Pubblicato da: giulianolapostata | 25 giugno 2010

Multivisioni – 26 giugno 2010

Sabato 26 giugno

Un tranquillo week-end di paura (J. Boorman, USA, 1972) 01.30, Rai3

 Una gita in canoa di quattro amici si trasforma in un’allucinante e tragica avventura. L’America ancora una volta a confronto coi suoi miti e i suoi incubi. Imperdibile (attenzione: Boorman è il regista del magnifico Excalibur!)

Dracula di Bram Stoker (F.F. Coppola, USA, 1992) 23.30, Italia1

Nonostante la professione di fedeltà contenuta nel titolo, anche questo Dracula – come tutti quelli che lo hanno preceduto – è abbondantemente infedele al grandissimo capolavoro dell’inglese B.S., pubblicato nel 1897 (assolutamente da leggere!), se non altro per i primi dieci minuti, in cui Coppola mostra la ‘nascita’ del vampiro. E tuttavia, moltissime sono le ottime ragioni per vederlo: per esempio, proprio per quei dieci minuti, uno dei migliori esempi di cinema ‘medievale’ mai visti (accanto ad Highlander); per le atmosfere londinesi, quasi più wildiane che stokeriane; per la magnifica interpretazione di Anthony Hopkins; e per la umanissima tragicità del vampiro.

Cocoon (R. Howard, USA, 1985) 10.05, Canale5

Sciocchezzuola fantastico-buonista, con un gruppo di anziani che ritrova vigoria e gioventù grazie all’intervento di un’entità aliena. Decisamente, gli americani questo vizio di aspettarsi un rinnovamento messianico dai dischi volanti non riescono a perderlo. Non sarebbe più utile che si comportassero un po’ meglio qui sulla Terra?

Assassinio al galoppatoio (G. Pollock, GB, 1963) 13.05, DT

Da un romanzo di Agatha Christie con Miss Marple, una versione che definire stupenda è perfino inadeguato, per le deliziose atmosfere british, per la grande professionalità di attori e caratteristi, per il b/n così elegante. Da non perdere.

Lavorare con lentezza (G. Chiesa, Italia/Francia, 2004) 22.45, DT

Rievocazione grottesco-goliardica dei gloriosi tempi di Radio Alice e dell’Autonomia a Bologna, alla fine degli anni Settanta. Una performance francamente molto modesta, un racconto molto limitato, che si risolve in un ‘come eravamo’ di provincia, senza mai riuscire ad allargare le ali. Abbastanza ridicolo, tra l’altro, il cast delle interpreti femminili,la più brutta delle quali potrebbe fare Miss Italia: capisco la mitizzazione, ma non c’erano cozze a sinistra?!

Se mi lasci ti cancello (M. Gondry, USA, 2004) 21.10, DT

Praticamente un’opera prima, ed è già genio. Gondry inaugura qui quella poetica dell’irrealtà che sarà il tratto costante dei suoi film successivi, in particolare del bellissimo L’arte del sogno (Francia/Italia, 2006). O meglio: decostruire la realtà per mostrarne le sue mille sfaccettature, le mille possibilità, in un’estetica cui curiosamente non è estraneo il concetto buddhista di Impermanenza. Qui la storia è quella di Joel e Clementine. Lei, bizzarra ed impulsiva, si rivolge ad un’agenzia specializzata per farsi cancellare dalla mente i ricordi del suo amore con Joel. Indispettito, lui cerca di fare lo stesso, ma proprio nel corso della ‘cancellazione’ scopre di non voler davvero perdere quei ricordi, che sono parte di lui stesso. Film sulla memoria, quindi, sull’ineffabile malinconia del ricordo, sulla bellezza indistruttibile ed incancellabile dell’amore, SMLTC è un raffinato capolavoro, recitato da un cast in stato di grazia, meravigliosamente fotografato e con una sceneggiatura che, da sola, si è guadagnata l’Oscar. Assolutamente imperdibile.

Alta tensione (M. Brooks, USA, 1977) 21.00, DT

Uno psichiatra, più scombinato dei suoi pazienti, viene nominato direttore di una misteriosa clinica per ricchi. Satira ed omaggio ad Hitchcock di uno dei geni del cinema comico. Imperdibile.

The reader (S. Daldry, USA/Germania, 2008) 21.00, Sky

Sarebbe sbagliato leggere TR come un film sulla Shoah, perché ciò significherebbe equivocarne in gran parte l’ispirazione, e soprattutto inserirlo in uno schema ‘riduttivo’, in cui – ovviamente – i ‘buoni’ e i ‘cattivi’ sono definiti a priori con chiarezza indiscutibile, e i ruoli di vittime e carnefici assegnati senza equivoci possibili. TR è invece qualcos’altro: è un film sul Male e sulla solitudine. Racconta come il Male sia ‘semplice’, quotidiano, alla portata di tutti; dice di come la solitudine possa aiutare ad imboccarne la strada, non per cosciente e pervicace volontà di commettere ‘cattive azioni’, ma solo perché in esse si può trovare – horribile dictu – un senso ad un’esistenza che altrimenti non ne avrebbe alcuno; insegna di come esso possa assumere il volto ‘normale’ del bisogno di ‘ordine’ (“Eravamo responsabili, eravamo le sorveglianti”; “Ho letto tutti i rapporti su di Lei: ottimo lavoro, Schmitz, è stata promossa”), addirittura – e sembra una bestemmia – di un perverso rovesciamento della saintexuperiana fedeltà alla “consigne”. Così è stato per Anna Schmitz, trent’anni, negli anni Quaranta operaia alla Siemens, che ad un certo punto risponde ad un bando di reclutamento delle SS per posti di sorveglianti nei Lager. Ad Auschwitz, suo primo incarico, Anna è addetta alla selezione: ogni settimana deve scegliere un certo numero di donne da mandare alla camera a gas, per far posto a quelle che senza numero continuano ad arrivare. Poi sarà tra coloro che, sotto l’incalzare delle truppe sovietiche, guideranno le massacranti marce di trasferimento dei prigionieri, in cui altre migliaia moriranno. Ma, finita la guerra, Anna pare aver dimenticato tutto, seppellendosi in un anonimo lavoro di tranviera. Un giorno incontra casualmente Michael Berg, studente quindicenne, e inizia con lui un rapporto basato sulla pura attrattiva sessuale. Non è tutto, però. Dopo, e addirittura prima di fare l’amore, Anna vuole che Michael le legga pagine e pagine dai suoi libri di scuola: Omero, Orazio, e Mark Twain e Cecov, e tanti altri. Se nei normali rapporti col ragazzo Anna pare indossare sempre una specie di corazza che la isola dal mondo, in quei momenti essa pare abbandonarsi, ed essere libera. Ma alla fine dell’estate, come era entrata nella vita di Michael di prepotenza, così ne esce, scomparendo all’improvviso, e lasciandolo preda di rimpianti e di rimorsi. Non passeranno molti anni prima che lui la ritrovi: sarà quando, intelligente e promettente studente di legge, si troverà ad assistere ad un processo ad ex SS, e la vedrà seduta sul banco degli imputati. Là scoprirà, finalmente, il suo vero segreto, quello che l’ha tormentata per tutta la sua vita, differenziandola dalle compagne di malvagità perfino nel Lager, e che segnerà incredibilmente anche i lunghi anni che dovrà trascorrere in carcere. Nessun momento, nel film, è così commovente come quello in cui Anna faticosamente compita le sue prime lettere dell’alfabeto, proprio sulle pagine dell’ultimo libro che Michael le aveva letto. Anna cercherà di fare i conti col proprio passato mediante un riscatto personale, ma anche mediante una scelta terribile. Michael pure cercherà finalmente, dopo una vita ormai trascorsa, di ri-solvere quel legame, lasciando libero il fantasma di Anna, e liberandosi finalmente dei suoi. Un bel film, intelligente e sensibile, interpretato prodigiosamente da Kate Winslet, che poche settimane prima avevamo ammirato in Revolutionary Road (S. Mendes) e che non cessa di stupire, e da un magnifico, come sempre, Ralph Fiennes. Un film che segna un costante progresso di Stephen Daldry, dalla sciocchezzuola di Billy Elliot (2000), passando per The Hours (2002) fino ad arrivare qui.

