Pubblicato da: giulianolapostata | 12 giugno 2010

Multivisioni – 12 giugno 2010

Sabato 12 giugno

Giordano Bruno (G. Montaldo, Italia/Francia, 1973) 23.00, DT

Gli ultimi dieci anni di vita del grande filosofo italiano, eversore e ribelle, e dunque per la Chiesa eretico, fra tradimenti e speranze di giustizia. Un magnifico film di Montaldo – come, del resto, tutti i suoi pochi film – un’altra testimonianza forte dell’insopprimibile vocazione della Chiesa all’intolleranza ed alla repressione, anche nel sangue, di qualsiasi dissenso. Se potessero, lo farebbero anche oggi. Come valore aggiunto, una magnifica interpretazione di Gian Maria Volonté. Imperdibile.

Frankenstein Junior (M. Brooks, USA, 1974) 21.00, Sky

Forse il capolavoro di Mel Brooks, e certo uno dei film più divertenti che siano mai stati fatti. Il nipote del famigerato barone parte per la Transilvania, a raccogliere l’eredità del suo avo. Là ripeterà il terribile esperimento del suo avo: ma il risultato sarà incredibilmente diverso dall’originale. Poetica parodia del mitico ‘originale’ di J. Whale (1931) – anche a livello fotografico, con uno splendido b/n – e in genere degli stereotipi dell’horror di serie B degli anni ’40 e ’50, raggiunge risultanti assolutamente esilaranti, grazie ad una sceneggiatura di geniale ‘demenza’, alla folle maschera di Marty Feldman ed alla ‘bizzarria’ di Gene Wilder. Assolutamente imperdibile.

Domenica 13 giugno

Café express (N. Loy, Italia, 1980) 17.05, Rai3

Come Alberto Sordi, anche Nino Manfredi è stato spesso – e purtroppo volentieri – il ‘cantore’ delle volgarità e delle miserie sottoproletarie italiane. Così è anche in questo film, in cui si raccontano le peripezie di un venditore abusivo di caffè sui treni di linea del Sud. Ridicolo è dir poco, anche se è riuscito a fare di peggio (Cioccolata a colazione).

Lawrence d’Arabia (D. Lean, GB, 1962) 14.30, Rete4

Sontuoso ed eroico biopic sulla vita del tenente, agente del servizio segreto britannico, Thomas Edward Lawrence (1888-1935), che durante la Prima Guerra Mondiale fomentò e guidò la rivolta degli arabi contro il dominio turco. Splendida fotografia del deserto, splendide musiche, magnifico Peter O’Toole, un grande e raffinato attore poco amato dal cinema e non abbastanza noto al pubblico. Da non perdere.

American History X (T. Kaye, USA, 1999) 22.40, DT

Dopo tre anni di prigione, comminatigli per un atroce omicidio a sfondo razzista, Derek torna a casa. Lo attendono gli amici del gruppo neonazista di cui faceva parte, per i quali è diventato un eroe, ed il fratello adolescente, per cui è un mito. Nessuno però sa che l’orrore dell’atto commesso e l’esperienza carceraria lo hanno turbato fin nell’intimo, portandolo a rigettare da sé la spazzatura culturale di cui si era nutrito. Ma il razzismo è un veleno che non è facile eliminare, e nonostante la ‘conversione’ di Derek, in suo nome verrà sparso altro sangue innocente. Come Starship Troopers è, secondo me, il miglior film mai fatto sul/contro la mentalità fascista e militarista, così American History X lo è per il razzismo: come l’altro, un film da far vedere a scuola, per il suo adamantino rigore e la sua ‘spietatezza’, senza compromessi e senza ambiguità. Semplicemente divino E. Norton, e splendida la fotografia, pura e netta in un gelido bianco/nero. Assolutissimamente imperdibile.

