Lunedì 26 luglio

L’ultima eclissi (T. Hackford, USA, 1995) 17.00, DT

Da un buon romanzo di Stephen King, un film ben fatto e vedibile, sulla devastazione provocata, nella vita di una donna, dalle molestie sessuali subite dal padre durante l’adolescenza. Non è da buttar via.

Stand by me (R. Reiner, USA, 1986) 19.40, Sky

Quattro ragazzini partono per un viaggio lungo il fiume. Hanno sentito dire che, qualche chilometro a valle è incagliato il cadavere di un loro amico annegato, e vogliono provare il brivido della morte, ma invece l’avventura si trasformerà in un viaggio di formazione, una poeticissima, dolente ed immensamente struggente meditazione sul passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Capolavoro poetico e di introspezione, e rara occasione per godere della presenza di Richard Dreyfuss, attore grandissimo e misconosciuto: per apprezzarne la raffinatissima sensibilità, guardate l’ultima scena, completamente ‘muta’, a parte la voce narrante. Assolutissimamente imperdibile.

Il tredicesimo piano (J. Rusnak, USA/Germania, 1999) 22.45, Sky

Al tredicesimo piano di un immobile della Los Angeles di oggi, qualcuno ha creato un universo virtuale ambientato in quella degli anni Trenta, i cui abitanti credono di essere ‘vivi’ e autonomi. Bello, misterioso, figurativamente affascinante: e comunque sempre meglio di quella puttanata pseudofilosofica crash-bang di Matrix. Provare per credere.

Confidenze troppo intime (P. Leconte, Francia, 2004) 23.20, Italia1

Una deliziosa Sandrine Bonnaire, in cerca di un analista, entra per errore nello studio di un fiscalista, il sensibilissimo Fabrice Luchini: entrambi si racconteranno l’infelicità e i desideri di tutta una vita. Apparentemente – ma solo apparentemente! – meno intenso dei suoi film precedenti, CTI è un’altra delicatissima riflessione di Leconte, poeta e filosofo dell’amore e della solitudine. Ancora una volta, l’amore e la coppia sono un disperato miracolo, che fortuitamente ci passa accanto nella nostra panica solitudine, e che ci è dato di afferrare solo ed esclusivamente per caso. Assolutissimamente imperdibile.

Martedì 27 luglio

Transformers 2 (M. Bay, USA, 2008) 21.00, Sky

Peccato, peccato davvero. Perché il primo – lo scrissi nella mia recensione e ne sono ancora convintissimo – era delizioso. Nulla di intellettuale, certo: ma divertente, ironico, appassionante; intessuto di emozioni semplici e primordiali e proprio per questo di im-mediata fruizione; epico, perfino, come tutte le narrazioni autenticamente ‘popolari’. Insomma, un gran giocattolone colorato con cui tutti, adulti e bambini, poterono divertirsi senza rimorsi e senza problemi. Ma è difficile che la magia riesca per la seconda volta, e stavolta a Bay è andata buca, per tutta una serie di ragioni che sullo schermo appaiono abbastanza evidenti. Due anni sono passati, infatti: nessuno dei protagonisti è più lo stesso di allora, tutti vogliono far vedere di esser diventati grandi, e bravi davvero. A cominciare dalla Industrial Light and Magic, autrice degli effetti speciali, i cui risultati, tecnicamente parlando, sono davvero stupefacenti, superiori perfino alla già eccezionale performance del primo. A seguire con Megan Fox, che non per nulla, nel frattempo, si è guadagnata il titolo di donna più sexy del mondo, e, sia pure in un film “per tutti”, fa di tutto per farcelo capire. Forse solo Shia Labeouf rimane se stesso, e non pretende di trasformare (ahi!) un fumetto in recitazione. Così, in questa adunata di primi della classe, in cui tutti sgomitano per farsi vedere, il film va a farsi friggere, e con lui ogni pretesa – se mai c’era stata: a questo punto vien da chiederselo – di ‘raccontare’ una storia. Per due ore e passa – che spesso non passano mai – vediamo solo enormi cumuli di rottami metallici che si scontrano rumorosissimamente, in lunghissime scene assolutamente fine a se stesse, tanto che spesso è perfino difficile sceverare dal gran casino chi sta combattendo con chi: e in una storia come questa, se non ti resta almeno una chiara distinzione tra ‘buoni’ e ‘cattivi’, allora, amico, sei fregato alla grande. Qualche citazioncella qua e là – Terminator, Conan – si disperde casualmente in un mare di confusione e di eccessi senza sostanza. Non ci rimangono, appunto, che le grazie della bella Megan, che – è evidente – presto ammireremo più ampiamente in film ‘per grandi’. Ma attenzione, perché la bellissima esordiente Isabel Lucas (nessuna parentela, nessun nepotismo!), nei venti minuti in cui è sulla scena, ce la fa dimenticare completamente: erotica e sensuale, (ma non era un film “per tutti”?), promette faville anche lei nelle sue prossime apparizioni. Piacevole, certo: ma non è un po’ poco vedere un film?

