Pubblicato da: giulianolapostata | 13 luglio 2010

“Brothers”, J. Sheridan, USA, 2009

Da anni invochiamo una proposta di Legge composta di un solo articolo: “È proibito fare i remakes”. Anzi, se siamo ancora in tempo vorremmo suggerire a Berlusconi di inserire detto articolo nella manovra, togliendo una delle innumerevoli cazzate che ci ha messo: farebbe felici i cinefili, e il resto d’Italia. Se avessimo avuto quella legge, ci saremmo risparmiati, per esempio, questo film, deludente al punto da far rimpiangere il già sgradevole originale di S. Bier (Non desiderare la donna d’altri, Danimarca, 2004). La storia è la stessa: ma proprio la stessa, come diremo tra poco. Il capitano Sam Cahill viene dato per disperso dopo una missione in elicottero sull’Afghanistan. A casa rimangono la moglie, le due figlie e il fratello Tommy, un ‘poco di buono’, ubriacone e nullafacente. Ma proprio la tragedia pare tirar fuori il meglio da Tommy, che un po’ alla volta dà una sterzata alla sua vita. Si presta a mille lavoretti per rimettere in sesto la casa, si propone come una specie di ‘padre alternativo’ alle bambine, aiuta la cognata ad uscire dall’abisso di dolore in cui è precipitata, al punto che la sua amicizia comincia a trasformarsi in amore. Riesce perfino a riconquistare l’affetto del padre, ombroso reduce del Viet-Nam semialcolizzato, che gli aveva sempre preferito Sam, un eroe, un perfetto ragazzo americano. Quando però il fratello viene ritrovato e torna a casa, tutto prestissimo si infrange: Sam porta con se un orribile segreto, maturato nei mesi di prigionia, che lo sta distruggendo. Nuovamente, sarà Tommy, il ‘brutto anatroccolo’ di casa, a tendergli una mano e a salvarlo, ad un passo dall’abisso. Come scrivemmo per l’originale, una storia bella e tragica, che tuttavia mai, nemmeno per un istante, trova il colpo d’ala per diventare arte e messaggio. Il film si trascina stancamente, per colpa di una sceneggiatura stanca e superficiale, che o riproduce tout court l’originale (va bene che questo è un remake, ma a volte si ha la fastidiosa sensazione di vedere un calco), o riesce addirittura a peggiorarlo (come nella figura del padre ‘deluso’, rozza ed approssimativa, decisamente inferiore al potente personaggio della Blier), o accumula banalità, per difetto di autentica ispirazione (troppe volte viene ripetuto ‘sono tuo fratello’: sostanza, non parole). Anche qui, incredibilmente, accade la stessa cosa del film originale: due ottimi attori protagonisti (la Portman non è che si dia eccessivamente da fare) la cui interpretazione tuttavia pare galleggiare nel vuoto senza corpo di un film che, insomma, non ha ragion d’essere. Incomprensibile un simile risultato da un regista che, oltre al bel Nel nome del padre (Irlanda, 1993), ha firmato nel 2003 (GB-Irlanda) lo stupendo In America, un capolavoro di poesia e di umanità che non ha più avuto seguito. Poscritto. Gli Dei perdonino chi ha paragonato Brothers a Nella valle di Elah (P. Haggis, USA, 2007): diciamo che deve aver visto un altro film.

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