Pubblicato da: giulianolapostata | 18 giugno 2010

Multivisioni – 19 giugno 2010

Sabato 19 giugno

Darkman (S. Raimi, USA, 1990) 23.20, Italia1

Una delle prime opere del bravissimo autore di Spiderman, in un film meno ‘psicologico’ dei successivi, e invece potentemente fumettistico e visionario. Uno scienziato che sta cercando di realizzare una pelle sintetica rimane sfigurato in un incendio doloso, e si vendica atrocemente di chi lo ha colpito. Protagonista un ottimo e giovane L. Neson. Davvero piacevole.

Zodiac (D. Fincher, USA, 2007) 22.45, DT

Quando fa da solo, Fincher fa bene, se non benissimo. Per esempio, suoi sono l’ottima terza puntata di Alien (1992), il bel Seven (1995), un thriller disperato ed umanissimo, e soprattutto il bellissimo Fight Club (1999), uno dei film più eversivi, anarchici e ribelli del cinema americano. Ma questa volta ha voluto raccontare una storia già ‘scritta’ da altri, cioè una storia vera: quella del serial killer che, dal 1969 agli anni Ottanta, terrorizzò gli USA con una serie di assurdi omicidi, oltretutto sfidando la polizia a prenderlo mediante lettere e messaggi cifrati che inviava regolarmente. Certamente l’ha fatto senza rinunciare al suo gran mestiere, e infatti bisogna ammettere che il film è confezionato molto bene: ben recitato, ben fotografato, ben montato, ben narrato (non era facile mettere insieme una sceneggiatura comprensibile da vent’anni di complicatissime indagini). ‘Troppo’ ben narrato, però: perché è stata proprio l’ossessione di raccontare tutto, in ordine, con chiarezza, di render conto di tutto, di non trascurare nulla, che ha ammazzato il film. Non c’è una sola favilla di passione, o di suspense, in queste due ore e passa, sia nella presentazione dei delitti che nelle vicende personali del giornalista che alla soluzione del caso dedica vent’anni della sua vita, mettendo a rischio il suo stesso matrimonio La storia scorre via silenziosa e diligente, ma senza l’ombra di un’emozione, anzi, con una considerevole dose di noia. E non si dica che è perché ‘sappiamo già come va a finire’: infiniti sono i film di cui ‘sappiamo già come va a finire’, ma la genialità di un regista sta proprio nel riempire di vita nuova una storia arcisaputa, e magari già raccontata cento volte. Qui assistiamo solo ad un lodevolissimo esercizio di bella grafia, ma totalmente vuoto di ‘contenuti’, anzi di vita. Peccato, per tutto quel talento sprecato. Provaci ancora, David.

Alice non abita più qui (M. Scorsese, USA, 1975) 19.00, DT

Un film atipico per Scorsese, semplice e lineare come una favola. Alice, rimasta vedova con un figlio di dodici anni, decide di tornare alle radici, alla sua Monterey, in California, da cui era partita tanti anni prima, e per pagarsi il viaggio riprende la sua vecchia professione di cantante. Dopo incontri, crisi ed avventure, Alice troverà una nuova ‘patria’ ed un nuovo amore, che non rappresentano però il solito caramelloso happy end hollywoodiano, ma quasi il premio per il suo coraggio di donna. Ennesimo racconto on the road dell’America, descritta con affetto ed umanità. Imperdibile.

Robin Hood principe dei ladri (K. Reynolds, USA, 1991) 21.15, Sky

 Priva assolutamente di qualsiasi originalità questa versione della leggenda di Robin Hood, oltretutto appesantita dall’interpretazione di Kevin Costner, davvero incapace di volare alto. Invedibile ciofeca, da segnalare solo per il Razzie Awards attribuito a Costner come peggior attore protagonista. Molto, ma molto meglio, se riuscite a trovarlo, Robin Hood, un uomo in calzamaglia, un’esilarante parodia di quel geniaccio di Mel Brooks (1993). Dell’ultimo Robin Hood, il capolavoro di Ridley Scott, ho già detto altrove.

Io, grande cacciatore (A. Harvey, GB, 1979) 22.40, Sky

Nella Frontiera degli inizi Ottocento, un bandito ruba il bellissimo stallone di un capo indiano, ma questi lo bracca instancabilmente per riprenderselo, lottando contro ogni ostacolo. Eroica e nobile la figura del nativo, che si impone al bianco per superiore nobiltà d’animo ed anche perche intimamente connaturato con l’ambiente nel quale agisce. Un vero gioiello, in un raro passaggio TV, assolutamente imperdibile.

