Pubblicato da: giulianolapostata | 10 luglio 2010

Multivisioni – 10 luglio 2010

Sabato 10 luglio

Transamerica (D. Tucker, USA, 2005) 03.00, Rai1

E’ la storia di Bree, un transessuale, in procinto di accedere finalmente alla tanto sospirata operazione che lo trasformerà finalmente in donna. Manca una settimana, e la sua psicoterapeuta ha già firmato il nullaosta, ma un fatto assolutamente inaspettato le sconvolge i piani. Dal carcere minorile di New York riceve una telefonata: lì sta rinchiuso Toby, suo figlio, frutto della sua unica scappatella eterosessuale. E’ un ragazzo di diciassette anni, che si mantiene prostituendosi e spacciando. Bree è costretta ad aiutarlo, pagandogli la cauzione, ma poi si trova di fronte ad un problema quasi irresolubile: Toby vuole andare a Los Angeles, per sfondare nel cinema ma soprattutto per conoscere il suo vero padre. Bree decide di accompagnarcelo lei – con la segreta intenzione, lungo la strada, di scaricarlo al patrigno che in tutti quegli anni l’ha allevato – ma non ha nessuna intenzione di rivelargli né il rapporto che li lega né tanto meno la sua situazione. Comincia così uno strano viaggio. Toby è alla ricerca del suo passato, ma anche e soprattutto di un futuro, del suo ‘diventare grande’, del successo, perfino di una famiglia. Insomma, di se stesso. Bree crede di conoscere già se stessa, e vuole solo liberarsi in fretta di questo ‘incidente esistenziale’ di percorso. Ma non sarà così semplice. Lungo la strada, entrambi si troveranno a dover fare i conti col proprio passato, dovranno chiedersi veramente chi sono, cosa vogliono, da se stessi e dagli altri, quale potrà essere la loro vita futura. Bree e Toby seguiranno ognuno la propria strada, ma si rincontreranno, questa volta finalmente se stessi, e finalmente pronti a dare e ricevere amore. Garbato e discreto, Transamerica è tutt’altro che un film sulla ‘diversità’: una lettura riduttiva e povera, che ne nasconderebbe la sua vera natura. In realtà, attraverso la ‘eccezionalità’ della situazione, Tucker racconta l’eterna vicenda del rapporto tra padre e figlio, la difficoltà di trovare ciascuno una collocazione nell’esistenza e di trovare un ponte, un linguaggio condiviso che permetta di comunicare e soprattutto consenta di scambiarsi esperienze, di conoscersi veramente, di arricchirsi l’un l’altro. Tutt’altro che ‘scandalistico’, ma invece poetico e delicato, il film è sostenuto in gran parte dalle incredibili capacità recitative di Felicity Huffman, meritatamente insignita, per questa interpretazione, del Golden Globe. Imperdibile.

John Q. (N. Cassavetes, USA, 2002) 21.10, DT

Buon film, ma discontinuo e mal riuscito. Da un lato, viene descritta perfettamente e spietatamente la realtà del proletariato americano alle prese con un sistema sanitario crudele e disumano, che nega le cure e la stessa sopravvivenza a chi non se la possa pagare (cambierà davvero, adesso, con la riforma di Obama? Mah, l’abbiamo imparato da un pezzo che di Obama non c’è da fidarsi). Da questo punto, una lezioncina di politica ed educazione civica davvero esemplare. Ma si vede che al regista è sembrato troppo, ed allora, per farsi perdonare, ha pensato di stemperare il tutto con un’overdose di retorica american-patriottarda quale raramente si è vista. Così il marito è lo stereotipo dei mariti americani, rude ma buono; e soprattutto è lo stereotipo del padre americano, che carica di buoni consigli moralistici e maschilisti suo figlio; e i comprimari sono gli stereotipi dell’americano buono, la cui coscienza è stata sì avvelenata dal culto del denaro e del profitto, ma che poi, messo di fronte ad una scelta ‘da uomo’, ritrova, nel proprio cuore palpitante da pioniere, una lacrima ed uno scatto d’orgoglio come solo i veri uomini sanno fare. E non poteva mancare, conseguentemente, un happy end, ambiguo e confuso quanto mai, perché non sarà certo una scandaletto come questo a far mutar opinione e regole alle compagnie assicuratrici e al sistema sociale americano. Comunque da vedere, ma senza troppe aspettative.

JFK (O. Stone, USA, 1991) 15.10, Sky

Interessante dal punto di vista della ricostruzione del (probabilissimo) complotto che fu dietro all’assassinio di J.F. Kennedy. Irritante per l’ennesima riproposizione del ‘mito’ kennediano. Kennedy fu uno dei Presidenti più guerrafondai che gli USA abbiano mai avuto – lui provocò il finto incidente con la marina nordvietnamita che diede origine alla guerra in Viet-Nam, e solo con lui il mondo arrivò davvero a pochi minuti dalla scoppio di una guerra nucleare, in occasione della crisi dei missili a Cuba (vedetevi l’ottimo, e molto meno sdolcinato, Thirteen days, R. Donaldson, USA, 2000) – oltre che inveterato puttaniere (forse è il caso anche di rileggersi James Ellroy). Noioso, infine, da morire: tre ore di pseudo giornalismo d’assalto che lasciano tramortiti sulla poltrona. Non è certo uno dei capolavori di Stone.

Lontano dal paradiso (T. Haynes, USA, 2002) 19.05, Sky

L’ipocrita, stupida e feroce perfezione della vita piccolo-borghese di Kathy si spezza quando il marito, dirigente d’industria e ‘uomo a posto’ le svela la propria omosessualità. Kathy non condanna, ma cerca amicizia e trova affinità elettiva col giardiniere di colore, un ‘delitto’, questo, se possibile ancor più inammissibile nella stolida società bianca di una cittadina del Connetticut degli anni Cinquanta. Il marito seguirà la sua strada, e Kathy rimarrà a metà, sospesa, indecisa e forse incapace di spezzare anche lei le barriere che la separano dal suo personale paradiso. Film di rara bellezza e raffinatezza, pudicamente ed elegantemente recitato, FFH è sì un melodramma, ma anche un piccolo gioiello, che non si risolve nella formalità, ma ci consente di meditare sulla nostra ‘autenticità’ e, non ultimo, ci induce a riflettere sui risvolti segreti del sogno americano. Il tutto servito da una fotografia davvero unica, e da uno studio dei colori incantevole. Assolutamente imperdibile.

