Pubblicato da: giulianolapostata | 2 luglio 2010

Multivisioni – 3 luglio 2010

Sabato 3 luglio

Thelma & Louise (R. Scott, USA, 1991) 21.10, DT

Due donne, incapaci di credere esse stesse al loro ‘coraggio’, fuggono da una realtà stupida e da maschi altrettanto stupidi e senz’anima. Ma non riusciranno a fuggire dalla violenza di una società che così ha voluto le loro vite, e che alla fine le stroncherà, sia pure in un loro ultimo, magnifico gesto di libertà ribelle. Film ampiamente sopravvalutato, ad opera soprattutto della cultura femminista, che ne ha fatto un manifesto. In realtà è un film appena discreto, più che sufficientemente nutrito di stereotipi, e nulla di più. Inoltre, come è accaduto per molto tempo alle opere di Scott, un film senza personalità, ‘che avrebbe potuto fare chiunque’.

Nessuna verità (R. Scott, USA, 2008) 00.45, DT

Dopo una serie lunghissima di film mediocri, se non decisamente brutti, lontani anni luce dai capolavori coi quali ha esordito molti anni fa, ecco finalmente un film di R. Scott che, senza essere appunto un capolavoro, è comunque un ottimo film, serio, intelligente e ben scritto. Tanto più apprezzabile se lo si confronta – il paragone è inevitabile – con una recente pellicola sullo stesso argomento – le operazioni della CIA in Medio Oriente – quel Syriana di S. Gaghan (USA, 2005) dalla sceneggiatura schizzata e scombiccherata ai limiti della comprensione. Qui invece abbiamo, prima di tutto, un’ottima sceneggiatura, estremamente complessa nello svolgersi degli eventi (le locations cambiano in media ogni dieci minuti e gli eventi sono quasi sempre frenetici), ma ordinata e rigorosa nel raccontare, che permette allo spettatore di seguire con vera passione. Ambientato ai nostri giorni in Giordania, NV narra appunto di un’operazione CIA tesa ad impadronirsi di un terrorista a capo di una cellula molto attiva, che sta martoriando l’Europa con sanguinosi attentati (una metafora di Al Qaeda, la bestia nera degli americani, i quali mai si chiedono chi abbia creato il mare in cui ora nuota agilmente quel pesce velenoso). L’uomo sembra assolutamente inafferrabile, non solo perché accuratissimamente protetto dai suoi, ma anche perché i mezzi di comunicazione che usa sono estremamente ‘primitivi’, e dunque purtroppo non rilevabili dalle incredibili tecnologie dell’intelligence USA. Così, Roger Ferris, l’agente sul campo (un bravo Leonardo di Caprio) propone a Ed Hoffman, suo capo a Langley (un bravissimo Russel Crowe, come sempre) un’operazione di infiltrazione, allo scopo di far uscire allo scoperto il terrorista. Il marchingegno avrà successo, ma Ferris vi rimarrà coinvolto molto più di quanto avesse progettato. A parte un discorso iniziale di Hoffman, ed alcune conversazioni tra lui e Ferris, il film non si schiera, e non propone alcuna ‘morale’ finale. Con grande obiettività, anche a costo di rinunciare a facili tipizzazioni, il giudizio viene lasciato allo spettatore, messo di fronte a due figure psicologicamente molto interessanti. Hoffman è un personaggio non ‘cattivo’, ma visceralmente amorale, nel quale il cinismo è, più che un mezzo, una seconda natura. Indifferente al destino degli uomini sul campo, interessato solo all’esito della missione, non prova passioni o sentimenti per nessuno (“Il ragazzo è andato”). Così pure, Ferris non incarna il suo doppio ‘buono’ (il poliziotto buono e quello cattivo). E’ solo un soldato, fedele, onesto e coraggioso, che ad un certo punto si stanca di essere usato come una pedina. Nessuna conversione politica, ideologica o ideale, in lui: solo la ‘scoperta’ della realtà, dopo tanti amici mandati a morire e una vita personale, la sua, in procinto di sfasciarsi. Insomma, un gran bel film, che vale ampiamente i soldi spesi. Un ultimo consiglio. La prossima volta che vi fermate dietro ad un albero a far pipì, guardate in alto, e se vedete qualcosa che luccica, beh, la CIA vi spia! (Per i maniaci dei ‘contenuti speciali’: le immagini dai Predator non sarebbero ‘trucchi’ cinematografici. Pare che Scott abbia avuto in ‘prestito’ dalla CIA un vero Predator per le riprese, che in effetti hanno un contenuto realistico assolutamente strabiliante).