Domenica 20 giugno

Ritorno a Cold Mountain (A. Minghella, USA, 2003) 20.30, Rai3

Quando l’ho visto al cinema, voglio precisare che mi ci hanno trascinato, io non volevo andarci, io me la sentivo che era una puttanata. Tuttavia, devo dire che un’insopportabile scemenza come questa non me l’aspettavo nemmeno io, ed è perfino difficile scegliere da dove cominciare a dire perché. Dalle immagini? Ma chi l’ha commissionato, il film, la Pro Loco del North Carolina? Chi l’ha confezionata, questa serie di spottini pubblicitari, questa sfilza di fotografie troppo leccate ed elegantine, o sgranate e falsamente rustiche? Perfino le – tanto, troppo e del tutto immeritatamente – decantate scene di guerra sono raffinate e coreografiche, completamente prive di qualsiasi orrore per la carneficina che si sta mostrando, e nella casa in cui Jude Law rischia l’orgia, i corpi femminili sono voluttuosamente disposti in un perfetto ‘arredamento’, che di perverso non ha proprio nulla. Dalla recitazione? Parliamo del povero Jude Law, altrove grande attore (ricordate lo splendido Gigolo Joe in A.I.?), ma qui semplicemente inesistente, costretto com’è in una parte senza spessore e senza carattere. Parliamo di Nicole Kidman, tutta gestini, mossettine, occhiatine, sospirini, irritante come non mai; negli ultimi minuti ci offre un breve flash del suo bellissimo culetto, e forse lì dà il meglio di sé. O vogliamo parlare di Renée Zellweger (‘Piggy il maialino scialbo’, l’ha ferocemente e icasticamente definita una mia amica)? Vogliamo parlare di questo personaggio schizzato, grottesco e ridicolo, che parla, pensa, gesticola e si muove come un cartone animato, e che del cartone animato ha lo spessore psicologico e il medesimo grado di ‘realtà’? E che ci fa lì il grande Donald Sutherland, costretto in una porticina da vecchio rimbambito, insipida e marginale, una specie di cornicetta introduttiva? Vogliamo aggiungere qualcosa anche sugli effetti speciali, su quella neve che cade nelle scene finali, evidentissimamente sovrapposta col computer? O sui dialoghi tra lui e lei, un incrocio tra Liala e i bigliettini dei baci Perugina? Non avevano nessuno di più bravino per le mani? Insomma, per concludere: ma questo signor Minghella Anthony, l’ha mai visto Via col vento? “Ma mi faccia il piacere” direbbe Totò …

Il sesto giorno (R. Spottiswoode, USA, 2000) 16.10, DT

In un futuro in cui la clonazione degli animali è ormai una procedura standard, ma quella degli esseri umani è ancora rigidamente proibita, un miliardario folle ignora il divieto. Ma uno dei suoi cloni, alleandosi con l’originale, si ribella e distrugge gli impianti scientifici. Una scemenzuola fracassona, perennemente indecisa se seguire i binari del thriller d’azione o quelli della commedia. Da perdere.

Lunedì 21 giugno

Elizabethtown (C. Crowe, USA, 2005) 23.00, Rai2

‘Assaporato’ da pochi fortunati al Festival del Cinema di Venezia del 2005, e poi praticamente invisibile nelle sale, merita assolutamente di essere visto questo dolcissimo film, che inserire nella categoria ‘commedia’ è forse corretto dal punto di vista classificatorio, ma del tutto riduttivo ed ingeneroso da quello dei contenuti. Drew, partito trent’anni prima dal ‘rozzo’ Kentucky per fare fortuna, è oggi manager di successo di un’azienda di calzature sportive, ma nel giro di pochi giorni una sua idea sbagliata porta l’azienda sull’orlo del fallimento. Schiacciato – non solo professionalmente, ma anche come persona – dal suo “fiasco colossale”, Drew organizza metodicamente il suicidio, ma quando è proprio sul punto di riuscirci una telefonata lo avverte della morte del padre: ora è lui lo ‘uomo della famiglia’, ed oltretutto uomo di successo, come tutti credono, per cui dovrà essere lui ad andare nella cittadina natale ed occuparsi di tutto. Spento e deluso, Drew parte, ma sull’aereo avviene un incontro straordinario: Claire, una giovane hostess che esprime un’affettività fresca e primigenia. Quasi magicamente, Claire percepisce il suo malessere, e pian piano penetra nel mondo di Drew. Non c’è alcuna invasiva violenza nel suo atteggiamento: Claire gli offre per la prima volta l’occasione di riflettere su di sé e al tempo stesso, anche questo forse per la prima volta, di cercare davvero di conoscere gli altri. Barcamenandosi in una famiglia paterna tanto affollata e balorda quanto fondamentalmente unita da legami profondi, il soggiorno ad Elizabethtown diventa davvero, per Drew, un viaggio di formazione, in cui impara a capire se stesso, e a presentarsi a Claire per ciò che è veramente. Soprattutto – e paradossalmente, proprio ora che è morto – egli riesce a scoprire suo padre, a ricostruire un rapporto un tempo felice ed intenso interrotto bruscamente, ad amarlo, e finalmente anche a recidere, malinconicamente ma con serenità, il legame con lui, permettendo che il passato si decanti in pace, e aprendo lo spazio al futuro. Una ‘commedia’, dunque, ma che parla d’amore e di dolore, della vita e della morte. Lo fa con eleganza, spirito, garbo ed intelligenza, e tantissima poesia, mai sopra le righe, senza un’ombra di quella volgarità che oggi pare essere il filo rosso e ormai francamente intollerabile di qualsiasi film d’indagine psicologica. Orlando Bloom ce la mette tutta, e il risultato sarebbe anche accettabile, ma la battaglia è persa a priori di fronte ad una Kirsten Dunst semplicemente da innamorare: dolcissima, immensamente brava, praticamente perfetta. Una pletora di personaggi minori ma tutti umanissimi completano questo piccolo capolavoro di un regista che, a parte la boiata ‘su commissione’ di Vanilla sky (2001), conferma una sensibilità quasi unica per i ‘piccoli’ sentimenti dell’animo umano.

L’ultimo appello (J. Foley, USA, 1966) 23.10, Rete4

Un nipote difende in tribunale il nonno razzista, colpevole di aver ucciso per il Ku Klux Klan. Nonostante ciò, è giusto condannarlo a morte? Interessante, e per la presentazione del razzismo e per le riflessioni sulla pena di morte. E se non fosse altro, per l’interpretazione di G. Hackman, sempre bravissimo.

Memento (C. Nolan, USA, 2000) 22.40, DT

Vittima di un disturbo della memoria che gli azzera i ricordi ogni dieci minuti, un poliziotto cerca gli assassini della moglie organizzandosi un complicatissimo sistema di ricordi, fatto di numeri telefonici tatuati sul corpo, foto, eccetera. Prima di quella sconclusionata palla di Insomnia (2002), un’altra insopportabile palla di Nolan, talmente incomprensibile che lui stesso ha sentito il bisogno di metterne in circolazione una versione montata in ordine cronologico. Anche qui, l’inverosimiglianza trionfa: non bastava tenere un diario?! Da suicidio.