I senza nome (J-P. Melville, Francia/Italia, 1970) 14.45, Sky

Titolo originale: “Il cerchio rosso”, e capirete perché, e penultimo film del grandissimo Maestro francese. Un noir lineare e disperato, la storia di tre banditi che, ognuno per proprie ragioni, ognuno inseguendo il suo destino, si mettono insieme per un colpo milionario. Una fotografia distillata, che par quasi spingere atmosfere e situazioni nella dimensione del sogno. Magnifico Yves Montand, all’altezza Gianmaria Volonté e Alain Delon. Un capolavoro imperdibile.

Domenica 11 luglio

The aviator (M, Scorsese, USA, 2004) 21.10, DT

Patinatissima, lussuosa e noiosa biografia del miliardario americano Howard Hugues e delle sue follie. Benissimo ha scritto su Ciak Stefano Disegni, quand’è uscito sugli schermi: avrebbe meritato l’Oscar per la categoria “Non ce ne può fregare di meno”. Serenamente da dimenticare.

Insomnia (C. Nolan, USA, 2002) 19.00, DT

Due poliziotti vengono inviati in una cittadina dell’Alaska (dove il sole non tramonta mai) per un’indagine, ma uno dei due uccide l’altro. L’indagine si avvita su se stessa, mentre il colpevole cerca di sviare i sospetti. Una sceneggiatura confusionaria (a volte è difficile capire a casa di chi si trovi Al Pacino, e gli spostamenti da un luogo all’altro sono spesso poco chiari) e una serie di stereotipi già visti mille volte (il poliziotto anziano ed esperto che viene per ‘dare una lezione’ al giovane pivello, donna oltretutto, e invece la lezione la riceve lui. Oppure: il poliziotto celebre e coperto di gloria che nasconde il marcio che c’è dentro di sé; ma il marcio viene fuori, e lui alla fine se ne redime con un ‘beau geste’). Invedibile. Nemmeno il grande Al Pacino riesce a salvare questa boiata, e gigioneggia invano per tutto il film. E poi, occorreva tutto quel casino per far buio nella stanza? Non bastava comprarsi un telo nero, un martello e tre chiodi, e inchiodarlo davanti alla finestra? Ma per piacere …

Paris (C. Klapisch, Francia, 2008) 21.00, DT

Pierre è un ballerino di prima fila: bello, aitante, felice. Improvvisamente, una notizia che spezza ogni equilibrio: il suo cuore è malato, l’unica soluzione è un trapianto, ed anche così le probabilità di salvarsi la vita sono molto basse. Pierre si chiude in casa, non esce quasi più, un po’ perché ogni sforzo fisico comincia a costargli eccessiva fatica, un po’ perché nulla più lo interessa. Solo una cosa lo affascina: guardare dalla finestra, spiare le vite degli altri, anche di un semplice passante che attraversi per un solo istante il suo campo visivo, immaginarne l’esistenza, sognarne i sogni. Così, poco per volta, Klapisch tesse attorno all’appartamento di Pierre una trama di esistenze che alla sua sono legate sì, ma in modo assolutamente particolare. Dal punto di vista narrativo, il legame è a volte assolutamente minimo, casuale, non coinvolgente e non strutturante. Invece, poco per volta capiamo come, per il regista, il collegamento non sia appunto concreto e fattuale, ma ‘esistenziale’. Come la vita di Pierre è importante – perché forse sta per finire, ma soprattutto perché è la vita di un essere umano – così lo sono le vite di questa galassia di umanità, importanti perché ognuna ha i suoi sogni e i suoi dolori, perché anche ognuna di esse forse sta per finire, come vedremo, ma soprattutto importanti perché esistono, perché fanno parte di un intreccio infinito ed infinitamente complesso che si chiama mondo. Qui si parla di loro – dieci, venti persone – ma potrebbero essere venti altri, cento altri, e ovunque. Sobrio, e paradossalmente antiemotivo, Klapisch ci accompagna alla scoperta di questo universo, e man mano che lo conosciamo comprendiamo come, in un certo senso, Pierre non sia solo. Lo scopre anche lui, poco per volta, dai messaggi muti che giungono da sguardi e fortuiti incontri, e questa scoperta restituisce un senso alla sua vita, quale che ne possa essere la conclusione. Quando dice ‘Grazie’ alla sorella, sulla porta di casa, prima di partire per l’ospedale, Pierre non vuole ringraziarla dell’assistenza e dell’aiuto materiale che gli ha dato nelle settimane dell’attesa, ma di averlo tolto dalla sua solitudine per restituirlo alla comunità delle esistenze. E il suo dolcissimo sorriso, disteso sul sedile del taxi, mentre attraversa una Parigi caotica e ‘arrabbiata’, ma viva, è l’estasi felice di chi finalmente si sente parte dell’universo, e ride, ‘illuminato’ da questa scoperta. Meraviglie del cinema francese, questi film, che sembrano non parlare di nulla e invece raccontano tutto. Un film “à la Guillermo Arriaga”, come si è detto? Ma con un’immensa levità in più, privo di quella pesantezza meccanica e deterministica che hanno le storie del pur grande sceneggiatore messicano per narrare invece la grande trama della vita, comune ad ogni essere senziente. Accanto a Pierre (un bravo Romain Duris, attore-icona di Klapisch), una bravissima Juliette Binoche, scarmigliata e coi segni dei suoi “quarant’anni” sul volto, e dunque viva, e un cast tutto di delicata e speciale umanità. Brilla tra tutti Fabrice Luchini, apparentemente ormai ‘specializzato’ in parti di uomini in crisi, da disegnare in sottotoni e vibrazioni di cui è maestro (vedi Confessioni troppo intime, Patrice Leconte, Francia, 2003). Assolutissimamente imperdibile.