Mercoledì 28 luglio

21 grammi (A.G. Inàrritu, USA, 2003) 21.10, DT

Film di grandissima eleganza, e di profondissimo dolore esistenziale, VG è un capolavoro di bellezza e di intelligente riflessione. La storia è quella di tre persone in cui destini sono casualmente – ma intimamente e tragicamente – legati da un incidente stradale. Ognuno dei tre, per mezzo degli altri due e con gli altri due, segue un suo percorso di ricerca del senso dell’esistenza, che non per tutti troverà una conclusione ‘positiva’. Benicio del Toro – intensissimo, veramente incredibile, dopo numerose prove superficiali e mediocri – dopo aver cercato se stesso in Dio, nel carcere e nella solitudine, ritroverà un rifugio. Naomi Watts – strepitosa, tragica, umanissima – avrà dalla vita una ‘sorpresa’ che non aveva messo in conto, e con cui dovrà confrontarsi, se ne sarà in grado. Sean Penn – senza ombra di dubbio, ormai uno dei più grandi attori viventi, a livello di Al Pacino e Robert De Niro – concluderà senza soluzione la sua ricerca. Non è tanto pessimismo, quello di VG, quanto pura e semplice convinzione di un’assoluta assenza di senso e di speranza. Anche quando, appunto, Naomi Watts apprende cos’è cambiato in lei, non si tratta di una ‘soluzione’, di una via d’uscita che il film ci offre, quanto di un caso, un accidente, in una vita che continua ad apparire priva di senso: è successo così, ma avrebbe potuto accadere altrimenti, e chissà come andrà poi. Il particolarissimo montaggio, lungi dall’essere di difficile lettura, o peggio ancora, come qualcuno ha detto, volutamente ed inutilmente ‘intellettuale’, ha invece la funzione di rendere percepibile l’estremo intrecciarsi e coinvolgersi di queste esistenze. Film estremamente raffinato, non solo intellettualmente ma anche visivamente – splendida la sua fotografia a volte sporca, che par voglia farci avvertire la fragilità di quelle esistenze – VG è quasi un opera prima, dopo Amores Perros, cui seguiranno, come ora sappiamo, altri capolavori.

The Hurt Locker (K. Bigelow, USA, 2008) Oscar 2010 per il miglior film, per il miglior regista, per la miglior sceneggiatura originale, per il miglior montaggio, per il miglior sonoro, per il miglior montaggio sonoro 17.10, Sky