Il mandolino del capitano Corelli (J. Madden, USA/Francia/GB, 2001) 22.45, DT

Nel ’43, a Cefalonia, un capitano italiano si innamora di una ragazza del posto. Scampato per miracolo all’eccidio, tornerà a riprendersela dopo la guerra. Concentrato dei peggiori e più ignobili stereotipi sugli italiani pizza-e-mandolino, nella fattispecie arruolati nell’armata Sagapò. Farebbe ridere, e magari un po’ girare i coglioni, se non facesse indignare, visto che lo sfondo è uno dei più tragici episodi del Nazismo. Come Cage, altrove bravo ed anche ottimo attore, si sia prestato a questa porcata, è un mistero.

Transformers 2 (M. Bay, USA, 2008) 21.00, Sky

Peccato, peccato davvero. Perché il primo – lo scrissi nella mia recensione e ne sono ancora convintissimo – era delizioso. Nulla di intellettuale, certo: ma divertente, ironico, appassionante; intessuto di emozioni semplici e primordiali e proprio per questo di im-mediata fruizione; epico, perfino, come tutte le narrazioni autenticamente ‘popolari’. Insomma, un gran giocattolone colorato con cui tutti, adulti e bambini, poterono divertirsi senza rimorsi e senza problemi. Ma è difficile che la magia riesca per la seconda volta, e stavolta a Bay è andata buca, per tutta una serie di ragioni che sullo schermo appaiono abbastanza evidenti. Due anni sono passati, infatti: nessuno dei protagonisti è più lo stesso di allora, tutti vogliono far vedere di esser diventati grandi, e bravi davvero. A cominciare dalla Industrial Light and Magic, autrice degli effetti speciali, i cui risultati, tecnicamente parlando, sono davvero stupefacenti, superiori perfino alla già eccezionale performance del primo. A seguire con Megan Fox, che non per nulla, nel frattempo, si è guadagnata il titolo di donna più sexy del mondo, e, sia pure in un film “per tutti”, fa di tutto per farcelo capire. Forse solo Shia Labeouf rimane se stesso, e non pretende di trasformare (ahi!) un fumetto in recitazione. Così, in questa adunata di primi della classe, in cui tutti sgomitano per farsi vedere, il film va a farsi friggere, e con lui ogni pretesa – se mai c’era stata: a questo punto vien da chiederselo – di ‘raccontare’ una storia. Per due ore e passa – che spesso non passano mai – vediamo solo enormi cumuli di rottami metallici che si scontrano rumorosissimamente, in lunghissime scene assolutamente fine a se stesse, tanto che spesso è perfino difficile sceverare dal gran casino chi sta combattendo con chi: e in una storia come questa, se non ti resta almeno una chiara distinzione tra ‘buoni’ e ‘cattivi’, allora, amico, sei fregato alla grande. Qualche citazioncella qua e là – Terminator, Conan – si disperde casualmente in un mare di confusione e di eccessi senza sostanza. Non ci rimangono, appunto, che le grazie della bella Megan, che – è evidente – presto ammireremo più ampiamente in film ‘per grandi’. Ma attenzione, perché la bellissima esordiente Isabel Lucas (nessuna parentela, nessun nepotismo!), nei venti minuti in cui è sulla scena, ce la fa dimenticare completamente: erotica e sensuale, (ma non era un film “per tutti”?), promette faville anche lei nelle sue prossime apparizioni. Un po’ poco vedere un film.

Minority report (S. Spielberg, USA, 2002) 23.25, Sky

“Volevamo stupirvi con effetti speciali” . . . e invece siamo solo riusciti ad annoiarvi. E infatti non c’è proprio altro, in questo film di Spielberg. Una storia ‘gialla’ tutto sommato banale, che sa di déja vu lontano un chilometro, e a cui, appunto, nemmeno la profusione di effetti e l’ambientazione futuribile riescono a dare un minimo di interesse, e diventano pura cornice, puro espediente narrativo. Stilisticamente, il racconto è disordinato e disunito: il grottesco (il medico che trapianta gli occhi, i bulbi oculari che rotolano per terra) si alterna senza ragioni plausibili al drammatico e perfino al comico (i quadri di vita familiare sconvolti dai poliziotti volanti), spiazzando lo spettatore ed impedendogli di adottare un unico registro percettivo; e, si sa, nulla nuoce più alla coesione di un’opera d’arte come la commistione (confusione) di generi. E tutti gli (pseudo) discorsi sul libero arbitrio, sulla libertà dell’individuo, sulla democrazia sono solo vernice esteriore, arredamento di scena, che rimangono sempre assolutamente estranei alla storia, e mai si fondono con essa per divenire autentica problematicità etica. Bella fotografia, certo, e Tom Cruise che pare abbia perfino imparato a recitare, ma non basta per commuovere e far pensare. Peccato, e strano oltretutto, perché il precedente A.I., pur con tutta la sua farraginosità, pur con tutto il suo eccesso di temi, di storie e di materiali, era stato tuttavia una grande favola poetica e tragica sulla felicità e sull’esistenza. Spielberg non ha voluto far pensare: ha cercato la cassetta, puramente e semplicemente, anche se col suo solito grande mestiere. Da dimenticare, assieme ad altri suoi tonfi.