Una lunga domenica di passioni (J-P. Jeunet, Francia/USA, 2004) 00.30, DT

Magico Jeunet, dolcissima Tautou, splendido film, che coniuga, in una sintesi magicamente riuscita, orrore per la guerra, passione e speranza, amore, poesia. Sono film, questi, che fanno bene al cuore ed alla mente, da cui si esce sì commossi, ma anche, in un certo senso, purificati, perché, ripetendo una citazione forse troppo abusata, c’è speranza se questo accade, al cinema e tra noi. La vicenda della giovane Mathilde, paziente e forte, che cerca, contro ogni ragionevolezza, il suo fidanzato svanito nella barbarie delle trincee, non è – non solo – un manifesto contro la bestialità della guerra, contro l’idiozia delle ‘patrie’ l’una contro l’altra armate. E’ anche un inno alla gioia di vivere, all’amore tra uomo e donna, alla vita nella sua semplicità e bellezza, alla bontà interiore che pur risiede nel cuore dell’Uomo, nonostante tutte le malvagità a cui esso viene periodicamente costretto. E’ dunque, anche, un messaggio di speranza. Perché se è vero che Mathilde ritroverà sì il suo Fiordaliso, ma, molto probabilmente, di lì ad una ventina d’anni, vedrà i loro figli arsi in una nuova fornace mondiale, è tuttavia altrettanto vero che è da donne e uomini come quelli proposti da questa storia che, allora e sempre, il mondo può risorgere; è dal loro quotidiano ed umile impegno che l’umanità può – se vuole – ricostruire, e, forse, scegliere un diverso futuro. Con questo film, Jeunet si qualifica definitivamente come uno dei grandi ‘poeti’ del nostro tempo. Qualcuno, credendo di fare dello spirito, ha detto che, in fondo, Mathilde è la nonna di Amélie: spirito davvero povero, che tuttavia contiene una parte di verità. C’è infatti un filo che lega questi due film, perché, appunto, in entrambi, Jeunet e la sua bellissima musa svolgono il medesimo discorso, di questa loro pura e semplice fede nella bellezza della vita e dei puri, elementari sentimenti umani. In questo senso, aver rimproverato alla Tautou di non essersi ancora liberata di Amélie è nient’altro che una sciocchezza: qui siamo di fronte ad un’artista, che interpreta un messaggio, in forme diverse, in multiformi sfaccettature: ieri Amélie, oggi Mathilde, e domani … chissà. Ma si afferma anche, Jean-Pierre Jeunet, come uno dei più raffinati e professionali registi del cinema contemporaneo. La sua maestria visiva e narrativa raggiunge qui vertici quasi incredibili. Non voglio parlare tanto dell’abilissimo uso degli effetti speciali – sarebbe troppo facile – quanto dell’impianto favolistico che egli riesce a dare a tutta la storia, il quale, lungi dallo smorzarne i toni drammatici, li stempera, invece, e per così dire li ‘allontana’, collocandoli in una dimensione ‘astratta’ che è appunto quella che permette di coniugare insieme amore ed orrore, senza che nessuno dei due livelli prevalga sull’altro. “Ti fa male quando cammini?”, dice Manech a Mathilde rivedendola, come le aveva detto tanti anni prima, quand’erano bambini. Il sangue e il dolore hanno avuto pietà di lui, l’hanno purificato, e l’hanno fatto tornare quel bambino di un tempo. C’è speranza davvero?

Ogro (G. Pontecorvo, Italia/Francia/Spagna, 1979) 00.15, Sky

Il 23 settembre 1973 un attentato dell’ETA tira giù dalle spese Luis Carrero Blanco, capo del governo di Francisco Franco, detto Ogro, ‘l’Orco’, per i suoi trascorsi sanguinari durante gli anni della dittatura fascista Ottimo film d’azione di Pontecorvo, ed ottimo film ‘politico’, rigoroso e asciutto come tutti i suoi bellissimi film. Assolutamente imperdibile.

Domenica 4 luglio

Il nome della rosa (J-J. Annaud, Italia/Francia/RFT, 1986) 20.30, Rai3

Fu, quello omonimo, il primo romanzo di Umberto Eco (Bompiani, 1983), una ‘macchina erudita’ troppo perfetta e fine a se stessa, per diventare anche vero e proprio romanzo: molto, ma molto più bello il secondo, Il pendolo di Foucault (1988). Annaud ne trae un film che, necessariamente, non può che rimanere alla superficie, limitandosi ad un’iconografia medievalista abbastanza manieristica, e che difficilmente verrebbe ricordato se non fosse per l’interpretazione di Connery. Da vedere, ma senza aspettarsi troppo.

Gattaca (A. Niccol, USA, 1997) 23.35, Rete4

Splendido esempio di fantascienza filosofica ed etica, forse perfino superiore al capolavoro del genere, il pur bellissimo Blade Runner. In un lontano futuro, il mondo è dominato dai Validi, individui perfetti fabbricati geneticamente in provetta, mentre ai Non Validi – creature imperfette – viene riservata una posizione di sudditanza. Ma uno di loro oserà ribellarsi, in nome del diritto alla dignità che ogni essere umano ha di per sé. Atmosfere di profondo lirismo, sostenute da una scenografia essenziale, quasi simbolica, per un inno purissimo alla libertà ed al rispetto per l’individuo. Assolutissimamente imperdibile.

