Pubblicato da: giulianolapostata | 5 giugno 2010

“Gomorra”, M. Garrone, Italia, 2008

Grand Prix al Festival del Cinema di Cannes 2008 

Già lo sapevamo. Quando il cinema italiano sceglie di rinunciare a raccontare cascami sentimentali da soap tv o a titillare l’ego vuoto dei suoi registi, riesce a scrivere opere che spesso non solo eguagliano, ma perfino superano quel filone del cinema americano, tanto spietato e senza compromessi nell’indagine quanto eccezionale nella professionalità, che da decenni racconta le malattie e gli orrori della sua società. Così, tanto per fare solo un paio di nomi, negli ultimi anni abbiamo visto Arrivederci amore ciao (M. Soavi, 2006), un noir di alto livello, ottimamente scritto ed altrettanto ottimamente interpretato, che della fine dei cosiddetti ‘anni di piombo’ ci dice più e meglio di dieci inchieste giornalistiche. O La giusta distanza (C. Mazzacurati, 2007), sobrio – come sempre è il suo bravissimo autore – ma tagliente ritratto dell’intima miseria morale della tanto decantata ‘cultura’ del Nord-Est. Garrone si iscrive in questa scuola, ma stavolta con un’opera di tale bellezza filmica e di tale forza e potenza narrativa da proiettarlo d’un tratto ai vertici di questo olimpo cinematografico. Eviterei di calcare troppo sulla ‘parentela’ col libro di Roberto Saviano da cui è tratto (come ho scritto molte altre volte, si tratta di confronti secondo me ai limiti dell’impossibile, data l’assoluta diversità di linguaggio tra cinema e letteratura). Qui Garrone fa cinema, grande cinema, e lo fa – questo sì è da dire – servendosi, tra l’altro, di una sceneggiatura semplicemente perfetta, di cui Saviano è coautore. Cinque sono le storie che il film sceglie di raccontare, storie di affari sporchi nel riciclaggio dei rifiuti, di giovani vite arse come un fiammifero, di economia clandestina, di vita quotidiana di camorra. Ma non mette conto qui, secondo me, di riassumerle e presentarle al pubblico. Quello di cui occorre parlare, invece, con forza, è per esempio dell’immensa abilità con cui queste storie vengono fuse in un corpo narrativo unico. Non passano cinque minuti e subito lo spettatore le ha identificate e le segue. Ma attenzione: le individua e le segue non come storie ‘diverse’ cucite insieme – una specie di film ad episodi malamente mescolato – ma come elementi di una narrazione corale, quasi che i protagonisti fossero gli stessi, si conoscessero, agissero insieme in momenti diversi. Dunque, prima di tutto, una scrittura filmica di altissimo livello. Ma non è tutto. Soprattutto da esaltare, sono la cura, l’attenzione ossessiva e ‘maniacale’ con cui viene evitato ogni particolare, ogni sbavatura che possa far scivolare il film anche per una sola frazione di secondo sul versante dell’emotività da sceneggiata o, peggio ancora, su quello della commozione neorealista. Sull’orlo dell’abisso del sentimentale, del pietistico, del sociologismo d’accatto, Garrone si ferma sempre un istante prima di cadervi dentro; e fa fermare anche i suoi attori, cui mai viene consentito di ‘interpretare’, nel senso deteriore del termine, ma solo di ‘testimoniare’. Mai un momento in cui egli si abbandoni a giudizi personalistici, consolatori o di condanna che siano, mai una scena in cui ‘buoni’ e ‘cattivi’ si contrappongano su un palcoscenico, mai un istante in cui si impanchi a Maestro. Quello di cui è Maestro qui, assolutamente, è di cinema: un cinema essenziale, scarnificato, distillato, puro. Un cinema che non tende a ‘commuovere’ e nemmeno – paradossalmente – a ‘far pensare’: semplicemente, un cinema che ‘racconta’, un cinema che ‘mostra’. Senza alcuna barricata su cui salire, senza alcuna morale da predicare, senza nessuna ideologia da dimostrare. Di Garrone, dopo alcune prove dignitose ma non eccezionali, avevamo già ammirato, nel 2002, il bel L’Imbalsamatore, storia malata di degrado morale tra Napoli e la provincia del Nord, raccontata con amarezza e grande eleganza stilistica, a volte forse perfino eccessiva. Ma qui abbiamo l’impressione di trovarci davanti ad un altro regista, uno che ha scoperto la ‘realtà’, e ce la racconta con un film epocale nella storia del cinema italiano. Detto ciò, detto tutto il bene possibile su Garrone ed il suo magnifico lavoro, credo che