L’anno del dragone (M. Cimino, USA, 1985) 17.00, DT

A parte Il cacciatore – per me, uno dei più bei film di tutti i tempi – e il malinconico e bellissimo Una calibro 20 per lo specialista, Cimino ha infilato una serie, peraltro breve, di film confusi e non convincenti. Così dicasi di questa pasticciatissima storia. Un poliziotto di New York viene incaricato di sventare le mire di un giovane mafioso cinese, che vuole far fare un salto di qualità alla sua organizzazione criminale. Sempre in bilico tra il filmone d’azione (spesso eccessiva) e il drammone intimista (spesso lagnoso), è un film tutto sommato noioso, che induce solo a rimpiangere tanto talento sprecato.

Martedì 22 giugno

The burning plain (G. Arriaga, USA, 2009) 21.00, DT

Il divorzio artistico consumatosi tra Alejandro González Iñárritu e il suo sceneggiatore ‘storico’ Guillermo Arriaga aveva gettato nello sconforto tutti gli estimatori del cinema di alta qualità. Prima infatti di andarsene sbattendo la porta, Arriaga aveva dato alla coppia tre film tra i più belli e intensi che si siano visti negli ultimi dieci anni: Amores perros (2000), 21 grammi (2003) e Babel (2006), la famosa ‘trilogia dell’incomunicabilità’. Stanco di vedere le sue magnifiche storie illustrate da altri, Arriaga, come abbiamo detto, ha rotto il sodalizio piuttosto bruscamente ed ha esordito nella regia con un film tutto suo, di cui finalmente firma anche la regia, e che è, ancora una volta, un film davvero speciale. Più che l’incomunicabilità, qui il tema sembra essere una sua ‘variante’, cioè la solitudine. Sono tutti soli, infatti, i personaggi di questa storia – anzi: sole, perché è soprattutto una storia di donne, questa – e tutti cercano disperatamente una via d’uscita. Gina, sposata con quattro figli, ha perduto il seno sinistro per un cancro, e con esso ha perduto anche la confidenza col proprio corpo. Anche il marito non riesce più a desiderarla. Ma lei ha un segreto: un altro amore, un uomo che la desidera così com’è, con la sua sofferenza e la sua fragilità. In questa sua relazione, Gina viene spiata dalla figlia adolescente Mariana, e dopo che lei e l’amante moriranno in uno spaventoso incidente, Mariana avrà una storia proprio col figlio di lui. Molto lontano, Silvia lavora in un ristorante di lusso. Passa convulsamente da un uomo all’altro, cercando assurdamente qualcuno che per magia le offra un’esistenza ‘diversa’, ‘altrove’, e ferisce il suo stesso corpo, quasi a punirlo di una colpa oscura. E la giovanissima Maria vede il proprio padre schiantarsi al suolo col suo piccolo aereo da turismo. Ancora una volta, à la Arriaga, vedremo come tutti questi destini siano intrecciati, esploreremo tutte queste strade di solitudine, da dove sono iniziate sino alla loro conclusione, scoprendo nuovamente quanto fragile e solo sia l’essere umano, e quanto immensamente difficile sia riuscire a comunicare, a gettare ponti, a chiedere aiuto. Un bel film, davvero, al cui regista forse manca ancora un po’ di mestiere. Abituati com’eravamo all’eleganza e all’armonia della scrittura di Inarritu, qui si avverte a volte una certa qual ‘rozzezza’ narrativa ed una certa meccanicità costruttiva. Ma si farà, ne siamo certi. Comunque, ogni riserva viene superata di fronte alle performances degli attori, semplicemente prodigiosi. Charlize Theron è Silvia, un animale disperato in fuga da se stesso; Kim Basinger è Gina, delicata e trepida, bisognosa d’amore; Tessa Ia è l’adolescente Maria, davvero bravissima, che aspettiamo in prove più mature.

Moana 22.00, Sky

Prima premessa. Come considero i miei gusti ed orientamenti sessuali una questione che riguarda solo ed esclusivamente me, così ritengo che ognuno possa praticare la propria sessualità in qualsiasi forma e variante preferisca, con l’unico limite – come sempre – di non ledere la libertà altrui. Come dico abitualmente, per me uno può anche andare con le galline, purché le galline medesime siano adulte e consenzienti. Corollario della prima è la seconda – che forse non è perfettamente in argomento, ma ad essa è ‘eticamente’ collegata – secondo la quale, in tema di stupefacenti, sono totalmente antiproibizionista. Non solo perché ritengo che questo sarebbe l’unico modo per ‘vincere’ la guerra contro le mafie, togliendo loro una gigantesca fonte di reddito, ma soprattutto perché ritengo che ognuno abbia il diritto di fare, della propria vita, ciò che ritiene meglio: ne risponderà alla propria coscienza, al proprio Dio o al proprio Karma, come preferisce. Detto ciò, è da tempo in programmazione su Sky una fiction sulla vita di Moana Pozzi, la celebre pornodiva morta nel 1994. Di che tenore sia non è difficile immaginarlo (non l’ho vista, e non intendo vederla), e non solo per le anticipazioni che ne abbiamo già letto. Dal giorno della sua morte, su Moana Pozzi si è costruita una specie di bizzarro processo di beatificazione – costruito sulle sue interviste, sulle sue dichiarazioni e inerente anche al mestiere stesso che aveva scelto – che non si priva nemmeno della dimensione del mito, com’è accaduto per altri ‘eroi’ dell’immaginario popolare (Elvis Presley, Jim Morrison ecc.): Moana non è morta, ma sarebbe ancora viva e nascosta eccetera. Non intendo minimamente entrare nella questione – conseguentemente a quanto affermato in precedenza, riconosco a Moana Pozzi come a chiunque al mondo il diritto di gestire la propria esistenza come meglio gli aggradi – ma mi chiedo. Possibile che, tra tutti gli italiani, non ci fosse nessun altro cui dedicare una fiction? Che so: un prete di frontiera ammazzato dalla camorra? Un poliziotto ammazzato mentre difendeva un ostaggio? Un pompiere morto mentre cercava di salvare una persona da un incendio? Un muratore padre di tre figli caduto da un’impalcatura? Un clandestino affogato nel Canale di Sicilia? O semplicemente un impiegato delle poste che per tutta la vita abbia cortesemente e diligentemente svolto il proprio lavoro? Un medico di base che con umanità abbia per decenni curato e assistito i propri pazienti? Un insegnante che abbia educato e istruito generazioni di bambini per uno stipendio ridicolo? Eccetera. Insomma: qualcuno di cui, vedendola, vostro figlio possa dirvi: ‘Papà, da grande voglio diventare come lui’? Io, francamente, non sarei molto contento, se mia figlia mi dicesse: ‘Papà, da grande voglio diventare come Moana Pozzi’ …

