Pubblicato da: giulianolapostata | 16 luglio 2010

Multivisioni – 17 luglio 2010

Sabato 17 luglio

Milano calibro 9 (F. di Leo, Italia, 1972) 21.00, DT

Un gangster milanese esce di galera, ma i suoi complici lo cercano perché lo sospettano di essersi fregato il malloppo. Da Stazione Centrale ammazzare subito, di Giorgio Scerbanenco, un bel film che merita sempre una visione, anche se irriproducibili sono le crude e malinconiche atmosfere del romanzo originale. Un salto in libreria è assolutamente consigliabile: magari dopo aver visto il film.

Zatoichi (T. Kitano, Giappone, 2003) 23.45, DT

E’ la storia del samurai cieco Zatoichi, invincibile, nonostante la sua deformità, e della sua battaglia personale per liberare un villaggio di contadini dalla banda di ladri che lo angaria, profondamente intessuta di continui richiami alla cultura ancestrale giapponese. Le danze delle geishe, coi loro elaborati e raffinatissimi movimenti, il pazzo che gira attorno al villaggio urlando, la disperazione del ronin e il suo rapporto con la moglie, certi personaggi a metà tra il comico e il grottesco, le danze finali e tanti altri momenti, sono tutti ‘messaggi che il grandissimo Kitano ci offre dall’antico Giappone: le atmosfere rarefatte, le elegantissime scene di combattimento con la spada, i ‘balletti’ ritmati dei contadini sul campo e dei carpentieri attorno all’armatura della casa, la bellezza ieratica dei volti femminili, il sapore di un mondo per noi lontanissimo, e forse anche proprio per questo profondamente affascinante.

The Black Dhalia (B. de Palma, USA, 2006) 21.10, DT

De Palma ha fatto il passo più lungo della gamba, cimentandosi con un testo che non solo è uno dei più bei libri del grande scrittore americano James Ellroy – tutto da leggere, lui sì! – ma anche una delle più spietate indagini che la letteratura moderna ci abbia dato del ‘cuore nero’ dell’America. Da un libro dunque bello e intenso – che narra, partendo da un fatto di cronaca vera, l’atroce omicidio irrisolto di una attricetta di Hollywood – De Palma ha tratto un film che è certamente un raffinato esercizio calligrafico sull’America Anni Quaranta, ma dal quale mancano del tutto l’algido disincanto, ma anche la profonda pietà, con cui Ellroy guarda agli orrori che racconta; una chiave narrativa che, invece, si trova pienamente in quel capolavoro che è stato L.A. Confidential, tratto nel 1997 da un altro suo romanzo ad opera delle mani forse meno ‘nobili’, ma certo più abili, di Curtis Hanson. Più che ad un film, a volte par di assistere ad una sfilata di moda rétrò: i cappelli sono sempre perfettamente in forma, quando entra in scena la Johansson con le sue permanenti – peraltro bravissima, la migliore senz’altro, rispetto all’antipatia perfettina e studiata di Hilary Swank – sembra di vedere il parrucchiere che se la fila sul fondo, le automobili paiono appena uscite non dal concessionario, ma addirittura dal modellista, i set sono artificiosi, immobili, ingessati, e molte scene – per fare un solo esempio, quella del ritrovamento del cadavere dello stupratore sotto la pioggia – ricordano inevitabilmente il manierismo stilizzato di Sam Mendes in Era mio padre (2002). Gli interpreti – di alcuni ho già detto – fanno tutti del loro meglio, ma non riescono a liberarsi dalle pastoie di una regia che li irrigidisce in figurine a due dimensioni, quasi fossero uscite da una strip di Dick Tracy. Anche la sceneggiatura ha i suoi problemi. Indubbiamente non era facile destreggiarsi nei labirinti, mentali e narrativi, di Ellroy, ma il risultato è stato un racconto a volte veramente difficile da seguire, contorto, in cui spesso nessi e collegamenti sono appena accennati. Quando l’ho visto in sala, molta gente, alla fine, si è alzata dalla poltrona dicendo ‘Non ho capito un *****’, il che, per un film, è perfino peggio di ‘Non mi è piaciuto un *****’.

Billy Elliot (S. Daldry, GB, 2000) 17.05, DT

Billy, figlio di un minatore inglese (un lavoro da ‘veri uomini’), alla boxe (uno sport da ‘veri uomini’) preferisce le lezioni di danza (un’attività da ‘finocchi’). Vincerà la sua battaglia e diventerà un celebre ballerino. Sciocchezzuola inutile e vacua, buonista e disneyana nel senso peggiore del termine, che non merita assolutamente il consumo di due preziose ore della nostra vita.

L’Innocente (L. Visconti, Italia/Francia, 1976) 00.25, DT

Nonostante la cornice fastosa e lussureggiante con cui Visconti ha reso le eleganze e le morbosità del capolavoro dannunziano – un ricco libertino uccide il figlio adulterino della moglie – nemmeno questa volta sono riuscito a prendere sul serio Giancarlo Giannini, modesto caratterista da commedia ma mai adeguato a parti drammatiche, specie se così contorte come possono essere a volte i personaggi di D’Annunzio. Merita comunque una visione (nonostante Visconti …).

