Pubblicato da: giulianolapostata | 5 giugno 2010

Multivisioni – 5 giugno 2010

 “Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza” – R. Benigni

 “Il cinema italiano è deprimente” – Q. Tarantino

 “Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese” – L. Wittgenstein

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  Sabato 5 giugno

Prova d’orchestra (F. Fellini, Italia/RFT, 1979)

05.00, Rai3

In una vecchia chiesa un direttore d’orchestra arrogante e sprezzante maltratta i propri orchestrali, ma dopo una pausa pare scoppiare la rivoluzione, finché un’enorme palla d’acciaio da demolizioni distrugge tutto. ‘azzo vuol dire? Mah, bisognerebbe chiederlo a Fellini, che qui tentò uno dei suoi apologhi ‘filosofici’, come quasi tutti gli altri non riuscito. Restate a letto, ché a quell’ora è meglio.

Il tredicesimo piano (J. Rusnak, USA/Germania, 1999)

15.30, DT

Al tredicesimo piano di un immobile della Los Angeles di oggi, qualcuno ha creato un universo virtuale ambientato in quella degli anni Trenta, i cui abitanti credono di essere ‘vivi’ e autonomi. Bello, misterioso, figurativamente affascinante: e comunque sempre meglio di quella puttanata pseudofilosofica crash-bang di Matrix. Provare per credere.

Highwaymen (R. Harmon, USA, 2003)

23.10, DT

Dello stesso regista del bellissimo The Hitcher (1986) è la storia di un uomo alla ricerca di un serial killer psicopatico su ruote, che gli ha ucciso la moglie. Anche qui, buone atmosfere e belle scene ‘di strada’, ma la costruzione dei personaggi è troppo schematica e stereotipa. Comunque un film interessante, da vedere.

D-Tox (J.Gillespie, USA, 2001)

21.00, DT

Un poliziotto alcolista si fa ricoverare in un centro di disintossicazione tra le montagne e le nevi del Wyoming assieme ad altri nove colleghi, ma un misterioso assassino comincia ad ucciderli uno alla volta. Dovrebbe essere una versione claustrofobia di Dieci piccoli indiani, ma è solo una storia noiosa, prevedibile ed altamente improbabile. Lasciate perdere.

Domenica 6 giugno

The gift (S. Raimi, USA, 2000)

23.30, Canale5

Bella ed inquietante storia di una veggente cui viene chiesto di ritrovare il corpo di una ragazza assassinata. Ottimo Keanu Reeves nella parte del marito violento e maschilista. Del resto, attenti al regista!

Gioventù bruciata (N. Ray, USA, 1955)

00.10, DT

Questa storia di ribelli, apparentemente solo per puro ‘giovanilismo’, è uno dei tre film di James Dean, forse il più bello e commovente, anche se quel ribellismo a noi può apparire datato e inadeguato rispetto a quello ‘politico’ che abbiamo conosciuto una quindicina d’anni dopo. Rimangono tuttavia una freschezza ed una sincerità di fondo nell’esprimere le emozioni che gli meritano ancora ammirazione e affetto. Comunque, un film assolutamente imperdibile.

Michael Collins (N. Jordan, Irlanda/GB/USA, 1996)

16.30, DT

Uno squarcio della vita del grande patriota irlandese (1891-1922), della sua lotta contro l’oppressore inglese e delle sofferenze del suo popolo, ancora senza libertà e indipendenza. Bello, ma forse troppo elegante e sontuoso. Comunque, imperdibile.

Viaggio al centro della Terra (E. Brevig, USA, 2008)

21.00, Sky

Il 3D sta diventando la soluzione finale di chi, non avendo idee e non sapendo fare cinema, pensa di aver trovato in questo espediente la bacchetta magica per stupire: una versione in negativo del mariniano “È del poeta il fin la meraviglia”. Naturalmente qui si tratta, appunto, di una ‘meraviglia’ intesa da chi l’autentica capacità di meravigliarsi e far meravigliare l’ha dimenticata da un pezzo, e l’ha sostituita con l’accumulo: di rumori, di assurdità, di buffonate. Un esempio è questo film di rara idiozia, specie di viaggio fracassone a Mirabilandia che deve aver fatto rivoltare nella tomba non solo Jules Verne, ma anche H. Levin, autore, nel 1959, della prima versione cinematografica del libro: un gioiello di sceneggiatura, di recitazione (ma Brendan Frazer ha una paresi facciale?), di intelligenza e di spirito, ma ‘soprattutto’ – visto che è di questo che stiamo parlando – di effetti speciali, ottenuti coi poverissimi mezzi degli anni Cinquanta eppure strabilianti ed emozionanti. Dove si conferma che per avere idee non occorrono i soldi: occorrono le idee.

Lunedì 7 giugno

Brubaker (S. Rosenberg, USA, 1979)

23.25, Rete4

Da una storia vera la vicenda del nuovo direttore di un carcere che si traveste da detenuto per smascherare corruzione e violenze. Manifestamente falso e insopportabilmente buonista: bastasse così poco per riformare quell’inferno che sono (anche in Italia) le carceri …

La leggenda del Re Pescatore (T. Gilliam, USA, 1991)

23.10, DT

La mente devastata dalla morte della moglie, un professore di Storia Medievale si perde tra i barboni di New York, cercando un impossibile Graal, e la sua resurrezione. Continuamente e poeticamente in bilico tra realismo e fantasia, è una storia profondamente umana e al tempo stesso visionaria sui valori essenziali della vita: amore ed amicizia. Intenso e commovente: una delle migliori interpretazioni di R. Williams, ed una delle perle del genio di Gilliam, che purtroppo non è assolutamente riuscito ad eguagliarsi nel recente Parnassus, sugli schermi pochi mesi fa.