Miracolo a Sant’Anna (S, Lee, USA/Italia, 2008) 21.00, Sky

Ho sofferto, in quei giorni, leggendo le anticipazioni del film. Ho sofferto per Giorgio Bocca – uno degli uomini più nobili e diritti che ci siano rimasti in Italia – alla cui contenuta ma ferma indignazione, espressa sulla Repubblica del 1 ottobre, non è certo stata scusa sufficiente la rispostina stitica e formale data dal regista sul quotidiano del giorno successivo. Ho sofferto per la partigiana ottantasettenne che il pomeriggio di giovedì 2 ottobre, ai microfoni di Fahrenheit, su Radio3, piangeva ricordando il marito, ammazzato a ventiquattro anni dai nazisti proprio in quei luoghi una settimana dopo la strage, e tra le lacrime, molto mitemente, rimproverava a Lee: “Non a me, ma a lui, deve render conto di ciò che ha detto”. Ho sofferto per mio zio partigiano, scomparso da poco, che di ritorno dalla montagna si rimise a lavorare zitto zitto, senza chiedere onori o prebende. Poi ho visto il film, e mi sono reso conto di aver sofferto inutilmente. Sì, è vero, c’è un partigiano traditore, nel film, cui spetterebbe la responsabilità della strage, e al quale un ufficiale nazista rimprovera: “Tua è la colpa”. Sarebbe questa la ‘miracolosa’ rivelazione del film? Che nella Resistenza – come in qualsiasi altra guerra, partigiana o ufficiale che fosse – ci sono stati dei traditori? Una ben povera scoperta, che certo non meriterebbe di spendere tempo e soldi a farci un film, e che certo non può in alcun modo offendere la Resistenza, il momento più alto della storia repubblicana, l’unico in cui gli Italiani si siano davvero sentiti popolo. Anche se – diciamolo tra parentesi, quasi marginalmente – è curiosa questa ‘triangolazione’ antiresistenziale. Ad un vertice Spike Lee (‘di sinistra’, alfiere dei diritti dei neri, democratico e pro Obama) che ‘scopre’ (ma sarebbe meglio dire ‘inventa’: su questo torneremo più avanti) che c’era qualche partigiano traditore. Ad un altro Giampaolo Pansa, che ormai da anni – forse avendo fiutato con cinica preveggenza il vento revisionista e neofascista – rovescia fango sui partigiani. All’ultimo, il Ministro La Russa, che finalmente ha potuto togliersi lo sfizio di dire in pubblico che anche gli assassini repubblichini – quelli sì traditori: del loro Paese – in fondo erano bravi ragazzi che combattevano per onore. Chissà se Lee se n’è reso conto, chissà se ha letto, se si è documentato, se, insomma, ne sapeva qualcosa. Tutti sanno quanto io ami il cinema americano, ma come potrei spender pagine a descriverne i meriti, così sono prontissimo ad elencarne i difetti, tra i quali si colloca, spesso, una inconcepibile superficialità. Del resto, la dicono lunga sull’attendibilità di questo film già le sue origini, scritto com’è non partendo da una ricerca storica sul campo, ma ispirandosi ad un romanzo di tale James McBride. Romanzo? Ispirazione? Forse che non c’erano abbastanza dramma, abbastanza dolore, sufficiente sangue versato e dignità umana insultata, sull’Appennino toscano, perché bisognasse andarli a cercare in un anonimo romanzetto di vent’anni fa? Rimangono davvero oscure le ragioni di Spike Lee per aver fatto questo film, e per averlo fatto in questo modo, e se lo scopo era quello di esaltare il contributo delle Divisioni formate solo da neri americani nella Seconda Guerra Mondiale, allora non c’era bisogno di tirar fuori la Resistenza italiana: forse di apartheid ne saprà qualcosa, ma di quella – ci consenta – dà l’impressione di non sapere un cazzo. Non è dunque la figura del traditore, che può far male alla Resistenza, quanto, al massimo, un film che pretenderebbe di parlarne e invece non ne parla, che sembra raccontare di una cosa e invece sta raccontando di un’altra, un film allusivo, approssimativo e, appunto, superficiale, privo di un effettivo spessore culturale e storico. Quel che – molto indirettamente, dunque – può far male alla Resistenza (ma si consoli l’ANPI: ne fa di più all’arte del cinema), è un film confuso e malfatto, un pastrocchio bellico-sessual-sentimental-religioso che pare una grottesca caricatura di certe storie di Frank Capra, un film disordinato e mal raccontato, prolisso, discontinuo, con un altissimo tasso di improbabilità, spesso inutilmente didascalico. Un film, insomma, che si inserisce perfettamente nella filmografia di un regista sempre assolutamente sopravvalutato, cui l’importanza dei temi civili trattati nei suoi film ha sempre fatto velo al loro effettivo valore. Tutto sommato, bene ha detto Spike Lee quando, con arroganza tutta americana (evidentemente l’esser nero e discriminato non protegge dalla sindrome da Padroni-del-Mondo), rispondendo alle critiche fattegli in questi giorni ha ribattuto: “Nessuno può insegnarmi come fare un film”. Giusto, nessuno può insegnarglielo: è proprio un caso disperato.