Domenica 27 giugno

The time machine (S. Wells, USA, 2002) 21.10, Rete4

Non esaltante versione de La macchina del tempo, del grande H.G. Wells, da rileggere tutto, con l’occasione (ogni parentela col regista è esclusa …). Si è visto di meglio, ma anche molto di peggio. Ci si può perdere una sera.

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (E. Petri, Italia, 1970) 21.00, Sky

Un commissario di polizia uccide l’amante e, per dimostrare quanto lui e la sua casta siano al di sopra della giustizia, semina indizi che lo accusano. Ottimo film onirico-realistico di Petri, interpretato da un GianMaria Volonté semplicemente strepitoso. Assolutissimamente imperdibile.

Lunedì 28 giugno

Quel pomeriggio di un giorno da cani (S. Lumet, USA, 1975) 03.10, Rai1

Tre ragazzi, che fin dall’inizio non danno affatto l’impressione di essere dei professionisti, assaltano una piccola banca di Brooklyn. La faccenda dovrebbe finire in pochi minuti, ma invece qualcosa va storto, la polizia se ne accorge e comincia l’assedio, che sarà lungo e snervante e che si concluderà tragicamente. Un bellissimo film, che al di là della ricostruzione di un fatto di cronaca, indaga e scava nell’America proletaria ed emarginata, che non vede futuro, e che non trova speranze se non nel denaro, comunque ottenuto, e nella fuga. Dopo tanti anni, è ancora un capolavoro questo malinconico racconto di una rapina balorda destinata a finir male, e di tre vite anch’esse senza speranza. Assolutamente imperdibile.

American gigolo (P. Schrader, USA, 1980) 23.30, Canale5

Uno dei migliori film di R. Gere (non sono molti quelli buoni, a dire il vero …). Qui è un prostituto di lusso per signore ricche, coinvolto in un delitto che non ha commesso. Storia drammatica ed atmosfere morbose ma dolorose, per un film davvero interessante. Vale una serata.

Il partigiano Johnny (G. Chiesa, Italia, 2000) 24.00, Rete4

Buona versione, senza infamia e senza lode, del romanzo di Fenoglio. Vedibile, ma senza troppe aspettative.

Waterworld (K.Reynolds, USA, 1995) 18.40, DT

In un lontano futuro post-atomico l’acqua ha ricoperto tutto, meno una terra introvabile. La cercano una specie di mutante ed una bambina, cercando di sfuggire ad una banda di barbari cattivi. Costosissimo e noiosissimo flop, anche economico, di Kevin Costner. Ma quand’è stata l’ultima volta che ha fatto un bel film?

People I know (D. Algrant, USA, 2002) 17.05, Sky

Si tratta, prima di tutto, di un’incredibile prova d’attore di Al Pacino, come se ne avessimo avuto bisogno, del resto, per renderci conto che si tratta di uno dei più grandi e sensibili attori che il cinema abbia mai avuto. Qui interpreta la parte di un press agent di New York, costretto a soddisfare, all’occorrenza, anche le voglie e i bisogni più squallidi dei suoi assistiti. Pur in mezzo alla corruzione ed al marciume morale – a cui ‘reagisce’ con la malattia, la decadenza fisica e, quando capita, con la droga – egli ha conservato tuttavia in fondo a sé un’innocenza primigenia, ed un’intima onestà. Attraversa questo mondo malato senza farsene infettare, col miraggio lontano di un ‘ritorno alla natura’ impersonato dalla vedova di suo fratello, suicidatosi per non essere invece riuscito a resistere al male. Quando la misura è colma, ed anche i suoi fedeli collaboratori cominciano ad abbandonarlo (stupenda la battuta del suo segretario, che dimettendosi gli dice: “Torno al nord, ho nostalgia della pioggia”), egli finalmente decide di seguire questo amore, questa palingenesi, ma non gli sarà possibile, e la stupidità dei corrotti lo fermerà prima che possa mettere in atto il suo sogno. Il personaggio della cognata – che da sempre lui aveva amato, e che non aveva avuto il coraggio di sposare, lasciandola al fratello – è interpretato da una dolcissima e quasi irriconoscibile Kim Basinger, ed anche in questo caso si tratta di un’interpretazione magica. Già in L.A. Confidential la Basinger aveva dato vita ad un personaggio femminile immensamente struggente, ma qui supera se stessa. Quanto tempo è passato dalla stupida vuotaggine di Nove settimane e mezzo (quel genio di Tullio Kezic lo recensì su Repubblica definendolo “l’opera fondatrice della filmografia del Paese di Stupilandia”). E’ proprio vero che non bisogna mai condannare nessuno e che bisogna concedere a tutti un’ultima chance: per esempio, può darsi che, un giorno, perfino Valeria Golino smetta di esibire le sue sia pur pregevoli tettine e impari a recitare … Nell’attesa di questo altamente improbabile evento, godetevi questo gioiello, oltretutto semisconosciuto: scalda il cuore, nonostante tutto.