State of Play (K. MacDonald, USA, 2009)

22.50, DT

In un’altra occasione ho scritto che gli americani dovrebbero farsi assegnare il marchio D.O.C. per i legal thriller, tanti sono, e quasi tutti ottimi, quelli usciti dalla loro cinematografia, ma forse ancor di più dovrebbero farselo dare per i film sulla stampa e sulla libertà di stampa, per loro non semplici elementi costitutivi di una società civile, ma veri e propri miti ‘salvifici’, ultima spiaggia cui ricorrere quando tutti gli altri valori sembrano essere caduti. La lista sarebbe lunghissima, e quasi tutta gloriosa, con pochissime cadute di livello (per esempio, di recente, il balordo Fino a prova contraria, C. Eastwood, 1999) ma con innumerevoli successi: uno per tutti, il mitico, magnifico L’ultima minaccia (R. Brooks, 1952), che questo bellissimo film di MacDonald – attenzione: già regista, nel 2007, del magnifico L’ultimo re di Scozia –  ricorda per molti versi. Anche qui siamo di fronte ad una prossima e possibile chiusura del giornale, in questo caso per colpa dei nuovi proprietari che vogliono vendite e soldi cash – a costo di sbattere in prima pagina mostri e marchette – ma anche per l’incalzante concorrenza di Internet, che Bogart – beato lui – nemmeno sapeva cosa fosse. Ma, mentre nel film di Brooks era il Direttore a combattere in prima linea per la sopravvivenza del giornale ma soprattutto per la ‘verità’, qui il Direttore è una figura, se non ambigua per lo meno tormentata (una bravissima Helen Mirren), stretta com’è tra la necessità di far contento il ‘padrone’ dandogli quello che vuole e il rispetto per il suo vecchio redattore, Cal McAffrey (un mostruosamente bravo Russel Crowe). E’ proprio Cal, qui, che, come Bogart nel film di Brooks, prende su di se l’incarico e il dovere di cercare la ‘verità’, ad ogni costo e nonostante tutto, che si tratti di vecchi amici o di vecchi amori. La storia va solo accennata, tra l’altro, tanto questa sceneggiatura è perfetta: intelligente, urgentemente immersa nel quotidiano, con una costruzione dei tempi semplicemente mirabile, con situazioni di fronte alle quali non sai se commuoverti per la loro forza o applaudire per la genialità delle atmosfere e delle citazioni (e ditemi se non profuma di Frank Capra quella scena in cui, a notte ormai fonda, Cal sta battendo sulla tastiera le ultime parole del suo pezzo, mentre Direttore e redattori, muti e a bocca aperta, lo spiano da dietro le spalle). Una sceneggiatura da Oscar, se mai ne ho vista una. Cal, appunto ‘vecchio’ cronista dell’inesistente Washington Globe, inciampa in una storia apparentemente banale: un piccolo spacciatore e un ragazzo qualunque ammazzati con due colpi precisi, al petto e alla testa, una sera, vicini uno all’altro, e senza motivo. Cal capisce che c’è qualcosa di strano quando, nel cellulare dello spacciatore, trova il numero dell’assistente del senatore Stephen Collins, attualmente impegnato in una campagna di indagine e moralizzazione contro una grossa compagnia di contractors in Irak (ma non solo lì). Quando poi la medesima assistente nelle stesse ore viene suicidata sotto i vagoni della metro, allora Cal parte in caccia. Quel che troverà sarà brutto, sporco, doloroso ed anche molto pericoloso, ma mai, nemmeno una volta, gli passerà per la mente di ritirarsi o far sparire qualche carta scomoda, perché, ancora una volta, “questa è la stampa, bellezza”. Tra le molte considerazioni cui questo film induce, c’è anche quella del perché la stampa italiana non abbia mai ispirato non dico un filone, come appunto negli USA, ma nemmeno sporadici episodi filmici (se non ricordo male, sono davvero poche le pellicole su questo tema: Sbatti il mostro in prima pagina, M. Bellocchio, Italia/Francia, 1972, e pochissime altre), e la risposta forse sta nel rapporto particolare che il giornalismo italiano ha, secondo me, sempre avuto con la politica. Sarebbe difficile trovare, nella stampa italiana, un ‘tipo’ come Cal. Il punto è che spesso i giornalisti italiani sono politicamente ‘schierati’, o ‘in quota’. Non voglio dire affatto che si tratti di embedded – è un’offesa infamante, che non penso assolutamente – ma semplicemente che per molti di loro prima viene l’opinione – la loro personale, o quella cui sono fedeli – poi il mestiere. E’ evidente che anche Cal, nel suo agire, ‘fa politica’ – sarebbe ingenuo se non stupido negarlo – ma la fa ‘da fuori’, da ‘professionista’ dell’informazione, che analizza e spiega i fatti senza – apparentemente – alcun coinvolgimento personale nei fatti stessi e nei poteri che li hanno messi in moto, in nome unicamente della ‘verità’ e della ‘libertà di stampa’. Che sono miti, favole, forse: oggi come nell’america di Brooks; ma quant’è bello, qualche volta, sentirsele raccontare, le favole. Venendo all’oggi, e sempre relativamente all’Italia, è difficile immaginare un Cal in un paese che Freedom House, organizzazione no-profit e indipendente, ha appena declassato – unico Paese europeo – nella classifica di quelli in cui esiste la libertà di stampa, retrocedendolo dal gruppo dei “Paesi con stampa libera” a quelli in cui la libertà di stampa è “parziale”. La causa è, secondo la F.H, la “situazione anomala a livello mondiale di un premier che controlla tutti i media, pubblici e  privati”. Nell’attuale classifica, l’Italia viene retrocessa assieme a Israele, Taiwan e Hong Kong, e in una classifica che va da 0 (i Paesi più liberi) a 100 (i meno liberi) l’Italia ottiene 32 voti: unico Paese occidentale con un punteggio così basso. I primi sono cinque nazioni del nord Europa (tanto per cambiare): Islanda, Finlandia, Norvegia, Danimarca e Svezia: gli ultimi Corea del Nord, Turkmenistan, Birmania, Libia, Eritrea e Cuba. No comment, ma una sola domanda: voi ve lo vedreste Cal a lavorare al TG4 con Emilio Fede? Io no, sinceramente. A proposito: Freedom House non è stata fondata da un’oscura accolita di terroristi bolscevichi, ma da Eleanor Roosevelt, nel 1941. Un ultimo consiglio: non alzatevi subito dalla sedia, non perdetevi i titoli di coda, un gioiellino, una specie di piccolo film nel film. I personaggi sono usciti di scena, rimane solo la macchina da presa che segue lentamente, passo per passo, la ‘fattura’ del giornale: prima i rotoloni di carta che arrivano alla tipografia, poi i negativi che vengono inseriti, poi la stampa, i nastri che trasportano i giornali ai camion, le copie nei distributori, la mano che ne prende una. Non c’è il febbrile clanger di rotative che accompagna le parole finali di Bogart, ma una pacata e forte consapevolezza di aver fatto la cosa giusta. Ancora una volta, “questa è la stampa, bellezza, e non puoi farci niente”. Assolutamente imperdibile, s’intende.