Cacciatore di teste (C. Gavras, Francia/Germania/Belgio, 2005) 15.05, DT

L’avranno mai visto, questo film, il ministro Brunettolo (l’ottavo nano) e i suoi consulenti? Nel tepore ovattato e opulento di uno studio ministeriale o di una facoltà universitaria, isolati e ignari delle miserie del mondo, gratificati da lussuose prebende, essi allineano su fogli immacolati file e file di numeri, decidendo olimpicamente dei destini della nazione. Questo film è la storia orribile e tragica di uno di questi ‘numeri’, Bruno Davert, alto dirigente di una fabbrica di carta, che per effetto di ristrutturazioni e delocalizzazioni viene improvvisamente licenziato, dopo quindici anni di ‘onorato servizio’. Orgoglioso delle proprie competenze, e perciò convinto di poter trovare subito un altro lavoro, Bruno precipita quasi subito in una spirale infernale di colloqui frustranti e senza risultato. Scopre anche che, comunque, non è il solo con quelle competenze, per cui, lucidamente, decide di eliminare fisicamente tutti coloro che possono frapporsi tra lui e un nuovo impiego. Rifiutato dalla società (“togliendomi il lavoro mi hanno tolto la vita!”) Bruno si rende conto che tutti i valori di cui gli avevano riempito la testa – amicizia, solidarietà, simpatia – sono parole vuote. Conta solo chi vince, chi ha ‘successo’ e di quel successo conquista i simboli tangibili: le belle donne e le macchine sportive che ossessivamente gli si parano davanti dalle insegne pubblicitarie. E lui si adegua, ridiventa homo omini lupus, e comincia ad uccidere. Non prova odio, e nemmeno pietà: il tremito alle mani dopo ogni omicidio passa presto, in attesa del prossimo, e ancora del successivo, finché la strada sarà libera. Apologo ‘inverosimile’ ma spietato, il film – freddo come un documentario, intenso come una tragedia greca – accompagna lo spettatore passo dopo passo a seguire gli orrori di Bruno, talmente coinvolgente che vorremmo gridargli: ‘Fermati, questa non è la strada’. Possiamo solo assistere muti alla sua rovina, chiedendoci se nella nostra società sia possibile, come un dirigente declama, “un lavoro fatto per l’uomo”.

The Truman show (P. Weir, USA, 1998) 21.00, DT

Truman vive in una linda e perfetta cittadina americana (avete presente Edward Mani-di-forbice? Ecco, anche peggio). Ha un lavoro normalmente noioso, un matrimonio normale, una madre normale, un amico normale. Ma ha, invece, grandi sogni di evasione e di fuga. Costantemente indeciso, la scelta gli si presenta drammaticamente quando scopre che tutto il suo mondo è artificiale, e lui è solo il personaggio di una soap, che il mondo ‘vero’ guarda in televisione. Avrà il coraggio di lasciare la finzione e di gettarsi nella realtà? Scritto da A. Niccol, che appena l’anno prima, nel bellissimo Gattaca, aveva raccontato un apologo sul diritto-dovere alla libertà individuale contro ogni costrizione, TTS è un altro capolavoro denso di significati, intelligente e profondamente poetico. Ed è anche l’ennesima dimostrazione che non esistono cattivi attori (e qui si tratta di Jim Carrey!) ma solo cattivi registi.

Frozen River (C. Hunt, USA, 2008) 21.00, DT

Cingachgook non fu l’ultimo dei Mohicani: i Mohawk esistono ancora, in una riserva ‘sovranazionale’, a cavallo dello Stato di New York (USA) e di quello del Québec (Canada). La loro casa, dopo essere stata lo spazio infinito e libero dei boschi, delle montagne e delle acque (L’ultimo dei Mohicani, di Michael Mann, 1992, rimane per me uno dei film più belli della storia del cinema), è oggi una distesa di ghiaccio recintata da reti metalliche, assediata dalle strade asfaltate dei bianchi e attraversata da poche piste fangose, su cui corrono vecchi scassoni: macchine ‘da indiani’ (come noi, ‘Italianibravagente’, diciamo ‘macchine da negri’ o ‘da marocchini’), che non è difficile immaginare, d’estate, infestata da nubi di zanzare. Abitano in misere roulottes sforacchiate, dove la notte bisogna dormire col pellicciotto, governati da una grottesca Polizia Tribale, mendicando lavori di merda, che i bianchi non vogliono più. Lila, per esempio, una ragazza Mohawk abbandonata dal marito, ha trovato un nuovo business: caricare nel portabagagli cinesi, pachistani e miserabili vari che dal Canada vogliono entrare nel paradiso degli USA. Ma ad un certo punto le accade di incrociare una bianca a cui quel lavoro non fa così schifo, perché non può fare troppo la schizzinosa. È Ray, anche lei abbandonata dal marito, con due figli da mantenere, un lavoretto part time e una casa prefabbricata che va in pezzi. Lui, andandosene, le ha fregato tutti i soldi, ed ora deve per forza trovarli, e in fretta, se vuol mettere la sua famiglia sotto un tetto. Controvoglia, dunque – mirabile l’atteggiamento razzista ‘non detto’ di Ray – le due donne si alleano: per la bianca saranno solo pochi viaggi, quel tanto che le basti a pagare la casa nuova. Ma è impossibile che una frequentazione avvenga in modo neutro, sia pure se si tratta di un’attività criminale, e poco per volta esse imparano anche a conoscersi e perfino a stimarsi, stabilendo un rapporto solidale che sarà fondamentale quando qualcosa, inevitabilmente, andrà storto. L’esordiente – congratulazioni! – Courtney Hunt scrive un film semplice e netto, niente affatto retorico, intelligente e sensibile, e con la vicenda di Ray (la bravissima Melissa Leo) e di Lila (l’altrettanto brava Misty Upham) ci racconta un interessante ed elementare apologo sulle gioie della globalizzazione e del neocapitalismo, e sulla loro natura, paradossalmente, ‘democratica’ e ‘interrazziale’, che spinge egualitariamente ai margini della società bianchi neri, gialli, senza distinzioni, accomunati da una sola caratteristica: non hanno soldi, non contano niente. C’è una sola risata nel film, quando Lila spiega a Ray che, per quei viaggi miserabili e pericolosi, quei poveracci pagano migliaia di dollari ai passeurs: “Per venire qui?!”, sbotta sbalordita Ray, e sghignazza amaramente.