Missing (C. Gavras, USA, 1982) 17.00, DT

In Cile, mentre infuria il colpo di stato di Pinochet, appoggiato dagli USA, scompare un giovane studente americano. Il padre, un cristiano integralista, un ‘reazionario’ che però ha fiducia nella legge e nella democrazia americana, viene a cercarlo, e scopre a sue spese gli orrori perpetrati dal suo governo. Jack Lemmon forse più grande nelle parti drammatiche che in quelle comiche (vedi Sindrome cinese e soprattutto il bellissimo Salvate la tigre, J.G. Avildsen, USA, 1973). Uno dei migliori film di Costa Gavras, davvero imperdibile.

Ultimatum alla Terra (S. Derrickson, USA, 2008). 21.00, Sky

Da anni invochiamo dalle autorità una Legge composta da un solo articolo: “E’ proibito fare i remakes”. Se Berlusconi, invece di considerare il Codice Penale come la lista della spesa di Arcore e la Costituzione come una rubrica ad anelli coi fogli intercambiabili, volesse occuparsi di cose serie, avrebbe la riconoscenza di tutti i cinefili (se poi volesse andare a fare in **** avrebbe quella di quasi tutti gli Italiani, ma questo è un altro discorso). Nell’attesa, dobbiamo rassegnarci ancora per chissà quanto ad operazioni del genere. Quando le idee originali latitano, non rimane che andare a rubacchiare malamente quelle degli altri, riverniciandole, reimpastandole, manipolandole rozzamente, fino ad ottenere un prodotto finale che ha perso praticamente tutto della purezza originale, senza avere di suo nulla di veramente nuovo, originale, interessante. Questa volta, Scott Derrickson – illustre semisconosciuto, che ha al suo attivo solo The exorcism of Emily Rose, un banale horror parapsicologico del 2005 – ha pensato male di metter le mani in uno dei più bei film di fantascienza in assoluto, quel capolavoro di Robert Wise del 1951, che ci incantò, ammaliò e commosse per la sua intelligenza, la sua sobrietà visiva, l’intensità quasi mistica del suo messaggio pacifista. Non ne è rimasto quasi nulla, diciamolo subito, così ci si mette il cuore in pace, e l’ottima sceneggiatura di cui si servì Wise è stata inutilmente e stupidamente stracciata. Seguendo la moda ecologista, in questa versione l’ammonizione dell’alieno non riguarda più il pericolo di una guerra nucleare (incubo onnipresente nell’America degli anni Cinquanta), ma la distruzione dell’ambiente e del pianeta. Inutilissima variante; come se – anche volendo discuterne – le catastrofi ambientali non fossero esse pure conseguenze di politiche di potere e di dominio, guerre combattute con altri mezzi. L’alieno di Wise – ammantato, come ho detto, di un alone quasi mistico – diventa qui una specie di sicario, mandato a fare il lavoro sporco deciso altrove da altri. Un sicario un po’ scioccone e balordo, però, visto che bastano due note di Bach ed una madre che abbraccia un bambino (odiosissimo, tra parentesi) per commuoverlo e fargli cambiare idea. Prima non se n’era accorto? Non l’aveva studiato abbastanza il pianeta? I trucchi digitali sono banali, già visti ormai mille volte, e francamente fastidiosi: sembra abbiano la funzione di rubare la scena ad un film che per il resto non esiste. Il contrario di quel che fece Wise, i cui trucchi sono assolutamente poveri e minimali, concepiti per lasciare spazio all’emozione ed alla riflessione. Jennifer Connelly pare non esistere nemmeno lei; Keanu Reeves è senza dubbio molto bravo, ma c’è da chiedersi chi glie l’ha fatto fare.

Wolf (M. Nichols, USA, 1994) 18.50, Sky

Modesta storia di licantropia. Un manager viene morso da un lupo mannaro, acquistandone i poteri. Prodotto molto commerciale, inutilmente intriso di improbabili filosofemi. Nicholson ai limiti della gigioneria, e quando è così è davvero irritante.

Martedì 29 giugno

In linea con l’assassino (J. Schumacher, USA, 2002) 21.10, Italia1

 Sarebbe stato questo il thrilling dell’anno, se non del secolo, come venne presentato a suo tempo? LA è un film banale, piatto e, peccato imperdonabile per un film di questo genere, noiosissimo, dove veramente ‘non succede mai niente’, dove ogni passaggio è prevedibile e ovvio, compreso il prevedibilissimo doppio finale. E’ un film mal recitato: quando piange pentito davanti alla moglie, Colin Farrel fa piangere sì, ma gli spettatori, e Forest Whitaker dà l’esatta impressione di essere capitato sulla scena per caso e di non sapere che cazzo fare di sé: un grande attore al minimo sindacale, come si suol dire. Si salvano solo – incredibile ma vero – i trenta secondi di Kiefer Sutherland, davvero inquietanti (però, ‘sto ragazzo: all’inizio pareva che facesse cinema solo perché ce l’aveva mandato papà a calci in culo e invece è diventato bravo. Ma guarda un po’ …). E’ un film dalla sceneggiatura balorda ed improbabile: ma come cazzo ha fatto, il giustiziere, a conoscere il passato del pedofilo e del finanziere che ha assassinato, ed anche dello stesso protagonista? Chi è, Superman con l’ultraudito? Ed è, per finire, un film mal ispirato e mal copiato da quel capolavoro che è La conversazione di Coppola, di cui gli manca integralmente, però, il dramma e l’angoscia. Strano percorso, quello di Schumacher, quello di passare da film schizzati come i suoi Batman (brutti, s’intende, ma pieni – strapieni – di movimento) ad un film così ‘modesto’, che certo non meritava un biglietto al cinema, e sopporta a fatica due ore davanti alla tv.