La follia della guerra: un’azione dopo l’altra, tutte uguali, tutte diverse, tutte con le stesse probabilità di restarci o di farcela. La disperazione della guerra, quando proprio di questo ci si rende conto, ed allora si comincia a rimuginarlo dentro, come un indigeribile nodo di pelo nello stomaco che ti brucia dentro e ti avvelena ogni altro pensiero, senza che un improbabile psicologo militare possa farci niente. La bellezza – ebbene sì: la bellezza – della guerra, quando riesci a ‘mettere da parte’ tutto: il sangue, i corpi fatti a pezzi, gli amici morti, la gente innocente ammazzata davanti a te, il sudore, il sangue, e rimani solo tu e lei, tu e la scommessa – ‘Ce la faccio anche questa volta o adesso tocca a me?’ – tu e il sole che sorge e tramonta: un altro giorno da passare, un altro giorno passato. Così è per il sergente William James, volontario in Irak in una EOD, unità per la dismissione di esplosivi. Gli artificieri, insomma, gli sminatori, quelli che non combattono quasi mai in campo aperto, ma camminano per le strade, entrano nelle case abbandonate, e tutto, proprio tutto, può nascondere una bomba: un sacco di spazzatura, una macchina parcheggiata male, un avvallamento nella strada, anche il corpo di un bambino. James ‘non sa perché lo fa’, lui ‘non ci pensa’. Non è un macho violento, anzi è fondamentalmente mite, ed anche gentile. Non è il folle marine di Full Metal Jacket col suo fucile e il suo cazzo: “Con questo chiavi, con questo uccidi”. E’ solo un uomo cui è rimasta ‘una sola cosa da amare’: appunto ‘quella’. Nulla esprime l’alienazione – ma meglio sarebbe parlare di vera e propria estraneità – di James alla vita reale, anzi alla vita in sé, del suo atteggiamento attonito, imbarazzato, quasi timido di fronte ad un intero muro di cereali per la colazione, in un supermercato, durante una licenza. Semplicemente, quello non è il suo mondo, e James riparte subito per un altro giro. Bigelow costruisce un film netto e chiaro, dalla tensione letteralmente insostenibile, anche per lo spettatore. Un film non ‘moralistico’, ma che lascia parlare le cose, un film che non racconta, ma ‘mostra’: non per niente lo sceneggiatore è Mark Boal, lo stesso autore del bellissimo “Nella valle di Elah” di P. Haggis (2007). Una notevole parte del merito di questo film doloroso e bellissimo va anche all’interprete principale, Jeremy Renner, che dà vita ad un uomo ‘distratto’, di cui non saprai mai se tenga tutti i suoi fantasmi chiusi a chiave in una stanza dell’anima o se proprio, dentro di lui, l’anima davvero non ci sia più. Un vero capolavoro, che ha pienamente meritato, uno per uno, i suoi sei Oscar, togliendoli a quella ridicola fuffa di Avatar (oltretutto opera – lo sapevate, vero?! – dell’ex marito della Bigelow!). Assolutamente imperdibile.

Blob (I. S. Yeaworth Jr., USA, 1958) 21.00, Sky

La ‘solita’ fantascienza americana degli anni Cinquanta: fatta con quattro soldi, con trucchetti che oggi fanno ridere, ma che sotto il vestito misero nasconde sempre il genio. In questo film celebratissimo e citatissimo, ma in realtà non molto visto, ancora una volta il Mostro arriva da ‘fuori’. Ancora una volta, il Mostro è il Comunismo, che viene a minacciare la pace e la semplicità del Sogno Americano. Forse mai il terrore della spersonalizzazione comunista è stato esemplificato con tanta ingenua chiarezza come in questa goccia di fluido che incorpora ed annulla in sé tutti gli esseri umani con cui viene a contatto. Puro genio, lo ripeto. Noi, per capirci, in quegli anni facevamo Poveri ma belli (D. Risi, 1956). Roba da spararsi nelle balle. Assolutamente imperdibile.

Mussolini ultimo atto (C. Lizzani, Italia, 1974) 22.50, Sky

Anche se Lizzani ha fatto molto di meglio, comunque riveste sempre un certo interesse storico questo film, che racconta gli ultimi cinque giorni della vita di Mussolini, prima dell’esecuzione per mano dei partigiani.

Giovedì 29 luglio

Fight Club (D. Fincher, USA, 1999) 21.00, DT

A disagio nel consumismo individualista americano, un giovane yuppie cerca emozioni nei gruppi di autoterapia. Le troverà nei Fight Club, gruppi clandestini dove ci si picchia a mani nude per recuperare le sensazioni primigenie, la ‘verità’, la primitività contro una società che annulla ed appiattisce. La ‘soluzione finale’ è una delle proposte più intelligenti, eversive ed anarchiche che il cinema americano ci abbia mai dato. Scrive Ciak (luglio 2010): “Un pugno in faccia al consumismo firmato David Fincher e Chuk Palaniuk, un calcio in culo al conformismo, al sogno americano, all’illusione della vita perfetta e “alla pubblicità che ci fa inseguire le auto e i vestiti, fare lavori che odiamo per comprare cazzate che non ci servono. Perché le cose che possiedi, alla fine ti possiedono”. Capolavoro ‘nascosto’ del regista di Alien3 e soprattutto del bellissimo Seven, assolutissimamente imperdibile.

Giulio Cesare (J.L. Mankiewicz, USA, 1953) 23.05, DT

Superba riduzione cinematografica da Shakespeare, sublime interpretazione del grandissimo Marlon Brando. Capolavoro è un termine riduttivo. Assolutissimamente imperdibile.