Quien sabe? (D. Damiani, Italia, 1966) 19.05, Sky

Un killer yankee viene incaricato di uccidere un rivoluzionario messicano, e per compiere la missione si aggrega alla sua banda. Riesce a compiere il suo lavoro, ma viene ucciso a sua volta da un altro componente della banda. Tra gli ‘western all’italiana’ – ho sempre considerato diffamante e volgare la dizione ‘spaghetti western’ – uno dei più belli, di grande intensità umana e ‘politica’. Imperdibile.

Il portiere di notte (L. Cavani, Italia, 1974) 22.50, Sky

Negli anni cinquanta un’ebrea riconosce, in un portiere d’albergo, lo SS che l’aveva torturata e sottomessa sessualmente nel Lager. Temo che, a quei tempi, ci abbia fatto velo una favorevolmente preconcetta pregiudiziale ideologica nella valutazione di questo film, che oggi appare inutilmente intorcolato e stancamente morboso, ‘alla Visconti’, per capirsi. Da vedere per documentazione, ma non certo per i suoi pregi.

Lunedì 5 luglio

Il delitto Matteotti (F. Vancini, Italia, 1973) 00.40, Rete4

Buon cinema politico e civile, come l’Italia sapeva fare una volta, prima di cedere il passo, anche in questo genere, agli americani. Da rivedere senz’altro.

Gran Torino (C. Eastwood, USA, 2008) 21.00, DT

E’ perfino difficile parlare di un film come questo, tanto il suo discorso è semplice, elementare, ‘didascalico’ nel senso migliore del termine. Verrebbe voglia di dire: andatevelo a vedere, e basta. O meglio, andatevelo a vedere, e poi quando uscite pensate alle ronde antiimmigrati, pensate ai linciaggi ai rumeni, pensate ai ‘negri’ bruciati vivi, pensate alla barbarie quotidiana che da mesi ed anni ormai respiriamo in questo dannato Paese. E pensate anche che questo film ci viene dall’America del Ku Klux Klan, ma anche da quella che ha appena eletto un nero alla Presidenza. E allora chiedetevi – e non saprete darvi una risposta – chiedetevi perché tutta l’acqua di sentina dell’Occidente pare essersi riversata qui da noi; chiedetevi perché i suoi rivoli scorrano tranquillamente nelle strade e tutti ci sguazzino dentro trovandolo naturale, e, come diceva B. Brecht, “Quello che accade ogni giorno/non trovatelo naturale./Di nulla sia detto: ‘E’ naturale’/in questo tempo di anarchia e di sangue,/di ordinato disordine,/di meditato arbitrio,/di umanità disumanata”. Walt Kowalsky è, come il suo cognome denuncia chiaramente, di origini polacche, ma è americano D.O.C.: negli anni Cinquanta volontario in Corea, poi per trent’anni operaio alla Ford, oggi vive in un modesto ex quartiere di operai: ex, perché gli americani ‘veri’, e bianchi, se ne sono andati tutti, sloggiati dagli Hmong, un’etnia indocinese paracadutata – è proprio il caso di dirlo – negli USA dopo il Viet-Nam. Ma Kowalsky di loro e della loro storia non sa nulla e non vuol sapere nulla: per lui sono solo “musi gialli”, gli stessi che ha ammazzato in Corea e che intende ammazzare di nuovo, se entrano nella sua proprietà, e anche con lo stesso fucile, che conserva perfettamente efficiente. Un altro simbolo della sua esistenza conserva Kowalsky, gelosamente: una splendida Ford Gran Torino del ’72, che lui stesso ha montato, da allora chiusa nuova fiammante in garage. E’ più/meno/altro che razzismo, quello con cui Walt si rapporta col mondo: è che nel mondo non c’è niente che gli vada bene, nemmeno più in America: non i suoi figli, che vendono macchine giapponesi, vogliono rinchiuderlo in ricovero e fregargli quel poco che ha, non sua nipote, che si presenta al funerale della nonna col pancino scoperto, il piercing e il cellulare alla fondina, non il suo quartiere decadente e in rovina, percorso da gangs giovanili, naturalmente non bianche. Ma un incidente – un accidente dell’esistenza – obbliga Walt ad entrare in contatto con gli odiatissimi musi gialli, lo costringe, letteralmente, ad entrare in relazione con loro, nonostante egli si contorca e si divincoli con tutte le sue forze per sottrarsi a quel rapporto. Il risultato sarà sconvolgente, in questi che, come scopriremo presto, sono gli ultimi giorni di Kowalsky. Giorno dopo giorno, egli si scoprirà ‘parente’ di quella gente come mai si è sentito prima nei confronti, per esempio, dei suoi familiari; scoprirà quanto simili fossero lui e la vecchia Hmong che, entrambi senza capirsi, rintanati sotto la loro veranda sibilavano l’uno verso l’altro le stesse parole di odio e di intolleranza; scaverà finalmente, dentro di sé, quel nocciolo oscuro di dolore che lo avvelena da sempre. Non è un’anima malvagia, infatti, quella di Kowalsky: è un’anima che invece dal male e dal rimorso è stata ferita e avvelenata, ed ha tentato di reagire con gli unici mezzi che conosceva: il facile razzismo da bar, troppe birre bevute e troppo poche parole scambiate. Talmente connaturato è, in lui, questo stile di vita, che anche l’affettuosissimo rapporto con l’amico barbiere si trasforma in uno scambio soffocante di insulti etnici e maschilisti. Ma quanto questi nascondano, in realtà, un rapporto intenso, fatto di profonda stima e rispetto, lo rivela poi l’esilarante ‘lezione di parolacce’ che i due impartiscono al giovane Thao, in cui la loro coprolalia scende (o trascende?) a livelli di pura, innocente e ludica infantilità. Perché non è il rifiuto della vita, ad avere avvelenato l’esistenza di Walt, ma l’orrore della morte: quella che egli stesso ha dato in Corea ai famosi “musi gialli”, e la cui stupida inutilità ancora lo perseguita. Col passare delle settimane, questo tumore ardente viene a galla, finalmente, e Walt può riconoscerlo e decidere cosa farne, ora che la resa dei conti si avvicina. Può prendere un’altra volta il fucile, uccidere, ‘fare giustizia’ (vi pare di averla già sentita, questa?), cancellare i cattivi di turno dalla faccia della terra (aspettando che se ne presentino altri, e poi altri ancora); oppure può provare a trarre una ‘morale’, una filosofia di vita dalla propria esperienza, e provare ad insegnarla agli altri, in un modo assolutamente incredibile, che mai ci aspetteremmo. Così scorre, fotogramma dopo fotogramma, un film che è una lezione di vita, ma anche – è cinema, non dimentichiamolo – un’opera di genio. Un film che, perciò, impartisce la sua lezione proprio coi tempi e gli strumenti della costruzione filmica; così, proprio quando noi spettatori per primi siamo lì, assatanati, a desiderare di spazzar via i cattivi a fucilate, un coup de théatre come solo appunto un genio di ottant’anni può immaginare ci fa ringoiare tutta la nostra rabbia, e ci suggerisce che un’altra vita è possibile, altri rapporti, altri valori fondanti. Un film da mostrare a scuola: sempre che insegnanti e genitori non si scandalizzino per le parolacce …