Martedì 8 giugno

Man of honor (G. Tillman Jr., USA, 2000)

21.10, Rete4

La storia vera dell’afroamericano Carl Brashear, che negli anni Cinquanta riuscì, primo nero, a farsi ammettere tra i sommozzatori della Marina americana, lottando contro il razzismo e, nel suo caso particolare, contro un istruttore particolarmente razzista di suo e, per giunta, anche alcolizzato. Forse insopportabilmente patriottardo, ma ‘eroico’ al punto giusto, e De Niro è sempre un piacere, recitasse anche la lista della spesa.

Fahrenheit 451 (F, Truffaut, GB, 1966)

02.15, Rete4

F. 451 è uno dei pochissimi film per i quali spenderei volentieri l’aggettivo ‘perfetto’. Così, all’impronta, non me ne vengono in mente molti altri: certo L’Atalante (J. Vigo, Francia, 1934), ma poi dovrei pensarci.

Perfetto, innanzitutto, per l’idea che l’ha ispirato. Truffaut trasse la sceneggiatura dal romanzo Gli anni della Fenice (1953) di R. Bradbury (Waukegan, 1920), che però, obiettivamente, non è certo il suo capolavoro. Grandissimo scrittore di fantascienza, di gran lunga superiore al sopravvalutato Asimov, Bradbury ha al suo attivo decine di splendidi titoli, in cui la fantascienza diventa poesia, riflessione filosofica e morale: uno per tutti, il bellissimo Cronache marziane (1950). Ma Gli anni della fenice non sono all’altezza, letterariamente parlando, della sua restante produzione. Il libro dà permanentemente un’impressione di approssimatività, di ‘tirato via’. Più che di un romanzo vero e proprio, a volte si ha la sgradevole impressione di leggere il ‘riassunto’ frettoloso di un romanzo (una specie di riduzione da Reader’s Digest), che lascia in bocca un forte sapore di insoddisfazione (non a caso non è mai stato uno dei suoi maggiori successi). A posteriori, penso che non potesse essere altrimenti. La ‘grandezza’ del libro, infatti, non sta nel libro in sé, nel suo valore letterario, ma nell’idea che esso contiene, sta nel ‘miracolo’ che esso opera – di questi ‘miracoli’ è da sempre fatta l’arte – enucleando dal fondo misterioso dell’Immaginario una nuova idea: grande, profetica, senza tempo, tale da diventare immediatamente patrimonio collettivo dell’Umanità, icona del pensiero e della Cultura. Forse abbagliato dall’eccezionalità della sua stessa creazione – la spaventosa distopia di una società senza Letteratura – Bradbury proprio per questo non è riuscito a darle una veste letteraria adeguata, a far sì che le parole fossero alte come i pensieri. Poco male: basta e avanza l’idea, a fargli onore.

Poi, da questo testo geniale ma ‘imperfetto’, Truffaut ha ricavato invece la perfezione. Il suo film asciuga il libro da dialoghi inutili, da pagine approssimative, da tante piccole e fastidiose banalità. Lo filtra, lo decanta, ne distilla la quintessenza, l’Idea, e ce la ‘mostra’. Non c’è, nel film, un fotogramma che non sia essenziale, un’inquadratura che non sia significante, una sequenza che non sia fondamentale, una battuta che non sia sostanziale. Il film comunica im-mediatamente e l’intuizione bradburyana ci penetra, ci commuove e ci spaventa (è successo altre volte in letteratura. Ad esempio con Lo strano caso del Dottor Jekyll e di Mister Hyde, R.L. Stevenson, 1886: testo artisticamente modesto, ma che ripropone in modo impressionantemente profetico e ‘moderno’ il Mito del Doppio, dell’Uomo Angelo e Bestia. Sono state questa folgorante intuizione, e questa inadeguatezza di fondo, ad aver fatto sì che tutte le sue trasposizioni cinematografiche siano sempre state, in un modo o nell’altro, superiori all’originale).

Paradossalmente, dunque, può bastare un’idea a rendere geniale un’opera: così è stato per Stevenson, così è per il libro di Bradbury, il cui nocciolo ispiratore vale dunque infinitamente più della materia letteraria in cui l’autore l’ha tradotto.

Come abbiamo già accennato, Truffaut ha proceduto per sottrazione: “sottrazione di spessore e complessità ai personaggi, riduzione dello sviluppo drammatico a puro e semplice concatenamento logico, svuotamento di sostanza dei dialoghi, improntati a criteri di mera funzionalità”.

Il film è privo di qualsiasi tipo di calligrafismo od estetismo, né potrebbe essere altrimenti, dovendo descrivere un universo ‘geometrico’ e freddo in cui qualsiasi emozione è bandita ed assente, anche quella estetica (mai si parla di ‘bello’, nella vicenda, mai si accenna al valore estetico di qualcosa). Ma naturalmente, l’emozione prima ad essere vietata è quella indotta dalla letteratura: perché “i pazzi che leggono diventano insoddisfatti, e cominciano a desiderare di vivere in modi diversi”, perché le emozioni ‘rendono infelici’, fanno desiderare di ‘essere diversi’, e invece bisogna ‘essere tutti uguali per essere felici’. E per essere tutti uguali, basta essere tutti dei nessuno: nel fascicolo di Montag, le foto tessera sono prese di nuca. Non solo: per essere tutti uguali basta non avere memoria. Questo è il fine della distopia illustrata da Truffaut: “un mondo in cui è proibito leggere” è un mondo in cui “è proibito ricordare. Il passato non esiste, nessuno ricorda nulla. Chi detiene il potere sa che controllare la memoria di un popolo significa controllare la sua stessa esistenza: chi non ha passato, non ha nemmeno un futuro”. Nella Storia Infinita, Atreiu chiede a Gmork: “Perché Fantasia muore?”. “Perché la gente ha rinunciato a sperare e dimentica i propri sogni, così il Nulla dilaga”. “Che cos’è questo Nulla?”. “È il vuoto che ci circonda, è la disperazione che distrugge il mondo, ed io ho fatto in modo di aiutarlo”. “Ma perché?” chiede ancora Atreiu. Risponde Gmork: “Perché è più facile dominare chi non crede in nulla, e questo è il modo più sicuro di conquistare il potere”. F. 451 è dunque, probabilmente, il film più intimamente antitotalitario che sia mai stato scritto, perché mostra come il nocciolo del fascismo – non solo e non tanto quello storico, quanto soprattutto quello ‘universale’ – stia appunto nella volontà di distruggere la libertà prima dell’individuo, quella di essere diverso e  di sognare. Mostra anche, tuttavia, come – nei tempi lunghi della Storia e nonostante l’orrore del presente – esso sia destinato alla sconfitta. La metafora degli uomini-libro è illuminante: ‘pazzi’, che rinunciano a quella che parrebbe essere la libertà fondamentale, quella di essere individui, se stessi, ma lo fanno in nome di una libertà universale e superiore, quella di poter tornare tutti a recuperare la propria libera individualità. Non solo. Come un fiume carsico, scopriamo che il bisogno del sentimento e dell’emozione scorre anche in quella spaventosa distopia, spinge gli individui infelici e soli a patetiche e mute invocazioni di aiuto, induce perfino Montag, cittadino perfetto (“E se fosse proibito falciare l’erba?”. “La lascerei crescere”) a rubare un libro, per vedere cosa mai può esserci di così negativo dietro lo specchio, visto che tanti pazzi sacrificano addirittura la propria vita, per stare al di là. La scena in cui accende lo schermo tv non per immergersi nella sua follia alienante, ma per farsi lume nella lettura – non ci sono lampade, ne abat-jour, in casa, adatti allo scopo – è forse una delle più ‘umane’ e commoventi del film. Così facendo, però, egli spezza l’incantesimo, e la magia nera che regge quel mondo non lo riconosce più: la porta di casa non gli si apre davanti, e in caserma la barra rifiuta di trasportarlo. Ma egli ormai è un ribelle, e nell’ordalia che gli viene proposta egli uccide sì “il Padre”, ma distrugge anche il letto e lo schermo tv: simboli l’uno del suo passato-non passato, l’altro dei falsi sogni che avrebbero dovuto sostituire quelli ‘veri’. Muovendosi tra gli altri uomini-libro, Montag recita l’incipit di un racconto del Poe: “Ho da raccontare una storia la cui essenza è piena di orrore”. È quasi una specie di flash-back, perché la storia è quella del suo mondo. Ma – e se all’inizio non poteva saperlo, ora ne è cosciente in prima persona – a quell’orrore c’è comunque e sempre scampo.

