Pubblicato da: giulianolapostata | 1 luglio 2010

Patti Scellerati

È cominciato tutto da lì, da quello sciagurato 11 febbraio 1929, Anno Settimo Era Fascista, quando il Cavalier Benito Mussolini (decisamente l’istituto del cavalierato porta male all’Italia), dopo aver cominciato la sua carriera come ridicolo ‘rivoluzionario’ socialistoide da strapazzo, pensò bene di concluderla da uomo d’ordine, per cui, dopo aver fondato nel sangue le basi della sua dittatura, decise di cementarle accordandosi con quello che, nonostante definisse se stesso ‘potere spirituale’, era invece l’unico vero potere temporale esistente: la Chiesa Cattolica. Alla Chiesa andarono privilegi inauditi e valanghe di denaro (milioni di lire dell’epoca); Mussolini, in cambio, ebbe la medaglia di Uomo della Provvidenza, e la cecità, quando non la complicità, della Chiesa nei confronti dei delitti che avevano segnato gli inizi della sua criminale carriera politica, e che avrebbero costellato il resto del Ventennio: tanto per dirne una, le Leggi Razziali. I Patti Lateranensi segnarono la fine della breve stagione di laicità dello stato italiano che era iniziata con la Breccia di Porta Pia, precipitando la nazione in quell’abisso di sudditanza al clericofascismo in cui si trova ancor oggi. Quali che siano state le parti politiche succedutesi poi alla guida del Paese, tutte hanno voluto ribadire e riconfermare quella sudditanza, dai Padri Costituenti, che addirittura inserirono i Patti tra i Principi Fondamentali, con l’Art. 7 – decisamente in quell’occasione la Dea Ragione non li assistette – a Bettino Craxi (socialista!), che nel 1984 riscrisse e rifirmò quei patti scellerati, perdendo l’ultima occasione di liberare il paese dalla schiavitù. Non una parola, infine, è mai venuta dai vari governi di centrosinistra, anch’essi molto più preoccupati di non irritare il Papa-Padrone che non di dimostrare un minimo di coerenza con le idee professate. Da quei patti, innumerevoli mali sono venuti alle istituzioni repubblicane. Per esempio, per parlare del presente, l’allucinante status degli insegnanti di religione. Sono 25.694 , per un costo (a carico dello Stato, beninteso) di circa 800 milioni di € l’anno, nominati dalla Curia e soggetti solo ad essa, che sola può ‘sfiduciarli’ per indegnità morale (però il Papa non ha sfiduciato la Gelmini, quando ha avuto un figlio fuori dal sacro vincolo del matrimonio …), al riparo da tagli, risparmi, accorpamenti, riduzioni d’orario e in genere da tutto quel ciarpame rigorista che ha ridotto in miseria, didattica ed economica, la Scuola, e gettato nella disperazione migliaia di precari. 25.694, e in costante aumento, sguinzagliati per le classi a spacciare uno pseudo catechismo tanto melenso quanto insulso, che farebbe inorridire Cristo per primo. Gli allievi e gli studenti che non si avvalgono dell’IRC si ritrovano, anche fisicamente, ai margini della scuola, tristi emuli dei ‘pagani’ ai confini dell’Impero dopo l’Editto di Tessalonica, affidati alla buona (o alla cattiva) volontà dei loro insegnanti. Se va bene vengono messi tutti nella stessa classe, all’inizio o alla fine della giornata, in modo che possano entrare o uscire in orari differenziati. Se va male, vagabondano per i corridoi e le classi (‘attività alternative che cosa?!’), e già sono fortunati che tra gli insegnanti non sia ammessa l’obiezione di coscienza, se no a qualche cattolico integralista potrebbe venire in mente di rifiutarsi di ospitare in classe un miscredente. Ultima puntata di questa tristissima istoria è la vicenda dei crocifissi nella aule scolastiche, di cui una sentenza della Corte Europea impone la rimozione, a seguito di un’istanza presentata da una signora finlandese, moglie di un italiano (ma benedetta donna, non lo sapeva mica, prima di venire in Italia, in che pantano sociomorale si stava ficcando? Lei che veniva da uno dei pochi paesi ‘civili’ d’Europa, perché non ci è rimasta?!). Come dar conto della follia integralista che si è scatenata? Cominciamo dalla controparte, il clero cattolico, che naturalmente, non appena ha sentito nuovamente odor di crociata, ha dato