Niente da nascondere – Caché (M. Hanecke, Francia/Austria, 2005) 19.00, DT

Georges è un parigino, intellettuale di successo. Conduce in televisione una trasmissione di libri molto raffinata, sua moglie lavora presso un editore amico di famiglia, il figlio adolescente va a scuola. Una fredda normalità abita i suoi giorni e i suoi affetti. Un giorno, però, una dissonanza viene ad infrangere questo nitido cristallo borghese. Georges e la moglie cominciano a ricevere strane videocassette anonime. Nelle prime, una camera fissa inquadra per ore la facciata della loro casa, lo scorrere delle abitudini quotidiane. Ma le successive indicano a Georges degli indizi, che lo rimandano alla sua infanzia, a rancori sepolti, a colpe dimenticate o negate, al suo rapporto conflittuale con un coetaneo ospite allora della sua ricca famiglia, figlio di due algerini vittime della strage operata dalla polizia a Parigi, nell’ottobre del 1961, sulle rive della Senna. Intanto, pian piano, insensibilmente, anche l’universo perfetto di Georges comincia a mostrare qualche incrinatura. Georges risale la pista, ritrova quel bambino ormai adulto, ha con lui un tragico confronto. Ma non per questo scopre l’autore e il mittente delle cassette, e dopo che la questione appare ‘risolta’, esse continuano ad arrivare. Chi guarda Georges, è la domanda che lo spettatore si fa. Ma quella che dovrebbe farsi è: chi guarda noi tutti? Chi guarda nella nostra coscienza, nelle nostre storie, e nella nostra Storia? La telecamera nascosta e l’operatore ignoto sono per Haneke metafore inquietanti della coscienza negata e sepolta, ma ribollente sotto la superficie, dell’occidente fiero e sicuro. Sotto la patina di certezze che ricopre la nostra realtà molti sono i fantasmi che ci guardano, spiano in noi le prime crepe, aspettano la nostra crisi. Per Georges, i segnali da un altro mondo sono le cassette; per lo spettatore sono i telegiornali inquadrati di sfuggita, gli accenni all’Algeria, i corridoi bui della casa di Majid. E’ il nostro mondo, che ha qualcosa da nascondere.

La battaglia di Algeri (G. Pontecorvo, Italia/Algeria, 1966) 19.00, Sky

Pur essendo sempre stato, Pontecorvo, un uomo schierato nel senso migliore del termine – “Non si può vivere senza essere partigiani” ha scritto Antonio Gramsci – tuttavia farebbe un grave errore chi riducesse i suoi film ad opere ‘di parte’. Prima ancora dell’ispirazione ‘politica’, non è possibile non rimanere abbagliati dalla limpida bellezza di un film come La battaglia. Ambientato ad Algeri tra il ’57 e il ’60, racconta della lotta organizzata dal FLN contro l’oppressione coloniale francese, della repressione dell’esercito e, alla fine, dell’insurrezione popolare, che obbligò la Francia ad andarsene. Girato in un nitido bianco/nero, il film si svolge ordinato e pacato, accompagnandoci attraverso la vicenda – ma anche attraverso la Storia – mediante personaggi essenziali. Fortemente coinvolgente a livello emotivo, ma assolutamente mai retorico, La battaglia è un capolavoro ‘elementare’ ed intenso che non deve essere dimenticato. Un capolavoro che fa onore alla cultura italiana e che mostra di cosa sia capace il nostro cinema quelle rarissime volte in cui, a farlo, siano autentici artisti, invece che softpornografi, ruttacchioni o melensi intellettualini autoreferenziali.