(A parte quella dalla Storia Infinita di M.Ende, e quelle dalla sceneggiatura del film, le altre citazioni provengono da: A. Barbera, François Truffaut, Il Castoro Cinema, 3-1976)

Rachel sta per sposarsi (J. Demme, USA, 2008)

21.00, Sky

Oppure si poteva anche intitolarlo ‘La semplice e felice vita di Rachel’, perché è questo ciò che lei e i suoi familiari vorrebbero raccontarci. Di come lei sia tanto una brava ragazza, specializzanda in Psicologia, di come tutti siano felici da morire per il suo matrimonio, tra due o tre giorni, di come tutto “andrà benissimo”, come ci sentiamo dire mille volte. Ma non va tutto bene, a cominciare da un invitata ‘speciale’: Kim, sorella ex tossica di Rachel, ‘in licenza’ dal centro di disintossicazione in cui vive. Non si poteva non invitarla, naturalmente, ma non si può nemmeno far finta che sia ‘una come gli altri’. Lei è Kim, la tossica, ora “pulita da nove mesi”, sì, ma tossica comunque, e oltretutto con sulle spalle una scimmia perfino più cattiva dell’eroina e delle pasticche. Lei e la sua scimmia – tutti sanno di che si tratta, ma tutti fanno finta di niente, almeno finché si può – si aggirano tra gli invitati e i preparativi come un tarlo in una struttura lignea: un tocco di qua, un altro di là, e poco per volta tutta quella perfetta costruzione comincia a cigolare, a scricchiolare, e saltano fuori le crepe. Non si poteva fare a meno di invitarla, certo, ma chi l’ha fatto pensando di ‘controllarla’ e di farle recitare un copione prefissato si è sbagliato di grosso (Dancing with Shiva, ‘Ballando con Shiva’, il Dio della distruzione: questo era il bellissimo titolo originale del film). Kim non è lì per far presenza: è lì per vivere, per dire a tutti che esiste di nuovo, per reclamare il suo spazio, ed anche il suo diritto ad essere amata, come gli altri. Non le importa niente, tutto sommato, del matrimonio di sua sorella; comunque, non accetta che quello le impedisca di esprimersi. Rachel per prima se ne rende conto, dopo le smancerie d’obbligo: “Prima tutto girava attorno alla sua malattia, ora tutto deve girare attorno alla sua guarigione”. Ma uno dopo l’altro, tutti i fantasmi si ripresentano, e tutti quanti gli equilibri saltano: quelli col padre, che per tanti anni ha nascosto la verità prima di tutto a se stesso, quelli con la madre, la cui assenza ed anemotività sono state la causa principale di tutti i problemi di Kim, quelli con gli amici, preparati ad ignorarla e invece messi bruscamente a confronto col suo dolore e il suo bisogno di vita. Con lei, alla fine, tutti dovranno fare i conti, dopo di che ognuno andrà per la sua strada: senza grandi tragedie, né grandi soluzioni, né happy end. Ma Kim avrà avuto la possibilità di dire: ‘Amo, dunque esisto’. E sarà già stato moltissimo. Film raffinato, intenso, riccamente tessuto e raccontato su una splendida sceneggiatura di Jenny Lumet – figlia del grande Sidney – RGM è un’opera discreta e rara, che emoziona e affascina, pur senza mai cercare facili e banali coinvolgimenti. Semplicemente splendida Anne Hataway nel personaggio fragile ma determinato di Kim e sconvolgente Debra Winger in quello della madre, che ancora porta in giro imperterrita la propria follia. Assolutissimamente imperdibile.

Mercoledì 9 giugno

American Graffiti (G. Lucas, USA, 1973)

23.30, DT

In una cittadina americana degli anni Cinquanta, un gruppo di ragazzi festeggia la fine del college e la partenza, la mattina dopo, per l’università. In quella notte, cercheranno di realizzare i loro ultimi sogni di adolescenti, oppure li vedranno svanire. Poeticissima meditazione sul dolore, lo strazio, la malinconia, la nostalgia – e la bellezza – del passaggio dall’adolescenza all’età matura. Richard Dreyfuss, sensibilissimo artista, forse mai come qui in stato di grazia, guarda alla bellezza del mondo con occhi di un’innocenza kerouakiana. Certissimamente, il miglior film di Lucas. Assolutissimamente imperdibile.