Marie Antoinette (S. Coppola, USA, 2006) 20.10, DT

Di Lost in translation, l’ultimo film di Sofia Coppola, si era detto: un film quasi perfetto. E per questa M.A., che parola andremo a cercare? Opera d’arte? Bisogna parlare a mente fredda, di questo film, lasciarlo decantare, filtrare, riposare nella mente, tanto abbagliante è l’impressione che ci lascia nella mente e negli occhi dopo la visione. Il tema è noto: la vita di Maria Antonietta d’Austria, da quando viene data in moglie a Luigi XVI sino alla fuga da Versailles, incalzata dai sanculotti. Non è la ‘regina’, l’aristocratica fredda e lontana di tanta pubblicistica denigratoria, quella che la Coppola ci racconta. E’ un’adolescente, semplice, affettuosa, gentile, in cui il ricchissimo contenuto umano non viene affatto distrutto dal ruolo pesante cui è stata costretta. Maria Antonietta vuole vivere, e passa da un ballo in maschera ad una gioiosa festa di compleanno, dai fuochi d’artificio ad un’alba sui laghetti di Versailles, ad aspettare il sole. Intimamente gioioso è anche lo stile con cui la Coppola scrive e racconta. Gli splendidi vestiti, i dolciumi fantastici, le scarpe, i salottini fastosi ed eleganti, non sono descritti come gli odiosi privilegi di una sciocca aristocratica, ma come la stanza dei balocchi di una giovane donna, forse ancora un po’ bambina, che ama la vita, e che addirittura ambisce ad un ritorno a quello ‘stato di natura’ di cui legge nelle pagine di Rousseau, e che tenta di ricreare nel villaggio contadino che si fa costruire a poca distanza dalle reggia. Un tocco di levità, anche esistenziale, attraversa mirabilmente tutto il film, dalla bellissima colonna sonora punk e romantica al paio di AllStars fucsia che si intravedono tra le scarpe della regina, uno scherzo, evidentemente, della durata di un istante, con cui la regista pare volerci dire: ‘Vedete, è come una di noi’. Tuttavia Maria Antonietta ‘cresce’, in questi anni a Versailles, e, se è l’iniziale indifferenza del marito a gettarla per un attimo tra le braccia del Conte Fersen, tuttavia è proprio con quel marito, e suo re, che essa decide di rimanere, quando la folla inferocita assedia il palazzo e minaccia di ucciderla, quando i colori delicati, le luminosità, i suoni argentini si spengono, per lasciar posto a stanze cupe, e a dissonanze di morte. E’ davvero bizzarro come – ci avrà pensato la Coppola, scrivendolo? – il suo solenne inchino di fronte al popolo infuriato ricordi in modo impressionante quello che, nel meraviglioso Mondo nuovo di Ettore Scola (1982), Hanna Schygulla, dama di compagnia della regina, tributa agli abiti del re, appena arrestato a Varennes: paradossalmente entrambi, gli abiti e il popolo, simboli di una regalità che è superiore alla contingenza ed agli eventi. Un’immensa pietà ci coglie, ogni volta che il cinema – oltre a Scola, i magnifici Che la festa cominci di Bernard Tavernier (1975) e La nobildonna e il duca di Eric Rohmer (2001), per esempio – ci racconta il declino di questa classe che della joie de vivre aveva fatto un arte raffinatissima, e che non si rende conto di star danzando sull’orlo dell’abisso: verranno presto spazzati via da una rivoluzione di bottegai che manderanno avanti, a combattere al loro posto, folle insipienti e probabilmente non poi così affamate, e la loro eleganza verrà sostituita dalla boria volgare dell’arricchito. Kirsten Dunst, che il film vuole protagonista assoluta, lo è anche nella strepitosa gamma di emozioni e sentimenti che esprime, da donna e da attrice adulta, incredibilmente matura. La fotografia è cristallina e riflessiva, e Versailles – in cui la Coppola ha per la prima volta potuto girare – offre tutta la sua perfetta bellezza.