Nemico Pubblico n. 1 – Parte Prima: L’Istinto di Morte (J-F. Richet, Francia/Canada/Italia, 2008) 21.00, Sky

Jacques Mesrine era nato a Clichy nel 1936. Arruolato giovanissimo nell’esercito, combatté in Algeria, dove pare sia stato pesantemente influenzato dalla violenze contro la Resistenza, alle quali dovette partecipare attivamente. Rientrato in Francia nel 1959, rifiutò l’invito dei genitori, ricchi commercianti di tessuti, a rientrare nella normalità, e si diede alla scalata del milieu criminale, di cui divenne in breve tempo una figura di spicco. Nel 1968 fuggì in Canada, per sottrarsi ad un clima divenuto ormai parecchio pesante, e là entrò in contatto con le frange estreme del Movimento per la Liberazione del Québec, dedicandosi ancora alle rapine e ad altre attività illegali. Catturato ed imprigionato, riuscì a fuggire dal carcere, tentando poi di organizzare anche l’evasione dei compagni rimasti dentro. Dopo l’uccisione di due guardie forestali, nel 1972 decise di rientrare in Francia. Ne “L’istinto di morte”, il primo dei due film che Richet ha girato sulla sua vita, il regista ce ne racconta la storia fino a questo punto, rimandando la conclusione del racconto al film successivo. Lungi però dall’essere la prima puntata di una fiction, questo è un film a sé stante, perfettamente compiuto, nel quale Richet fonde mirabilmente la tradizione del noir francese con quella del poliziesco americano. Alla prima appartengono le atmosfere parigine, i bistrot malfamati, le strade bagnate di pioggia, gli amori mercenari. Dalla seconda, invece, deriva lo stile spesso nervoso e asciutto, e soprattutto la costruzione del protagonista e dei comprimari, mostrati e raccontati a tutto tondo e senza alcuno sconto, ma anche senza nessuna fascinazione romantica. Nonostante, infatti, l’eccezionale bravura – come sempre, del resto – di Vincent Cassel, e la sua innegabile simpatia, sarebbe sbagliato affermare che il film ‘stia dalla sua parte’. Richet non si schiera – e sarebbe stato facile, considerando l’icona ribellista che ancor oggi Mesrine rappresenta per i giovani francesi – ma si limita a raccontare (Mesrine, ma anche il suo tempo), con grande semplicità e stile sopraffino, confezionando un film non solo appassionante ma anche ‘bello’ ed intelligente. Merita di essere segnalata, in questa prima parte, la comparsata di Gérard Depardieu, che sembra sempre più calcare la parabola di Marlon Brando: la sua immensa bravura cresce di pari passo con le sue dimensioni, ed è ormai uno di quegli attori cui, per recitare e riempire la scena di emozione ed atmosfera, è sufficiente una mossa del corpo, un movimento appena accennato del volto. Aspettiamo con ansia la seconda parte.

Lunedì 12 luglio

Piccolo Buddha (B. Bertolucci, GB/Francia, 1993) 15.00, Sky

Assieme ad Ultimo tango a Parigi e Novecento, certo il miglior film di Bertolucci, che proprio quell’ultimo ricorda per la gioia e la semplicità del narrare. Jesse, bambino americano di Seattle, viene contattato da alcuni lama bhutanesi perché, secondo i loro calcoli, egli potrebbe essere il tulku, la reincarnazione di un lama morto otto anni prima. Dapprima diffidente e scettica, poco per volta anche la famiglia di Jesse si fa coinvolgere in questo, che non sarà solo un viaggio nello spazio ma anche all’interno del loro animo. Parallelamente, a Jesse ed allo spettatore viene raccontata la vicenda del Principe Siddharta, il Buddha (565-486 a.C. circa), sotto forma di una splendida fiaba che stempera sì nella dimensione mitica e favolistica la vicenda dell’Illuminato, senza però alterarne gli insegnamenti di fondo. Non un film ‘per convertire’, ma certo un film che esprime profondo rispetto per una tradizione ancor oggi vivissima (alla quale, con mia profonda gioia, io ho aderito), e che, conseguentemente, non propone nessun happy end, ma una conclusione davvero ‘meditativa’, sulla quale ognuno viene lasciato libero di riflettere. Imperdibile.