Era mio padre (S. Mendes, USA, 2002) 12.50, Sky

Che delusione. Con American Beauty, Mendes ci aveva dato un capolavoro sulla solitudine esistenziale, ed anche un film di rara bellezza ed eleganza formale. Forse con questo voleva farci vedere di poter essere ancora più bravo, ma ha davvero esagerato. EMP è un film assolutamente ‘perfetto’. Attori perfetti e mostruosamente bravi; sceneggiatura perfetta: non c’è una battuta sbagliata, una parola fuori posto; recitazione perfetta: non c’è un movimento, ma che dico, uno sguardo, che non sia perfetto; fotografia perfettissima, da urlo: la corsa in bicicletta sulla neve all’inizio, l’avvicinarsi della macchina del killer nella nebbia. Inquadrature che sarebbero da incorniciare, una dopo l’altra, tanto sono, appunto, ‘perfette’ ed esaurite in se stesse nella loro eleganza. E il punto è proprio questo, perché il risultato è un film assolutamente freddo, che non commuove mai, che non emoziona mai, che non fornisce nemmeno il più piccolo stimolo emotivo, mai, nemmeno alla fine, quando anche il gesto del bambino che si abbraccia la testa davanti al cadavere del padre appare una raffinatissima e vuota esercitazione calligrafica. Per cui, gli ‘esercizi di bravura’ sembrano quasi ovvi e fastidiosi: si veda la strage sotto la pioggia, alla fine, in cui l’assenza del sonoro, che dovrebbe rendere ancora più ‘evidente’ la violenza, ha solo il sapore di un compitino ‘elementare’ e manualistico. Benissimo ha detto chi ha scritto che EMP è un film ‘costruito per l’Oscar’: una ‘macchina da Oscar’ (che poi non ha preso …) elegantissima, di lusso, ma senza cuore. Avevamo urlato di entusiasmo alla sua opera prima, e con ragione, lo ripeto, ma questo è solo onanismo stilistico.

La tenda rossa (M.K. Kalatozov, URSS/Italia, 1969) 21.00, Sky

Commovente e spettacolare ricostruzione dell’impresa di Umberto Nobile, che nel 1928, col dirigibile Italia, sorvolò il Polo Nord, schiantandosi poi sui ghiacci, e delle peripezie dei superstiti. Un gran bel film, forte e sincero, che non passa spesso in tv. Imperdibile.

Il giardino dei Finzi Contini (V. de Sica, Italia /RFT, 1970) 17.40, Sky

Bella e fedele versione del bel romanzo di Giorgio Bassani (da rileggere), sulla persecuzione degli ebrei ferraresi negli anni Trenta. Uno dei migliori film di de Sica, sobrio e antiretorico. Da vedere.

Domenica 18 luglio

Il cacciatore (M. Cimino, USA, 1978) 23.15, Rete4

Pochi film ho amato con tutto il mio cuore come questo. Nonostante sia basato (studiatevi con attenzione la scena finale) su un assunto sostanzialmente ‘reaganiano’ (‘Siamo un Grande Paese, abbiamo sbagliato, ma comunque ci rimboccheremo le maniche e ce la faremo, Dio salvi l’America’), tuttavia come forse nessun altro film di guerra Il Cacciatore ci racconta della distruzione dell’anima che la barbarie della guerra opera non solo nelle vittime, ma anche nei persecutori. Tragico canto antimilitarista, poema dolente sull’amicizia, è per me uno dei più bei film del Novecento. Ma perché, nonostante dispongano di artisti come questi, gli Americani non imparano mai niente? Assolutissimamente imperdibile.

Fargo (J. e E. Coen, USA, 1996) 17.00, DT

Nel Minnesota coperto di neve un commerciante assolda due balordi per far rapire la moglie e chiedere il riscatto al suocero, ma la faccenda finisce tragicamente. Rara scemenzuola dei Fratelli Coen, emblematica dell’inconsistenza del loro cinema, noioso e grottesco, dalla comicità (?!) irritante e insipida. Semplicemente invedibile.

Satyricon (F. Fellini, Italia, 1969) 00.35, Sky

Dal romanzo omonimo di Petronio Arbitro, I° Sec. D.C., un viaggio onirico nella Roma imperiale, che da un lato inorridisce per le sue splendide abiezioni, dall’altro affascina per la sua magnifica ed antica cultura. Poco a poco, il viaggio si trasforma poi, come accade sempre nel miglior Fellini, in un viaggio interiore, in una ricerca mistica e filosofica del senso dell’esistenza. Uno dei pochi film di Fellini davvero belli ed intelligenti. Imperdibile.

Lunedì 19 luglio

Memento (C. Nolan, USA, 2000) 02.50, Rai1

Vittima di un disturbo della memoria che gli azzera i ricordi ogni dieci minuti, un poliziotto cerca gli assassini della moglie organizzandosi un complicatissimo sistema di ricordi, fatto di numeri telefonici tatuati sul corpo, foto, eccetera. Prima di quella sconclusionata palla di Insomnia (2002), un’altra insopportabile palla di Nolan, talmente incomprensibile che lui stesso ha sentito il bisogno di metterne in circolazione una versione montata in ordine cronologico. Anche qui, l’inverosimiglianza trionfa: non bastava tenere un diario?! Da suicidio.