La città della gioia (R. Joffé, GB/Francia, 1992) 21.00, DT

Brutta versione, scioccamente e superficialmente romanzata, dell’ottimo libro di D. Lapierre sulla miseria e il degrado degli slums di Calcutta. Lasciate perdere il film e andatevi a comprare il libro.

Salaam Bombay (M. Nair, India/Francia/GB, 1988) 23.00, DT

Un bambino di dieci anni abbandonato a vivere da solo nell’inferno dei poveri di Bombay, costretto a cavarsela con espedienti di ogni tipo, inseguendo un sogno di redenzione. Neorealismo all’indiana, perfino peggio di quello all’italiana.

Mercoledì 23 giugno

Kriminal (U. Lenzi, Italia/Spagna, 1966) 19.15, DT

Mamma, che nostalgia! Kriminal, Diabolik e compagnia kappa: quanti sogni, quanto erotismo a buon mercato. Sarà una boiata, ma è davvero imperdibile!

Capricorne one (P. Hyams, USA, 1978) 21.00, DT

Vecchio ma interessante thrilling fantascientifico: una spedizione americana su Marte non può partire per un guasto, ma viene ugualmente inventata virtualmente per il pubblico e la tv. Con tutte le balle che gli americani ci hanno raccontato dalla fine della guerra ad oggi, vale la pena di rivederlo, tanto più che molti sono convinti che lo sbarco sulla Luna non sia mai avvenuto, e che le cose siano andate proprio così.

Transamerica (D. Tucker, USA, 2005) 21.00, DT

E’ la storia di Bree, un transessuale, in procinto di accedere finalmente alla tanto sospirata operazione che lo trasformerà finalmente in donna. Manca una settimana, e la sua psicoterapeuta ha già firmato il nullaosta, ma un fatto assolutamente inaspettato le sconvolge i piani. Dal carcere minorile di New York riceve una telefonata: lì sta rinchiuso Toby, suo figlio, frutto della sua unica scappatella eterosessuale. E’ un ragazzo di diciassette anni, che si mantiene prostituendosi e spacciando. Bree è costretta ad aiutarlo, pagandogli la cauzione, ma poi si trova di fronte ad un problema quasi irresolubile: Toby vuole andare a Los Angeles, per sfondare nel cinema ma soprattutto per conoscere il suo vero padre. Bree decide di accompagnarcelo lei – con la segreta intenzione, lungo la strada, di scaricarlo al patrigno che in tutti quegli anni l’ha allevato – ma non ha nessuna intenzione di rivelargli né il rapporto che li lega né tanto meno la sua situazione. Comincia così uno strano viaggio. Toby è alla ricerca del suo passato, ma anche e soprattutto di un futuro, del suo ‘diventare grande’, del successo, perfino di una famiglia. Insomma, di se stesso. Bree crede di conoscere già se stessa, e vuole solo liberarsi in fretta di questo ‘incidente esistenziale’ di percorso. Ma non sarà così semplice. Lungo la strada, entrambi si troveranno a dover fare i conti col proprio passato, dovranno chiedersi veramente chi sono, cosa vogliono, da se stessi e dagli altri, quale potrà essere la loro vita futura. Bree e Toby seguiranno ognuno la propria strada, ma si rincontreranno, questa volta finalmente se stessi, e finalmente pronti a dare e ricevere amore. Garbato e discreto, Transamerica è tutt’altro che un film sulla ‘diversità’: una lettura riduttiva e povera, che ne nasconderebbe la sua vera natura. In realtà, attraverso la ‘eccezionalità’ della situazione, Tucker racconta l’eterna vicenda del rapporto tra padre e figlio, la difficoltà di trovare ciascuno una collocazione nell’esistenza e di trovare un ponte, un linguaggio condiviso che permetta di comunicare e soprattutto consenta di scambiarsi esperienze, di conoscersi veramente, di arricchirsi l’un l’altro. Tutt’altro che ‘scandalistico’, ma invece poetico e delicato, il film è sostenuto in gran parte dalle incredibili capacità recitative di Felicity Huffman, meritatamente insignita, per questa interpretazione, del Golden Globe. Imperdibile.

Giovedì 24 giugno

I cento passi (M.T. Giordana, Italia, 2000) 00.45, DT

Storia vera di Peppino Impastato, militante di democrazia Proletaria, figlio di un piccolo mafioso e nipote del boss Tano Badalamenti, che negli anni Settanta a Cinisi, in provincia di Palermo, si mise in mente di combattere la mafia con una radio libera, con l’ironia, la satira, l’irriverenza. Pagò con la vita, e ci vollero decenni prima che i suoi assassini, noti a tutti, venissero processati e puniti. Di fronte a Ministri della Repubblica che, come Lunardi, dichiarano che con la mafia bene o male bisogna convivere, e che comunque non c’è niente di male a dare e ricevere qualche favore, vien da chiedersi se Impastato sia stato uno stupido e lui, Siani e tutti gli altri siano morti per niente: quando crederemo questo, vorrà dire che ci saremo venduti l’anima anche noi. Ottimo film ‘civile’ italiano, come a volte sappiamo ancora fare, forte e commovente, ma pulito ed antiretorico. Davvero imperdibile.

