Pubblicato da: giulianolapostata | 2 giugno 2010

“Fahrenheit 451”, F. Truffaut, GB, 1966

F. 451 è uno dei pochissimi film per i quali spenderei volentieri l’aggettivo ‘perfetto’. Così, all’impronta, non me ne vengono in mente molti altri: certo L’Atalante (J. Vigo, Francia, 1934), ma poi dovrei pensarci.

Perfetto, innanzitutto, per l’idea che l’ha ispirato. Truffaut trasse la sceneggiatura dal romanzo Gli anni della Fenice (1953) di R. Bradbury (Waukegan, 1920), che però, obiettivamente, non è certo il suo capolavoro. Grandissimo scrittore di fantascienza, di gran lunga superiore al sopravvalutato Asimov, Bradbury ha al suo attivo decine di splendidi titoli, in cui la fantascienza diventa poesia, riflessione filosofica e morale: uno per tutti, il bellissimo Cronache marziane (1950). Ma Gli anni della fenice non sono all’altezza, letterariamente parlando, della sua restante produzione. Il libro dà permanentemente un’impressione di approssimatività, di ‘tirato via’. Più che di un romanzo vero e proprio, a volte si ha la sgradevole impressione di leggere il ‘riassunto’ frettoloso di un romanzo (una specie di riduzione da Reader’s Digest), che lascia in bocca un forte sapore di insoddisfazione (non a caso non è mai stato uno dei suoi maggiori successi). A posteriori, penso che non potesse essere altrimenti. La ‘grandezza’ del libro, infatti, non sta nel libro in sé, nel suo valore letterario, ma nell’idea che esso contiene, sta nel ‘miracolo’ che esso opera – di questi ‘miracoli’ è da sempre fatta l’arte – enucleando dal fondo misterioso dell’Immaginario una nuova idea: grande, profetica, senza tempo, tale da diventare immediatamente patrimonio collettivo dell’Umanità, icona del pensiero e della Cultura. Forse abbagliato dall’eccezionalità della sua stessa creazione – la spaventosa distopia di una società senza Letteratura – Bradbury proprio per questo non è riuscito a darle una veste letteraria adeguata, a far sì che le parole fossero alte come i pensieri. Poco male: basta e avanza l’idea, a fargli onore.

Poi, da questo testo geniale ma ‘imperfetto’, Truffaut ha ricavato invece la perfezione. Il suo film asciuga il libro da dialoghi inutili, da pagine approssimative, da tante piccole e fastidiose banalità. Lo filtra, lo decanta, ne distilla la quintessenza, l’Idea, e ce la ‘mostra’. Non c’è, nel film, un fotogramma che non sia essenziale, un’inquadratura che non sia significante, una sequenza che non sia fondamentale, una battuta che non sia sostanziale. Il film comunica im-mediatamente e l’intuizione bradburyana ci penetra, ci commuove e ci spaventa (è successo altre volte in letteratura. Ad esempio con Lo strano caso del Dottor Jekyll e di Mister Hyde, R.L. Stevenson, 1886: testo artisticamente modesto, ma che ripropone in modo impressionantemente profetico e ‘moderno’ il Mito del Doppio, dell’Uomo Angelo e Bestia. Sono state questa folgorante intuizione, e questa inadeguatezza di fondo, ad aver fatto sì che tutte le sue trasposizioni cinematografiche siano sempre state, in un modo o nell’altro, superiori all’originale).

Paradossalmente, dunque, può bastare un’idea a rendere geniale un’opera: così è stato per Stevenson, così è per il libro di Bradbury, il cui nocciolo ispiratore vale dunque infinitamente più della materia letteraria in cui l’autore l’ha tradotto.

Come abbiamo già accennato, Truffaut ha proceduto per sottrazione: “sottrazione di spessore e complessità ai personaggi, riduzione dello sviluppo drammatico a puro e semplice concatenamento logico, svuotamento di sostanza dei dialoghi, improntati a criteri di mera funzionalità”.