District 9 (N. Blomkamp, USA, 2009) 21.00, Sky

Ancora una volta, l’ennesima, è la fantascienza a raccontarci le nostre paure, oltre che i nostri sogni, a dirci/farci dire la verità, e se anche qui non siamo all’altezza – stilisticamente parlando – dell’angosciosa perfezione di Cloverfield (M. Reeves, USA, 2008), tuttavia quello che abbiamo davanti è un ottimo, veramente ottimo film, che alcuni difetti di scrittura non riescono ad affondare. Possiamo cominciare da quelli, così ci leviamo il pensiero. Troppo fracasso, intanto: troppo spesso, le sparatorie e i crash sembrano essere fine a se stessi, nel solco di una SF tanto rumorosa quanto vuota (Transformers) ed è evidente che il buon Blompkamp si è fatto prendere la mano (ma è giovane ed esordiente, e si farà: dategli tempo. Per esempio, si parla già di un sequel …). Inoltre, ma davvero a Johannesburg l’unico insulto che conoscono è ‘vaffanculo’? Ci sono sequenze di 5/10 secondi che sono pavimentate esclusivamente di ‘vaffanculo’ a raffica. Veramente lì non sanno dirsi altro? Che so: un ‘testa di cazzo’, un ‘bastardo’, un ‘figlio di puttana’? Magari romperebbe la monotonia. Detto ciò, è ben altro quello che il film racconta di quella città, che non moltissimi anni fa ebbe un Distretto 6, quello in cui veniva confinata la razza inferiore locale, i ‘negri’. Oggi il numero è capovolto, e il turno è cambiato. La razza inferiore sono i Prawns (“Gamberoni”), alieni simili a crostacei che sono scesi da un’immensa astronave planata ormai da vent’anni sul cielo della città, e che da lì non è più riuscita a ripartire. Ammalati, indeboliti, senza risorse, i Gamberoni vengono rinchiusi in un’immensa baraccopoli, un ghetto isolato dal quale non possono uscire, né possono mescolarsi in qualsiasi modo con gli umani (né questi possono aver contatti con loro, di nessun tipo: ecco l’anatema della “prostituzione interrazziale”): l’esperienza dell’apartheid ha pur insegnato qualcosa. Su di loro si scatena la gamma infinita del razzismo, declinato in tutte le forme possibili. Le ‘ronde’ che danno loro la caccia (troppo, troppo facile davvero: Blompkamp deve aver letto i giornali, e il film se l’è trovato già scritto davanti). Gli imbecilli che li bruciano per divertimento (“Adoro vedere i gamberoni morire!”). Il governo che vuole ‘integrarli’ e per far ciò costruisce strutture concentrazionario-militari. Gli emarginati di ieri che diventano gli oppressori e gli sfruttatori di oggi: c’è sempre qualcuno ‘più inferiore’ di te, basta cercare. La gente ‘per bene’ che non li vuole, non sa perché ma non li vuole (“Se ne devono andare, non so dove, ma via di qua”) e che per riavere la sua città ‘pulita’ delega il mantenimento dell’ordine ad una multinazionale fascistoide, salvo poi accorgersi in ritardo che il cambio non è stato molto conveniente (“Nessuno usciva più, la sera, era troppo pericoloso, c’era troppa polizia in giro”), disposta comunque a chiudere gli occhi sui laboratori paranazisti dove la razza inferiore viene fatta a pezzi e studiata, per carpirne non si sa quali segreti (l’ho detto: sembra perfino troppo facile. Noi non li facciamo a pezzi, dite? È vero, però … mai sentito parlare di traffico clandestino di organi?). Pian piano, la ‘umanità’, questo ‘valore’ che ci differenzia e ci rende superiore agli ‘alieni’ (“Se non ci stiamo attenti, poco per volta ci stacchiamo dalla nostra umanità, ed è quando stiamo davvero per perderla che ci rendiamo conto di quanto essa sia preziosa”, L’invasione degli ultracorpi, D. Siegel, 1958: tragica ironia di una SF che identificava l’alieno col ‘comunista’, non avendo ancora scoperto il messicano o l’ivoriano) pare trasferirsi dagli esseri umani ai gamberoni, e quando finalmente riusciamo/abbiamo il coraggio di guardarli in faccia, scopriamo in loro due occhi ‘come i nostri’, colmi di uno straziante dolore e di un’immensa nostalgia per la “casa”. C’è dunque un solo modo per ‘capirli’: mescolarsi a loro, diventare ‘come loro’, e Wikus van der Merwe, sciocco ma innocente impiegato di quella multinazionale si troverà a vivere fino in fondo questa esperienza. Scoprirà, ma tramite suo scopriremo tutti, quando lo vedremo seduto nella spazzatura ad intrecciare fiori di metallo, che la ‘umanità’ non ha colore di pelle, né, a questo punto, di scaglie cornee. Banale? Retorico? Ma sono la quotidianità, la realtà, ad averci condotto a queste riflessioni. Il punto è che la nostra ‘cultura’ e i nostri ‘valori’ si sono talmente ‘disumanizzati’ che scoprirlo può perfino, sul momento, impedirci di riconoscere noi stessi. SF? Horror? Mockumentary? Tutte queste cose insieme, per un film quasi geniale, ‘sfacciato’ e ‘intollerabile’, meravigliosamente contemporaneo, assolutamente imperdibile.