La ragazza del lago (A. Molaioli, Italia, 2007) 21.10, Canale5

In una cittadina di montagna, una giovane atleta della locale squadra di hockey viene trovata assassinata in riva ad un laghetto. Il commissario indaga tra i familiari e gli amici. Essere stato aiuto regista del grande Mazzacurati non pare esser servito a molto a Molaioli, se non a montarsi la testa. Ma già si sa, oggi son tutti geni, e appena hanno visto due film si mettono subito a rifare Via col vento. A parte un’ottima fotografia (non sono riuscito a trovare il nome del Direttore delle fotografia, ma è da tenere d’occhio), limpida, fredda, pulita, praticamente non c’è niente in questo film. Una sceneggiatura strampalata e massimamente ondivaga, che semina dubbi e indizi e conclude senza nessuna logica interna: avrebbe potuto farlo dieci minuti prima o dieci minuti dopo, con qualsiasi altro personaggio, e sarebbe stato lo stesso. Ma bisognava finire il film. Una storia senza ‘senso’, nonostante i numerosi tentativi di darle una dimensione simbolica cui non arriva mai. Un cast ‘inutile’: un grandissimo attore come Omero Antonutti sprecato in una parte assurda, un ottimo attore come Toni Servillo mono-tono dall’inizio alla fine (e meno male che abbiamo visto cosa sa fare in Gomorra e Il Divo!), Valeria Golino meno peggio del solito. Serenamente perdibile.

Il Generale Della Rovere (R. Rossellini, Italia/Francia, 1959) 21.10, DT

 Un vecchio truffatore viene fatto passare dai tedeschi per un ufficiale badogliano, e infiltrato a S. Vittore per acquistarsi la fiducia di alcuni membri della Resistenza che vi sono detenuti. Commosso dalla nobiltà della loro causa, si farà fucilare invece che tradirli. Bellissimo, asciutto, eroico, antiretorico, totalmente immune da quella retorica melensa e sentimentaloide che avvelena quasi tutto il cinema neorealista. Splendido film, bellissima storia sulla Resistenza, grande interpretazione del grande De Sica. Assolutissimamente imperdibile.

Terminator salvation (J. McGinty Nichol, USA, 2009) 21.10, DT

Quanti, quanti padri, almeno a livello visivo, per questo nuovo capitolo della saga, anzi: per il primo capitolo di una saga nuova, che alla precedente vuole ricollegarsi, ma che comunque si propone appunto come l’inizio di una nuova ‘storia’, con personaggi e vicende che discendono sì dalla saga di Cameron ma vivranno di vita propria. Ma dicevamo dei padri ‘visivi’ dell’immaginario di questo film: tutti nobili, in alcuni casi nobilissimi, per carità, ma, come spesso fanno i padri, a volte troppo invadenti, tanto da togliere spazio e visibilità al figlio. Chi non ha riconosciuto, nelle strade disseminate di relitti che attraversano il deserto, le stesse strade desolate e il Medioevo post-tecnologico di Mad Max Interceptor (1979 – 1981 – 1985)? Chi non ha pensato – in molte scene, per esempio in quella dell’autobotte di benzina – che gli enormi robot antropomorfi ricordano in modo impressionante quelli dei Transformers (2007)? Chi non ha riconosciuto, negli sbuffi di fiamme che illuminano la base di Skynet, gli stessi che di tanto in tanto segnano il cielo di Blade Runner (1982)? Chi non ha visto, nei rugginosi macchinari di Skynet, la stessa minacciosa cupezza degli inferni di Metropolis (1927)? E per finire: i prigionieri nelle navi volanti di Skynet, non sono gli stessi della Guerra dei mondi (2005)? Certo, non si può negare a questo nuovo Terminator grande professionalità ed anche originalità – e, per esempio, i deserti abbaglianti di Mad Max sono qui sostituiti da bei colori spenti e terrosi, che parlano di morte e decadenza – tuttavia, lo ripeto, la componente citazionista è forte, pur se, bisogna riconoscerlo, molto ben tessuta. Così pure, ossessiva, potremmo dire perfino soffocante, è la quantità di citazioni dai precedenti Terminator: situazioni, scene, perfino personaggi si succedono sullo schermo senza posa, e si ha quasi l’impressione che la produzione voglia assicurarci e rassicurarci: ‘Attenzione: sì, siamo proprio quelli di Terminator, la ditta è la stessa, il marchio è quello, potete stare tranquilli e cominciare con noi questo nuovo viaggio’. Quella che non è la stessa, purtroppo, è la ‘ispirazione’, il bisogno di raccontare qualcosa di terribilmente presente e vero che animava i primi due bellissimi Terminator di J. Cameron (1984 – 1991) – continuo a considerare il terzo, quello di J. Mostow (2003) come un trait d’union, un lavoro ‘redazionale’ per sistemare la storia, tirare le fila e preparare il terreno, appunto, a questa nuova saga – e che, con tutta la buona volontà, manca in questo, che è poco più di un’operazione commerciale, sia pure di ottimo livello. Ma diciamo dove siamo qui, tanto per completezza di informazione. Come ci aveva raccontato appunto Mostow, la rete mondiale di computer costruita dall’uomo, chiamata Skynet, subito dopo essere stata attivata è diventata autocosciente, ha capito che l’uomo, il suo creatore, poteva essere anche il suo distruttore, lo ha dunque individuato come minaccia primaria ed ha cominciato a combatterlo per distruggerlo. John Connor, figlio di Sarah Connor (vedi Terminator 1 e 2), guida la resistenza degli umani superstiti e combatte le macchine, ma sa anche che il pericolo può venire da molto più vicino, e che un involucro di carne non nasconde necessariamente un cuore umano. Tutto qui, in sostanza, e lascio allo spettatore seguire le mirabolanti avventure dei due o tre protagonisti, anche se, lo confesso, dopo un po’ si comincia ad avvertire una specie di senso di saturazione: troppo rumore, troppa velocità, troppe cose, troppo di tutto. Nel primo Terminator, bastavano un autobotte ed una strada deserta di notte a riempire la scena, anche di angoscia e di tensione. Buona – chissà se conscia o inconscia – la cultura neoluddista che traspare spesso dalle battute dei personaggi: ‘Le macchine sono il nostro nemico’ è una frase che si sente spesso, e forse se anche noi ce ne rendessimo conto potremmo provare a costruire un universo più umano, invece del baratro verso il quale ci stiamo avviando. Tra parentesi, è curioso che il nome della rete nemica, appunto Skynet, ricordo tanto da vicino quello di un network televisivo che se – per carità! – non manifesta nei nostri confronti intenzioni omicide, certo si propone come elemento di omologazione culturale globale. Chissà se Mr Murdoch se n’è accorto… Con qualche illogicità nella sceneggiatura (a che serve fare prigionieri, dato che lo scopo è quello di sterminare la razza umana? E se il segnale spegne tutte le macchine, come fa la nave volante ad arrivare al sommergibile? Mah …) ci si avvia alla conclusione, e la regia non prova nemmeno a far finta che sia possibile un sequel. No: te lo dice esplicitamente, te lo sbatte in faccia, ad onta di un’altra illogicità (ma non è appena stata distrutta la base centrale di Skynet?) e facendoti provare sempre più forte la sensazione di essere ormai entrati in una fiction televisiva a puntate. Arrivederci alla prossima.