Inside man (S. Lee, USA, 2006)

21.00, DT

Capita abbastanza spesso che i registi ‘radicali’ del cinema americano decidano di fare un film per mostrare il ‘lato oscuro’ del capitalismo. Poiché però, “per la contraddizion che nol consente”, non è loro possibile andare fino in fondo, i risultati sono spesso bizzarri. A volte ne vien fuori un prodotto più che onesto e convincente, come, ad esempio, il bel Wall Street, di O. Stone (1987), che ci racconta la totale ‘amoralità’ che sta dietro alle speculazioni di borsa. Altre volte, invece, ci ritroviamo per le mani un film come questo, tanto strampalato e tirato per i capelli quanto modesto e ‘piccolo’. L’assunto di fondo sembra essere quella battuta attribuita a B. Brecht, secondo la quale “è più immorale fondare una banca che rapinarne una”. Così la sembra pensare – ma gli spettatori lo scopriranno ‘solo vivendo’, e con tanta pazienza – l’organizzatore di una strana rapina ad una banca di New York. Ci sono soldi, naturalmente, in quella banca, a pacchi, ma ci sono anche cassette di sicurezza, e come si sa le cassette di sicurezza racchiudono spesso inconfessabili segreti. Una di esse appartiene, pensate un po’, al fondatore della banca in persona, un uomo molto anziano, che appena viene a sapere della rapina in corso si mette in contatto con una strana donna, una specie di Robin Hood per ricchi, specializzata per tutelarne gli interessi e difenderne, appunto, anche il più ignobile dei segreti. Non possiamo andare oltre nella narrazione, per non rovinare il piacere di scoprire il meccanismo, probabilmente l’unico piacere di un film tutto sommato abbastanza scontato. Il segreto di C. Plummer – quello su cui, appunto, sembra fondarsi tutto l’assunto morale del film – è, in fondo, abbastanza banale, e, sia pur con tutto il rispetto per quella magnifica serie, più che un film sulle contraddizioni del capitalismo fa venire in mente una puntata della Piovra, se non il vecchio e pesantissimo Dossier Odessa (1974). ‘Tutto qui?’ si chiede lo spettatore, che sulle vergognose origini di molte celebrate ricchezze ormai ne ha sentite tante da aver bisogno di qualcosa di peggio, per stupirsi. Meno piatto e noioso di Malcom X (1992) (se non altro perché si sta a vedere come va a finire), meno confuso e pasticciato di SOS (1999) (ma qui gli fa gioco la sua struttura da ‘poliziesco’), Inside Man lascia davvero il tempo che trova. Quanto a Denzel Washington, penso che con questo film abbia esaurito ogni possibile variante di espressioni nella gamma del poliziotto-che-sembra-cattivo-ma-è-buono-e-intelligente. Sarebbe davvero curioso vedere se, la prossima volta, riesce a fare qualcosa di diverso. Permettetemi di concludere con una malignità. Come sappiamo, a New York non corre precisamente buon sangue tra la comunità nera (spesso islamica) e quella ebraica, e dunque a me non me lo toglie dalla testa nessuno che ci sia un minimo spunto antisemita, magari del tutto involontario e inconscio, nell’aver dato al rabbino il ruolo che ha. Come diceva Andreotti, “a pensar male si va all’Inferno ma ci si azzecca”.

E venne il giorno (M.N. Shyamalan, USA, 2008)

21.15, Sky

E’ un caso umano: per favore, qualcuno lo fermi, qualcuno lo aiuti a non farsi – ma soprattutto a non farci – più del male. La filmografia di Shyamalan è uno dei misteri poco gaudiosi della cinematografia mondiale. Per quel livello di cinema, negli anni Cinquanta era stato coniato il termine un po’ spregiativo di B movies, ma da quando ci siamo accorti (finalmente) che sotto quell’etichetta hanno circolato alcuni tra i film più intelligenti, raffinati e perfino ‘profetici’ del cinema moderno, quell’epiteto è diventato davvero inadatto. In questo caso, forse servirebbero altri alfabeti, altre lingue, per definire un cinema di una povertà di idee e di immagini che trova ben pochi riscontri. Non è certo il caso, qui di ripercorrerla tutta: basterà ricordare i grotteschi lucertoloni verdi di Signs (2002), col povero Mel Gibson che tenta invano di farci vedere come si interpreta una crisi mistica (e la scena inenarrabilmente grottesca della moglie schiacciata contro un albero che ci mette un’ora a morire e intanto filosofeggia), e l’ignobile trucchetto di The sixth sense (1999), che negli ultimi trenta secondi svela allo spettatore di essere stato preso per i fondelli per due ore. Come pure, rimangono inspiegabili le ragioni della ‘cospirazione internazionale’ che ha deciso di vedere a tutti i costi nei suoi film qualità inimmaginabili: citando a caso dal Morandini, “spiritualismo”, “uno dei problemi più antichi e dibattuti dell’umanità: perché il male”, “atmosfera onirica”, “indeterminatezza tra immanente e trascendente”, “angosce primitive e aspirazioni universali”. Insomma, roba che Bergman, Antonioni e Fellini, se fossero ancora vivi, potrebbero organizzare un bel suicidio collettivo. Questa volta erano mesi che una critica unanime (ma li pagano?!) ci raccontava minacciose mirabilie del suo prossimo film, e lo stesso Shyamalan (lui sì lo pagano!) si affannava in interviste a destra e a manca, raccontandoci che questo era il suo film più pauroso, che non aveva mai fatto un film così pauroso, che avremmo davvero avuto paura, eccetera. Insomma, avevamo capito il concetto. Così ci siamo cascati e l’abbiamo visto. Il plot, in sé, non sarebbe male. Improvvisamente la natura si ribella ai nostri soprusi. Dalle piante emana una tossina che spinge gli uomini al suicidio. In breve tempo la società si sfalda, e gli esseri umani si dividono in gruppi sempre più piccoli, in fuga verso una salvezza che appare impossibile. Niente male – vero? – starete pensando. Ma, lo sapete bene, anche la Divina Commedia, se non l’avesse scritta Dante, sarebbe un incubo balordo da ubriachi. E qui, Dante non c’era proprio. Non c’è una cosa, una sola, che funzioni, in questo film. A cominciare dagli attori, evidentemente scelti dallo stesso responsabile di casting che di solito lavora per Dario Argento, ed abbiamo detto tutto. Elliott (Mark Wahlberg) prova invano a spaventare prima di tutto se stesso per tutto il film; sua moglie Alma (Zooey Deschanel) ci sbarra in faccia per due ore i suoi occhioni azzurri, sempre indecisa se farne sgorgare una lacrima o scoppiare in uno sghignazzo liberatorio e rivelatore; la piccola Jess (Ashlyn Sanchez), poverina, è tanto graziosa, ma dall’inizio alla fine inalbera sempre lo stesso faccino espressivo come quello di un cicciobello messicano. E via così. Il racconto si svolge piatto, noioso, prevedibile al 101% in ogni istante, intollerabilmente stereotipo, e si trascina inesorabilmente verso un finale che avreste potuto scrivere voi stessi dieci minuti dopo l’inizio. Nonostante tutte le promesse dei critici e del regista, le scene ‘de paura’ non spaventerebbero nemmeno Lucia Mondella. La vecchia pazza, più che dal fanatismo religioso (ma perché? Qual è il nesso?) sembra tormentata da un’annosa e fastidiosissima stipsi, che la rende comprensibilmente irritabile, poverina: forse una confezione di Activia … La gente che si ferma per strada attaccata dalla tossina pare stia facendo uno di quegli happenings urbani che vanno tanto di moda adesso; la Grand Central Station, da cui si sta evacuando new York, è semideserta come a Ferragosto; la jeep rossa che sbatte contro l’albero a non più di 50 all’ora ne uccide tre in un colpo, e quello che schizza fuori dal parabrezza infranto è con tutta evidenza un manichino di gomma per i crash test; tutti sono perfettamente a posto, dall’inizio alla fine; vestitini in ordine, ben pettinati, barba fatta, non una goccia di sudore o una macchiolina di polvere. I dialoghi, quasi ad ogni battuta, toccano vette altissime di comicità involontaria (“Gli alberi comunicano coi cespugli, i cespugli comunicano con l’erba …”). Finisce come è cominciato, e la paura dello spettatore – quella sì devastante, incontrollabile – è che qualcuno pensi di tirarne fuori una serie tv. E’ vero che sarebbe un modo per togliere Shyamalan dal cinema …