Revolutionary Road (S. Mendes, USA/GB, 2008) 22.55, Sky

Connecticut, Anni Cinquanta. Frank ed April si incontrano ad una festa di ‘artisti’. April “studia per diventare attrice”, Frank, tutto sommato, cazzeggia, in adorazione di se stesso e degli anni della guerra trascorsi a Parigi, “dove quello che vedevi era vero, dove tutto era possibile”. Entrambi sono convinti di essere eccezionali, e di avere un grande destino davanti a sé. Si sposano, per attuarlo insieme, ma bastano dieci anni di matrimonio per uccidere le loro illusioni. Frank ha fatto due figli – “uno è stato un incidente, l’altro per verificare se il primo era stato un incidente” – April ha visto affondare miseramente le proprie ambizioni nella noia di teatrini di quart’ordine. Hanno trent’anni entrambi, non sono più dei ragazzini. April si sta spegnendo in una stupida e vuota quotidianità da casalinga, Frank si è adattato a lavorare come venditore nella stessa ditta in cui per vent’anni ha lavorato suo padre (“Da piccolo lo guardavo e mi dicevo: quando sarò grande non voglio diventare come lui”), in un impiego stupido e inutile, che odia e che lo schiaccia, ma ancora – nonostante tutto – coltivando il sogno di dimostrare un giorno chi egli sia veramente e quali incredibili potenzialità egli custodisca. Ma Frank mente a se stesso, e lo sa, e lo sa anche April, il cui cuore invece è ancora vivo. Così – con un coraggio che, mutuando i pensieri della cultura maschilista dell’epoca, potremmo definire ‘da vero uomo’ – propone a Frank di fare una follia. Vendere tutto, andare a Parigi, alla fonte del Mito. Lei lavorerà (‘l’uomo di casa’), lui non farà nient’altro che coltivare se stesso: leggerà, ascolterà musica, andrà per musei, fino a che finalmente avrà trovato la sua strada, dove poter esplicitare la grandezza inespressa che sente dentro di sé. April parrebbe, in questo suo agire, una donnetta succube del marito, appiattita sul suo egoismo, senza sogni propri. Invece, è lei, dei due, che vive ancora, e quando dice a Frank ‘Salvati’, in realtà gli sta dicendo ‘Salvati per salvare me assieme a te’. Ma Frank non è più, se mai lo è stato (“Quando ti ho conosciuto ero solo uno pieno di chiacchiere”), sulla sua stessa lunghezza d’onda. L’ipotesi di partire lo affascina per un po’, gli serve per assumere un’aria bohémienne con gli amici. Ma nel fondo ha paura, di lasciare la sicurezza che ha e soprattutto di scoprire che non c’è nessun grande destino ad attenderlo, e nessuna ‘lama dentro al fodero’, come direbbe Joseph Conrad. Per cui, quando il padrone gli agita di fronte al naso la carota della promozione e di un favoloso aumento di stipendio, egli seppellisce in fretta i suoi sogni, ed anche quelli di April. Ma col crollo di quest’ultima speranza di redenzione, per April crollano anche le ragioni di continuare ad esistere, e la disperazione nascosta così a lungo improvvisamente trabocca: sarà la fine dei sogni, e il destino tanto atteso non sarà glorioso e trionfante, ma misero e tragico. A far da controcanto all’esistenza di April e Frank, cui nessuno può dire la verità perché sono tutti immersi nella stessa menzogna, sta lo splendido personaggio di John – quasi un coro da tragedia greca – un ‘pazzo’, cui perciò è concesso di dire qualsiasi cosa, tanto cosa contano le parole di un pazzo. Ma invece le parole di John sono spaventose, sono quella verità che solo un folle può dire perché ha rinunciato alla vera follia, che è la vita reale, e il suo dito puntato contro il ventre gravido di April ha l’orrore panico di una profezia di Tiresia. Ma – si sa – gli Dèi confondono coloro che vogliono perdere. Dopo American beauty (1999), capolavoro sulla solitudine e opera di rara bellezza formale, Mendes si era smarrito prima con Era mio padre (2002), algida sequenza di eleganti diapositive senz’anima, poi con Jarhead (2005), insulsa balordaggine sull’Irak. Qui egli finalmente torna ad essere quel maestro cantore dell’alienazione che avevamo conosciuto, con un film che, anche a livello fotografico, è una continua lezione. Splendide le riprese degli impiegati che vanno al lavoro al mattino – che ricordano in modo impressionante analoghe inquadrature di Fritz Lang in Metropolis – e agghiaccianti i colori degli interni e dell’arredamento, freddi e spenti come l’interno di una morgue. E che altro è, la vita di April e Frank? Kate Winslet è semplicemente prodigiosa, per sensibilità e capacità di interpretare ed esprimere la disperazione con pochi moti del volto, e mai Leonardo di Caprio è davvero alla sua altezza. Michael Shannon, il vicino ‘pazzo’ ha due sole scene, ma sono di cupa grandezza.