Martedì 20 luglio

La casa dei mille corpi (R. Zombie, USA, 2003) 22.50, DT

La storia sembra la solita: quattro studenti sfigati capitano in una casa in campagna abitata da una famiglia di folli sanguinari che li fanno a pezzi. Ma la confezione – oh ragazzi! – è di lusso: un horror surreale, quasi favolistico, e violentemente eversivo (guardate la maglietta del Dottor Satana!). Due ore di vero piacere.

Il mio migliore amico (P. Leconte, Francia, 2006) 23.00, Sky

François è un antiquario parigino di successo. Ha una bellissima casa, molti ‘amici’ di buon livello (bon chic bon genre, come si dice a Parigi), un’agenda fittissima di impegni, ed alcune idiosincrasie, tra le quali quella di non voler guidare nel traffico della città. Ha anche una donna, apparentemente innamoratissima di lui, ma questa relazione pare quasi ‘scivolargli’ addosso, senza coinvolgerlo minimamente nell’intimo. Dello stesso tipo sono anche i suoi rapporti col suo prossimo – gli ‘amici’ di cui sopra, i clienti, la gente che incontra e di cui ha bisogno: formalmente cordiali, educati e brillanti, senza che però nulla di sé vi rimanga compromesso. La sua vita scorre così, ‘felice’, sino a quando proprio la sera del suo compleanno, uno di coloro che egli considera appunto ‘amici’ gli getta addosso, crudamente ma con assoluta sincerità, la verità: lui non ha amici ‘veri’, non ne ha nessuno. Quelli che stanno attorno a quel tavolo sono sì dei buoni conoscenti, legati a lui da vincoli sociali ed economici, ma l’amicizia è un’altra cosa e, tanto per dirne una, probabilmente nessuno di loro verrebbe al suo funerale. François rimane irritato da questa uscita, che considera tanto bizzarra quanto assurda, e addirittura infantilmente scommette: entro la fine del mese, presenterà loro “il suo migliore amico”. Ha meno di quindici giorni di tempo. Convintissimo di risolvere la faccenda in poche ore, François si trova invece subito a sbattere la faccia con una realtà che non sospettava: di tutti quelli che affollano la sua agenda, nessuno si ritiene suo amico, men che meno quelli che lui riteneva più vicini. La sua sicurezza comincia lievemente ad incrinarsi, e rendendosi conto che, se non vuol perdere la scommessa – l’unica cosa che pare interessarlo – un amico ora deve farselo, sceglie come ‘maestro d’amicizie’ proprio il tassista che di solito lo scarrozza per Parigi, un giovane semplice, di modestissima cultura, di cui però l’ha colpito la straordinaria capacità di stabilire legami di simpatia praticamente con chiunque incontri. Comincia così uno stranissimo rapporto, che ha come scadenza la fine del mese che si avvicina, e come obiettivo la conquista di questo sospirato quanto – sembra – irraggiungibile “miglior amico”. Giorno dopo giorno, François sarà costretto a fare i conti con l’aridità della sua vita, e con la meschinità dei suoi rapporti umani; imparerà che l’amicizia non si insegna e nemmeno, come naturalmente lui pensava, si può comprare; conoscerà livelli di relazione umana che nemmeno sospettava che potessero esistere e che, di conseguenza, fatica a capire, perché gli sono estranei; scoprirà di essere davvero senza amici, solo come un cane; e dovrà trovare la strada, intima e inesplorata, della vera amicizia. Ancora una volta, questo è Patrice Leconte: il poeta a volte tragicissimo (Il marito della parrucchiera, 1990) a volte lieve e quasi favolistico (Confidenze troppo intime, 2003) dell’animo umano, che egli indaga e racconta sempre con massima levità, poesia e umanissima pietas. Lo coadiuva, questa volta, uno dei suoi attori-icona: quel Daniel Auteuil dall’immensa sensibilità, che dopo aver dato vita, in passato, ad uno dei personaggi più disperati del cinema francese (N. Garcia, L’Avversario, Francia/Svizzera/Spagna, 2002), ha dimostrato di sapersi cimentare anche in ‘commedie’ amare come questa, con una recitazione limpida e sfaccettata, praticamente perfetta.