il meglio/peggio di sé, in un raffinato mix di fanatismo ed ignoranza. Il cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone, per esempio, ha ‘spiritosamente’ commentato: “L’Europa così facendo sarà ridotta a darci solo le zucche”. Ribadendo così le radici secolari dell’intolleranza cristiana nei confronti delle fedi diverse (le prime ‘Crociate’, con stragi e distruzioni immani, vennero condotte proprio contro i Pagani) e l’ignoranza della Chiesa nei confronti dell’antico passato religioso dell’Europa, e perdendo nel contempo un’ottima occasione di tacere, perché infatti, se proprio vogliamo trovare le radici religiose dell’Europa, esse non sono certo quelle cristiane, bensì appunto quelle, molto più antiche, del Paganesimo. “Amareggiati e delusi” si sono detti i Nunzi Apostolici (“delusi”: ‘Ma come, dopo duemila anni ancora non avete imparato ad ubbidire?!’). Addirittura “perplessi per il futuro dell’Europa” sono il Presidente della CEI Angelo Bagnasco e Stanislao Dziwicsz (non è uno scioglilingua: era il segretario di Giovanni Paolo II): me li vedo scuotere il ditino, compunti e addolorati, mentre l’Europa scivola nel baratro infernale, coi diavoloni armati di forcone che l’aspettano. Un altro comunicato della CEI, davvero ineffabile, afferma che “sembra possibile rilevare il sopravvento di una visione parziale e ideologica”: detto da loro, non necessita di commenti. Sulla stessa linea, il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, parla di decisione sbagliata e “miope” e di “pesante interferenza”: il signore sì che se ne intende. Il clou si è avuto con le dichiarazioni del Cardinale Giovanni Battista Re, Prefetto della Congregazione dei vescovi: state a sentire . “Sorpreso, perplesso, deluso e profondamente addolorato”, esordisce per accumulo il prelato, e già siamo un po’ storditi sotto questa raffica di sofferenza, talmente intensa che, quasi tautologicamente, il cardinale si ripete subito dopo: “Delusione mista a stupore, per un pronunciamento incomprensibile ed imprevisto, che non può non lasciare sgomenti. Nel mio animo, accanto alla delusione, prendono forma anche sentimenti di tristezza e dolore”. Accidenti, parla come un libro stampato. Ma il bello viene adesso: “Si tratta di un simbolo che non può non essere emblema di umanità condivisa universalmente. Come non condividere un simbolo così pieno di senso e significato, che ogni uomo di buona volontà in coscienza non può non capire e accettare?” (e vedete, proprio non riesce ad entrargli nella testa, a loro, che esistano uomini che magari hanno lo stesso tanta “buona volontà”, ma la pensano diversamente. Proprio non riescono a concepirlo, proprio non ci arrivano). Ed ecco il botto finale: con impavido sprezzo del grottesco, il cardinale afferma che “la sana laicità include anche il rispetto profondo della coscienza di tutti e di ciascuno”. Eh sì, e la Chiesa sa di che parla, quando parla di rispetto per le coscienze altrui: vero cardinale? Alle Divisioni del Papa (Stalin si chiedeva quanti carri armati contassero: povero scemo) si sono uniti subito i mercenari dei liberi corpi dei sicofanti: assolutamente bipartisan, e ricchissimi di truppe, in un paese in cui la stragrande maggioranza della gente non è mai passata dalla condizione di suddito a quella di cittadino. L’assessore all’arredo urbano di Milano (AN) propone “una croce in tutti gli edifici comunali”. Il sindaco di Finale (PD) dichiara coraggioso: “Sono pronto ad imporre il crocifisso nelle scuole del mio comune”. Il sindaco di Ostra Venere e quello di Galzignano (UDC) hanno stabilito una sanzione di 500 € per chi toglierà il crocifisso dalle aule. La stessa cosa ha fatto il sindaco di Asiago, affermando nell’ordinanza che il crocifisso non è solo un simbolo della religione cattolica ma anche “espressione dei fondamentali valori civili e culturali dello Stato italiano”: dev’essere cresciuto alla stessa scuola di tolleranza e pluralismo del Cardinale Re. Il sindaco di Cittadella (Lega) ha addirittura dichiarato che andrà di persona a controllare “che nessun insegnante troppo zelante si azzardi a togliere il