300 (Z. Snyder, USA, 2006) 01.15, DT

Se volete capire perché in Italia c’è ancora qualcuno che riesce a credere alle Brigate Rosse, ebbene, rileggetevi le recensioni e i commenti che hanno accompagnato l’uscita di questo film. L’ottanta per cento, a dir poco, conterrà un giudizio negativo, declinato quasi sempre con questi aggettivi: ‘fascista’ e ‘machista’. Ovverosia. La colonizzazione che l’estetica marxista ha fatto per decenni della cultura e delle menti in Italia non è assolutamente morta, e come può accecare la comprensione di questo capolavoro ed impedirne il riconoscimento, così può benissimo convincere ancora qualcuno che il sol dell’avvenire sia dietro l’angolo, raggiungibile a colpi di mitra. E’ solo questione di ambiti. Proviamo dunque a guardarlo, questo film, che – e non mi accade spesso, al cinema – mi ha fatto piangere di emozione. Molti di noi, ormai tanti anni fa, erano già stati educati al mito di Leonida: le mogli che inviavano i mariti in guerra porgendo loro lo scudo e dicendo: ‘Torna con questo o sopra di questo’; ‘Spartani, questo giorno è vostro’; ‘Il mondo saprà che qui pochi si sono opposti a molti’ eccetera. Ingredienti della leggenda, che da ragazzi ci facevano vibrare l’animo, e pensare con reverente timore a quel manipolo di eroi che, nel 480 a.C., morirono tutti, tutti insieme, per fermare l’immenso esercito persiano lanciato alla conquista della Grecia, ma poi dell’Europa tutta. Più avanti, alcuni di noi lessero le pagine di Erodoto, sognando e ricordando, e quei nomi, quella leggenda, ci sono rimasti per anni ed anni in fondo al cuore. Oggi, il film di Snyder li rende vivi, nel glorioso splendore dell’epos, e ci richiama il loro ricordo e il loro esempio. Molto tempo è passato, da allora; un universo intero di valori è mutato. Snyder racconta di quando si combatteva per “l’onore e il rispetto”, per la moglie e i figli, per i vecchi rimasti a casa, per i campi di grano, per il pozzo dell’acqua. Valori ‘elementari’ e ‘primitivi’, propri di tempi che, sia pure con innumerevoli varianti, sono durati per secoli e secoli: tempi in cui l’individuo era legato alla terra: da essa sola traeva ‘guadagno’ e sostentamento, su di essa misurava le sue forze, da essa nascevano i suoi Dei. Poi, l’irrompere del Male assoluto: la Macchina. Per la prima volta nella sua storia, la Macchina ha dato all’Uomo la possibilità – ma meglio conviene dire l’illusione – che fosse possibile trarre guadagno, sostentamento e perfino Dei da qualcos’altro che non fosse la terra e il rapporto con essa. Questa è stata la vera ‘alienazione’, quella che ha pensato di strappare l’Uomo alla Dea Madre, per consegnarlo a ‘Dei falsi e bugiardi’: l’industrializzazione, e tutti i suoi mostri. Figlia della Macchina è stata la borghesia, la nuova classe che, scacciando un’aristocrazia, come essa stessa si definiva, “di terra e di sangue”, fondò appunto il proprio potere per la prima volta non più sulla terra ma su qualcosa di alieno rispetto ad essa, predicando i nuovi valori profondamente disumani del capitalismo, cui cercò di contrapporsi il socialismo, grande illusione proletaria (a quando un nuovo Luddismo, che ci liberi dal male?). E’ dunque lontano lontano, a quelle pulsioni primigenie, che ci riporta il film di Snyder, a quei tempi in cui tutto era ‘naturale’. Anche la guerra. Certo, scorre il sangue, tra Spartani e Persiani, e scorreva a fiumi nel mondo antico e preindustriale. Ma prima di scandalizzarsi bisogna ricordare sempre una cosa: che quando si decideva di uccidere un nemico lo si doveva uccidere di persona, con le proprie mani, e lo si doveva vedere e sentire morire, il che obbligava a ‘prender coscienza’ di ogni atto di violenza che venisse commesso, rendendo così perfino la guerra e l’uccidere un atto a suo modo ‘umano’. E ancora. Ogni guerriero uccideva ‘un’ nemico alla volta, poteva contarli, incidere delle tacche sul dorso della spada, ‘ricordarli’. Chi conta, oggi, coloro che muoiono ogni giorno di uranio impoverito in Libano o in Kossovo, i Talebani annichiliti dalle superbombe USA, chi ‘ricorda’, uno per uno, le centinaia di migliaia inceneriti a Hiroshima? Dunque, un film ‘primitivo’, un film di eroi, un film che esce dalla leggenda. Paradossalmente, non c’è molto da dire sulle soluzioni grafiche adottate. I filtri trasformano i corpi in statue, i paesaggi in sfondi mitici, i cieli nel basso continuo di una ballata epica. L’uso particolare del ralenti e del fermo immagine stacca individui e azione dal contesto per farne bassorilievi dall’emozionante intensità. Ancora una volta, il cinema americano conferma la sua eccezionalità, se non – spesso – la sua superiorità. Sarebbero così simpatici, se solo le basi andassero a farsele a casa loro …

Con air (S. West, USA, 1997) 23.20, Sky

E adesso azione: pura, semplice, rozza e vitale. Un aereo deve trasferire un gruppo di detenuti in un carcere di massima sicurezza, ma tra la feccia (la racaille, come direbbe quel gentiluomo di Sarkozy), c’è un fiore del fango, un detenuto ‘buono’ che ha quasi finito di scontare la sua pena e vuole solo tornare da moglie e figlia. Solo che i ‘cattivi’ hanno altri progetti: si impadroniscono sanguinosamente dell’aereo e tentano un atterraggio di fortuna per evadere in massa. Riuscirà il nostro eroe a non far scappare i cattivi, a salvarsi la pelle ed a tornare al suo focolare? Lo saprete dopo esservi mangiati le unghie fino ai polsi, in compagnia di un bravo N. Cage, un ottimo J. Malkovich ed uno Steve Buscemi semplicemente esilarante nella parte del serial killer macellaio e stralunato.

Vertical limit (M. Campbell, USA, 2000) 21.00, Sky

Una spedizione alpinistica deve affrontare le quote proibitive del K2, unite a condizioni meteorologiche particolarmente avverse, per salvare una coppia di colleghi intrappolati in una caverna di ghiaccio, ma alle difficoltà oggettive rappresentate dall’ambiente si uniscono invidie e rancori, che faranno anch’essi le loro vittime. Bel thrilling di montagna, avvincente e teso, con splendide riprese (in Nuova Zelanda), nelle quali la computer grafica è comunque assolutamente invisibile.

Cassandra crossing (G.P. Cosmatos, GB/Italia/RFT, 1976) 22.40, Sky

Anche dopo tanti anni, conserva ancora la sua bella dose di ansia questo bel thrilling con Burt Lancaster. Due terroristi infettati con un virus mortale salgono su un treno, e l’unica soluzione è distruggere il convoglio con tutti i passeggeri. L’ideale sarebbe stato, assieme al treno, eliminare anche Sofia Loren, una delle icone della volgarità sottoproletaria italiana: ma non si può avere tutto dalla vita.

Mercoledì 30 giugno

In nome del popolo italiano (D. Risi, Italia, 1971) 02.25, Rete4

 Amarissima commedia sull’Italia “da bere” degli anni ’70, nella quale possiamo leggere impressionanti corrispondenze – provate e vedrete – con quella di oggi. Un giudice integerrimo ‘perseguita’ un industriale fascistoide, dall’ambiguo arricchimento. Crede di averlo incastrato come colpevole di un omicidio, ma quando scopre le prove della sua innocenza le distrugge, pur di eliminarlo dalla società. Geniale, cinico, ironico, superbamente recitato da Gassman e Tognazzi in una delle loro prove migliori. Assolutissimamente imperdibile.

Palle al balzo (R.M.Thurber, USA, 2004) 21.10, Italia1

Quando si deciderà di fare la classifica dei film più idioti della storia del cinema, questo correrà certo per i primi posti. Un gruppo di sfigati frequentatori di una sfigatissima palestra cerca di vincere il campionato di dodgeball (più o meno, palla avvelenata), per salvare la palestra dal fallimento e dall’aggressione di un superpalestrato concorrente. Banalità, volgarità infantili, stereotipi adolescenziali, umorismo penoso ne fanno, a suo modo, un ‘capolavoro’. Vincerà di certo.