Il caimano (N. Moretti, Italia, 2006) 22.55, Sky

E’ difficile stroncare un film che non esiste. Nanni Moretti continua a fare cinema secondo una sua particolare ‘estetica’ che ormai conosciamo da anni, e che ricorda molto da vicino quella delle migliaia di padri di famiglia che, negli anni Sessanta, scoprirono le cineprese Super Otto. Filmavano la famiglia a tavola la domenica, e poi i bambini che facevano le boccacce davanti all’obiettivo, poi la passavano con mille raccomandazioni ai bambini medesimi e si facevano riprendere mentre lavavano la macchina, poi inquadravano la mamma che stava lavando i piatti, e che si schermiva facendo segno di no … Insomma, un universo claustrofobico, ‘pascoliano’ nel senso peggiore del termine, versione casereccia del sogno americano, egocentrico, ‘piccolo’, inutile. Così, da sempre, fa cinema il Nostro, un cinema ‘ombelicale’, autoreferenziale, onanistico, irritante, che ancora e sempre parla del passato di Moretti, dei sogni di Moretti, delle opinioni di Moretti. Non cinema, dunque, ma blog cinematografico, logorroica e incessante confessione di cui non frega una beata mazza a nessuno, ma non si può dirlo se no si passa per uno di destra (e ve lo dice uno di sinistra, circa). Se anche non l’avete ancora visto, certo conoscerete la storia, dato che il Nostro e i suoi supporters ce ne hanno riempito i marroni per mesi. Un regista di serie zeta vuole girare un film su Berlusconi, ma non riesce a trovare nessuno che lo voglia interpretare. La spasmodica ricerca di un attore si intreccia con quella dei soldi per non fallire e con l’evolversi della sua separazione dalla moglie. Basta, tutto qui. Due ore, non di noia, ma di nulla. Totale sciatteria delle scenografie: in disarmo non sono solo gli studi del regista, ma tutto il film, privo di qualsiasi gusto, di qualsiasi sostanza creativa. Sciatteria degli attori. Jasmine Trinca e Margherita Buy ci affliggono per due ore coi loro sorrisini intimisti; Silvio Orlando ci tormenta a forza di mossettine, quasi una versione maschile di Renée Zellweger; anche il simpatico Antonio Catania è ingessato nel suo breve cameo; Beniamino Placido pare lì per sbaglio, per fare un favore a Moretti; il quale Moretti, lui, è impegnatissimo ad interpretare Nanni Moretti, il ruolo della sua vita, nel quale pone tutta la sua genialità (?) intellettuale ed attoriale. La storia si snoda faticosamente, incongruamente, illogicamente, cerchiobottisticamente sui due binari della vicenda personale e di quella ‘politica’ (si fa per dire), ma quella politica gradatamente sfuma sullo sfondo, e – nella più pura tradizione del cinema italiano – protagoniste divengono a poco a poco le traversie esistenzial-affettive del regista, le sue storielline familiari, i suoi rimpianti, i suoi sogni, i suoi bambini, le sue seghe mentali eccetera eccetera. Insomma, un tuffo a testa in giù nella masturbazione intimistica, da cui non ci salva assolutamente il finalino di Moretti – che dovrebbe essere inquietante e che invece scivola catastroficamente nel grottesco, se non nel comico – e che è comunque del tutto slegato dalla vicenda, rispetto alla quale appare come una coda appiccicata non si sa perché (a parte la necessità di titillare l’Ego del Nostro): se il film finisse un minuto prima, non se ne accorgerebbe nessuno. Una riflessione merita senz’altro anche il contenuto politico del film. Se davvero hanno temuto che il Caimano potesse portar via loro dei voti, Berlusconi e i suoi elettori si sono sbagliati di grosso, tanto è rozzo, ‘volgare’ e banale il livello dell’attacco che gli viene rivolto (e sì che di materiale ce n’era!). Tutto rimane in superficie, a livello di invettiva non argomentata, di chiacchiera a tavola la domenica, talmente irritante e desolante che probabilmente si è corso il rischio contrario, e cioè che il film abbia indignato talmente qualche elettore incerto e tiepido da spostarne la scelta a destra. Cos’è dunque, Il Caimano, se non è un film? Appunto, l’ennesima pagina del Diario di Moretti. Nel suo delirio egotistico, il Nostro non si è reso conto di quanto male questa ‘cosa’ possa fare a quella sinistra che a parole lui dice di amare tanto, ma che intimamente disprezza, essa e i suoi leaders, contro i quali più volte ha inveito, mentre girotondava snobisticamente. Possiamo esser certi che, nei suoi sogni più segreti, Moretti immagini di abbandonare il cinema per la politica. Potrebbe essere un’idea, quella di assecondarlo: certo non potrà far tanto danno all’Italia di quanto ne abbia fatto al cinema ed alla cultura.