Martedì 6 luglio

La promessa dell’assassino (D. Cronenberg, G.B./Canada, 2007) 21.10, DT

In una Londra anonima e spersonalizzata, quasi irriconoscibile – e quindi non luogo storico-geografico definito, ma proprio ‘non luogo’, luogo del mondo, un luogo qualunque del pianeta globalizzato – una ragazza entra in una farmacia a chiedere aiuto. E’ giovanissima – poco più di quattordici anni, come scopriremo di lì a poco – è sporca, stracciata, piena di lividi e di punture di eroina: ed è incinta, anzi sta proprio per partorire. Tuttavia le sue condizioni sono così compromesse che morirà durante il parto. Ma la bambina si salva, e Anna, l’ostetrica ucraina che l’assiste, cercando nei suoi effetti personali un indirizzo che le consenta di risalire alla famiglia, trova un diario. La sua lettura le aprirà le porte dell’orrore, mettendola in contatto con l’ambiente da cui la ragazza è fuggita: quello della mafia russa. Un ambiente feroce e disumano, costruito sul sangue e sulla violenza, che trae i propri profitti col traffico di droga, armi e tecnologie; un ambiente disumano, in cui contano solo il potere e la forza, e le donne sono meno che prostitute, meno di niente: “la stalla” viene chiamato uno degli appartamenti in cui le tengono rinchiuse. Proseguendo nel suo cammino alla ricerca di verità e giustizia, Anna viene suo malgrado coinvolta in quel mondo, mettendo in gravissimo pericolo se stessa, la bambina che vuole salvare e la propria famiglia, ma sarà proprio all’interno di quel mondo che, paradossalmente, essa dovrà cercare un aiuto per salvarsi. Con coerenza esemplare e geometrico rigore, Cronenberg continua ed amplia, con questo capolavoro, il discorso sulla malvagità dell’animo umano iniziato con lo splendido History of violence, giungendo ad esiti se possibile ancor più pessimistici e tragici. Là la violenza, anche se proveniente dall’esterno, pareva in un certo qual modo circoscritta all’ambito della ‘famiglia’, ed in essa trovava, alla fine, se non una soluzione, per lo meno una specie di consolazione. Qui è diventata, con assoluta evidenza, la dimensione del mondo, in cui colpisce e fa strage senza rispettare confini né patrie, e la famiglia, ancora una volta elemento centrale della narrazione, diventa al massimo un buco in cui rifugiarsi, sempre tuttavia col timore che il male cacciato dalla porta stia spiando dietro i vetri della finestra. Non ci sono né gioia né serenità, nel salotto di Anna, alla fine, ma solo un’attesa sospesa ed impotente, una speranza senza fondamenti che non debba succedere di nuovo. Coerente col precedente, e specularmente ‘opposto’ nelle conclusioni, questo magnifico film è servito da un cast di attori semplicemente inarrivabile. Viggo Mortensen è trasfigurato, nella parte della macchina per uccidere senza sentimenti; Naomi Watts, vera e indifesa, è la persona qualunque che scopre questa realtà e quasi non riesce a comprenderla; seguono Vincent Cassel, sempre bravissimo, anche se forse, in questo caso, un po’ troppo sopra le righe, ed un vecchio e grandioso Armin Mueller-Stahl, dalla recitazione distillata ed essenziale.

Il federale (L. Salce, Italia, 1961) 15.25, Sky

Amarissima ironia di Salce sugli italiani e il fascismo. Un piccolo gerarca di provincia (uno strepitoso Ugo Tognazzi) viene nominato federale proprio negli ultimi giorni di guerra, e si imbarca in un lungo viaggio in sidecar per consegnare al comando un vecchio professore liberale ed antifascista da lui arrestato, il quale cercherà di rieducarlo ai valori della democrazia, del rispetto e della libertà. Comico e divertente, e tristemente istruttivo. Dopo cinquant’anni, non siamo molto diversi, purtroppo, anzi, se possibile, siamo peggiorati. Da vedere.

Mercoledì 7 luglio

A.I. Intelligenza artificiale (S. Spielberg, USA, 2001) 21.10, Rete4

Eccessivo, ipertrofico, barocco, sovrabbondante – par che Spielberg abbia voluto metterci dentro tutti i suoi temi favoriti – è comunque uno dei suoi film più belli e intensi, una ‘fiaba’ che disquisisce con poesia e commozione dei temi fondamentali dell’esistenza. In una mostruosa società del futuro, un robot-bambino, creato per sostituire un bambino malato, ma poi rifiutato e buttato via, cerca ovunque la madre e l’affetto che non ha mai avuto, anche attraverso i millenni. Assolutissimamente imperdibile.