Mr. Smith va a Washington (F. Capra, USA, 1939)

18.50, Sky

Un giovane capo scout viene nominato senatore al congresso americano. I politicanti corrotti che lo circondano pensano di manovrarlo come una marionetta, ma lui riuscirà a mantenersi integro, ed anzi li smaschererà, diventando un campione della democrazia. Ingenuo e, se si vuole, demagogico: ma comunque grande capolavoro, grazie come sempre al genio di Frank Capra che confeziona uno dei suoi soliti poemi dei buoni sentimenti (quanto ce ne sarebbe bisogno, di sinceri sognatori come lui!), e con quel suo meraviglioso attore-icona che fu James Stewart. Assolutamente imperdibile.

Zardoz (J. Boorman, GB, 1973)

23.05, Sky

In un lontano futuro, la Terra devastata è dominata da un gruppo di eletti che ne hanno alterato i ritmi naturali. Esaltazione della libertà della Natura contro il progresso e le macchine che l’hanno violentata. Molto bello, e drammaticamente attuale. Imperdibile, anche perché questo è uno dei suoi rari passaggi in tv.

La terra degli Uomini Rossi (M. Bechis, Italia, 2008)

23.10, Sky

Ci sono almeno due modi per raccontare un genocidio, e la scelta dell’uno o dell’altro dipende, crediamo, dalla sua vicinanza storica al nostro tempo. Il primo è quello scelto, per esempio, da Michael Mann per narrare del genocidio degli amerindi nordamericani, nel suo capolavoro L’ultimo dei Mohicani (USA, 1992). L’ormai lunga distanza nel tempo, se non ha diminuito di un grammo l’orrore di quell’episodio, ha permesso  però di far decantare il dolore, e consente al narratore di guardare con distacco al momento contingente, trasferendolo sul piano della storia da un lato, ma – che è quel che più conta, e che a noi soprattutto importa, a livello artistico – su quello del mito. L’Indiano di Mann è l’Eroe “bello di fama e di sventura”. Come per l’Ulisse foscoliano, non solo ci identifichiamo in lui come Umanità, ma, conseguentemente, egli  diventa punto di riferimento ideale e culturale, e potente impulso interiore a modificare il mondo. E sappiamo tutti benissimo come anche, se non soprattutto, le lotte di liberazione abbiano bisogno di simboli. Ma quando il genocidio è non solo vicino a noi, ma nostro contemporaneo; quando la bistecca che abbiamo nel piatto è partita pochi giorni prima dalle terre in cui esso viene consumato; quando, mentre la mangiamo, ci basta  accendere la TV per vederlo agire, allora ci rendiamo conto che non c’è spazio per  tendere il braccio e ponderare su quest’oggetto che abbiamo in mano. Lo spazio si annulla, di colpo, come  lo  schiocco  di  un  elastico  rilasciato. Tutto  diventa  vicino,  sotto  i  nostri occhi, im-mediatamente vicino, l’elaborazione nel mito diventa per sua stessa natura impossibile, rimane la realtà, di cui prendere atto. Perciò dunque, a questo si deve lo stile adottato da Bechis in questo suo interessantissimo film, che sarebbe misero e riduttivo definire documentaristico, ma che non erroneamente potrebbe essere chiamato cronachistico. Il tempo è oggi, il luogo è qui, perché ‘il bello della globalizzazione’ è proprio questo; quello di portarci i suoi orrori sotto gli occhi, così da anestetizzarci poco a poco le coscienze. Siamo nel Mato Grosso do Sul, uno Stato del Brasile. La foresta senza fine ha lasciato posto ad immense fazendas in cui si pratica la monocultura o l’allevamento di bestiame. Ridotta di dimensioni e quasi completamente spopolata della sua selvaggina stanziale, essa non offre più un habitat ideale agli Indios Guarani-Kaiowà, che la abitavano da millenni. Quando gli Europei arrivarono in Sud America, i Guarani, che contavano circa un milione e mezzo di individui, furono uno dei primi popoli con cui entrarono in contatto, iniziandone subito lo sterminio. Nel 1600 i Gesuiti organizzarono delle missioni per rinchiudervi i superstiti, ma moltissimi rifiutarono di rinunciare alla loro cultura ancestrale. Oggi i Guarani sono poche decine di migliaia, distribuiti tra Paraguay, Brasile, Bolivia e Argentina. Molti di loro sono stati costretti nelle riserve, a vivere di elemosine statali, manodopera giornaliera a bassissimo prezzo per i latifondisti e riserva di caccia per il mercato della prostituzione. Paradossalmente, sono proprio i giovani a non sopportare più questa vita, e numerosissimi sono quelli che si suicidano, o con un alcolismo sfrenato e impiccandosi agli alberi della foresta. E’ dopo l’ennesimo di questi suicidi che un capofamiglia prende una decisione ‘folle’: tornare alla terra, alla foresta. Nella sua mente, secoli di storia si azzerano: non esistono più scoperta dell’America, Colonialismo, Neocolonialismo, capitalismo, proprietà. Lui e i suoi tornano alla loro ‘patria’ d’origine: abbandonano le luride baracche di muratura in cui vivono, ammucchiano su un carretto un po’ di provviste e di attrezzi, e vanno ad accamparsi in mezzo ai campi, vicino al limite della foresta e al grande fiume, da cui sono stati scacciati in passato e dove abitano ancora i loro Dei. Oltrepassano le recinzioni, che improvvisamente appaiono prive di senso ai loro occhi, cacciano le vacche degli allevamenti, che sono loro “nemiche”, come insegna lo sciamano, ma che sono l’unica selvaggina rimasta. Stanno lì e attendono, non si sa cosa. Forse che il mondo miracolosamente ritorni a ruotare attorno al suo asse naturale, forse che qualcuno riscopra ancora il significato della parola ‘giustizia’. Ma l’asse del mondo si è spostato, forse inesorabilmente, e la giustizia non ha mai abitato la terra. Il loro gesto è una bestemmia non comprensibile, da parte dei latifondisti, che dopo aver cercato di scacciarli in vari modi organizzano l’assassinio del loro leader. Sconvolto dal dolore, suo figlio – forse il futuro sciamano del gruppo – fugge nella foresta e s’infila il cappio al collo per morire. Ma improvvisamente se lo toglie, in una scelta che è non solo di vita ma anche di lotta per i propri diritti. “Io ho vinto e tu hai perso” grida il ragazzo all’uomo bianco: vogliamo davvero sperare che abbia ragione. Scritto in collaborazione con Survival (www.survival.it),  l’importantissima organizzazione internazionale che dal 1969 si batte per la difesa dei diritti e della cultura dei popoli tribali, il film di Bechis è una chiara ed antiretorica denuncia delle lacrime e sangue su cui Modernità e Progresso hanno costruito i loro folli trionfi. Forse è anche un monito, nella misura in cui la nostra coscienza è ancora in grado di accoglierne. Ma c’è da dubitarne. Si sono appena spente le luci sulle Olimpiadi di Pechino, e con esse quel minimo di attenzione che l’Occidente si è degnato di concedere all’etnocidio e genocidio del popolo tibetano, che avviene per altre mani ma nello stesso tempo e per gli stessi interessi di quello degli Indios sudamericani, a dimostrazione che, almeno nei suoi crimini, la globalizzazione è autenticamente ‘democratica’. Comunque, grazie a questo film, a chi l’ha scritto e girato, a chi lo ha finanziato, e agli Indios Guarani-Kaiowà che vi hanno lavorato. A loro va il nostro rispetto, e l’augurio di una Terra felice. Assolutamente imperdibile.