Il film è privo di qualsiasi tipo di calligrafismo od estetismo, né potrebbe essere altrimenti, dovendo descrivere un universo ‘geometrico’ e freddo in cui qualsiasi emozione è bandita ed assente, anche quella estetica (mai si parla di ‘bello’, nella vicenda, mai si accenna al valore estetico di qualcosa). Ma naturalmente, l’emozione prima ad essere vietata è quella indotta dalla letteratura: perché “i pazzi che leggono diventano insoddisfatti, e cominciano a desiderare di vivere in modi diversi”, perché le emozioni ‘rendono infelici’, fanno desiderare di ‘essere diversi’, e invece bisogna ‘essere tutti uguali per essere felici’. E per essere tutti uguali, basta essere tutti dei nessuno: nel fascicolo di Montag, le foto tessera sono prese di nuca. Non solo: per essere tutti uguali basta non avere memoria. Questo è il fine della distopia illustrata da Truffaut: “un mondo in cui è proibito leggere” è un mondo in cui “è proibito ricordare. Il passato non esiste, nessuno ricorda nulla. Chi detiene il potere sa che controllare la memoria di un popolo significa controllare la sua stessa esistenza: chi non ha passato, non ha nemmeno un futuro”. Nella Storia Infinita, Atreiu chiede a Gmork: “Perché Fantasia muore?”. “Perché la gente ha rinunciato a sperare e dimentica i propri sogni, così il Nulla dilaga”. “Che cos’è questo Nulla?”. “È il vuoto che ci circonda, è la disperazione che distrugge il mondo, ed io ho fatto in modo di aiutarlo”. “Ma perché?” chiede ancora Atreiu. Risponde Gmork: “Perché è più facile dominare chi non crede in nulla, e questo è il modo più sicuro di conquistare il potere”. F. 451 è dunque, probabilmente, il film più intimamente antitotalitario che sia mai stato scritto, perché mostra come il nocciolo del fascismo – non solo e non tanto quello storico, quanto soprattutto quello ‘universale’ – stia appunto nella volontà di distruggere la libertà prima dell’individuo, quella di essere diverso e  di sognare. Mostra anche, tuttavia, come – nei tempi lunghi della Storia e nonostante l’orrore del presente – esso sia destinato alla sconfitta. La metafora degli uomini-libro è illuminante: ‘pazzi’, che rinunciano a quella che parrebbe essere la libertà fondamentale, quella di essere individui, se stessi, ma lo fanno in nome di una libertà universale e superiore, quella di poter tornare tutti a recuperare la propria libera individualità. Non solo. Come un fiume carsico, scopriamo che il bisogno del sentimento e dell’emozione scorre anche in quella spaventosa distopia, spinge gli individui infelici e soli a patetiche e mute invocazioni di aiuto, induce perfino Montag, cittadino perfetto (“E se fosse proibito falciare l’erba?”. “La lascerei crescere”) a rubare un libro, per vedere cosa mai può esserci di così negativo dietro lo specchio, visto che tanti pazzi sacrificano addirittura la propria vita, per stare al di là. La scena in cui accende lo schermo tv non per immergersi nella sua follia alienante, ma per farsi lume nella lettura – non ci sono lampade, ne abat-jour, in casa, adatti allo scopo – è forse una delle più ‘umane’ e commoventi del film. Così facendo, però, egli spezza l’incantesimo, e la magia nera che regge quel mondo non lo riconosce più: la porta di casa non gli si apre davanti, e in caserma la barra rifiuta di trasportarlo. Ma egli ormai è un ribelle, e nell’ordalia che gli viene proposta egli uccide sì ”il Padre”, ma distrugge anche il letto e lo schermo tv: simboli l’uno del suo passato-non passato, l’altro dei falsi sogni che avrebbero dovuto sostituire quelli ‘veri’. Muovendosi tra gli altri uomini-libro, Montag recita l’incipit di un racconto del Poe: “Ho da raccontare una storia la cui essenza è piena di orrore”. È quasi una specie di flash-back, perché la storia è quella del suo mondo. Ma – e se all’inizio non poteva saperlo, ora ne è cosciente in prima persona – a quell’orrore c’è comunque e sempre scampo.

(A parte quella dalla Storia Infinita di M.Ende, e quelle dalla sceneggiatura del film, le altre citazioni provengono da: A. Barbera, François Truffaut, Il Castoro Cinema, 3-1976)

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