Babel (A.G.Inarritu, USA, 2006) 21.10, DT

Non comunica nessuno, in questa Babele in cui viviamo e che Inàrritu ci racconta in questo bellissimo film, ma prima ancora dei muri linguistici, quelli che non comunicano sono i cuori. Non comunica Brad Pitt con la moglie. Viaggiano insieme, ma li separa un muro massiccio di dolore e di rancore, per la perdita di un bambino. Non comunica il pastore marocchino coi i figli: crede di averli educati ai suoi valori ed alla sua cultura, ma si accorgerà tragicamente che così non è: “Perché ci avete fatto questo?” chiede loro piangendo. Non comunicano la baby-sitter messicana e il nipote, nonostante parlino la stessa lingua: lei devota ai bambini di cui ha la custodia, lui preda della sua rabbia contro i gringos. Non comunicano, ancora una volta, Brad Pitt e il gruppo di turisti americani con cui sta viaggiando: il pericolo e le meschinità dei bisogni quotidiani li allontanano e li rendono estranei e nemici. Non comunicano i poliziotti di confine che fermano la baby-sitter, nonostante lei parli un ottimo inglese: prima e più della preoccupazione per i bambini, li rendono sordi il pregiudizio, l’ottuso rispetto dei regolamenti, la desuetudine ai rapporti umani. Nemmeno le culture, comunicano. Di fronte al ferimento di una turista americana in Marocco, molto più che cercarla ed assicurarne il salvataggio, per il governo USA è importante far montare la paura isterica e preconcetta del ‘diverso’ e del terrorista. In Giappone, i telegiornali commentano ironici la conclusione della vicenda: “Gli Stati Uniti hanno avuto il loro happy end”. Nemmeno le sensibilità, comunicano, e Pitt, che offre una manciata di denaro al pastore che per due giorni lo ha assistito fraternamente, marca con quel gesto la sua immensa lontananza e la sua estraneità al consesso degli uomini. Paradigma e simbolo di questa incomunicabilità è la ragazza giapponese, la cui storia erroneamente qualcuno ha definito malamente legata alle altre, e che invece ne rappresenta appunto l’essenza. La sua separazione dagli altri, in primo luogo dal padre, è duplice. Da un lato, il dolore irrisolto per la morte recente della madre, dall’altro, e soprattutto, il suo essere sordomuta. La sua possibilità di comunicare passa unicamente attraverso un sistema di segni che pochi conoscono: al di fuori di esso, il mondo le appare come una fontana rutilante e silenziosa, in cui si aggira isolata, e di quella tragica e lontana vicenda, in cui pure indirettamente è coinvolta, non verrà a sapere nulla. Terzo capitolo della trilogia sull’incomunicabilità, iniziata da Inàrritu col tesissimo Amores perros (2000) e proseguita con la splendida parabola filosofica di 21 grammi (2003), anche Babel non indica vie d’uscita, né consola con facili happy end. Alla fine va a finir bene, ma per caso: poteva anche andare a finir male, e sarebbe stato lo stesso. Come in 21 grammi, anche qui l’unica ‘salvezza’ possibile viene indicata nella ‘verità’ dei rapporti che le persone possono – se ne hanno la volontà, ma soprattutto l’occasione e la fortuna – stabilire tra loro. Un pessimismo esistenziale che Inàrritu racconta ancora una volta con un’orchestrazione mirabile della narrazione, e con una fotografia la cui bellezza stordisce. Per questo capolavoro, il Premio alla Miglior Regia al Festival di Cannes 2006 è stato – bisogna dirlo – davvero il minimo.

Vesna va veloce (C. Mazzacurati, Italia, 1996) 22.50, DT

Bel film del bravissimo Mazzacurati. La vicenda è quella di una prostituta cecoslovacca, che alla sua volontà di riscattarsi dalla miseria sacrifica anche un possibile riscatto dei sentimenti. Sempre e comunque, la solita umanità e poesia di Mazzacurati, che racconta con discrezione e sensibilità. Imperdibile.

