Pubblicato da: giulianolapostata | 14 luglio 2010

“Miracolo a Sant’Anna”, S. Lee, USA/Italia, 2008

Ho sofferto, nei giorni precedenti la proiezione, leggendo le anticipazioni del film. Ho sofferto per Giorgio Bocca – uno degli uomini più nobili e diritti che ci siano rimasti in Italia – alla cui contenuta ma ferma indignazione, espressa sulla Repubblica del 1/10/08, non è certo stata scusa sufficiente la rispostina stitica e formale data dal regista sul quotidiano del giorno successivo. Ho sofferto per la partigiana ottantasettenne che il pomeriggio del 2/10/08, ai microfoni di Fahrenheit, su Radio3, piangeva ricordando il marito, ammazzato a ventiquattro anni dai nazisti proprio in quei luoghi una settimana dopo la strage, e tra le lacrime, molto mitemente, rimproverava a Lee: “Non a me, ma a lui, deve render conto di ciò che ha detto”. Ho sofferto per mio zio partigiano, scomparso da poco, che di ritorno dalla montagna si rimise a lavorare zitto zitto, senza chiedere onori o prebende. Poi ho visto il film, e mi sono reso conto di aver sofferto inutilmente. Sì, è vero, c’è un partigiano traditore, nel film, cui spetterebbe la responsabilità della strage, e al quale un ufficiale nazista rimprovera: “Tua è la colpa”. Sarebbe questa la ‘miracolosa’ rivelazione del film? Che nella Resistenza – come in qualsiasi altra guerra, partigiana o ufficiale che fosse – ci sono stati dei traditori? Una ben povera scoperta, che certo non meriterebbe di spendere tempo e soldi a farci un film, e che certo non può in alcun modo offendere la Resistenza, il momento più alto della storia repubblicana, l’unico in cui gli Italiani si siano davvero sentiti popolo. Anche se – diciamolo tra parentesi, quasi marginalmente – è curiosa questa ‘triangolazione’ antiresistenziale. Ad un vertice Spike Lee (‘di sinistra’, alfiere dei diritti dei neri, democratico e pro Obama) che ‘scopre’ (ma sarebbe meglio dire ‘inventa’: su questo torneremo più avanti) che c’era qualche partigiano traditore. Ad un altro Giampaolo Pansa, che ormai da anni – forse avendo fiutato con cinica preveggenza il vento revisionista e neofascista – rovescia fango sui partigiani. All’ultimo, il Ministro La Russa, che finalmente ha potuto togliersi lo sfizio di dire in pubblico che anche gli assassini repubblichini – quelli sì traditori: del loro Paese – in fondo erano bravi ragazzi che combattevano per onore. Chissà se Lee se n’è reso conto, chissà se ha letto, se si è documentato, se, insomma, ne sapeva qualcosa. Tutti sanno quanto io ami il cinema americano, ma come potrei spender pagine a descriverne i meriti, così sono prontissimo ad elencarne i difetti, tra i quali si colloca, spesso, un’inconcepibile superficialità. Del resto, la dicono lunga sull’attendibilità di questo film già le sue origini, scritto com’è non partendo da una ricerca storica sul campo, ma ispirandosi ad un oscuro romanzo di tale James McBride. Romanzo? Ispirazione? Forse che non c’erano abbastanza dramma, abbastanza dolore, sufficiente sangue versato e dignità umana insultata, sull’Appennino toscano, perché bisognasse andarli a cercare in un anonimo romanzetto di vent’anni fa? Rimangono davvero inspiegabili le ragioni di Spike Lee per aver fatto questo film, e per averlo fatto in questo modo, e se lo scopo era quello di esaltare il contributo delle Divisioni formate solo da neri americani nella Seconda Guerra Mondiale, allora non c’era bisogno di tirar fuori la Resistenza italiana: forse di apartheid ne saprà qualcosa, ma di quella – ci consenta – dà l’impressione di non sapere un cazzo. Non è dunque la figura del traditore, che può far male alla Resistenza, quanto, al massimo, un film che pretenderebbe di parlarne e invece non ne parla, che sembra raccontare di una cosa e invece sta raccontando di un’altra, un film allusivo, approssimativo e, appunto, superficiale, privo di un effettivo spessore culturale e storico. Quel che – molto indirettamente, dunque – può far male alla Resistenza (ma si consoli l’ANPI: ne fa di più all’arte del cinema), è un film confuso e malfatto, un pastrocchio bellico-sessual-sentimental-religioso che pare una grottesca caricatura di certe storie di Frank Capra, un film disordinato e mal raccontato, prolisso, discontinuo, con un altissimo tasso di improbabilità, spesso inutilmente didascalico. Un film, insomma, che si inserisce perfettamente nella filmografia di un regista sempre assolutamente sopravvalutato, cui l’importanza dei temi civili trattati nei suoi film ha sempre fatto velo al loro effettivo valore. Tutto sommato, bene ha detto Spike Lee quando, con arroganza tutta americana (evidentemente l’esser nero e discriminato non protegge dalla sindrome da Padroni-del-Mondo), rispondendo alle critiche fattegli a proposito di MSA ha ribattuto: “Nessuno può insegnarmi come fare un film”. Giusto, nessuno può insegnarglielo: è proprio un caso disperato.

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