Pubblicato da: giulianolapostata | 2 giugno 2010

Sergio Leone & Oscar Wilde

A chi ama la letteratura, a chi nella sua vita l’abbia a lungo, profondamente ed anche massicciamente percorsa, sarà capitato innumerevoli volte di riflettere, sorpreso, sulla mirabile capacità che hanno i testi di esprimere diverse implicazioni a seconda del diverso contesto in cui sono inseriti. Intendo parlare sia di riflessioni filosofiche ed estetiche, che possono colpirci ed ‘ispirarci’ in modi diversi a seconda che ci vengano presentate in situazioni drammatiche o quotidiane, ma anche della nostra stessa capacità e disponibilità a ‘riconoscere’ o meno pensieri e idee a seconda della cornice che li racchiude. Riflettevo su questo qualche sera fa, dopo aver rivisto per l’ennesima volta Per qualche dollaro in più”, gemma preziosissima nella purtroppo scarsa filmografia di un regista la cui genialità, ho sempre sospettato, è più affermata che compresa. Scorrono dunque per l’ennesima volta le scene, la violenza arde e si consuma, ed alla fine il colonnello Mortimer strappa dalla mano contratta dell’Indio morto il famoso orologio col carillon, lo apre, e accarezza col pollice la foto di una ragazza: è la sorella morta, violentata dall’Indio e suicidatasi per la vergogna. Il Monco lo osserva di sottecchi, e dice: “C’è una certa aria di famiglia, in quella foto”. Il colonnello richiude allora in fretta la cassa, imbarazzato, e il Monco, con un pudore ed una ritrosia che mai ti aspetteresti in uno come lui, quasi si scusa: “Forse la domanda è indiscreta”. “Le domande non sono mai indiscrete – risponde Mortimer – le risposte, a volte, lo sono”. Confesso che, dopo decine di visioni del film, dopo infinite letture dell’opera di Oscar Wilde, solo l’altra sera, per la prima volta mi sono reso conto che quella battuta non è altro che uno dei suoi celebri aforismi: solo in quel momento l’ho riconosciuta. Chissà perché. Forse perché siamo abituati a cogliere, in gran parte della prosa wildiana, solo o soprattutto l’aspetto ‘leggero’, frizzante, vorrei dire comico, se non fosse un insulto, applicato a lui. Mai e poi mai ci verrebbe in mente di associare il brillìo del suo spirito ad un mondo feroce e sanguinario, anche se ‘eroico’, come quello che Leone racconta nei suoi western. Eppure, si guardi cosa succede. Quella battuta, che nell’opera di Wilde (viene dal Ritratto di Dorian Gray” sublime capolavoro superomista), suscita un sorriso divertito e blasé, in quest’altro contesto esprime invece prepotentemente un infinita malinconia, apre per un istante uno squarcio, subito richiuso, sull’animo di quest’uomo, ci mostra l’infinita sofferenza di chi per tanti anni ha conservato nel cuore il dolore per la morte atroce della sorella e non ha la forza di parlarne nemmeno ora, che la catarsi è avvenuta e il fuoco della vendetta ha bruciato i fantasmi del passato. O almeno sembra averlo fatto, perché un lampo di verità ci permette di vedere come essi siano ancora vivi e sanguinanti. Certo, è il genio di Wilde che parla, l’anarchico ribelle che per un aforisma ed un insulto sbattuto in faccia alla borghesia bigotta del suo tempo sacrificò la sua stessa esistenza, ma è anche – e in questo caso soprattutto – il genio di Leone, che ha saputo leggere in quelle parole, farle sue, ritrasformarle in nuova materia che esprimesse nuove emozioni. Magie del cinema, magie della letteratura, magie del genio. Gioia e magie del lettore.

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