Mercoledì 21 luglio

Che fine ha fatto Baby Jane? (R. Aldrich, USA, 1962) 03.05, Rai1

Capolavoro ‘gotico’ del grande Aldrich. Due sorelle, entrambe ex glorie del cinema, vivono e invecchiano insieme nella stessa casa, gettandosi addosso l’un l’altra rancori e delusioni. Bette Davis come sempre bravissima. Una rara occasione per rivederlo.

Million dollar baby (C. Eastwood, USA, 2004) 21.10, DT

Certe volte Clint Eastwood dà l’impressione di essere stato assunto a ore da qualche organizzazione per I diritti civili: ‘Facci un film su qualche grande e nobile causa’, e lui esegue. A questo ‘filone’ si devono alcuni tra i peggiori film della sua carriera: Fino a prova contraria (1999), para-thrilling sentimentaloide sulla pena di morte, e Debito di sangue (2002), sgangheratissima sceneggiatura sui drammi di un trapiantato cardiaco, banale e retorica. Qui ci risiamo. Questa volta tocca all’eutanasia, tema quanto mai drammatico e straziante, e dunque assolutamente degno di rispetto. Ma il punto è che non basta parlare di una grande causa per fare un grande film, come non basta parlare di temi ‘alti’ per produrre un grande libro (tanto per fare un esempio al volo: leggetevi le scemenze pseudofilosofiche, da Baci Perugina, di Paulo Coelho); come, a scuola, non bastava saper ‘scrivere bene’ per fare un bel tema. Così è, secondo me, di questo film. Perché non c’è dubbio: MDB è ‘scritto’ molto bene. A cominciare dalla recitazione, per esempio: Eastwood forse mai così intenso, la Swank meravigliosa, Morgan Freeman talmente umano e dolce da rubare quasi la scena al suo grandissimo partner. Per continuare con la sceneggiatura, questa volta rigorosa e concisa, senza sbavature (se vogliamo trascurare il particolare della figlia che lo ha rifiutato, da cui lui cerca di farsi perdonare e di cui Maggie prende il posto, che ha grande importanza nel tessuto della narrazione. Perché è successo? Che cos’ha lui da farsi perdonare? Non sono domande che possano essere lasciate all’immaginazione dello spettatore), per finire con la fotografia, semplice e asciutta (ma quelle insistite inquadrature dei grattacieli di periferia contro il tramonto sono davvero manieristiche e calligrafiche). Scritto bene, certamente: anche troppo. In effetti, se lo si guarda con attenzione, gli stereotipi e i luoghi comuni ci sono tutti. Il vecchio burbero dal cuore d’oro, che prima si nega e poi, commosso dalla dedizione del giovane, cede e lascia sgorgare tutta la sua saggezza. Specularmente, il giovane inesperto che ‘si innamora’ del vecchio saggio e che lo elegge a sua guida spirituale (ma – lasciatemi dire una cattiveria – a volte la Scwank è quasi ridicola, all’inizio del film, nel suo scodinzolare attorno al vecchio Eastwood). Il ‘fior del fango’, ovverosia il giovane proveniente da una realtà sociale degradata e che ciò nonostante è uno scrigno di virtù (la ‘famiglia cattiva di Maggie è quasi una macchietta). La ‘paternità per adozione’, leit motiv di tanti, bellissimi film americani (per esempio, il magnifico I cowboys, con John Wayne). La coppia di vecchi amici, che magari hanno qualcosa da rimproverarsi nel passato ma che sono comunque strettamente legati da affetti, sofferenze ed avventure (anche qui, innumerevoli titoli). Il rovello religioso, che si accompagna e nasconde personali problemi esistenziali. Lo sport – meglio se duro e doloroso – come scuola di vita. Il vecchio eroe imbolsito che tuttavia è ancora capace di uno scatto di orgoglio per rimettere le cose a posto. Eccetera, eccetera. Scritto bene, appunto. Ma quando esci, ti fermi un attimo e ti chiedi: e allora? Ma perché? Cosa mi ha detto? Al di là di tante scene ruffiane – certe volte pare quasi che manchi solo il cartellino “Attenzione: scena da piangere. Tirare fuori i fazzoletti” – quello che, come sembrerebbe, nelle intenzioni del regista doveva essere ‘il’ tema, ‘il’ problema – l’eutanasia – è invece proprio quello che esce più trascurato e più ignorato da questo film, sopraffatto invece dalle emozioni personali dei personaggi e dalla commozione che esse destano nello spettatore. Una storia, in conclusione, chiusa in se stessa, potremmo dire ‘una storia inutile’, che – ed è questa la cosa incredibile – sembra non avere parentela alcuna con Mystic River, uno dei film più struggenti e intensi degli ultimi anni. Peccato. Anche se – e sono sincero – comunque niente riuscirà a scalfire in noi l’amore e il rispetto per questo grandissimo del cinema americano. Provaci ancora, Clint.