Giovedì 10 giugno

La chiave (T. Brass, Italia, 1983)

23.00, DT

Dal romanzo di J. Tanizaki, già portato sullo schermo nel 1959 da Kon Ichikawa (cosa che, da sola, avrebbe dovuto sconsigliare a chiunque di rimetterci le mani), l’ennesimo tentativo (fallito, naturalmente) di Brass di sembrare un regista vero e non di porno-soft, e della Sandrelli di saper fare qualcos’altro oltre che mostrare il culo, l’unico contributo che abbia mai dato alla cinematografia. In Veneto lo hanno ribattezzato ‘la chiava’. Semplicemente ignominioso, come ignominioso, per il cinema italiano  è che a questa pseudo-attrice sia stato conferito un Leone d’Oro alla carriera.

Robin e Marian (R. Lester, GB, 1976)

21.00, Sky

Robin Hood, ormai anziano e pieno di acciacchi, torna dalla Crociata e tenta di ricostruire il vecchio amore con Marian, che ormai si è ritirata in convento. Il tutto in una chiave narrativa grottesca e farsesca assolutamente spoetizzante, che rende la vicenda estremamente irritante, e quasi invedibile.

Tre fratelli (F. Rosi, Italia, 1981)

23.00, Sky

Tre fratelli tornano nelle Murge dopo molti anni per la morte della madre, e ripensano alle loro radici. Poeticissimo film di Rosi, uno dei suoi film più belli in una rarissima apparizione televisiva. Assolutissimamente imperdibile.

Venerdì 11 giugno

Greystoke (H. Hudson, GB, 1984)

21.00, DT

Bella versione filologica di Tarzan, il personaggio creato da E.R. Borroughs nel 1912, in un film che non si limita a mettere in scena scimmie ammaestrate e petti virili, ma racconta il contrasto insanabile tra la libertà della natura e i condizionamenti della ‘civiltà’ (quella dei bianchi, naturalmente). Da non perdere.

Insomnia (C. Nolan, USA, 2002)

16.40, DT

Due poliziotti vengono inviati in una cittadina dell’Alaska (dove il sole non tramonta mai) per un’indagine, ma uno dei due uccide l’altro. L’indagine si avvita su se stessa, mentre il colpevole cerca di sviare i sospetti. Una sceneggiatura confusionaria (a volte è difficile capire a casa di chi si trovi Al Pacino, e gli spostamenti da un luogo all’altro sono spesso poco chiari) e una serie di stereotipi già visti mille volte (il poliziotto anziano ed esperto che viene per ‘dare una lezione’ al giovane pivello, donna oltretutto, e invece la lezione la riceve lui. Oppure: il poliziotto celebre e coperto di gloria che nasconde il marcio che c’è dentro di sé; ma il marcio viene fuori, e lui alla fine se ne redime con un ‘beau geste’). Invedibile. Nemmeno il grande Al Pacino riesce a salvare questa boiata, e gigioneggia invano per tutto il film. E poi, occorreva tutto quel casino per far buio nella stanza? Non bastava comprarsi un telo nero, un martello e tre chiodi, e inchiodarlo davanti alla finestra? Ma per piacere …

The departed (M. Scorsese, USA, 2006)