Il labirinto del fauno (G. del Toro, Messico/Spagna/Usa, 2006) 21.10, DT

Con questo film, Del Toro, regista dalla non eccelsa filmografia, tenta un salto di qualità, cercando di coniugare la sua passione di sempre per l’horror ed il fantastico con un soggetto politico e civile davvero ‘potente’: la Guerra Civile in Spagna. I combattimenti si sono conclusi, ma bande di anarchici infastidiscono ancora seriamente il regime. Una di queste assedia un vecchio mulino tra i boschi, nel quale, oltre ad una nutrita guarnigione della Guardia Civil, risiedono anche il suo feroce comandante, il capitano Vidal, la moglie – una donna sottomessa, vedova del suo primo marito, che lo ha sposato per sfuggire alla solitudine, ora incinta di lui – e Ofelia (nome profetico?), di undici anni, frutto del primo matrimonio. Per sfuggire agli orrori dei tempi in cui vive, ed anche, nella fattispecie, alla reclusione in quell’eremo, ove morte e violenza si respirano nell’aria, Ofelia cerca rifugio nei racconti di fate. E, appena giunta al mulino, è proprio una fata a mettersi in contatto con lei. La conduce sottoterra, in un antico labirinto, ove un vecchissimo fauno le svela la verità: lei è l’incarnazione della principessa figlia del re del Mondo Sotterraneo, fuggita da secoli e da lungo tempo attesa. Per riavere il suo rango e il suo regno, però, dovrà superare tre prove molto pericolose, che le verranno svelate una alla volta. Ofelia si dedica anima e corpo a questo suo nuovo compito, mentre, ‘in superficie’, anche la vita reale segue il suo corso. Gli scontri con gli anarchici si susseguono senza sosta, e il capitano Vidal li reprime con spietata e sanguinaria violenza. Ma la presenza di infiltrati tra gli abitanti del mulino trascina lo scontro verso un tragico epilogo: nella stessa notte, anche Ofelia dovrà affrontare l’ultima, fatale prova. Nonostante la dichiarata ‘intenzione’ del regista di stabilire un rapporto ‘filosofico’ tra le due vicende, esse invece per tutto il film scorrono perfettamente e totalmente parallele, ma proprio nel senso geometrico del termine, vale a dire senza mai incontrarsi, e senza mai avere alcun rapporto ‘intimo’ tra loro. Estranee ed indifferenti l’una all’altra, si snodano assolutamente indipendenti, tanto che si ha quasi l’impressione di assistere alla proiezione di due film diversi ed arbitrariamente mescolati insieme, e senza che mai, come appunto ci si aspetterebbe, si abbia l’impressione che l’una simbolizzi e spieghi l’altra. Insomma, la metafora magica sul Franchismo è miseramente fallita, ed è anche un peccato, perché non si può negare un grande fascino alla costruzione del mondo magico in cui Ofelia si inoltra. Decisamente, per Del Toro, si è trattato del classico passo più lungo della gamba.

Custer eroe del West (R. Siodmak, USA, 1968) 23.00, DT

Premesso che, come tutti sanno, amo il cinema americano ed anche la loro cultura, non ricordo più chi abbia scritto che solo il popolo americano è riuscito a trasformare il più grande genocidio della Storia in un’epopea: sarebbe come se i tedeschi facessero dei film sui lager con le SS buone ed eroiche e gli ebrei cattivi da sterminare. Che poi, addirittura nel ’68, si facesse un film in cui si eleva ad “eroe” un razzista assassino come Custer, è uno dei miracoli della sfacciataggine. Ma del resto, il pazzo assassino di Bush, non è forse andato in Irak ad “esportare la democrazia”?

Il cacciatore (M. Cimino, USA, 1978) 00.50, DT

Pochi film ho amato con tutto il mio cuore come questo. Nonostante sia basato (studiatevi con attenzione la scena finale) su un assunto sostanzialmente ‘reaganiano’ (‘Siamo un Grande Paese, abbiamo sbagliato, ma comunque ci rimboccheremo le maniche e ce la faremo, Dio salvi l’America’), tuttavia come forse nessun altro film di guerra Il Cacciatore ci racconta della distruzione dell’anima che la barbarie della guerra opera non solo nelle vittime, ma anche nei persecutori. Tragico canto antimilitarista, poema dolente sull’amicizia, è per me uno dei più bei film del Novecento. Ma perché, nonostante dispongano di artisti come questi, gli Americani non imparano mai niente?Assolutissimamente imperdibile.

Venerdì 25 giugno

Arlington Road (M. Pellington, USA, 1999) 23.30, Rete4

Un professore di Washington fa amicizia coi vicini, tanto simpatici e garbati, ma poco per volta si accorge che non sono affatto quegli americani per bene che sembrano. Ispirato all’ambiente della destra integralista in cui maturò il terribile attentato di Oklahoma City del 1995, è un bel film, interessante e moderatamente appassionante, in cui una tantum l’America si chiede se i ‘nemici’ debbano proprio essere sempre gli ‘altri’, specie se con la pelle di un altro colore. Da vedere.

Viaggio al centro della Terra (H. Levin, USA, 1959) 16.25, Rete4

Deliziosa e divertentissima versione del capolavoro di Jules Verne, con qualche variante rispetto al testo originale, del resto accettabile perché narrativamente geniale. Cinema semplice ma di classe, come si faceva una volta, e così dicasi degli attori, tra cui l’ottimo James Mason. Vedetelo, se non l’avete mai visto, e registratelo, e fatelo vedere ai vostri figli, e poi comprate loro tutti i libri del grande Verne. Assolutamente imperdibile, e davvero abbastanza raro in tv. Recentemente è stato ripubblicato in edizione restaurata e con la traccia in italiano, che da molto tempo era assente dal mercato. Semplicemente inconfrontabile con la recente versione di E. Brevig, pura spazzatura.