Giovedì 22 luglio

Gioventù bruciata (N. Ray, USA, 1955) 16.30, Rete4

Questa storia di ribelli, apparentemente solo per puro ‘giovanilismo’, è uno dei tre film di James Dean, forse il più bello e commovente, anche se quel ribellismo a noi può apparire datato e inadeguato rispetto a quello ‘politico’ che abbiamo conosciuto una quindicina d’anni dopo. Rimangono tuttavia una freschezza ed una sincerità di fondo nell’esprimere le emozioni che gli meritano ancora ammirazione e affetto. Comunque, un film assolutamente imperdibile.

Africa addio (G. Jacopetti/F. Prosperi/P. Cavara, Italia, 1966) 02.00, Rete4

Celeberrimo documentario sugli effetti negativi della fine del colonialismo in Africa. Reazionario e razzista, certo, ma crudele, spietato e spesso commovente e trionfale. Da non perdere.

Danny the dog (L. Leterrier, Francia/USA/GB/HK, 2005) 21.10, DT

Un bambino cinese viene allevato e addestrato alle arti marziali da un crudele padrone, che lo tiene – materialmente – al guinzaglio e se ne serve come cane d’attacco per colpire i suoi nemici. Ma l’incontro con una vera famiglia gli insegnerà i valori dell’amore e dell’amicizia, permettendogli di liberarsi dal condizionamento della violenza. Tentativo ruffiano e maldestro di travestire una banale storia di arti marziali con i toni della favola. Peccato per gli interpeti, quasi tutti bravi: Morgan Freeman, Jet Li, la fresca e simpatica Kerry Condon.