E venne il giorno (M.N. Shyamalan, USA, 2008) 21.15, Sky

E’ un caso umano: per favore, qualcuno lo fermi, qualcuno lo aiuti a non farsi – ma soprattutto a non farci – più del male. La filmografia di Shyamalan è uno dei misteri poco gaudiosi della cinematografia mondiale. Per quel livello di cinema, negli anni Cinquanta era stato coniato il termine un po’ spregiativo di B movies, ma da quando ci siamo accorti (finalmente) che sotto quell’etichetta hanno circolato alcuni tra i film più intelligenti, raffinati e perfino ‘profetici’ del cinema moderno, quell’epiteto è diventato davvero inadatto. In questo caso, forse servirebbero altri alfabeti, altre lingue, per definire un cinema di una povertà di idee e di immagini che trova ben pochi riscontri. Non è certo il caso, qui di ripercorrerla tutta: basterà ricordare l’ignobile trucchetto di The sixth sense (1999), che negli ultimi trenta secondi svela allo spettatore di essere stato preso per i fondelli per due ore. Come pure, rimangono inspiegabili le ragioni della ‘cospirazione internazionale’ che ha deciso di vedere a tutti i costi nei suoi film qualità inimmaginabili: citando a caso dal Morandini, “spiritualismo”, “uno dei problemi più antichi e dibattuti dell’umanità: perché il male”, “atmosfera onirica”, “indeterminatezza tra immanente e trascendente”, “angosce primitive e aspirazioni universali”. Insomma, roba che Bergman, Antonioni e Fellini, se fossero ancora vivi, potrebbero organizzare un bel suicidio collettivo. Questa volta erano mesi che una critica unanime (ma li pagano?!) ci raccontava minacciose mirabilie del suo prossimo film, e lo stesso Shyamalan (lui sì lo pagano!) si affannava in interviste a destra e a manca, raccontandoci che questo era il suo film più pauroso, che non aveva mai fatto un film così pauroso, che avremmo davvero avuto paura, eccetera. Insomma, avevamo capito il concetto. Così ci siamo cascati e l’abbiamo visto. Il plot, in sé, non sarebbe male. Improvvisamente la natura si ribella ai nostri soprusi. Dalle piante emana una tossina che spinge gli uomini al suicidio. In breve tempo la società si sfalda, e gli esseri umani si dividono in gruppi sempre più piccoli, in fuga verso una salvezza che appare impossibile. Niente male – vero? – starete pensando. Ma, lo sapete bene, anche la Divina Commedia, se non l’avesse scritta Dante, sarebbe un incubo balordo da ubriachi. E qui, Dante non c’era proprio. Non c’è una cosa, una sola, che funzioni, in questo film. A cominciare dagli attori, evidentemente scelti dallo stesso responsabile di casting che di solito lavora per Dario Argento, ed abbiamo detto tutto. Elliott (Mark Wahlberg) prova invano a spaventare prima di tutto se stesso per tutto il film; sua moglie Alma (Zooey Deschanel) ci sbarra in faccia per due ore i suoi occhioni azzurri, sempre indecisa se farne sgorgare una lacrima o scoppiare in uno sghignazzo liberatorio e rivelatore; la piccola Jess (Ashlyn Sanchez), poverina, è tanto graziosa, ma dall’inizio alla fine inalbera sempre lo stesso faccino espressivo come quello di un cicciobello messicano. E via così. Il racconto si svolge piatto, noioso, prevedibile al 101% in ogni istante, intollerabilmente stereotipo, e si trascina inesorabilmente verso un finale che avreste potuto scrivere voi stessi dieci minuti dopo l’inizio. Nonostante tutte le promesse dei critici e del regista, le scene ‘de paura’ non spaventerebbero nemmeno Lucia Mondella. La vecchia pazza, più che dal fanatismo religioso (ma perché? Qual è il nesso?) sembra tormentata da un’annosa e fastidiosissima stipsi, che la rende comprensibilmente irritabile, poverina: forse una confezione di Activia … La gente che si ferma per strada attaccata dalla tossina pare stia facendo uno di quegli happenings urbani che vanno tanto di moda adesso; la Grand Central Station, da cui si sta evacuando new York, è semideserta come a Ferragosto; la jeep rossa che sbatte contro l’albero a non più di 50 all’ora ne uccide tre in un colpo, e quello che schizza fuori dal parabrezza infranto è con tutta evidenza un manichino di gomma per i crash test; tutti sono perfettamente a posto, dall’inizio alla fine; vestitini in ordine, ben pettinati, barba fatta, non una goccia di sudore o una macchiolina di polvere. I dialoghi, quasi ad ogni battuta, toccano vette altissime di comicità involontaria (“Gli alberi comunicano coi cespugli, i cespugli comunicano con l’erba …”). Finisce come è cominciato, e la paura dello spettatore – quella sì devastante, incontrollabile – è che qualcuno pensi di tirarne fuori una serie tv. E’ vero che sarebbe un modo per togliere Shyamalan dal cinema …

The wrestler (D. Aronofsky, USA, 2008 – Leone d’Oro alla 65a Mostra del Cinema di venezia, 2008) 21.00, Sky

Ve lo ricordate il sorriso di Harold Angel (Angel heart, A. Parker, 1987)? Quel sorriso timido, infantile, spaurito ed amaro, che lo conduce di orrore in orrore, fino alle soglie dell’Inferno? Sembra impossibile, ma se farete attenzione ogni tanto riuscirete a coglierne ancora qualche sprazzo nel volto devastato di Andy “The Ram” Robinson, come se per il bellissimo Mickey Rourke di allora vent’anni di botte e stravizi non fossero riusciti a spegnere, in quel “vecchio pezzo di carne maciullata” che è adesso, il suo amore e al tempo stesso la sua paura per la vita. In questo magnifico film – si dice non il suo canto del cigno, ma la fiammata in cui ancora una volta la Fenice par voglia rigenerarsi – Rourke è un vecchio eroe del wrestling degli anni Ottanta. Un tempo invincibile, oggi porta in giro a fatica il suo corpo provato da mille combattimenti. Pieno di acciacchi, imbottito di farmaci, con un apparecchio acustico da poco prezzo piantato nell’orecchio, Andy non ha salvato nulla dei successi d’un tempo. Non il denaro guadagnato a piene mani, sputtanato a donne e whisky. Oggi vive in una vecchia roulotte, e qualche volta non riesce nemmeno ad entrarci a dormire, perché quando non paga l’affitto (spesso) il padrone lo chiude fuori. Non una famiglia. Della donna che gli ha dato una figlia nulla si sa, e quella figlia lo odia, per non essere stato un padre, per essere sempre rimasto assente dalla sua vita. La gloria, però, gli è rimasta, e quando ancora si esibisce in incontri di serie B, il pubblico che lo ricorda, o che addirittura lo conosce come una leggenda, e lo acclama ritmando il suo nome, gli fa vibrare il cuore. Ed anche la dignità, gli è rimasta, quella che gli fa sopportare un lavoretto di merda in un supermercato per tirar su qualche dollaro e andare avanti. E un’altra cosa: la purezza del cuore. Nonostante tutto, Andy è davvero un puro di cuore, che né la violenza né la decadenza hanno potuto incattivire, ancora capace di gesti semplici e gentili, ancora in grado di commuoversi, ancora colmo di quell’umanità che forse nella sua vita non ha mai trovato il modo di esprimere davvero, ripiegando sui compagni del ring e sul pubblico, “la sua vera famiglia”. E lo sa bene Cassidy, la spogliarellista che, nonostante i rigidi confini emotivi che si è imposta verso i clienti, non riesce a fare a meno di innamorarsi di lui. Ma sono gli ultimi fuochi, per Andy, uno che “ha sempre bruciato la candela da entrambi i lati”. Alla fine di un incontro, un infarto lo stronca. Ne esce vivo, ma lo avvisano: ancora uno e sarà la fine. Andy prova dunque a rimettere insieme i pezzi di una vita al limite, ma ormai è impossibile. La figlia lo rifiuta definitivamente, perché c’è troppo da ricostruire, troppo da ricucire, e lei non ne ha la forza. Cassidy par voglia seguirlo, ma all’ultimo momento si tira indietro: ha un figlio da tirar su. Ma non tutto è perduto, anzi niente è perduto, quando la folla ti chiama urlando, quando i ragazzi ti riveriscono come un mito, quando sui manifesti appare ancora una volta il tuo nome scritto in grande. The Ram accetta ancora un incontro, e dal ring guarda con amore e riconoscenza per l’ultima volta il suo pubblico: se per Angel alla fine si aprivano le porte dell’inferno, qui la luce di quell’ultimo riflettore è certo, per Andy “The Ram”, quella del Paradiso. Una grande performance, con tutta evidenza, quella di Mickey Rourke, ma sarebbe comunque un errore leggere questo film come costruito addosso a lui, che anzi qui è tutto meno che un monumento a se stesso, ma attore maturo e sensibile. TW è, soprattutto, un grande film, girato con pudore e delicatezza, e con un’ammirevole sobrietà, che come non assume mai banali toni pietistici, così pure evita accuratamente il remake dello stereotipo ‘solo chi cade può risorgere’, scrivendo una storia che ha i toni della ballata ma anche quelli, semplici e quotidiani, del racconto. Così, per esempio, non è casuale che Aronofsky riprenda quasi sempre il protagonista di spalle o ad una certa distanza, rifuggendo l’icona dell’eroe romantico che riempie lo schermo, e i rarissimi primi piani sono squarci di sentimento preziosi ma discreti, brevi e fulminanti incursioni nella sua anima. Pochi attori, in questo film a fianco di Rourke, e tutti bravissimi: Marisa Tomei è la spogliarellista che combatte la sua personale battaglia per sopravvivere, Eva Rachel Wood è la figlia, il cui isterico dolore nasconde il rimpianto per ciò che avrebbe potuto essere e non sarà più.