Ultimo tango a Parigi (B. Bertolucci, Italia/Francia, 1972) 21.00, Sky

 Un americano sulla mezza età ed una giovane parigina, perfettamente sconosciuti l’uno all’altro, s’incontrano, si rincorrono, si prendono, chiusi in un appartamento di Parigi nel quale l’erotismo diventa una chiave del mondo, lasciando fuori – illudendosi di lasciar fuori – ogni altra dimensione, compresa la morte. Per me, certamente il più bel film di Bertolucci, e film di sublime bellezza ed intensità: fotografica, intellettuale, filosofica, erotica. Solo Marco Ferreri, nel suo stupendo La grande bouffe (Italia/Francia, 1973), aveva trattato con altrettanto pathos il binomio amore/morte. Assolutissimamente imperdibile.

Lunedì 14 giugno

Non ti muovere (di e con S. Castellitto, Italia/Spagna/GB, 2004) 21.10, Canale5

E’ difficile non avercela su col cinema italiano vedendo ‘cose’ come questa, che non è un film, ma una soap melensa ed insopportabile, esagerata e retorica, in cui un medico, meditando al capezzale della figlia, in coma per un incidente di moto, rievoca la propria passione per una barbona sottoproletaria. Un perfetto ‘prodotto’ popolare, infarcito di musica pop ruffiana e tonitruante. Castellitto (che Dio gli perdoni il suo Maigret in tv) è una delle sciagure del cinema italiano, e Penelope Cruz è una sciagura del cinema in assoluto.

Il tè nel deserto (B. Bertolucci, GB/Italia, 1990) 21.00, DT

Morbose e malate atmosfere di una coppia di turisti americani in viaggio in Algeria alla fine degli anni Quaranta. Allusioni che non portano a niente, simboli che non rimandano a nulla, esistenzialismo impenetrabile, noia assassina: Bertolucci. (ma Novecento e L’ultimo tango, li ha fatti proprio lui?!).

Saturno contro (F. Ozpetek, Italia/Francia/Turchia, 2007) 21.00, DT

 Insopportabile, indigeribile segolina, esempio tipico di quel cinema italiano stupido e inutile (vedi sopra Non ti muovere) che ha finalmente trovato la sua Musa e il suo Maestro in Federico Moccia e nel suo Tre metri sopra il cielo (attenzione: cancellate immediatamente questo messaggio. Il solo fatto di scrivere il nome del regista e il titolo del film può infettarvi irrimediabilmente il computer). Qui l’italoturco Ozpetek ci somministra un’altra dose micidiale delle sue dolorose istorie maciullacoglioni: nella fattispecie, trattasi di amicizie e amori rotti (appunto …) e ricomposti, con relativo dispiegamento di pianti, baci e abbracci, sentimentini e sentimentoni, sbrodolamenti vari. In altre parole, l’ennesima storia all’italiana inutile ed onanistica, di cui non frega una mazza a nessuno e che rimane rigorosamente chiusa nel suo angusto orizzonte. Vomitevole l’inserto politically correct con l’amore omosessuale. Quanto ad attori, non ne parliamo. Qui il turno dell’incapace lo svolge Stefano Accorsi, e ci si chiede come una grandissima attrice come Milena Vukotic abbia potuto farsi coinvolgere in questa boiata: come si suol dire, avrà avuto le tasse da pagare. Invedibile.