Profumo (T. Tykwer, Francia/Spagna/Germania, 2006) 23.00, DT

Il detto “Da un bel libro un brutto film” è tutt’altro che una legge scientifica. A volte funziona, è vero, ma vorrei dire che sono più le volte in cui viene contraddetto. Abbiamo così film da libri densissimi di significato (Moby Dick, di John Huston (1956) dall’omonimo capolavoro di Herman Melville) che incredibilmente riescono a condensare in meno di due ore tutti gli umori del libro. Oppure film da romanzi profondamente poetici (Il vecchio e il mare, di John Sturges (1958) dall’omonimo romanzo di Ernest Hemingway) che restituiscono intatta quella poesia e le sue suggestioni. Vi sono casi addirittura in cui il film può ‘migliorare’ il libro. E’ questo il caso, per esempio, di Fahrenheit 451 (1966) di François Truffaut, che dal romanzo omonimo di Ray Bradbury – estremamente modesto, dal punto di vista letterario, notevole solo per lo spunto, l’idea che fornisce – trae un film semplicemente perfetto, abbacinante, che coglie quell’idea e la trasforma in un nocciolo profetico. Per non parlare di Blade runner di Ridley Scott (1982), la cui essenziale ed assoluta bellezza nasce da un testo confuso e mediocre di Philip Dick. Chissà, dunque, qual è la molla che fa scattare la ‘identificazione’ – se vogliamo chiamarla così – tra regista e autore letterario, la formula magica che permette di questi miracoli. Quale che essa sia, di certo non è scattata questa volta, in questo Profumo. E sì che sono stati molti i lettori di questo bel libro di Patrick Suskind che, nei vent’anni da che è uscito, hanno pensato e sognato quale fantasmagoria se ne sarebbe potuto trarre. Anche altri registi, ci avevano pensato, e purtroppo non potremo mai sapere quale meraviglioso incubo notturno ne avrebbe potuto trarre, tanto per fare un nome, il grande Tim Burton. Ma lasciamo perdere. Quello che è sicuro è che l’uomo giusto per questo lavoro non era Tom Tykwer, un – tutto sommato – illustre sconosciuto, i cui quarti di nobiltà erano davvero deboli per affidargli un compito di questo livello. Tanto il romanzo – qui dunque il confronto è inevitabile e obbligatorio – era raffinato, sulfureo, immaginifico, tanto il film che ne è stato tratto è mortalmente piatto e spento, senz’anima, senza vita. Ci scorrono davanti agli occhi, per due ore e mezza – infinitamente lunghe – le eleganti immagini prima della Parigi lercia e fastosa del Settecento, poi di Grasse e delle sue campagne fiorite. Ottima ricostruzione, non c’è che dire, alla quale tuttavia non riusciamo ad appassionarci un solo momento. Le vicende del protagonista – Jean-Baptiste Grenouille, apprendista profumiere, che vuole creare il profumo perfetto, quello che ispira l’amore – si svolgono sulla scena con sistematica noia, senza che mai un attimo di condivisione appaia, senza che si manifesti la minima emozione. Dovrebbe essere una tragedia, ed invece quella che vediamo è una lenta e fredda proiezione di diapositive, che non si anima mai. Perfino i corpi nudi delle vittime – che dovrebbero emanare quell’essenza dell’Eros di cui Grenouille va in cerca, sono freddi ed inespressivi. Oltretutto, troppi, e troppo presuntuosi, i mutamenti rispetto al libro. Certo, come abbiamo detto prima, non è questo che conta, se alle spalle c’è quella che ho chiamato ‘identificazione’. Ma quando il cambiamento non si giustifica in alcun modo – sul piano poetico ed ‘essenziale’ – allora risulta incomprensibile, ed è solo disturbante ed irritante. Così, per esempio, nessuno si sognerà mai di rimproverare a Truffaut di non aver fatto finire il film, come il libro, con una guerra di resistenza al potere, perché quello che contava era illuminare l’idea dell’amore per la letteratura e le sue emozioni. Ma risulta invece francamente incomprensibile, per esempio, perché il primo omicidio venga mostrato come un incidente, quando invece Grenouille uccide volontariamente, per preservare il profumo inebriante della vittima. Oppure perché la morte di Grenouille avvenga al mercato del pesce e non, com’è ‘giusto’, al cimitero, dove lui volutamente si reca, per confondere il proprio corpo – lui, che non è ‘nessuno’, perché non ha odore – coi mille altri corpi ivi giacenti, coi loro odori, compreso quello della putrefazione. Modifiche apparentemente – solo apparentemente – minori, ma comunque non giustificate, e dunque letali per la storia e le emozioni che avrebbe dovuto dare. Gi attori – quant’è vero che non esistono cattivi attori ma solo cattivi registi – si adeguano: Dustin Hoffman mette in scena una maschera senza spessore, che si dimentica cinque minuti dopo averla vista, e Ben Whishaw, il protagonista, non possiede una sola oncia del dramma che sta interpretando. Una grande occasione perduta.

Il tagliaerbe (B. Leonard, USA/Giappone/GB, 1992) 21.00, DT

Da un racconto di S. King (che chiese di cancellare il suo nome dai credits, tanto l’originale era stato violentato dagli sceneggiatori) una storia fantascientifica comunque disordinata e strampalata: uno scienziato tenta di trasformare un ritardato mentale in un individuo dai poteri eccezionali. Confuso e abbastanza noioso.

L’ultima tentazione di Cristo (M. Scorsese, USA, 1988) 23.40, DT

Dal bel romanzo del grande mistico greco Nikos Kazantzakis (Zorba, Cristo di nuovo in croce, Edizioni Mondadori: assolutamente da leggere), un bellissimo film, sempre sospeso tra il misticismo e la sensualità, sul dramma di Cristo che è costretto ad accettare la propria divinità e la propria missione rinunciando ad una vita da comune essere umano. Bellissima la scelta dei colori, così spenti e polverosi, che lasciano in primo piano le emozioni. Del resto, non è una novità: già nei primi secoli, un’eresia – mi pare si chiamasse Docetismo – aveva proposto la stessa ipotesi sulla morte di Cristo. E poi, è comunque una meditazione legittima sul problema della salvezza.

Giovedì 1 luglio

La sottile linea rossa (T. Malick, USA, 1998) 23.15, Rete4

Immane quanto celebre rottura di marroni: è la storia di un gruppo di soldati americani che, durante la battaglia di Guadalcanal (1942) devono riconquistare una collina in mano ai giapponesi. In confronto, un film di Anghelopulos è vivace come un cartoon di Gatto Silvestro. Il tutto è appesantito da uno stile e da una fotografia insopportabilmente retorici. Basti – un’immagine per tutte – la noce di cocco che germoglia sulla spiaggia alla fine. Ma per arrivarci dovete soffrire per tre ore, continuando a mormorare: ‘Adesso sarà finito, adesso sarà finito … ‘. Semplicemente invedibile … ma nulla in confronto al successivo film di Malick, quel The new world (2005) che ha battuto ogni record di insopportabilità. L’epigrafe definitiva del cinema di Malick – sotto la quale seppellirlo per sempre! – potrebbe essere quella che Victor Hugo scrisse nella prefazione ad un suo dramma: “Tra il sublime e il ridicolo non c’è che un passo”.