Queimada (G. Pontecorvo, Italia/Francia, 1969) 17.10, Sky

In un’isola delle Antille, nell’Ottocento, un agente commerciale inglese sobilla un giovane di colore perché organizzi la ribellione contro il Portogallo colonialista. Pochi anni dopo, gli darà la caccia e lo farà uccidere per spianare la strada al nuovo padrone, la Gran Bretagna. Tutto il film – e in particolare godetevi la ‘lezione’ sulla differenza tra una moglie e una prostituta – vale un corso intero sui mali del capitalismo. Epico ed eroico, cinico e amaro, un capolavoro. Brando meraviglioso, semplicemente, e bravissimo Evaristo Marquez, il suo partner nero. Assolutissimamente imperdibile.

Martedì 13 luglio

Ufficiale e gentiluomo (T. Ackford, USA, 1981) 21.10, Rete4

Un allievo ufficiale d’aviazione, grazie ad un addestramento durissimo, diventa ‘un uomo vero’, seduce una giovane operaia, l’abbandona ma poi va a prendersela alla catena di montaggio sul suo bel cavallo bianco (bianca è la divisa, ma il concetto è lo stesso) e vissero felici e contenti. Reazionario, maschilista, militarista … ma quanto romantico! Per le fanciulle, R. Gere mai così sexy.

Bambole russe (C. Klapisch, Francia, 2005) 17.15, DT

Dopo Paris (domenica 11), un altro gioiello di Klapisch. Nel 2002 aveva firmato il bel L’appartamento spagnolo, vite intrecciate di un gruppo di universitari europei di varie nazionalità che s’incrociano per un anno in un appartamento di Barcellona, commedia tenera ed intelligente sull’incontro di personalità e sensibilità, ma soprattutto di culture. Bambole russe ne costituisce il sequel, forse non all’altezza del primo – perché un po’ dispersivo e a volte un po’ superficiale – ma che di quello conserva comunque la leggerezza, l’affettuosa attenzione ai sentimenti, la delicatezza nel raccontare la vita. Il protagonista è ancora Xavier, trentenne, che ha finalmente realizzato il suo sogno di divenire scrittore. La strada però è ancora lunga e difficile, e Xavier si è adattato a percorrerne i livelli più bassi: fa il ghoshtwriter, e peggio ancora l’autore di sceneggiature per orribili soap televisive. Intanto, oltre alla sua vera natura di artista, e nell’attesa di capire cosa farà da grande, cerca anche di trovare il grande amore della sua vita. Lasciato dalla sua ex – Audrey Tautou, deliziosa come sempre – che tuttavia non si decide mai a lasciarlo in pace, Xavier passa da un amore all’altro, da una donna all’altra, non però come un volgare e cinico sciupafemmine, ma nella convinzione che prima o poi troverà quella giusta. Le donne che incontra, dice, sono come le matrioske russe: dentro ad ognuna ce n’è un’altra, e poi un’altra, e poi un’altra ancora. Alla fine dovrà ben saltar fuori quella giusta per lui. Klapisch segue con affettuosa partecipazione la vita un po’ convulsa sua e dei suoi amici, anch’essi tutti in cerca di un ubi consistam che dia finalmente senso alla loro esistenza, attraverso l’Europa e attraverso vicende e famiglie strampalate ma stranamente ‘normali’. In attesa del terzo sequel – che pare proprio si stia per fare – Klapisch ci ha di recente regalato il suo capolavoro, quel commovente e delicatissimo Paris, attualmente disponibile in DVD, in cui Romain Duris, il suo attore-icona, protagonista anche di queste Bambole russe, ha certamente dato il meglio di sé. Un regista ed un team di attori, da seguire certamente, in un cinema che può presentare alti e bassi, ma che comunque si tiene rigorosamente lontano dalla volgarità e dall’eccesso che troppo spesso, nel cinema odierno, vengono scambiati per arte.