Tutti i battiti del mio cuore (J. Audiard, Francia, 2005) 23.05, DT

Anche se non allo stesso livello del precedente e bellissimo Sulle mie labbra, pure Audiard ci regala un film comunque profondo e delicato, un’altra indagine sull’animo umano, i suoi meandri e i mali che l’affliggono. Thomas è un giovane parigino. Suo padre traffica in immobili abbandonati: compra, rivende. Se, come accade spesso, gli appartamenti vengono occupati da immigrati, ogni mezzo è buono per farli sloggiare: intimidazioni, botte, ogni sorta di nefandezze. Ma ormai sta invecchiando, e Thomas gestisce l’attività al suo posto. Il suo rapporto con lui è complesso: da un lato ne è complice e perfino succube, dall’altro prova pietà e affetto per quest’uomo alla fine della sua strada, e cerca di aiutarlo e proteggerlo dai pericoli che quella vita borderline comporta. E tuttavia – pare dirsi inconsciamente – quella non potrà essere anche la sua, di vita. Trascinato da questa esistenza quasi inconsapevolmente, un giorno, per caso, Thomas riprende contatto col mondo della madre morta, celebre musicista, che per molti anni gli aveva fatto studiare il piano. Prenota un provino presso un critico musicale, e per prepararvisi si prende un’insegnante, una pianista cinese che non parla una parola di francese. Unico tramite tra loro due è la musica, i suoi tempi, i suoi ritmi ed anche i suoi silenzi. Poco per volta, in questo ‘percorso di formazione’, Thomas ritrova se stesso, costretto com’è a controllare il disordine del suo animo e della sua vita a fronte delle esigenze imprescindibili della musica. Assisterà alla morte del padre, a causa di un affare troppo losco, di cui lui stesso rischierà di rimanere vittima, ma alla fine l’armonia risulterà vincente, e riuscirà a restituire alla propria vita quell’ordine esistenziale che non pareva più possibile. Anche se, come ho detto, meno limpido e stringato della sua opera precedente, TBDC è comunque un altro film sulla complessità del cuore umano, sulle difficoltà che le persone hanno sia ad esprimere se stesse che a comunicare con gli altri. Il rapporto con la pianista cinese è insieme paradigma di questa problematica – esemplificata dall’incomunicabilità assoluta, quella della lingua – ma al tempo stesso anche propositivo di una ‘soluzione’: solo in qualcosa di universale e di ‘più grande di noi’ possiamo sperare di trovare lo strumento per corrodere l’isolamento e dare un senso alla vita. Un buon film, che merita senz’altro una visione attenta e meditata.

30 giorni di buio (D. Slade, USA, 2007) 00.40, DT

Nella cittadina di Barrow, in Alaska, la notte artica dura trenta giorni, un mese senza i raggi del sole. Ne approfitta una nave di vampiri, che sbarca nell’ultimo giorno di luce per banchettare un mese intero. Riusciranno i nostri eroi a sfangarla così a lungo? A parte alcune – poche – preziosità della fotografia (molto bella la camera che scorre dall’alto sulla città, mentre nelle strade innevate si consuma il macello in un silenzio quasi irreale), è il solito banalissimo film ‘di vampiri’, in cui si crede che basti qualche bidone di salsa di pomodoro per far paura. Particolarmente da schiaffeggiare lo sceneggiatore, per le innumerevoli lacune e contraddizioni. Fate voi.

L’estate di Kikujiro (T. Kitano, Giappone, 1999) 17.00, DT

Takeshi Kitano, il grandissimo regista giapponese nato nel 1947 (Leone d’Oro a Venezia nel 1977 con Hana-bi), noto – superficialmente ed immeritatamente – per la violenza spesso presente nei suoi film, ci regala, con Kikujiro, un film di una tenerezza e bellezza abbaglianti. Il protagonista è Masao, un bambino di nove anni, timido e un po’ chiuso, che vive a Tokio con la nonna. Del papà non si parla, e la mamma non l’ha mai conosciuta: “vive lontano, perché lui possa studiare e diventare grande”. Masao trascorre solo gran parte della giornata, perché la nonna lavora, e quando la scuola chiude è ancora più solo, perché tutti i suoi compagni partono per le vacanze. Così, improvvisamente, decide di andare a conoscere la mamma, di cui non ha che l’indirizzo, e come compagno di viaggio coinvolge Kikujiro, uno sfaticato teppista di periferia. Non più giovanissimo, Kikujiro vive rubacchiando e giocando alle corse. E’ aggressivo e violento, ma più per sciocca sbruffoneria che per intima convinzione. I due partono, e quello che attraversano diventa presto, per Masao ma anche per la sua più vecchia e smaliziata guida, una specie di Paese delle Meraviglie. Buoni e cattivi (ma i ‘buoni’ sono in maggioranza, questa volta), matti e svitati, individui bizzarri, persino magiche presenze, animano e accompagnano le loro giornate. Masao scopre il dolore dell’abbandono, ma anche la forte dolcezza dell’amicizia. Kikujiro impara la tenerezza della ‘paternità’, e il sapore della responsabilità e del dovere. Torneranno a casa entrambi migliori, entrambi cresciuti, entrambi più felici. Kitano racconta con quel suo stile inconfondibile, che ad un primo sguardo può apparire dimesso e sciatto, e che invece è assolutamente essenziale, limpido e puro. Si sprigiona, da questo film, un’ondata irresistibile di felicità, accentuata dalla freschissima e sognante colonna sonora di Hisaishi Joe. Ci si chiede come sia possibile arrivare a tanto, come un essere umano possa creare tanta bellezza. Guardate la prima scena, quella in cui Masao corre a perdifiato sul ponte, col suo zainetto con le alucce da angelo: almeno che io ricordi, è la scena più ‘datrice’ di gioia della storia del cinema.

