Pubblicato da: giulianolapostata | 9 luglio 2010

Mario Rigoni Stern, “Stagioni”, Einaudi, 2006

Che Mario Rigoni Stern sia stato uno dei più grandi scrittori del Novecento – e certo l’unico italiano che, in quel secolo, avrebbe meritato il Nobel per la Letteratura – è cosa evidente a tutti coloro per i quali la letteratura non sia un bariccheggiare debole e vano nelle placide piane dell’effimero e dell’inutile, ma uno degli strumenti che abbiamo a disposizione per metterci in contatto con l’Assoluto. Ogni suo libro è l’epifania di una visione del mondo che sorge dalle radici degli alberi e dei boschi per portarci nei regni in cui Uomo e Natura ritrovano quell’unità primigenia che hanno, pare irrimediabilmente, perduto. Al tempo stesso, la sua prosa non è semplice ‘strumento’ per raccontare, ma è essa stessa armonia, iride, quintessenza. E tuttavia, è evidente come egli non sia noto, compreso e onorato quanto merita: ma è probabile che, a questo fine, non che le critiche cortigiane della stampa, gioverebbe molto di più, per esempio, la conoscenza di qualche pagina di Elémire Zolla sullo sciamanesimo. A questa sua scarsa ‘visibilità’ ha contribuito lo stesso Rigoni Stern col suo vivere, rimasto sempre fondamentalmente estraneo ai ritmi di questa società ove conta solo l’apparire, mentre ‘essere’, è un optional non necessario. Lui ha preferito ‘essere’, tra i boschi, tra le montagne: essere testimone, profeta, sciamano e Maestro di umanità. Da quelle montagne è uscito, per esempio, Stagioni, una delle sue ultime opere, un libricino di nemmeno 140 pagine che tuttavia emoziona e stupisce profondamente. È difficile riassumerne il contenuto. Cadenzandoli appunto sul ritmo dei quattro tempi dell’anno – a cui sono intitolati i quattro capitoli: una cadenza naturale ed universale, che appunto Zolla avrebbe ben compreso ed immediatamente ammirato – ancora una volta Rigoni Stern ci propone i suoi ricordi, ma una volta di più riesce a stupirci. Quella che incontriamo è tutta una folla di meditazioni sull’esistenza, sulla sua stessa vecchiaia, sul trascorrere del tempo e il succedersi delle generazioni. E poi la guerra, e la caccia, e gli amici scomparsi, e gli animali, e la neve prossima. Da un tempo all’altro, i ricordi si intersecano, si allacciano, si slacciano e si ricompongono, le memorie scorrono e trascolorano le une nelle altre, come volute di aurore boreali. È l’ennesima vitrea perla della sua collana, ogni grano della quale ha rappresentato una nuova parola magica per entrare in quel mondo di cui Rigoni Stern possedeva ancora la chiave. Se sapremo leggerla col rispetto che merita, forse il vecchio mago concederà anche a noi di gettarvi uno sguardo, forse fugace, ma certo abbagliante.

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