Pubblicato da: giulianolapostata | 1 giugno 2010

“La terra degli Uomini Rossi”, M. Bechis, Italia, 2008

Ci sono almeno due modi per raccontare un genocidio, e la scelta dell’uno o dell’altro dipende, crediamo, dalla sua vicinanza storica al nostro tempo. Il primo è quello scelto, per esempio, da Michael Mann per narrare del genocidio degli amerindi nordamericani, nel suo capolavoro L’ultimo dei Mohicani (USA, 1992). L’ormai lunga distanza nel tempo, se non ha diminuito di un grammo l’orrore di quell’episodio, ha permesso però di far decantare il dolore, e consente al narratore di guardare con distacco al momento contingente, trasferendolo sul piano della storia da un lato, ma – che è quel che più conta, e che a noi soprattutto importa, a livello artistico – su quello del mito. L’Indiano di Mann è l’Eroe “bello di fama e di sventura”. Come per l’Ulisse foscoliano, non solo ci identifichiamo in lui come Umanità, ma, conseguentemente, egli diventa punto di riferimento ideale e culturale, e potente impulso interiore a modificare il mondo. E sappiamo tutti benissimo come anche, se non soprattutto, le lotte di liberazione abbiano bisogno di simboli. Ma quando il genocidio è non solo vicino a noi, ma nostro contemporaneo; quando la bistecca che abbiamo nel piatto è partita pochi giorni prima dalle terre in cui esso viene consumato; quando, mentre la mangiamo, ci basta accendere la TV per vederlo agire, allora ci rendiamo conto che non c’è spazio per tendere il braccio e ponderare su quest’oggetto che abbiamo in mano. Lo spazio si annulla, di colpo, come lo schiocco di un elastico rilasciato. Tutto diventa vicino, sotto i nostri occhi, im-mediatamente vicino, l’elaborazione nel mito diventa per sua stessa natura impossibile, rimane la realtà, di cui prendere atto. Perciò dunque, a questo si deve lo stile adottato da Bechis in questo suo interessantissimo film, che sarebbe misero e riduttivo definire documentaristico, ma che non erroneamente potrebbe essere chiamato cronachistico. Il tempo è oggi, il luogo è qui, perché ‘il bello della globalizzazione’ è proprio questo; quello di portarci i suoi orrori sotto gli occhi, così da anestetizzarci poco a poco le coscienze. Siamo nel Mato Grosso do Sul, uno Stato del Brasile. La foresta senza fine ha lasciato posto ad immense fazendas in cui si pratica la monocultura o l’allevamento di bestiame. Ridotta di dimensioni e quasi completamente spopolata della sua selvaggina stanziale, essa non offre più un habitat ideale agli Indios Guarani-Kaiowà, che la abitavano da millenni. Quando gli Europei arrivarono in Sud America, i Guarani, che contavano circa un milione e mezzo di individui, furono uno dei primi popoli con cui entrarono in contatto, iniziandone subito lo sterminio. Nel 1600 i Gesuiti organizzarono delle missioni per rinchiudervi i superstiti, ma moltissimi rifiutarono di rinunciare alla loro cultura ancestrale. Oggi i Guarani sono poche decine di migliaia, distribuiti tra Paraguay, Brasile, Bolivia e Argentina. Molti di loro sono stati costretti nelle riserve, a vivere di elemosine statali, manodopera giornaliera a bassissimo prezzo per i latifondisti e riserva di caccia per il mercato della prostituzione. Paradossalmente, sono proprio i giovani a non sopportare più questa vita, e numerosissimi sono quelli che si suicidano, o con un alcolismo sfrenato e impiccandosi agli alberi della foresta. E’ dopo l’ennesimo di questi suicidi che un capofamiglia prende una decisione ‘folle’: tornare alla terra, alla foresta. Nella sua mente, secoli di storia si azzerano: non esistono più scoperta dell’America, Colonialismo, Neocolonialismo, capitalismo, proprietà. Lui e i suoi tornano alla loro ‘patria’ d’origine: abbandonano le luride baracche di muratura in cui vivono, ammucchiano su un carretto un po’ di provviste e di attrezzi, e vanno ad accamparsi in mezzo ai campi, vicino al limite della foresta e al grande fiume, da cui sono stati scacciati in passato e dove abitano ancora i loro Dei. Oltrepassano le recinzioni, che improvvisamente appaiono prive di senso ai loro occhi, cacciano le vacche degli allevamenti, che sono loro “nemiche”, come insegna lo sciamano, ma che sono l’unica selvaggina rimasta. Stanno lì e attendono, non si sa cosa. Forse che il mondo miracolosamente ritorni a ruotare attorno al suo asse naturale, forse che qualcuno riscopra ancora il significato della parola ‘giustizia’. Ma l’asse del mondo si è spostato, forse inesorabilmente, e la giustizia non ha mai abitato la terra. Il loro gesto è una bestemmia non comprensibile, da parte dei latifondisti, che dopo aver cercato di scacciarli in vari modi organizzano l’assassinio del loro leader. Sconvolto dal dolore, suo figlio – forse il futuro sciamano del gruppo – fugge nella foresta e s’infila il cappio al collo per morire. Ma improvvisamente se lo toglie, in una scelta che è non solo di vita ma anche di lotta per i propri diritti. “Io ho vinto e tu hai perso” grida il ragazzo all’uomo bianco: vogliamo davvero sperare che abbia ragione. Scritto in collaborazione con Survival (www.survival.it), l’importantissima organizzazione internazionale che dal 1969 si batte per la difesa dei diritti e della cultura dei popoli tribali, il film di Bechis è una chiara ed antiretorica denuncia delle lacrime e sangue su cui Modernità e Progresso hanno costruito i loro folli trionfi. Forse è anche un monito, nella misura in cui la nostra coscienza è ancora in grado di accoglierne. Ma c’è da dubitarne. Da poco più di un anno si sono spente le luci sulle Olimpiadi di Pechino, e con esse quel minimo di attenzione che l’Occidente si è degnato di concedere all’etnocidio e genocidio del popolo tibetano, che avviene per altre mani ma nello stesso tempo e per gli stessi interessi di quello degli Indios sudamericani, a dimostrazione che, almeno nei suoi crimini, la globalizzazione è autenticamente ‘democratica’. Comunque, grazie a questo film, a chi l’ha scritto e girato, a chi lo ha finanziato, e agli Indios Guarani-Kaiowà che vi hanno lavorato. A loro va il nostro rispetto, e l’augurio di una Terra felice.

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