Giovedì 8 luglio

Lady Vendetta (Chan-wook Park, Korea, 2005) 01.00, DT

Terzo capitolo della trilogia sulla vendetta (Mr Vendetta, 2002; Oldboy, 2004), è la storia di una ragazza ingiustamente condannata per l’omicidio di un bambino, che quando esce si vendica atrocemente di chi l’ha incastrata. Se è pur vero che la violenza di Chan-wook Park non è mai fine a se stessa, ma serve per esempio, in questo caso, a porre questioni laceranti su temi fondamentali – la famiglia, gli affetti – è altrettanto vero, però, che qui la sua eleganza stilistica è talmente estrema da divenire stucchevole, fino a produrre un film indubbiamente raffinatissimo, ma di un estetismo spesso autoreferenziale, kitsch e, diciamocelo, anche prolisso e noioso.

Venerdì 9 luglio

Zatoichi (T. Kitano, Giappone, 2003) 22.50, DT

E’ la storia del samurai cieco Zatoichi, invincibile, nonostante la sua deformità, e della sua battaglia personale per liberare un villaggio di contadini dalla banda di ladri che lo angaria, profondamente intessuta di continui richiami alla cultura ancestrale giapponese. Le danze delle geishe, coi loro elaborati e raffinatissimi movimenti, il pazzo che gira attorno al villaggio urlando, la disperazione del ronin e il suo rapporto con la moglie, certi personaggi a metà tra il comico e il grottesco, le danze finali e tanti altri momenti, sono tutti ‘messaggi che il grandissimo Kitano ci offre dall’antico Giappone: le atmosfere rarefatte, le elegantissime scene di combattimento con la spada, i ‘balletti’ ritmati dei contadini sul campo e dei carpentieri attorno all’armatura della casa, la bellezza ieratica dei volti femminili, il sapore di un mondo per noi lontanissimo, e forse anche proprio per questo profondamente affascinante.

Un lupo mannaro americano a Londra (J. Landis, USA, 1981) 0015, DT

 Finalmente! Rarissimo passaggio tv di questo capolavoro dell’horror moderno, che riprende il ‘mito’ creato da G. Waggner nel suo splendido Wolf Man (USA, 1940), raccontandolo con lo spirito e la sensibilità di oggi. Magnifiche le scene nella brughiera, quasi insuperate quelle della trasformazione. Assolutissimamente imperdibile: da vedere assieme al film di Waggner succitato ed al bellissimo e recente The wolf man (J. Johnston, USA/GB, 2009).

Proprietà privata (J. La Fosse, Belgio/Francia, 2006) 19.00, DT

Pascale vive da molti anni in campagna, nella bella casa che ha avuto dal marito dopo il divorzio. Ha un suo lavoro, ma tutto il resto della sua vita l’ha dedicato ai figli, due gemelli, ormai sui vent’anni. Thierry e François vivono appunto ancora con la madre. François deve finire gli studi, e lavoricchia per casa, Thierry disperde senza costrutto il suo tempo. Passano le giornate col pingpong o coi videogiochi, sono adulti, ma sembrano due bambini: fanno il bagno insieme, proprio come quando erano piccoli, si picchiano, giocano. Provvedono alle loro necessità mendicando mancette dalla madre o dal padre, che si è risposato e vive a poca distanza. Il suo rapporto affettivo coi figli è ancora intenso, ma sembra basarsi appunto soprattutto sui soldi, che lui elargisce loro molto generosamente. Tutto potrebbe procedere così per sempre, immutabile, ma succede qualcosa. Pascale ha una relazione col vicino, vuole vendere la casa, trasferirsi con lui in Normandia ed aprire un agriturismo. Per i ragazzi è un terremoto, che sconvolge l’intera loro esistenza: dove andranno? Cosa faranno? Cominciano a perseguitare la madre, meschinamente, ostinatamente, soprattutto Thierry, violento, maschilista e volgare, che la tortura fino a sfinirla, e a mettere in crisi il suo nuovo rapporto. Esausta, Pascale, fugge di casa e si rifugia da un amica, ma la solitudine e l’indipendenza saranno una rovina per i gemelli, che, finalmente ‘padroni di se stessi’, non potranno far altro che dar libero sfogo alla loro immaturità. Storia familiare claustrofobia e ‘intimista’, per questo film in cui non ci sono buoni o cattivi, non ci sono dei ‘giusti’ per cui prendere le parti, e soprattutto, come si vedrà, non c’è una soluzione, che tranquillizzi le coscienze, in primis quella dello spettatore. C’è solo questa analisi, oggettiva ma non spietata, pacata ma non fredda, di un universo di ‘egoismi’: la madre, che vuole ‘rifarsi una vita’, il suo nuovo compagno, che le vuole bene ma ha bisogno dei suoi soldi per realizzare il progetto dell’agriturismo, il padre, che appare e scompare, col portafogli in mano, i ragazzi, bambini mal cresciuti. Ognuno ha le sue ragioni, in questa storia, ma anche ognuno è incapace di capire quelle degli altri, e per questo ognuno percorre la sua strada da solo. Ottima la fotografia, lunghi campi fissi che isolano i personaggi nella fissità delle loro egoistiche ossessioni. Un bel film, che non dà risposte, ma racconta, e, molto umanamente, è dedicato appunto “ai nostri limiti”.

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