23.00, DT

Più che di un remake del cinese Infernal affairs (Andrew Lau, 2004), questa volta Scorsese ha fatto un remake di se stesso. Anzi, potremmo dire un condensato, prendendo il meglio, professionalmente parlando, dei suoi più celebri gangsters movies, e riportandoli all’oggi: America 1929 (1972), Quei bravi ragazzi (1990), Casino (95). Qui il contesto è quello della criminalità di Boston, dominata dall’irlandese Frank Costello, violento, sanguinario, che ha costruito il suo trono su mucchi di cadaveri. Per assicurarsi una maggior libertà d’azione, Costello ha infiltrato un suo uomo nella polizia, in una posizione di comando. Ma anche la polizia riesce a fare lo stesso nella gang di Costello, e comincia così una lunga guerra. Prima di tutto, guerra di nervi, perché non è facile per Billy, il finto gangster, da un lato assistere ad atrocità e violenze, e dovervi perfino prender parte, dall’altro sapere di rischiare ad ogni secondo di essere scoperto. Più facile mimetizzarsi per Colin, investigatore nella polizia locale: ma anche lui ha sul collo il fiato del suo capo, e sa che se non lo accontenterà pagherà con la vita. Poi anche una guerra vera e propria, perché, ad un certo punto, entrambe le organizzazioni intuiscono di avere una talpa al proprio interno, ed entrambe incaricano il proprio uomo di scoprirla, innescando così un feroce regolamento di conti. Un film, prima di tutto, ‘amorale’. Lo dice Costello, a pochi minuti dall’inizio: ‘Poliziotti o criminali, quando ti puntano una pistola addosso, che differenza c’è?’. La violenza, dunque è uguale per tutti, ed è difficile convincersi che una è ‘giusta’ perché la operano i ‘buoni’, mentre l’altra è ‘sbagliata’ perché ne sono autori i ‘cattivi’. Anche la falsità è la stessa: nel mentire sono tutti uguali, e la menzogna li scava e li snatura. Un film, ancora, potente e sontuoso, perfino ‘elegante’ nella composizione delle numerose scene di violenza che lo costellano, sempre pregne di forza distruttiva. Ma – e, sinceramente, questo mi è sempre sembrata la cifra di tutta la cinematografia di Scorsese – un film ‘freddo’. Mai il minimo coinvolgimento emotivo, non solo del regista, ma nemmeno degli spettatori, mai un sentimento, mai un battito del cuore. Assistiamo – Scorsese assiste – non tanto impassibili, quanto soprattutto, vorrei dire, estranei, a quello che ci scorre davanti. Non riusciamo a ‘stare dalla parte’ di nessuno, non ci commuoviamo per nessuno, non riportiamo a casa nessun ricordo, nessun dolore. Una scelta stilistica voluta e cercata, indubbiamente, e evidentemente sostenuta da un decennale mestiere. Ma, lo confesso, forse avremmo desiderato, sedendoci in sala, che quelle luci sullo schermo ci avessero fatto battere un po’ di più il cuore, di ritrovare in quegli uomini un po’ di noi stessi, di poterci magari identificare in loro, nel bene ed eventualmente nel male. Perché certo, il cinema è anche professionalità: ma chi è stato che l’ha definito anche la fabbrica dei sogni? Due parole sul cast. Bravo Di Caprio, di cui qualcuno ha detto che finalmente sta perdendo il suo eterno faccino bamboccesco e sta acquistando movenze da attore ‘adulto’ – è, a dire il vero, l’unico che riesca a mettere un po’ di dramma in questo gelida sfilata – più o meno inesistente Matt Demon, ma soprattutto irritante oltre ogni dire Jack Nicholson, che forse ha creduto di interpretare un remake di The Joker, abbandonandosi ad una serie inesauribile di smorfie e tic che, lungi dal creare il personaggio, lo sfarinano ulteriormente, trasformandolo in una macchietta ridicola e grottesca.

The Hurt Locker (K. Bigelow, USA, 2008)

Oscar 2010 per il miglior film, per il miglior regista, per la miglior sceneggiatura originale, per il miglior montaggio, per il miglior sonoro, per il miglior montaggio sonoro

18.45, Sky

La follia della guerra: un’azione dopo l’altra, tutte uguali, tutte diverse, tutte con le stesse probabilità di restarci o di farcela. La disperazione della guerra, quando proprio di questo ci si rende conto, ed allora si comincia a rimuginarlo dentro, come un indigeribile nodo di pelo nello stomaco che ti brucia dentro e ti avvelena ogni altro pensiero, senza che un improbabile psicologo militare possa farci niente. La bellezza – ebbene sì: la bellezza – della guerra, quando riesci a ‘mettere da parte’ tutto: il sangue, i corpi fatti a pezzi, gli amici morti, la gente innocente ammazzata davanti a te, il sudore, il sangue, e rimani solo tu e lei, tu e la scommessa – ‘Ce la faccio anche questa volta o adesso tocca a me?’ – tu e il sole che sorge e tramonta: un altro giorno da passare, un altro giorno passato. Così è per il sergente William James, volontario in Irak in una EOD, unità per la dismissione di esplosivi. Gli artificieri, insomma, gli sminatori, quelli che non combattono quasi mai in campo aperto, ma camminano per le strade, entrano nelle case abbandonate, e tutto, proprio tutto, può nascondere una bomba: un sacco di spazzatura, una macchina parcheggiata male, un avvallamento nella strada, anche il corpo di un bambino. James ‘non sa perché lo fa’, lui ‘non ci pensa’. Non è un macho violento, anzi è fondamentalmente mite, ed anche gentile. Non è il folle marine di Full Metal Jacket col suo fucile e il suo cazzo: “Con questo chiavi, con questo uccidi”. E’ solo un uomo cui è rimasta ‘una sola cosa da amare’: appunto ‘quella’. Nulla esprime l’alienazione – ma meglio sarebbe parlare di vera e propria estraneità – di James alla vita reale, anzi alla vita in sé, del suo atteggiamento attonito, imbarazzato, quasi timido di fronte ad un intero muro di cereali per la colazione, in un supermercato, durante una licenza. Semplicemente, quello non è il suo mondo, e James riparte subito per un altro giro. Bigelow costruisce un film netto e chiaro, dalla tensione letteralmente insostenibile, anche per lo spettatore. Un film non ‘moralistico’, ma che lascia parlare le cose, un film che non racconta, ma ‘mostra’: non per niente lo sceneggiatore è Mark Boal, lo stesso autore del bellissimo “Nella valle di Elah” di P. Haggis (2007). Una notevole parte del merito di questo film doloroso e bellissimo va anche all’interprete principale, Jeremy Renner, che dà vita ad un uomo ‘distratto’, di cui non saprai mai se tenga tutti i suoi fantasmi chiusi a chiave in una stanza dell’anima o se proprio, dentro di lui, l’anima davvero non ci sia più. Un vero capolavoro, che ha pienamente meritato, uno per uno, i suoi sei Oscar, togliendoli a quella ridicola fuffa di Avatar (oltretutto opera – lo sapevate, vero?! – dell’ex marito della Bigelow!). Assolutamente imperdibile.

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