La morte ti fa bella (R. Zemeckis, USA, 1992) 18.25, DT

Ossessionate dal problema di rimanere belle, due amiche acquistano da una fattucchiera un filtro speciale, che garantisce l’immortalità. Ma il diavolo insegna a fare le pentole eccetera. Irriconoscibile lo Zemeckis brillante, frizzante e ironico di Ritorno al Futuro in questa storia banale e noiosa, che si regge solo per gli effetti speciali, allora mirabolanti, ma oggi francamente noiosi anche quelli. Goldie Hawn sarà anche oca ma è sempre un bel bocconcino; Meryl Streep è sempre eccitante (ed espressiva) come un igloo.

Martedì 15 giugno

Hotel Rwanda (T. George, GB/Italia/Sudafrica, 2004) 18.10, DT

Ambientato all’epoca degli scontri etnici tra Hutu e Tutsi, che nel ’94 fecero quasi un milione di morti, il film racconta la storia di un direttore d’albergo che riesce a salvare un migliaio di profughi dal massacro. Nonostante l’eccezionalità del tema, il risultato è purtroppo un film estremamente noioso, e quasi del tutto privo di emozioni. ‘Non succede niente’, in quelle due ore, e ‘non si vede niente’, e purtroppo, se si vuole raccontare l’orrore, soprattutto quello vero, bisogna mostrarlo. I personaggi sono senza spessore psicologico, e si ha davvero l’impressione di assistere ad una brutta fiction televisiva, purgata dalla scene di violenza per farla vedere anche ai bambini. Il cast va perdonato: N. Nolte era lì di passaggio e si è fermato a bersi una birra, D. Cheadle se la cavicchia a fare il protagonista, e il resto è da dimenticare.

L’ultima alba (A. Fuqua, USA, 2003) 23.00, DT

Per la serie ‘non c’è limite al peggio, e nemmeno al ridicolo’, qui l’eroina umanitaria è Monica Bellucci (un po’ di contegno: non sghignazzate così forte), persa nella Nigeria infestata da negri cannibali e salvata dall’eroico militare americano di turno (quelli che vanno in giro a salvare la gente dai casini che loro stessi hanno provocato). Inconcepibile come un regista intelligente e raffinato come Fuqua si sia avvilito con una ciofeca simile. Inaffrontabile.

Adventureland (G. Mottola, USA, 2009) 21.00, Sky

Saranno passati sì e no vent’anni tra gli adolescenti di American Graffiti (1973, il poeticissimo capolavoro di G. Lucas) e quelli di Adventureland, eppure sembra un altro mondo. Quelli, appena usciti dalla loro età, ancora sulla soglia del mondo adulto, avevano – o per lo meno credevano di avere, il che in fondo è lo stesso – davanti a sé un futuro colmo di promesse e di sogni, magici e rutilanti, e – ed è questo che conta – tutti realizzabili. Questi, degli anni Ottanta, tanto per cominciare dall’adolescenza non sanno nemmeno come provare ad uscire. Ci sono imprigionati dentro da una crisi che spegne prima di tutto, appunto, i loro sogni, che gia si rendono conto di non poter mai realizzare. Un “lavoretto di merda” è tutto quello che possono sperare, e aver studiato Shakespeare o il Rinascimento non è che serva a molto. Né li possono aiutare i loro genitori. Anche qui il confronto è interessante. Quelli di Lucas erano orgogliosi dei loro figli: li spedivano nel mondo sicuri dei successi che avrebbero ottenuto, delle montagne che avrebbero scalato. Questi di Mottola sono stupidi e meschini, ‘vecchi’ e morti dentro, e coprono la loro miseria con qualche bicchierino di troppo bevuto di nascosto, o inventandosi una formale ed inconsistente rispettabilità. Non possono offrire nulla ai figli, neppure economicamente – anche loro stanno cercando di sopravvivere al reaganismo – ed anzi questi ultimi appaiono loro come dei fastidiosi parassiti, ai quali mettere in conto l’affitto e le spese della macchina. Così accade a James (Jesse Eisenberg, delicato e sensibile), che dopo il diploma avrebbe dovuto partire in viaggio premio per l’Europa, e che invece vede svanire i soldi a causa del declassamento aziendale del padre. Così è per Em, figlia di un padre inesistente e di una matrigna che è una grottesca maschera piccoloborghese. Entrambi si ‘arruolano’ nel personale di Adventureland, uno sfigatissimo luna park estivo. Per racimolare qualche soldo, certo, ma anche per fuggire il più possibile da quella malinconia dell’anima. Ognuno poi ha la sua storia. James è goffo e insicuro. È ‘vergine’, ragion per cui tutti lo sfottono allegramente, ma è ancora convinto che una botta e via non sia quel che lui cerca. Em – una bella ma soprattutto bravissima ed intensa Kristen Stewart: altro che vampiri! – cerca di seppellire la morte che ha nel cuore facendo sesso con Connel (Ryan Reynolds, veramente bravo), un uomo sposato molto più vecchio di lei. Anche tutti i loro giovani colleghi sono variamente alla ricerca di se stessi, come, per esempio, Joel (uno strepitoso e ‘sotto le righe’ Martin Starr), simpaticissima satira dello stereotipo dell’intellettuale ebreo sfigato e depresso. Mentre ad Adventureland trascorre una spenta estate, i ragazzi, nonostante tutto, maturano, scoprono valori semplici ma essenziali – amicizia, dignità, rispetto (“Antisemita di merda!”) – crescono interiormente. James ed Em s’innamorano, ma entrambi capiscono che la scopata selvaggia non serve, e che bisogna crescere dentro, eventualmente anche soffrendo, perché anche il sesso abbia un senso. Quando l’estate finisce e il parco chiude, ognuno è pronto per il mondo, portando con sé quel po’ di saggezza e di maturità che è riuscito ad acquisire. Non è molto, ma è già qualcosa. Anzi, tutto sommato, guardando la realtà di fuori, è moltissimo. Mottola racconta la sua ‘piccola città’ con affetto, simpatia e discrezione, senza mai esagerare, senza nemmeno scivolare neppure per un istante nella commediola adolescenziale sporcaccioncella. Ottimo film , intelligente e delicato.