La ragazza delle balene (N. Caro, N.Z./Germania, 2002) 19.00, DT

 Secondo le leggende del popolo Maori, Paikea, il primo antenato, raggiunse la Nuova Zelanda cavalcando una balena. Nella Nuova Zelanda dei nostri giorni, nasce una bambina a cui il padre – uno scultore, che riproduce l’arte e i miti del suo popolo – impone proprio il nome di quell’antenato. Il suo gemello, però, muore assieme alla madre durante il parto, e ciò causa un profondo dolore nel nonno, Koro, che in quel bambino maschio vedeva il ‘predestinato’, che avrebbe dovuto riportare i Maori all’antica gloria. Koro non riesce ad accettare la femmina, che vede come un ‘errore’ degli Dei, e respinge con durezza tutti i suoi tentativi di apprendere le tradizioni Maori, per ‘sostituire’ quel fratello nel suo cuore e nei destini del suo popolo. A prezzo di dolore e umiliazioni, con dolcezza ma con determinazione, Paikea riesce ad assumere il ruolo che il nonno aveva assegnato al fratello, e, cavalcando alfine proprio una balena, dimostra di essere degna erede delle tradizioni Maori. Non è la prima volta che i Maori ci narrano, con ottimi film, le sofferenze del loro popolo: certo tutti ricordiamo il bellissimo Once were warriors (1994), che narrava la terribile decadenza dei Maori forzatamente inurbati e costretti a vivere la vita corrotta e violenta dei loro dominatori bianchi. Qui è il loro strettissimo ed ancora attuale legame col mito, che ci viene raccontato e la loro intima unione con la natura e con gli animali (la balena è, evidentemente, non solo la fonte del mito, ma anche l’animale totemico), tipici di tutti quei popoli che noi Europei, nella nostra presunzione ed arroganza, spesso genocida, ci ostiniamo a definire ‘primitivi’. Nello stesso ambito, sarebbe davvero sciocco e meschinamente riduttivo definire ‘maschilista’ la cultura ed il comportamento di Koro. ‘Maschilista’ e ‘femminista’ sono concetti di una cultura occidentale alla quale questa, come altre culture ‘primitive’, sono totalmente estranee: apprezziamole per quello che sono, ed evitiamo di frapporre tra noi e loro lenti deformanti che non appartengono loro. Come tutti i film espressioni di culture a noi così lontane – penso, per faresolo unesempio, al bellissimo Zatoichi – anche questo ci lascia in parte insoddisfatti. Non per la qualità del lavoro – si tratta di un film semplice, ma intenso e magico, ed ottimamente recitato: bravissimi il nonno e soprattutto la bambina – ma perché ci rendiamo conto di quanto poco sappiamo di loro. Grazie a Whale rider colmiamo, solo molto parzialmente, un vuoto che è non solo estetico, ma anche antropologico.

Le ricamatrici (E. Faucher, Francia, 2004) 23,00, DT

In un paesino di campagna della valle del Rodano, Claire, figlia di contadini, è incinta, ma non vuole dirlo a nessuno, e non vuole abortire. Va a vivere da sola e trova lavoro presso la signora Melikian, raffinata esecutrice per prestigiose firme dell’alta moda, che sarà per lei madre e maestra di vita. Dovrebbe essere un film di donne e di vite, ma l’intimismo esasperato non riesce mai a sollevarsi oltre la vicenda particolare, producendo un film pesante e inutilmente lento, che stanca e annoia.