L’arte del sogno (M. Gondry, Francia/Italia, 2006) 21.00, DT

Dopo alcuni bei film – Human nature (2000), Se mi lasci ti cancello (2004) – variamente trattati o bistrattati e non sempre compresi e amati – Gondry ci regala qui un film bellissimo, poetico, straziante e geniale. Stéphane è un giovane grafico dalla creatività onirica e sfrenata. Tornato a Parigi dal Messico (ma torna veramente? Il taxi che lo deposita davanti alla porta riparte con Stéphane all’interno, che guarda se stesso davanti alla porta …), in cui ha vissuto fino a quel momento, va ad abitare dalla madre, nella sua vecchia casa, e scopre che nell’appartamento di fronte abita Stéphanie, ‘artista’ strampalata, che cuce animali di pezza. E’ amore, quello tra Stéphane e Stéphanie, ma non tanto ‘a prima vista’. Si tratta di sintonia, affinità elettiva, comunione emotiva, sintesi onirica. Lui rincorre lei, e poiché teme di non averla nella realtà, la corteggia e la seduce nel sogno. Lei, ancora immatura e spaventata dall’amore, fugge lui, in una continua fusione/commistione/confusione tra sogno e realtà che affascina e rapisce mente e cuore. Il sogno, i sogni di Stéphane sono i grandi protagonisti di questo incredibile film che se può ricordare la doppia dimensione del sia pur bellissimo Amélie (2001) di J.P. Jeunet – altro grande ‘sognatore’ – travalica e supera quel capolavoro per viaggiare in una dimensione davvero ‘altra’. Stéphane entra ed esce dai suoi sogni, li riporta nel mondo attraverso le macchine magiche che inventa, le quali macchine usa poi per fuggire ancora. Gondry è un genio, che crea magie ricorrendo ad una tecnica di animazione degli oggetti che già conoscevano nella cinematografia dell’Est, qui portata a vertici poetici davvero eccezionali. Si ‘consuma’, l’amore tra Stéphane e Stéphanie? O davvero “la vita è sogno”, come insegnava Calderon de la Barca? O davvero “noi siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni”, come insegnava Shakespeare? Anche l’amore è sogno? Cosa è ‘reale’? Il bacio – sommamente straziante! – che Stéphanie pone sulla fronte di Stéphan addormentato? Lui e lei che cavalcano in una foresta di carta su un cavallo di pezza? Si ‘consuma’, dunque, questo amore? E’ pur reale, il dialogo surreale alla fine del film, tra tettine, pompini e uccelli duri, eppure così lunare e giocoso da spingere nuovamente verso una dimensione sognata, quasi ‘infantile’. Un capolavoro, nel quale/anche perché ogni istante è al tempo stesso immensamente creativo e tuttavia intimamente ‘controllato’, voluto e collegato col tutto, in una sinfonia onirica senza pari. Gael Garcia Bernal recita come un bambino che – appunto! – sogni di essere entrato in un immenso magazzino di giocattoli. Charlotte Gainsbourg commuove e innamora: non più – forse mai – ‘attrice’, ma Musa, simbolo, icona di una femminilità sensuale, giocosa e pura.

Il regno del fuoco (R. Bowman, USA, 2002) 22.50, Sky

L’Inghilterra e il mondo vengono devastati da un attacco di draghi sputafuoco, che li riportano ad un livello sociale ed economico di dura primitività. Sarà il solito soldataccio americano con le palle a risolvere il problema. Ricordo ancora la delusione quando, entrato al cinema per vedere quello che speravo fosse un bel fantasy, mi sono trovato davanti ad una versione Medioevo-prossimo-venturo di Black Hawk down. Invedibile.

Venerdì 2 luglio

Amistad (S. Spielberg, USA, 1997) 23.15, Rete4

Nel 1839 un gruppo di schiavi neri si impadronirono della nave spagnola che li trasportava, uccidendo l’equipaggio. Bloccati da una nave americana, vennero processati per pirateria. Forse a volte un po’ prolisso e didattico, ma fortissimo e adamantino nel suo racconto dell’orrore dell’istituzione schiavistica. Morgan Freeman è meraviglioso, ma Anthony Hopkins è al di là del bene e del male. Assolutamente imperdibile.

Il toro (C. Mazzacurati, Italia, 1994) 19.05, DT

Due allevatori di bestiame, ridotti in cassa integrazione ma privati dell’indennità di licenziamento che gli spetta di diritto, rubano un preziosissimo toro da riproduzione per svenderlo all’Est, e il viaggio diventa un’odissea tra poveri e sconfitti, una specie di anticipazione di triste globalizzazione. Bravissimo come sempre Mazzacurati nel raccontare sentimenti e dolori senza retorica, col tatto di un cenno, bellissima la fotografia sfumata, che tratteggia atmosfere solitarie, lontane e malinconiche. Ottimo Abatantuono (come del resto in Mediterraneo, G. Salvatores, Italia, 1991), ad ennesima dimostrazione che non esistono cattivi attori, ma solo cattivi registi. Imperdibile.

L’esercito delle 12 scimmie (T. Gilliam, USA, 1995) 22.00, DT

C’è un premio in palio, a cura dell’Internazionale Masochista, per chi riesce a raccontare logicamente la trama di questa insopportabile palla, uno dei più balordi film di fantascienza che si siano mai visti sullo schermo, ma non l’ha mai vinto nessuno. Le estimatrici possono godersi Brad Pitt, ma non so se basta a compensare Bruce Willis. Evidentemente il registro della SF non si addice all’immaginario visionario e fantastico di Gilliam, altre volte grande e sognante artista (La leggenda del re Pescatore, del 1995, e il magnifico Tideland, del 2005).

Una giornata particolare (E. Scola, Italia/Canada 1977) 17.35, Sky

 Marzo 1938. Durante la visita a Roma di Hitler – con tutto il suo contorno di becero machismo – l’incontro di una casalinga sottoproletaria, vittima e frustrata, e di un omosessuale perseguitato dal fascismo. La volgarità neorealista di Sofia Loren viene compensata dalla rara raffinatezza di Marcello Mastroianni, in un film raffinato e riflessivo, scritto con una ‘lentezza’ inusitata per gli standard di Scola, lentezza che tuttavia è perfettamente funzionale al costruirsi del dramma. Scola meraviglioso come sempre.

Ombre rosse (J. Ford, USA, 1939) 14.05, DT

Vi può capitare com’è successo a me qualche tempo fa, di fare pigramente zapping seduti in poltrona, di capitare qui e dire: “Oh guarda, Ombre rosse, visto cento volte, che palle …”, e poi di non riuscire più schiacciare i tasti, né a spegnere la tv, e di restare lì, fino alla fine, qualsiasi cosa abbiate da fare, a rivederlo magari per la centesima volta. Perché vi rendete conto – per la centesima volta – che davvero, ‘di film così non se ne fanno più’; perché quei tipi, quegli stereotipi, quei ‘miti’, li riconoscete come parte intima dell’immaginario vostro e della cultura del Novecento; perché quella fotografia è magica; perché l’emozione e la commozione sono per la centesima volta nuove; perché vi rendete conto che di tutto quello che avete visto al cinema negli ultimi dieci anni, o anche venti o trenta, ad esser generosi forse saranno uno, o due, i titoli che possono stargli a pari. Ecco, può capitare così.

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Responses

  1. condivido la non banale recensione di “300”. tanti anni fa ci conoscemmo condividendo il valore scientifico del “fascista” Mircea Eliade. ricordi?!

    • Perbacco, certo che ricordo! Probabilmente conservo anche quella mail: le cose buone non si buttano mai via. Un saluto a te.


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