Urla del silenzio (R. Joffé, GB/USA, 1984) 21.00, DT

Pamphlet semidocumentaristico – troppo ‘manifesto politico’ per essere una storia convincente – sulla feroce dittatura dei Khmer rossi in Cambogia negli anni ’70, purtroppo mal riuscito ed abbastanza noioso. A parte il sublime Vatel (2000) e l’ottimo Mission (1986), la filmografia di Joffé non è particolarmente affollata né particolarmente brillante.

Mercoledì 16 giugno

Queimada (G. Pontecorvo, Italia/Francia, 1969) 15.30, Sky

In un’isola delle Antille, nell’Ottocento, un agente commerciale inglese sobilla un giovane di colore perché organizzi la ribellione contro il Portogallo colonialista. Pochi anni dopo, gli darà la caccia e lo farà uccidere per spianare la strada al nuovo padrone, la Gran Bretagna. Tutto il film – e in particolare godetevi la ‘lezione’ sulla differenza tra una moglie e una prostituta – vale un corso intero sui mali del capitalismo. Epico ed eroico, cinico e amaro, un capolavoro. Brando meraviglioso, semplicemente, e bravissimo Evaristo Marquez, il suo partner nero. Assolutissimamente imperdibile.

L’ultimo dei Mohicani (M. Mann, USA, 1992) 21.00, Sky

Nella guerra che, nella seconda metà del Settecento, oppose Inglesi e Francesi nell’America del Nord, vennero coinvolte anche le locali tribù indiane, con esiti per loro tragici. Dal bellissimo romanzo di J. Fenimore Cooper (1826) un film solenne e sontuoso, nostalgico e puro. Assolutamente mirabile il senso coreografico di Mann, qui e sempre grandissimo Maestro, che ‘orchestra’ le due imboscate come due coreografie. Rigorosi e commoventi i contenuti antropologici e, per le fanciulle, Daniel Day-Lewis mai così bello. Assolutissimamente imperdibile.