Live! (B. Guttentag, USA, 2009) 21.00, Sky

Ci aveva già pensato, quasi trent’anni fa, Stephen King, in una di quelle sue cupe ed inquietanti occhiate sul nostro futuro, non tanto ‘fantascienza’, quanto vere e proprie visioni, come di una sibilla che, inalati i miasmi della società presente, profetizzi gli orrori di quella futura. Fu quando scrisse “La lunga marcia” (The Long Walk, 1979). Ogni anno, cento ragazzi partono a piedi da un punto qualsiasi ad un altro degli Stati Uniti, distante seicento chilometri. Devono marciare, continuamente, senza mai scendere sotto i sei chilometri all’ora. Ogni rallentamento viene sanzionato con una “Ammonizione” – che può essere cancellata se, per altre tre ore, si recupera il ritmo e lo si mantiene – ma dopo la terza ammonizione si riceve il “Congedo”: uno dei soldati, che con sonar e radar sofisticatissimi li seguono su mezzi militari, elimina il perdente con un colpo in testa. Al vincitore – sempre che vi sia, un vincitore – un premio quale nessuno ha mai nemmeno osato immaginare: “Tutto quello che vuoi, per tutto il resto della tua vita”. Nei primi chilometri il pubblico è scarso – ‘non c’è gusto’: troppi sono ancora i concorrenti, la selezione è ancora blanda: è più ‘divertente’ starsene a casa a guardarli camminare e morire in TV – ma man mano che la distanza aumenta, che i ‘congedati’ rimangono cadaveri sul ciglio, man mano che la stanchezza bestiale e la disperazione riducono i superstiti a disumani automi, fantocci che si trascinano avanti spinti solo dal terrore della morte, allora il pubblico aumenta, sempre più. Archi di trionfo accolgono i disperati, parate, coriandoli, fuochi artificiali, e negli ultimi chilometri è necessario l’esercito per trattenere le folle urlanti che si assiepano ai lati della strada, a godere delle orme di sangue impresse sull’asfalto. E pochi anni prima, nel 1975, Norman Jewison, col suo magnifico e disperato Rollerball, ci aveva mostrato una società futura e dittatoriale, in cui una nuova versione dei giochi gladiatori viene riproposta come valvola di sfogo delle repressioni e dell’aggressività umane. Fantasie? Sì, forse, ma dieci anni prima Sidney Pollack, in quello che forse è il suo capolavoro – “Non si uccidono così anche i cavalli?” (They Shoot Horses, Don’t They?, USA, 1969) – ci aveva raccontato una storia abbastanza simile, e vera: quella delle gare di ballo che si svolgevano negli anni Trenta, durante la Grande Depressione: cinquanta coppie ballano ad esaurimento in uno stadio coperto, con poche e brevi pause per mangiare, bere ed espletare le funzioni fisiologiche. Una alla volta cadono a terra distrutte: alla coppia vincitrice, un premio di millecinquecento miserabili dollari, abbacinante miraggio nell’America di Furore (J. Steinbeck, 1939), dove i dannati della terra si perdevano come polvere e foglie morte sulle strade. Sulle gradinate, il pubblico assiste divertito: mangia e beve, incita, fa il tifo, scommette, e più gli infelici crollano sfiniti più la febbre sale, e le poste si alzano. Oggi tocca a Bill Guttentag raccontarci di nuovo quasi la stessa storia, ma stavolta la verosimiglianza con quanto ogni giorno vediamo sulle nostre televisioni – sempre che ci regga lo stomaco a guardarle – è così impressionante che ci fa rabbrividire d’inquietudine. Katie Courbet (una brava ed intelligente Eva Mendes, finalmente esentata dall’obbligo di esibire le sue grazie e libera di ‘recitare’) è una giovane e rampante creatrice di format televisivi in un grosso network, che sta attraversando una crisi di ascolti. La sua TV trasmette già ogni sorta di spazzatura – sangue, violenze, follie di ogni tipo – “perché è questo che la gente vuole”, ma non basta, e quando qualcuno, per ridere, butta lì che la gente si guarderebbe perfino la roulette russa, quella per Kate non è una battuta, ma un’illuminazione. La roulette russa dovrà essere il prossimo show, ad ogni costo, e lo spettacolo si chiamerà “Live!”, ‘geniale’ gioco di parole che significa allo stesso tempo ‘Vivi!’ e ‘Dal vivo’. Dapprima tutto il suo staff e la dirigenza del network la prendono per pazza, ma quando lei comincia a mettere in moto la macchina, dimostra l’incredibile attrattiva che l’idea può avere, fa intuire l’immenso ritorno finanziario che l’operazione può produrre, velocemente tutte le resistenze si sfaldano, e saranno proprio i suoi capi – quelli che sul primo momento hanno tuonato contro l’intima immoralità ed antieticità dell’idea – a difenderla a spada tratta con ineffabile cinismo davanti alla Commissione Ministeriale che deve dare l’autorizzazione, in nome della “libertà di parola” (vi ricorda qualcosa, tra parentesi?). Migliaia sono coloro che si presentano ai provini ed i cinque concorrenti della prima serata sono tutti, ciascuno a suo modo, volti di quel sogno americano e ‘popolare’ sui cui TV come quella di Kate hanno costruito la loro fortuna. Lo show comincia, lo share sale fino al 65% – “Un evento storico!” – il sesto proiettile parte e uccide. Quello sparo par scuotere Kate dal suo sogno di gloria, ma purtroppo non sapremo mai – e capirete perché – se le sue ultime parole (“Questo è il futuro”) siano la reazione d’orrore di chi ha gettato uno sguardo nell’abisso o un grido di trionfo. Alcune delle critiche che sono state fatte a questo film sono indubbiamente fondate. Non è – incredibilmente, nonostante il plot – abbastanza spettacolare, e la regia è spesso lenta, asfittica, par quasi – appunto! – una regia televisiva. Forse a Guttentag – peraltro Premio Oscar nell’89 e nel 2003 per due documentari – sarebbe stato utile qualche passaggio ad Hollywood. Tuttavia, detto ciò basta appunto l’idea, per rendere il film un documento prezioso della nostra epoca. Tutto – nell’ambiente di Kate, della gente che lavora con lei, dell’America intera: ma potremmo dire del mondo, perché di quella cultura facciamo parte tutti – tutto è falso, costruito, inesistente se non sul monitor. Non è la realtà quella che dev’essere venduta al pubblico, ma il sogno, quel sogno che lui vuole, e dunque “nella realtà può anche capitare che una ballerina di lap dance mostri per un istante un capezzolo, qui no”. Del resto, la stessa Kate che vediamo sullo schermo è ‘reale’ fino ad un certo punto; lo è nella misura in cui essa stessa è un ‘prodotto’ del cameraman che la segue sempre e ovunque, perché anche la sua vita quotidiana diventi finzione e materiale televisivo. Film, documentario (o meglio mockumentary) “Live!” è, che io ricordi, l’opera migliore che a tutt’oggi abbia per lo meno cercato di rappresentare la barbarie culturale della TV trash: quella e unicamente quella – sarà bene ricordarlo – di cui anche milioni di italiani si nutrono quotidianamente, e che ha contribuito alla loro lobotomizzazione. Una TV il cui scopo è appunto quello di realizzare “guadagni immensi”, ma che ha come danno collaterale – messo in conto, se non esplicitamente voluto – quello di demolire poco per volta ogni barriera morale ed etica nello spettatore, cioè nel cittadino, cioè nell’elettore (vi ricorda qualcuno?). Non è difficile immaginare, vedendo le file infinite di persone in attesa di accedere ai provini (vi ricorda altre file per altri provini?), che ad un bel momento qualcuno estragga una pistola – come quella che lo show gli metterà in mano tra poco – e cominci a far fuori i potenziali suoi concorrenti: ogni mezzo è lecito per arrivare ed apparire, non ce lo insegnano ogni giorno?

Mercoledì 14 luglio

Beetlejuice (T. Burton, USA, 1988) 17.30, DT

Praticamente agli inizi della sua carriera – questo è il suo secondo lungometraggio, e il suo primo film di successo – Burton maneggia già da quel maestro che è sempre stato le sua armi migliori: il macabro grottesco, l’ironia, la satira, il dark. Due giovani sposi muoiono in un incidente stradale poco prima di occupare la loro nuova e bellissima casa, che viene venduta ad una numerosa e scombinata famiglia. I due, nel loro nuovo ruolo di fantasmi, faranno di tutto per spaventarli e cacciarli via, ma non è facile nemmeno per dei fantasmi combattere degli snob. Geniale, irriverente e divertentissimo, da rivedere assolutamente.