Gomorra offra anche l’occasione per alcune considerazione di ordine, diciamo così, politico. La prima. Certamente qualcuno, nel governo, si sarà dispiaciuto che il film sia uscito solo dopo la vittoria del PdL alle ultime elezioni. Pensate, solo pochi mesi prima, che magnifico spot avrebbe potuto essere dal punto di vista della Lega. Mi par di sentirli. Eccoli lì, i ‘terroni’: brutti, sporchi e cattivi. Delinquenti, drogati, spacciatori, il cancro dell’Italia, insomma, palla al piede di un Nord onesto, pacifico/pacioccone, laborioso, pulito. Ma oggi, purtroppo, non si può più dirlo. E non perché abbiamo scoperto che anche il Nord non è così ‘buono’ come una propaganda più cretina che razzista aveva voluto farci credere, e nemmeno perché abbiamo scoperto che se il Nord è così pulito è perché la sua merda la fa ingoiare ai terroni di cui sopra. No: semplicemente perché, ora, la Lega è forza di governo, e certe cose non si può più permettere di dirle. Padania o no, anche ‘quella’ è Italia, e bisogna farci i conti, bisogna metterci le mani, bisogna far vedere che le cazzate della campagna elettorale non erano solo cazzate, appunto, ma impegni che verranno mantenuti. E dunque, cambierà finalmente qualcosa, ora, in quel Sud martoriato, in quella società stuprata? Naturalmente no, ma che credete. Ed è questa la seconda considerazione, il secondo sentimento che ci pervade: una profondissima pietà per quella gente, per quel popolo, da secoli schiavizzato e sfruttato, ma mai emarginato come da quando Democrazia e Repubblica avrebbero dovuto portargli, finalmente, Giustizia. Innumerevoli governi hanno disgovernato il Meridione, rubando e corrompendo, governi di ogni colore, e il botto finale l’ha fatto la ‘Sinistra’, che coi suoi amministratori supponenti e incapaci, cialtroni e spesso complici, si è scavata la tomba sotto le montagne della monnezza napoletana. Si procederà dunque all’italiana, come sempre: una mano di vernice qua e là, un nuovo buco scavato per riempire quelli vecchi. Forse un po’ alla volta la merda tossica sparirà: nascosta meglio, magari, o meglio ancora sepolta sulle spiagge del Nord Africa, ché tanto c’è sempre qualcuno più terrone di noi a cui metterlo in c***. Magari anche le montagne di spazzatura cominceranno a calare, esportate nel Nord Europa, così che vecchi e nuovi camorristi, riciclati in imprese legali e alla luce del sole, possano guadagnare anche lì montagne di denaro. O finirà bruciata negli inceneritori: che ora si costruiranno, sì, e che inquineranno come e più dei roghi sui marciapiedi di Napoli. Ma quella diossina lì non si vede, non subito, almeno, blowin’ in the wind. E poi anche i termovalorizzatori – così li chiamano adesso – sono ‘moderni’, sono il Progresso: senza contare che anche con quelli ci sarà da guadagnare valanghe di soldi. Magari, anche, si sparerà di meno. Ci saranno accordi, patti, spartizioni; gli si farà capire, a quei terroni, che non è necessario far tanto casino, per far soldi. Gli si farà, soprattutto, un bel regalo. Perché, pensateci bene, nessun camorrista vorrà ancora sparare quando sta per partire un’occasione di spreco di denaro pubblico e di illegalità diffusa e ‘legalizzata’ così gigantesca che mai nessuna organizzazione criminale, nemmeno nei suoi più folli sogni di dominio, aveva mai osato sognare. Nei prossimi anni, il cantiere del Ponte sullo Stretto e il suo indotto – se mai partiranno: possiamo solo sperare di no – produrranno fiumi, oceani di soldi, produrranno potere e corruzione quali mai abbiamo visto, costituiranno un’immensa mammella a cui la criminalità non solo campana ma anche meridionale e perfino straniera succhierà ingorda e felice, e per decenni. E se  un terremoto dovesse tirarlo, giù, meglio, così poi c’è da ricostruire: altra industria in cui la criminalità organizzata è da sempre specializzata. Questo sarà il nuovo corso che aspetta il Sud, che ancora una volta verrà massacrato e insozzato, beffato e deluso, e alla fine nuovamente preso in giro. Sempre i soliti terroni: se non andiamo noi a costruirgli i ponti, da soli non hanno voglia di fare un cazzo. Povero Meridione: chissà che almeno ci siano sempre un Garrone – e un Saviano! – a fare il controcanto.

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