Giovedì 17 giugno

Fantasmi da Marte (J. Carpenter, USA, 2001) 21.10, DT

Durante la colonizzazione di Marte, nel corso di uno scavo vengono liberati i fantasmi di un’antica civiltà, che si impadroniscono degli umani trasformandoli in esseri feroci e sanguinari. Bel fantahorror, belle atmosfere, bella fotografia, ma anche tanta confusione, e quella sensazione di un lavoro ‘tirato via’ che è così frequente nei film di Carpenter (che comunque ha fatto di meglio). In ogni caso da vedere.

Watchmen (Z. Snyder, USA/GB/Canada, 2009) 21.00, Sky

Purtroppo, questa volta a Zack Snyder non è riuscito il bis di Trecento (2006), il capolavoro eroico e visionario che tre anni fa ci commosse i cuori e deliziò la vista. Watchmen è una delusione ed un fallimento, tanto più spiacevoli perché la mano da maestro di Snyder è riconoscibile ovunque, nella storia – una graphic novel, come l’altra volta – come nelle splendide immagini. Raccontiamolo un po’. Siamo nel 1985. Il Presidente Nixon, modificando la Costituzione, si è fatto rieleggere per la quinta volta, ma la sua presidenza è sotto una terribile spada di Damocle. I contrasti coi Sovietici (ci sono ancora) sono durissimi, e la guerra atomica è solo questione di settimane: gli scienziati hanno appena spostato a meno cinque minuti le lancette dell’Orologio dell’Apocalisse, e quando arriveranno a mezzanotte sarà la fine dell’umanità. Gli Watchmen, supereroi mascherati che negli ultimi anni hanno violentemente amministrato la giustizia nelle strade, sono quasi scomparsi. Il nume del mondo intero è il dottor Manhattan, uno scienziato che un esperimento nucleare ha trasformato in una specie di semidio potentissimo ed immortale. Riuscirà a fermare le testate sovietiche? Riuscirà a trovare la fonte di energia pulita per tutti che sventi addirittura la guerra? Nonostante gli agganci alla realtà contemporanea siano numerosissimi e volutamente seminati, essi tuttavia rimangono sterili tentativi, che abortiscono in una storia confusa e – oltretutto – estenuantemente lunga (quasi tre ore) e mortalmente noiosa. Poco per volta, il racconto si avvolge su se stesso – senza ‘spiegazioni’, senza simbolismi leggibili che lo giustifichino in alcun modo – e si perde in storie individuali che dovrebbero finalmente dare un senso al tutto, e che invece non fanno altro che confondere definitivamente lo spettatore. Le riflessioni filosofiche diventano filosofemi da fumetto – appunto! – e il film lascia delusi ed irritati per tanta intelligenza buttata via e per l’occasione sprecata. Davvero un peccato.

88 minuti (J. Avnet, USA, 2007) 21.15, Sky

Jack Gramm è un fascinoso psichiatra forense e docente universitario, che lavora anche per l’FBI. Proprio nel giorno in cui Jon Forster, un serial killer finito dietro le sbarre grazie alle sue perizie, sta per essere giustiziato, una studentessa di Gramm viene uccisa con uno schema che ricorda quelli di Forster, il quale ne approfitta per attaccare il lavoro dello psichiatra e chiedere la revisione del processo. Anche Gramm riceve un minaccioso e misterioso avvertimento: ha solo 88 minuti di vita, ed in quel brevissimo spazio di tempo deve scoprire chi sta dietro a tutta questa macchinazione. Un thriller improbabile e inverosimile, e oltretutto prevedibile, di cui l’unica cosa che si salva è Al Pacino, grandissimo di suo, sempre, come sappiamo, qui sprecato in un film talmente poco convincente che in molti Paesi la produzione l’ha fatto uscire direttamente in DVD, il che vorrà pur dire qualcosa. Al suo fianco, il deserto, in cui ‘brilla’, per eccezionale incapacità recitativa, la giovane Leelee Sobieski. Invedibile.

Venerdì 18 giugno

Brutti, sporchi e cattivi (E. Scola, Italia, 1976) 02.05, DT

Uno dei film più intensi e duri di Scola, ed uno dei suoi più interessanti, anche se forse non uno dei più belli. Comunque un film ‘utile’, perché questa storia di borgatari romani, immersi in un degrado che è morale e materiale insieme, è un salutare antidoto ‘antipasoliniano’, nel senso che distrugge il mito e la mistica del sottoproletario ‘buon selvaggio’. Imperdibile.