crocifisso”, mentre il suo collega di Montegrotto Terme (La Destra) ha fatto scrivere sui pannelli luminosi del Comune: “Noi non lo togliamo”. Il sindaco di Sassuolo ne ha comprati cinquanta (spero pagandoli di tasca sua), e si recherà personalmente a inchiodarli nelle aule e nelle palestre. Il sindaco di Assisi ha rilanciato, proponendo di esporre, assieme al crocifisso, anche il presepe: non ha specificato se a terra o appeso al muro anche quello. Lasciamo stare i politici ‘importanti’. La Gelmini, nonostante si trovasse in peccato mortale, ha dichiarato: “Nessuno, nemmeno qualche Corte Europea ideologizzata, riuscirà a cancellare la nostra identità. La presenza del crocifisso in classe non significa adesione al cattolicesimo, ma è un simbolo della nostra tradizione”. Bersani, il neoeletto segretario del PD, ha dichiarato (parlando a nuora perché suocera intenda): “Penso che un’antica tradizione come il crocifisso non può essere offensiva di nessuno: il buon senso è stato vittima del diritto”, facendoci con ciò capire cosa potremo aspettarci da lui in tema di laicità. Ciliegina sulla torta, il filosofo Cacciari, fòra come un pèrgolo, si direbbe in dialetto veneto, che ha dichiarato che i crocifissi, invece di toglierli, “andrebbero piuttosto messi dappertutto, se qualcuno sapesse davvero cosa vuol dire il crocifisso”: il crocifisso è un simbolo laico, e “non esiste nessuna religione più laica del cristianesimo”. Forse, tanto per fare un solo, unico esempio, a tutti costoro potrebbe interessare sapere che, durante la sua amministrazione (1999-2004), il sindaco di Bologna, Giorgio Guazzaloca, di destra, non comprò nemmeno un crocifisso per le scuole del suo comune, disinteressandosi anzi totalmente della questione. Ma, sapete come dice il Vangelo: “Aures habent et non audiunt”. Più interessante può essere vedere brevemente di che qualità sia lo ‘spirito cristiano’ di cui questi nuovi crociati si fanno difensori: anche qui il ventaglio è ampio. Si va dal sindaco di Cittadella che suggerisce a quello di Abano, dove abitano i senza dio, di revocare loro la residenza, cacciandoli in esilio, e minaccia di stampare manifesti con la loro faccia e sotto scritto ‘wanted’; ai figli della coppia, insultati per strada al grido di “atei di merda”; al Ministro La Russa che grida: “Possono morire!” (ripetuto tre volte: La vita in diretta, 5/11/09); al commando che ha inchiodato croci sul portone della sede radicale, eccetera eccetera. E lasciamo stare, per carità cristiana – appunto – la bella lezioncina di etica cattolica data di recente da quel pover’uomo di Giovanardi parlando dell’omicidio Cucchi. Anche qui, a poco servirebbe, per esempio, ricordare che il 4/11, Vittorio Bellavite, portavoce nazionale di “Noi siamo Chiesa” ha dichiarato che la fede si testimonia non con la difesa fondamentalista dei simboli, ma nelle coscienze e nelle opere. Nè servirebbe ricordare la lettera di Don Stefano Manni, Parroco di Montecchio M. (VI) al Giornale di Vicenza, nel gennaio di quest’anno. Commentando l’iniziativa del Comune di innalzare una gigantesca e minacciosa croce di legno nel giardino del Municipio in polemica con la Corte Europea, Don Manni scriveva: “La croce, se diventa simbolo solo di un’idea contro un’altra, di un modo di pensare contro un altro, perde totalmente di significato. Si impugna la croce come si faceva ai tempi delle Crociate, per darla sulla testa di quelli che non la pensano come noi”. Niente serve a niente, insomma, quando chi sta davanti a noi è depositario di una Verità che è vera in quanto rivelata, e perciò non discutibile. Che fare, come diceva quel tizio? Rispondere ad una crociata con un’altra di segno opposto? Sarebbe folle quanto inutile, e forse anche controproducente: “Non discutere mai con un imbecille: la gente potrebbe non accorgersi della differenza”. E poi, di che segno dovrebbe essere l’altra? Non esistono bandiere per la libertà di coscienza. Speriamo che avessero ragione gli anarchici, quando dicevano: “Una risata li seppellirà”. Ecco, quel giorno andremo anche noi a portare una croce.

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