Bagdad Cafè (P. Adlon, RFT, 1987) 17.00, DT

Per un accidente del destino, una grassa e ‘stereotipa’ turista tedesca si ferma a vivere in un motel nel deserto di Las Vegas, portandovi una ventata di vitalità e d’amore che sconvolge l’esistenza di tutti coloro che vengono a contatto con lei. Favola magica e poeticissima sulla semplice essenza della vita. Un gioiello praticamente sconosciuto, e forse l’ultima apparizione sullo schermo, con una eccezionale prova d’attore, del grande Jack Palance. Assolutissimamente imperdibile.

Giovedì 15 luglio

Saturno contro (F. Ozpetek, Italia/Francia/Turchia, 2007) 22.35, DT

Insopportabile, indigeribile segolina, esempio tipico di quel cinema italiano stupido e inutile (altro grande ‘capolavoro’ del genere, negli ultimi anni, è Non ti muovere, 2004, di e con quello sciagurato di Sergio Castellitto) che ha finalmente trovato la sua Musa e il suo Maestro in Federico Moccia e nel suo Tre metri sopra il cielo (attenzione: cancellate immediatamente questo messaggio. Il solo fatto di scrivere il nome del regista e il titolo del film può infettarvi irrimediabilmente il computer). Qui l’italoturco Ozpetek ci somministra un’altra dose micidiale delle sue dolorose istorie maciullacoglioni: nella fattispecie, trattasi di amicizie e amori rotti (appunto …) e ricomposti, con relativo dispiegamento di pianti, baci e abbracci, sentimentini e sentimentoni, sbrodolamenti vari. In altre parole, l’ennesima storia all’italiana inutile ed onanistica, di cui non frega una mazza a nessuno e che rimane rigorosamente chiusa nel suo angusto orizzonte. Vomitevole l’inserto politically correct con l’amore omosessuale. Quanto ad attori, non ne parliamo. Qui il turno dell’incapace lo svolge Stefano Accorsi, e ci si chiede come una grandissima attrice come Milena Vukotic abbia potuto farsi coinvolgere in questa boiata: come si suol dire, avrà avuto le tasse da pagare. Invedibile.

Signs (M.N. Shyamalan, USA, 2002) 23.25, DT

Altra boiata del cosiddetto ‘nuovo maestro dell’horror’ (vedi E venne il giorno, lunedì 12). Qui gli alieni – grotteschi lucertoloni verdi, brutti e cattivi: terribilmente originale, no? – arrivano nella fattoria di un pastore protestante che ha perso la fede, e naturalmente lui la ritrova nella lotta contro il ‘Male’. Semplicemente ridicolo. Mel Gibson tenta invano di farsi venire una crisi mistica sul set, ma il vertice della comicità involontaria di questa ciofeca è la scena della morte di sua moglie, spiaccicata contro un albero da una macchina, che ci mette un’ora a morire e intanto filosofeggia e pontifica. Peggio di un eroe dell’Alfieri. Invedibile.

Stand by me (R. Reiner, USA, 1986) 21.15, Sky

Quattro ragazzini partono per un viaggio lungo il fiume. Hanno sentito dire che, qualche chilometro a valle è incagliato il cadavere di un loro amico annegato, e vogliono provare il brivido della morte, ma invece l’avventura si trasformerà in un viaggio di formazione, una poeticissima, dolente ed immensamente struggente meditazione sul passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Capolavoro poetico e di introspezione, e rara occasione per godere della presenza di Richard Dreyfuss, attore grandissimo e misconosciuto: per apprezzarne la raffinatissima sensibilità, guardate l’ultima scena, completamente ‘muta’, a parte la voce narrante. Assolutissimamente imperdibile.

Blueberry (J. Kounen, Francia/Messico/USA, 2004) 22.40, Sky

Ispirato ai fumetti di Moebius, la storia di uno sceriffo del New Mexico allevato dagli indiani, che nasconde nel proprio passato un oscuro ricordo, e che deve difendere la sua tribù d’origine dalle mire di un bandito che vuole impadronirsi di un favoloso tesoro nascosto. Troppo evidente – nei volti, nei colori carichi e barocchi, nell’uso degli effetti speciali – la derivazione da Moebius, e francamente insopportabile il delirio grafico a cui si abbandona nel tentativo, veramente ingenuo, di descrivere i ‘viaggi’ col mescal. Comunque, Vincent Cassel è sempre affascinante, e il nudo subacqueo di Juliette Lewis è davvero piacevole e magico.

Venerdì 16 luglio

A love song for Bobby Long (S. Gabel, USA, 2004) 16.15, DT

Pursy, diciottenne, eredita la casa della madre, una cantante di New Orleans che non vede da anni, ma scopre che essa, per lascito testamentario, è occupata da un professore di lettere semialcolizzato e da un suo discepolo. Ostili all’inizio, i tre scopriranno poco a poco di essere strettamente legati, e troveranno la via ognuno del cuore dell’altro. Capolavoro di un’esordiente al Sundance Film Festival, altro raffinato e delicato personaggio ‘in levare’ della bravissima Scarlet Johansson (Lost in translation), grandissima interpretazione di John Travolta. Un film ‘intimista’ e poetico, da scoprire ed amare, assolutamente imperdibile.

Vatel (R. Joffé, Francia/GB, 2000) 21.00, DT

Nella primavera del 1671, Luigi XIV annuncia al Principe di Condé una visita di tre giorni. Trattandosi di “un’offerta che non si può rifiutare”, il Principe, pur sovraccarico di debiti, chiede a Vatel, il suo maestro di cerimonie, di organizzargli tre giorni fantasmagorici, tra giochi, feste e pranzi memorabili. A prezzo della propria consunzione, Vatel riesce nell’impresa, ma la sua dedizione non viene assolutamente riconosciuta da una corte cinica e crudele, di cui egli stesso finirà vittima. Capolavoro di ricostruzione storica e di indagine morale, tragico e fastoso, eroico e romantico, non si capisce come questa meraviglia sia uscita dalle mani di un regista che, a parte Mission (1986), è da seppellire sotto un pietoso silenzio. Grandissimo Depardieu e magnifica la Thurman. Assolutissimamente imperdibile: poi, per completare il ‘panorama’, correte a rivedervi il meraviglioso Marie Antoinette di Sofia Coppola e il coltissimo Il mondo nuovo di Ettore Scola.

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