Mignon è partita (F. Archibugi, Italia/Francia, 1988) 21.00, Sky

Fragilissima ed inconsistente storiellina sentimentale sui primi turbamenti amorosi di un adolescente romano che ospita la cuginetta parigina. Tipico esempio di cinema italiano onanistico. Una segolina semplicemente detestabile. A suo tempo, qualcuno lo ribattezzò ‘Mignotta è partita’ …

Venerdì 30 luglio

 Spartacus (S. Kubrick, USA, 1960) 21.15, DT

Dal bellissimo romanzo omonimo di H. Fast (assolutamente da rileggere), la vicenda dello schiavo ribelle che, nel 73 a.C. capitanò una rivolta di schiavi, riuscendo ad organizzare una massa informe sino a darle vigore ed ideali, e a permetterle di sconfiggere le legioni romane. In fuga verso il sud, con l’obiettivo di passare in Asia Minore, l’esercito di Spartacus venne tradito e dovette nuovamente affrontare i Romani, che questa volta vinsero, e si vendicarono atrocemente: seimila schiavi vennero crocifissi sulla via da Roma a Capua, come monito ai loro confratelli. La sceneggiatura è di Dalton Trumbo, che non poté firmarla a causa del terrore maccartista, gli attori sono C. Laughton, L. Olivier, P. Ustinov. K. Douglas … non vi basta?!

Tutti i battiti del mio cuore (J. Audiard, Francia, 2005) 17.00, DT

 Anche se non allo stesso livello del precedente e bellissimo Sulle mie labbra, pure Audiard ci regala un film comunque profondo e delicato, un’altra indagine sull’animo umano, i suoi meandri e i mali che l’affliggono. Thomas è un giovane parigino. Suo padre traffica in immobili abbandonati: compra, rivende. Se, come accade spesso, gli appartamenti vengono occupati da immigrati, ogni mezzo è buono per farli sloggiare: intimidazioni, botte, ogni sorta di nefandezze. Ma ormai sta invecchiando, e Thomas gestisce l’attività al suo posto. Il suo rapporto con lui è complesso: da un lato ne è complice e perfino succube, dall’altro prova pietà e affetto per quest’uomo alla fine della sua strada, e cerca di aiutarlo e proteggerlo dai pericoli che quella vita borderline comporta. E tuttavia – pare dirsi inconsciamente – quella non potrà essere anche la sua, di vita. Trascinato da questa esistenza quasi inconsapevolmente, un giorno, per caso, Thomas riprende contatto col mondo della madre morta, celebre musicista, che per molti anni gli aveva fatto studiare il piano. Prenota un provino presso un critico musicale, e per prepararvisi si prende un’insegnante, una pianista cinese che non parla una parola di francese. Unico tramite tra loro due è la musica, i suoi tempi, i suoi ritmi ed anche i suoi silenzi. Poco per volta, in questo ‘percorso di formazione’, Thomas ritrova se stesso, costretto com’è a controllare il disordine del suo animo e della sua vita a fronte delle esigenze imprescindibili della musica. Assisterà alla morte del padre, a causa di un affare troppo losco, di cui lui stesso rischierà di rimanere vittima, ma alla fine l’armonia risulterà vincente, e riuscirà a restituire alla propria vita quell’ordine esistenziale che non pareva più possibile. Anche se, come ho detto, meno limpido e stringato della sua opera precedente, TBDC è comunque un altro film sulla complessità del cuore umano, sulle difficoltà che le persone hanno sia ad esprimere se stesse che a comunicare con gli altri. Il rapporto con la pianista cinese è insieme paradigma di questa problematica – esemplificata dall’incomunicabilità assoluta, quella della lingua – ma al tempo stesso anche propositivo di una ‘soluzione’: solo in qualcosa di universale e di ‘più grande di noi’ possiamo sperare di trovare lo strumento per corrodere l’isolamento e dare un senso alla vita. Un buon film, che merita senz’altro una visione attenta e meditata.

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