Gott mit Uns (G. Montaldo, Italia/Jugoslavia, 1970) 02.10, Rete4

Rara apparizione tv di questo vecchio e bel film di Giuliano Montaldo. La storia di due soldati tedeschi, fucilati per diserzione in un campo di prigionia alleato dopo la fine della guerra col consenso degli alleati stessi, funge da metafora della follia criminale di ogni militarismo. Da non perdere.

Le crociate (R. Scott, Spagna/GB, 2005) 18.35, DT

Le Crociate è uno di quei film di cui ti chiedi: ‘Ma perché’? Non è la prima volta, nella controversa carriera di R. Scott, che, dopo aver esordito con tre capolavori assoluti, di cui possiamo dire che abbiano segnato la storia del cinema – I duellanti (1977), Alien (1979), Blade runner (1982), Legend (1985) – ha poi proseguito con una serie di film mediocri (Black rain), accettabili (Thelma & Louise), infantili (L’albatross), ripugnanti (Soldato Jane) eccetera, disperdendo lungo la strada quello che era sembrato un incredibile e geniale talento. Solo che qui, secondo me, siamo veramente alla frutta. Non c’è una cosa che stia in piedi, in questo film, a partire dalla sceneggiatura, infarcita di dialoghi criptici e allusivi (?!), spesso semplicemente incomprensibili, che conseguentemente rendono inconsistenti ed ‘irreali’ i personaggi. Quando non li rendono ridicoli: lo scambio di battute tra Balian e il Saladino, quando quest’ultimo esce dalla tenda dopo la resa, sembra uscito da un western all’italiana. Anche la storia traballa parecchio. La pulsione di Balian verso Gerusalemme è davvero poco convincente e poco giustificata; e quel dividere semplicisticamente i cavalieri cristiani tra buoni ed onesti contro cattivi e corrotti lo fa tanto assomigliare ad un film americano di serie B. Dove sarebbe il ‘messaggio’ antibellicista sulla ferocia della guerra? Quattro schizzi di sangue non fanno un messaggio: sono solo effettacci per la cassetta. Per parlare alto contro la violenza e la guerra ci vuol altro: forse prima era meglio rivedersi Salvate il soldato Ryan. Dove sarebbe il tanto strombazzato scontro di civiltà e di culture? Se c’è una cosa che è assente dal film – a parte qualche sporadica e telegrafica battuta sulla ‘somiglianza’ tra morale cristiana e mussulmana, caduta per caso nella sceneggiatura – è proprio la caratterizzazione delle due culture, e bisogna guardare i vestiti per capire da che parte stanno i personaggi. Lo scontro invece c’è sì, ma con la logica e la storia: mai, un nobile del XII secolo avrebbe potuto fare i discorsi pseudo democratici e pseudo egualitari – dunque del tutto anacronistici – che tiene Balian prima della difesa di Gerusalemme; mai e poi mai, avrebbe potuto pensare le tirate ‘laicistiche’ di Balian. Anche i ‘simboli’, come certe battute, cadono casualmente qua e là nella storia, ed anch’essi, molto spesso, sono altrettanto indecifrabili. Per esempio: che diavolo significa il crocifisso che il Saladino raccoglie da terra e rimette in piedi dopo la ripresa della città? Forse un riconoscimento della fatale supremazia finale del Cristianesimo sull’Islam? A dire il vero, non mi pare che sia andata proprio così. E dunque? Il tutto, immerso in una luce ed una fotografia spente e polverose, che ti vien da gridare: ‘Proiezionista, le luci!’. Più che un brutto film, una grossa delusione. Perfino Il gladiatore era stato meglio. Lì almeno c’era un ‘eroe’. Qui non c’è nemmeno quello, e il film si trascina stancamente ma soprattutto noiosamente verso una fine che, dopo un po’, si comincia a desiderare con ansia. E quando vi accorgete che state cominciando a dire: ‘Ecco, sì, dai, questa dev’essere l’ultima scena’, allora vuol dire che è il momento di alzarsi dalla poltrona ed andare a letto..

Era mio padre (S. Mendes, USA, 2002) 21.00, Sky

Che delusione. Con American Beauty, Mendes ci aveva dato un capolavoro sulla solitudine esistenziale, ed anche un film di rara bellezza ed eleganza formale. Forse con questo voleva farci vedere di poter essere ancora più bravo, ma ha davvero esagerato. EMP è un film assolutamente ‘perfetto’. Attori perfetti e mostruosamente bravi; sceneggiatura perfetta: non c’è una battuta sbagliata, una parola fuori posto; recitazione perfetta: non c’è un movimento, ma che dico, uno sguardo, che non sia perfetto; fotografia perfettissima, da urlo: la corsa in bicicletta sulla neve all’inizio, l’avvicinarsi della macchina del killer nella nebbia. Inquadrature che sarebbero da incorniciare, una dopo l’altra, tanto sono, appunto, ‘perfette’ ed esaurite in se stesse nella loro eleganza. E il punto è proprio questo, perché il risultato è un film assolutamente freddo, che non commuove mai, che non emoziona mai, che non fornisce nemmeno il più piccolo stimolo emotivo, mai, nemmeno alla fine, quando anche il gesto del bambino che si abbraccia la testa davanti al cadavere del padre appare una raffinatissima e vuota esercitazione calligrafica. Per cui, gli ‘esercizi di bravura’ sembrano quasi ovvi e fastidiosi: si veda la strage sotto la pioggia, alla fine, in cui l’assenza del sonoro, che dovrebbe rendere ancora più ‘evidente’ la violenza, ha solo il sapore di un compitino ‘elementare’ e manualistico. Benissimo ha detto chi ha scritto che EMP è un film ‘costruito per l’Oscar’: una ‘macchina da Oscar’, elegantissima, di lusso, ma senza cuore. Avevamo urlato di entusiasmo alla sua opera prima, e con ragione, lo ripeto, ma questo è solo onanismo stilistico.

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