Carlito’s way (B. de Palma, USA, 1993) 18.35, DT 1975.

Carlos Brigante, spacciatore e malavitoso, torna ad Harlem dopo cinque anni di prigione. Sembrano pochi, ma è passata una vita. Tutti lo accolgono col rispetto e l’entusiasmo dovuti ad una leggenda, ma – Carlito lo percepisce benissimo – le leggende sono roba vecchia. Nuovi stronzetti rampanti scalpitano per strappargli lo stuoino di sotto ai piedi, e tagliarsi ingordamente una fetta di torta molto più grande di quella di cui si accontentava lui. Così Carlito decide di andarsene. Rientra nel giro ma tenendosi fuori dalle porcherie, e solo per quel tanto che gli permetterà di metter da parte il gruzzoletto destinato a realizzare il suo sogno: fuggire alla Bahamas con l’unica donna che abbia mai amato. Però, Carlito è anche un ‘uomo d’onore’: i debiti vanno pagati, gli amici vanno aiutati. Solo che, e se ne accorgerà a sue spese, anche quel codice è roba vecchia, e gli amici non sono più quelli di una volta. Lunghissimo flash back – 144” che scorrono senza un solo istante di noia – CW è un capolavoro senza confronti, un’inarrivabile lezione di Cinema, un film che emoziona e turba quasi più per la sua perfezione stilistica e tecnica che per le emozioni che mette in scena. Noir ‘stereotipo’ fin nelle midolla, CW rielabora e rinnova quell’eredità offrendo una vicenda nuova e fresca, commovente e coinvolgente, ulteriore testimonianza di come questa sia l’opera di un Maestro. Gli attori sono magnificamente bravi, ma anch’essi – come dovrebbe sempre essere – strumenti che il Maestro suona alla sua bisogna. Al Pacino è il malavitoso che sogna invano di sfuggire al proprio destino; Sean Penn è l’avvocato corrotto, omuncolo schiavo della propria viltà e della propria ignavia prima ancora che dell’alcol e della coca; Penelope Ann Miller è poi al di là di ogni lode, interprete di un personaggio che sembra ‘clonato’ dai personaggi migliori di Kim Basinger, ma che per intensità ed umanità non solo non la fa rimpiangere, ma addirittura la fa scordare. Assolutissimamente imperdibile.

Ogni maledetta domenica (O. Stone, USA, 2000) 21.00, DT

Uno dei film di Stone più belli e intensi. La società USA, schiava del denaro e del successo, letta attraverso le vicende di una squadra di rugby americano, del suo allenatore – uno ‘schizofrenico’ e geniale Pacino – e della sua proprietaria, una Cameron Diaz lontanissima da certi suoi stereotipi alla Barbie. Sinceramente si dubita se Stone ami o condanni il mondo che descrive, ma il risultato è di splendida fattura e professionalità. Imperdibile.

Ombre bianche (N. Ray/B. Bandini, GB/Francia/Italia, 1960) 23.10, Sky

Rarissimo passaggio tv di questo film vecchio ma ancora bello ed interessante, sulla vita degli Innuit e sul dramma del loro incontro con la civiltà occidentale. Davvero da non perdere, anche per la stupenda fotografia.

Il caimano (N. Moretti, Italia, 2006) 21.00, Sky

E’ difficile stroncare un film che non esiste. Nanni Moretti continua a fare cinema secondo una sua particolare ‘estetica’ che ormai conosciamo da anni, e che ricorda molto da vicino quella delle migliaia di padri di famiglia che, negli anni Sessanta, scoprirono le cineprese Super Otto. Filmavano la famiglia a tavola la domenica, e poi i bambini che facevano le boccacce davanti all’obiettivo, poi la passavano con mille raccomandazioni ai bambini medesimi e si facevano riprendere mentre lavavano la macchina, poi inquadravano la mamma che stava lavando i piatti, e che si schermiva facendo segno di no … Insomma, un universo claustrofobico, ‘pascoliano’ nel senso peggiore del termine, versione casereccia del sogno americano, egocentrico, ‘piccolo’, inutile. Così, da sempre, fa cinema il Nostro, un cinema ‘ombelicale’, autoreferenziale, onanistico, irritante, che ancora e sempre parla del passato di Moretti, dei sogni di Moretti, delle opinioni di Moretti. Non cinema, dunque, ma blog cinematografico, logorroica e incessante confessione di cui non frega una beata mazza a nessuno, ma non si può dirlo se no si passa per uno di destra (e ve lo dice uno di sinistra, circa). Se anche non l’avete ancora visto, certo conoscerete la storia, dato che il Nostro e i suoi supporters ce ne hanno riempito i marroni per mesi. Un regista di serie zeta vuole girare un film su Berlusconi, ma non riesce a trovare nessuno che lo voglia interpretare. La spasmodica ricerca di un attore si intreccia con quella dei soldi per non fallire e con l’evolversi della sua separazione dalla moglie. Basta, tutto qui. Due ore, non di noia, ma di nulla. Totale sciatteria delle scenografie: in disarmo non sono solo gli studi del regista, ma tutto il film, privo di qualsiasi gusto, di qualsiasi sostanza creativa. Sciatteria degli attori. Jasmine Trinca e Margherita Buy ci affliggono per due ore coi loro sorrisini intimisti; Silvio Orlando ci tormenta a forza di mossettine, quasi una versione maschile di Renée Zellweger; anche il simpatico Antonio Catania è ingessato nel suo breve cameo; Beniamino Placido pare lì per sbaglio, per fare un favore a Moretti; il quale Moretti, lui, è impegnatissimo ad interpretare Nanni Moretti, il ruolo della sua vita, nel quale pone tutta la sua genialità (?) intellettuale ed attoriale. La storia si snoda faticosamente, incongruamente, illogicamente, cerchiobottisticamente sui due binari della vicenda personale e di quella ‘politica’ (si fa per dire), ma quella politica gradatamente sfuma sullo sfondo, e – nella più pura tradizione del cinema italiano – protagoniste divengono a poco a poco le traversie esistenzial-affettive del regista, le sue storielline familiari, i suoi rimpianti, i suoi sogni, i suoi bambini, le sue seghe mentali eccetera eccetera. Insomma, un tuffo a testa in giù nella masturbazione intimistica, da cui non ci salva assolutamente il finalino di Moretti – che dovrebbe essere inquietante e che invece scivola catastroficamente nel grottesco, se non nel comico – e che è comunque del tutto slegato dalla vicenda, rispetto alla quale appare come una coda appiccicata non si sa perché (a parte la necessità di titillare l’Ego del Nostro): se il film finisse un minuto prima, non se ne accorgerebbe nessuno. Una riflessione merita senz’altro anche il contenuto politico del film. Se davvero hanno temuto che il Caimano potesse portar via loro dei voti, Berlusconi e i suoi elettori si sono sbagliati di grosso, tanto è rozzo, ‘volgare’ e banale il livello dell’attacco che gli viene rivolto (e sì che di materiale ce n’era!). Tutto rimane in superficie, a livello di invettiva non argomentata, di chiacchiera a tavola la domenica, talmente irritante e desolante che probabilmente si è corso il rischio contrario, e cioè che il film abbia indignato talmente qualche elettore incerto e tiepido da spostarne la scelta a destra. Cos’è dunque, Il Caimano, se non è un film? Appunto, l’ennesima pagina del Diario di Moretti. Nel suo delirio egotistico, il Nostro non si è reso conto di quanto male questa ‘cosa’ possa fare a quella sinistra che a parole lui dice di amare tanto, ma che intimamente disprezza, essa e i suoi leaders, contro i quali più volte ha inveito, mentre girotondava snobisticamente. Possiamo esser certi che, nei suoi sogni più segreti, Moretti immagini di abbandonare il cinema per la politica. Potrebbe essere un’idea, quella di assecondarlo: certo non potrà far tanto danno all’Italia di quanto ne abbia fatto al cinema ed alla cultura.

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