Pubblicato da: giulianolapostata | 11 giugno 2010

“District 9”, N. Blompkamp, USA, 2009

Ancora una volta, l’ennesima, è la fantascienza a raccontarci le nostre paure, oltre che i nostri sogni, a dirci/farci dire la verità, e se anche qui non siamo all’altezza – stilisticamente parlando – dell’angosciosa perfezione di Cloverfield (M. Reeves, USA, 2008), tuttavia quello che abbiamo davanti è un ottimo, veramente ottimo film, che alcuni difetti di scrittura non riescono ad affondare. Possiamo cominciare da quelli, così ci leviamo il pensiero. Troppo fracasso, intanto: troppo spesso, le sparatorie e i crash sembrano essere fine a se stessi, nel solco di una SF tanto rumorosa quanto vuota (Transformers2) ed è evidente che il buon Blompkamp si è fatto prendere la mano (ma è giovane ed esordiente, e si farà: dategli tempo. Per esempio, si parla già di un sequel …). Inoltre, ma davvero a Johannesburg l’unico insulto che conoscono è ‘vaffanculo’? Ci sono sequenze di 5/10 secondi che sono pavimentate esclusivamente di ‘vaffanculo’ a raffica. Veramente lì non sanno dirsi altro? Che so: un ‘testa di cazzo’, un ‘bastardo’, un ‘figlio di puttana’? Magari romperebbe la monotonia. Detto ciò, è ben altro quello che il film racconta di quella città, che non moltissimi anni fa ebbe un Distretto 6, quello in cui veniva confinata la razza inferiore locale, i ‘negri’. Oggi il numero è capovolto, e il turno è cambiato. La razza inferiore sono i Prawns (“Gamberoni”), alieni simili a crostacei che sono scesi da un’immensa astronave planata ormai da vent’anni sul cielo della città, e che da lì non è più riuscita a ripartire. Ammalati, indeboliti, senza risorse, i Gamberoni vengono rinchiusi in un’immensa baraccopoli, un ghetto isolato dal quale non possono uscire, né possono mescolarsi in qualsiasi modo con gli umani (né questi possono aver contatti con loro, di nessun tipo: ecco l’anatema della “prostituzione interrazziale”): l’esperienza dell’apartheid ha pur insegnato qualcosa. Su di loro si scatena la gamma infinita del razzismo, declinato in tutte le forme possibili. Le ‘ronde’ che danno loro la caccia (troppo, troppo facile davvero: Blompkamp deve aver letto i giornali, e il film se l’è trovato già scritto davanti). Gli imbecilli che li bruciano per divertimento (“Adoro vedere i gamberoni morire!”). Il governo che vuole ‘integrarli’ e per far ciò costruisce strutture concentrazionario-militari. Gli emarginati di ieri che diventano gli oppressori e gli sfruttatori di oggi: c’è sempre qualcuno ‘più inferiore’ di te, basta cercare. La gente ‘per bene’ che non li vuole, non sa perché ma non li vuole (“Se ne devono andare, non so dove, ma via di qua”) e che per riavere la sua città ‘pulita’ delega il mantenimento dell’ordine ad una multinazionale fascistoide, salvo poi accorgersi in ritardo che il cambio non è stato molto conveniente (“Nessuno usciva più, la sera, era troppo pericoloso, c’era troppa polizia in giro”), disposta comunque a chiudere gli occhi sui laboratori paranazisti dove la razza inferiore viene fatta a pezzi e studiata, per carpirne non si sa quali segreti (l’ho detto: sembra perfino troppo facile. Noi non li facciamo a pezzi, dite? È vero, però … mai sentito parlare di traffico clandestino di organi?). Pian piano, la ‘umanità’, questo ‘valore’ che ci differenzia e ci rende superiore agli ‘alieni’ (“Se non ci stiamo attenti, poco per volta ci stacchiamo dalla nostra umanità, ed è quando stiamo davvero per perderla che ci rendiamo conto di quanto essa sia preziosa”, L’invasione degli ultracorpi, D. Siegel, 1958: tragica ironia di una SF che identificava l’alieno col ‘comunista’, non avendo ancora scoperto il messicano o l’ivoriano) pare trasferirsi dagli esseri umani ai gamberoni, e quando finalmente riusciamo/abbiamo il coraggio di guardarli in faccia, scopriamo in loro due occhi ‘come i nostri’, colmi di uno straziante dolore e di un’immensa nostalgia per la “casa”. C’è dunque un solo modo per ‘capirli’: mescolarsi a loro, diventare ‘come loro’, e Wikus van der Merwe, sciocco ma innocente impiegato di quella multinazionale si troverà a vivere fino in fondo questa esperienza. Scoprirà, ma tramite suo scopriremo tutti, quando lo vedremo seduto nella spazzatura ad intrecciare fiori di metallo, che la ‘umanità’ non ha colore di pelle, né, a questo punto, di scaglie cornee. Banale? Retorico? Ma sono la quotidianità, la realtà, ad averci condotto a queste riflessioni. Il punto è che la nostra ‘cultura’ e i nostri ‘valori’ si sono talmente ‘disumanizzati’ che scoprirlo può perfino, sul momento, impedirci di riconoscere noi stessi. SF? Horror? Mockumentary? Tutte queste cose insieme, per un film quasi geniale, ‘sfacciato’ e ‘intollerabile’, meravigliosamente contemporaneo, assolutamente imperdibile.

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