State of Play (K. MacDonald, USA, 2009) 23.35, DT

In un’altra occasione ho scritto che gli americani dovrebbero farsi assegnare il marchio D.O.C. per i legal thriller, tanti sono, e quasi tutti ottimi, quelli usciti dalla loro cinematografia, ma forse ancor di più dovrebbero farselo dare per i film sulla stampa e sulla libertà di stampa, per loro non semplici elementi costitutivi di una società civile, ma veri e propri miti ‘salvifici’, ultima spiaggia cui ricorrere quando tutti gli altri valori sembrano essere caduti. La lista sarebbe lunghissima, e quasi tutta gloriosa, con pochissime cadute di livello (per esempio, di recente, il balordo Fino a prova contraria, C. Eastwood, 1999) ma con innumerevoli successi: uno per tutti, il mitico, magnifico L’ultima minaccia (R. Brooks, 1952), che questo bellissimo film di MacDonald – attenzione: già regista, nel 2007, del magnifico L’ultimo re di Scozia – ricorda per molti versi. Anche qui siamo di fronte ad una prossima e possibile chiusura del giornale, in questo caso per colpa dei nuovi proprietari che vogliono vendite e soldi cash – a costo di sbattere in prima pagina mostri e marchette – ma anche per l’incalzante concorrenza di Internet, che Bogart – beato lui – nemmeno sapeva cosa fosse. Ma, mentre nel film di Brooks era il Direttore a combattere in prima linea per la sopravvivenza del giornale ma soprattutto per la ‘verità’, qui il Direttore è una figura, se non ambigua per lo meno tormentata (una bravissima Helen Mirren), stretta com’è tra la necessità di far contento il ‘padrone’ dandogli quello che vuole e il rispetto per il suo vecchio redattore, Cal McAffrey (un mostruosamente bravo Russel Crowe). E’ proprio Cal, qui, che, come Bogart nel film di Brooks, prende su di se l’incarico e il dovere di cercare la ‘verità’, ad ogni costo e nonostante tutto, che si tratti di vecchi amici o di vecchi amori. La storia va solo accennata, tra l’altro, tanto questa sceneggiatura è perfetta: intelligente, urgentemente immersa nel quotidiano, con una costruzione dei tempi semplicemente mirabile, con situazioni di fronte alle quali non sai se commuoverti per la loro forza o applaudire per la genialità delle atmosfere e delle citazioni (e ditemi se non profuma di Frank Capra quella scena in cui, a notte ormai fonda, Cal sta battendo sulla tastiera le ultime parole del suo pezzo, mentre Direttore e redattori, muti e a bocca aperta, lo spiano da dietro le spalle). Una sceneggiatura da Oscar, se mai ne ho vista una. Cal, appunto ‘vecchio’ cronista dell’inesistente Washington Globe, inciampa in una storia apparentemente banale: un piccolo spacciatore e un ragazzo qualunque ammazzati con due colpi precisi, al petto e alla testa, una sera, vicini uno all’altro, e senza motivo. Cal capisce che c’è qualcosa di strano quando, nel cellulare dello spacciatore, trova il numero dell’assistente del senatore Stephen Collins, attualmente impegnato in una campagna di indagine e moralizzazione contro una grossa compagnia di contractors in Irak (ma non solo lì). Quando poi la medesima assistente nelle stesse ore viene suicidata sotto i vagoni della metro, allora Cal parte in caccia. Quel che troverà sarà brutto, sporco, doloroso ed anche molto pericoloso, ma mai, nemmeno una volta, gli passerà per la mente di ritirarsi o far sparire qualche carta scomoda, perché, ancora una volta, “questa è la stampa, bellezza”. Tra le molte considerazioni cui questo film induce, c’è anche quella del perché la stampa italiana non abbia mai ispirato non dico un filone, come appunto negli USA, ma nemmeno sporadici episodi filmici (se non ricordo male, sono davvero poche le pellicole su questo tema: Sbatti il mostro in prima pagina, M. Bellocchio, Italia/Francia, 1972, e pochissime altre), e la risposta forse sta nel rapporto particolare che il giornalismo italiano ha, secondo me, sempre avuto con la politica. Sarebbe difficile trovare, nella stampa italiana, un ‘tipo’ come Cal. Il punto è che spesso i giornalisti italiani sono politicamente ‘schierati’, o ‘in quota’. Non voglio dire affatto che si tratti di embedded – è un’offesa infamante, che non penso assolutamente – ma semplicemente che per molti di loro prima viene l’opinione – la loro personale, o quella cui sono fedeli – poi il mestiere. E’ evidente che anche Cal, nel suo agire, ‘fa politica’ – sarebbe ingenuo se non stupido negarlo – ma la fa ‘da fuori’, da ‘professionista’ dell’informazione, che analizza e spiega i fatti senza – apparentemente – alcun coinvolgimento personale nei fatti stessi e nei poteri che li hanno messi in moto, in nome unicamente della ‘verità’ e della ‘libertà di stampa’. Che sono miti, favole, forse: oggi come nell’america di Brooks; ma quant’è bello, qualche volta, sentirsele raccontare, le favole. Venendo all’oggi, e sempre relativamente all’Italia, è difficile immaginare un Cal in un paese che Freedom House, organizzazione no-profit e indipendente, ha appena declassato – unico Paese europeo – nella classifica di quelli in cui esiste la libertà di stampa, retrocedendolo dal gruppo dei “Paesi con stampa libera” a quelli in cui la libertà di stampa è “parziale”. La causa è, secondo la F.H, la “situazione anomala a livello mondiale di un premier che controlla tutti i media, pubblici e privati”. Nell’attuale classifica, l’Italia viene retrocessa assieme a Israele, Taiwan e Hong Kong, e in una classifica che va da 0 (i Paesi più liberi) a 100 (i meno liberi) l’Italia ottiene 32 voti: unico Paese occidentale con un punteggio così basso. I primi sono cinque nazioni del nord Europa (tanto per cambiare): Islanda, Finlandia, Norvegia, Danimarca e Svezia: gli ultimi Corea del Nord, Turkmenistan, Birmania, Libia, Eritrea e Cuba. No comment, ma una sola domanda: voi ve lo vedreste Cal a lavorare al TG4 con Emilio Fede? Io no, sinceramente. A proposito: Freedom House non è stata fondata da un’oscura accolita di terroristi bolscevichi, ma da Eleanor Roosevelt, nel 1941. Un ultimo consiglio: non alzatevi subito dalla sedia, non perdetevi i titoli di coda, un gioiellino, una specie di piccolo film nel film. I personaggi sono usciti di scena, rimane solo la macchina da presa che segue lentamente, passo per passo, la ‘fattura’ del giornale: prima i rotoloni di carta che arrivano alla tipografia, poi i negativi che vengono inseriti, poi la stampa, i nastri che trasportano i giornali ai camion, le copie nei distributori, la mano che ne prende una. Non c’è il febbrile clanger di rotative che accompagna le parole finali di Bogart, ma una pacata e forte consapevolezza di aver fatto la cosa giusta. Ancora una volta, “questa è la stampa, bellezza, e non puoi farci niente”. Assolutamente imperdibile, s’intende.

Tre fratelli (F. Rosi, Italia, 1981) 17.15, Sky

Tre fratelli tornano nelle Murge dopo molti anni per la morte della madre, e ripensano alle loro radici. Poeticissimo film di Rosi, uno dei suoi film più belli in una rara apparizione televisiva. Assolutissimamente imperdibile.

Venerdì 23 luglio

2001: Odissea nello spazio (S. Kubrick, GB, 1968) 21.00, DT

Assolutamente sopravvalutato questo film pseudofilosofico, pseudomistico, pseudoquelchevipare, che è solo una noiosissima storia dai simboli incomprensibili (che sia per questo che affascinano?!). La scena iniziale della scimmia che, dopo aver usato un femore per uccidere, lo getta in cielo e il femore si trasforma in una splendida astronave, è una delle metafore più banali ed elementari mai viste al cinema.

Un uomo da marciapiede (J. Schlesinger, USA, 1969) 02.00, DT

Capolavoro del cinema ‘democratico’ degli anni Sessanta, la straziante vicenda dell’amicizia tra un prostituto – alla ricerca del denaro e del successo – e un barbone, che invece dalla società del successo è già stato emarginato e sconfitto, in una New York sporca, fredda e misera. Vero, umanissimo, poetico. Assolutissimamente imperdibile.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: