Pubblicato da: giulianolapostata | 29 maggio 2010

Multivisioni – 24 maggio 2010

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza” – R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente” – Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese” – L. Wittgenstein

* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *

Sabato 29 maggio

Il mago di Oz (V. Fleming, USA, 1939).

04.50, Rai3

Nelle sperdute pianure del Kansas, la piccola Dorothy vive con gli zii ed il cagnolino Toto. Ma un tornado la porta lontano lontano, nel paese del temibile Mago di Oz, dove incontrerà due streghe e tre bizzarri amici – lo spaventapasseri senza cervello, l’uomo di latta senza cuore e il leone senza coraggio – assieme ai quali vivrà magiche e commoventi avventure, prima di poter tornare a casa. Sarà successo davvero o avrà sognato? Una favola dolcissima ed affascinante. Assolutamente imperdibile: tutti davanti alla tv coi bambini, cantando assieme a loro Over the rainbow.

2001: Odissea nello spazio (S. Kubrick, GB, 1968)

00.35, DT

Assolutamente sopravvalutato questo film pseudofilosofico, pseudomistico, pseudoquelchevipare, che è solo una noiosissima storia dai simboli incomprensibili (che sia per questo che affascinano?!). La scena iniziale della scimmia che, dopo aver usato un femore per uccidere, lo getta in cielo e il femore si trasforma in una splendida astronave, è una delle metafore più banali ed elementari mai viste al cinema.

Face/Off (J. Woo, USA, 1997)

23.15, DT

Un agente dell’FBI si fa trapiantare la faccia di un pericoloso criminale per carpirne i segreti, ma il delinquente fa la stessa cosa e si infiltra nella sua vita. Un thrilling violento, appassionante e mirabolante, che diventa una riflessione pirandelliana sull’animo umano, sul bene e il male. Imperdibile.

L’ultima follia di Mel Brooks (M. Brooks, USA, 1976)

23.00, DT

Una delle solite storie demenziali del grande comico americano, che qui immagina che un regista cerchi di girare un film muto (Silent movie è il titolo originale) con la partecipazione di grandi attori, tra i quali il grandissimo mimo francese Marcel Marceau, recentemente scomparso, che pronuncia l’unica parola del film. Geniale, rara apparizione tv, imperdibile.

Domenica 30 maggio

Ogni cosa è illuminata (L. Schreiber, USA, 2005)

17.15, DT

Jonathan, giovane ebreo americano, stereotipo dell’ebreo succube della famiglia, parte per l’Ucraina in cerca della donna che cinquant’anni prima salvò suo nonno dallo sterminio nazista. E’ accompagnato da un giovane ucraino col nonno, un vecchio che pare aver rifiutato il presente rifugiandosi in una sua personale follia. Tutti e tre concluderanno il viaggio avendo ognuno trovato la propria illuminazione, anche se potrà costare carissimo. Opera prima dell’esordiente Schreiber, il film è un gioiello di poesia e di malinconico umorismo, un racconto apparentemente semplice e lineare quanto invece turgido di sentimento e di umanità. Assolutamente imperdibile.

Nemico Pubblico n. 1 – Parte Seconda: L’ora della fuga (J-F. Richet, Francia/Canada/italia, 2009)

22.55, Sky

Ancora bel cinema, e grande cinema d’azione, in questa seconda parte del dittico che conclude il biopic dedicato da Richet a Jacques Mesrine, il rapinatore che negli anni Sessanta e Settanta terrorizzò la Francia – e non solo – con le sue imprese. Anche questa volta, non una puntata di una fiction, ma un film compiuto in se stesso, che racconta l’ultima fase della vita di Mesrine, dal ’72, data del suo rientro in Francia dal Canada, al ’79, anno della morte. Film diverso e autonomo, abbiamo detto, e così è anche nello stile. Se nel primo poteva capitare a volte di respirare una certa aria zingaresca, con qualche venatura alla Bonnie & Clyde, qui l’atmosfera è pesantemente cambiata. Mesrine è ‘cresciuto’, come capacità criminali e ‘militari’, ma anche intellettualmente. Riflette su se stesso, sul senso della vita e della sua vita, progetta, perfino, pur intuendo che ‘non vivrà abbastanza per invecchiare’. Senza addomesticare in nulla il suo ego debordante ed eccessivo – “La morte non esiste per chi ha saputo vivere” – egli par scoprire quasi per la prima volta di avere un ruolo, anzi, di esercitare e meglio ancora potremmo dire di rappresentare un ruolo nella società del tempo: quello del ribelle, dell’eversore. Se il resto del mondo sembra addirittura non esistere per lui – “Ma chi è questo Pinochet?” – ne sa tuttavia abbastanza per stringere rapporti col terrorismo di matrice araba, rapporti che non sono solo criminali, ma anche di amicizie personali, e soprattutto ‘ideali’ e ideologici. Finalmente Mesrine ‘si vede’, e vede il mondo intorno a sé. Sia pur confusamente, egli comprende che il suo rapinare banche non significa solo insaccare pacchi di banconote per comprare belle macchine e gioielli alle sue donne – cosa che comunque continua a fare – ma rappresenta anche un granellino di sabbia negli ingranaggi del sistema. Un piccolo granellino, in fondo, perché tutti sanno che le banche sono assicurate e che in fondo nessuno ci rimette, ma un granellino fastidioso, che può crescere, incollarsi ad altri e diventare macigno pericoloso. Sempre confusamente – ma non così tanto – egli arriva alla stessa ‘verità’ di Brecht – che certamente non aveva mai letto e di cui probabilmente ignorava perfino il nome – secondo la quale la fondazione di una banca è un crimine più grave della rapina alla banca stessa. Comincia, conseguentemente, a capire le ragioni autentiche e profonde dell’odio che le istituzioni gli portano; comincia, avremmo detto negli anni Settanta – a ‘politicizzarsi’. E il feroce pestaggio di Jacques Tillier, giornalista di Minute, foglio di destra, non è solo per punirlo di aver messo in dubbio il suo ‘onore’, quanto perché è “un fascista di merda”. La parabola ‘rivoluzionaria’ di Mesrine continua, la valanga si ingrossa, e quando, nel novembre del ’79, in un agguato davvero senza onore, la polizia lo massacra alle porte di Parigi – viene in mente la fine di Luciano Liboni, a Roma, nell’estate del 2004 – Mesrine è in partenza per l’Italia, dove ‘un amico deve presentargli le Brigate Rosse’. Film, come si vede, maturo ed intelligente, ma anche magnifico film d’azione, in uno di quei purtroppo rari casi in cui il cinema europeo prende a schiaffi quello americano, seppellendolo sotto inarrivabili lezioni di stile. Evitando con cura il fracasso e l’eccesso, Richet dirige un film forte ma perfino elegante e calligrafico, in cui l’azione non è mai baracconata fine a se stessa ma funzionale ad un atmosfera, come, per fare un esempio di alto livello, nel bellissimo Ronin (John Frankenheimer, 1998). Vincent Cassel è, per l’ennesima volta, al di là di ogni possibile elogio. Per più di due ore corre sul filo della lama, dando vita e concretezza ad un ‘magnifico egotista’ senza però mai cadere nella gigioneria e nell’autorappresentazione. Un altro capolavoro cui le sale non hanno prestato quasi nessun rispetto.

One hour photo (M. Romanek, USA, 2002)

21.00, Sky

Sy Parrish vive in una bolla di ghiaccio, azzurro e bianco come la sua divisa, gelido come i corridoi del supermarket in cui lavora, spigoloso come gli scaffali su cui stano allineate merci senza colore e senza spessore, desolato e disanimato come la sua casa. Da questo gelo, da questo iceberg che nasconde un nocciolo malvagio e doloroso, egli cerca di uscire con le sue illusioni, innamorandosi di famiglie che non sono le sue, tentando di vivere vite che non gli appartengono. Non ci riuscirà, naturalmente, e rischierà di ferire a morte gli attori inconsapevoli della sua tragica commedia, ma almeno, alla fine, avrà il coraggio – o sarà costretto – a scoprire quel nocciolo, e chissà che da quell’amarissima rivelazione egli non possa guarire e risorgere. Gioiello di introspezione, piccolo poema sulla solitudine, One hour photo è anche un capolavoro nello studio e nell’uso degli spazi e soprattutto del colore. E chi ha detto che questa volta Robin Williams fa il ‘cattivo’, forse non ha capito né lui né il film. Williams fa ciò che ha sempre fatto: il grande attore ‘sentimentale’, solo che questa volta i sentimenti che esprime sono quelli cupi del dolore. I grandi attori sono davvero come il buon vino: invecchiando migliorano sempre.

Lunedì 31 maggio

La cena (E. Scola, Italia/Francia, 1998)

14.05, DT

Il sempre amatissimo Scola in un’altra delle sue ‘indagini’, malinconiche e delicate, nei rapporti che legano tra loro persone, coppie, amici, amanti. Più amaro e disilluso di altri suoi film, esprime comunque e sempre la sua profonda umanità. Imperdibile, come tutti i suoi film.

Sweeney Todd (T. Burton, USA, 2007)

01.00, DT

E’ difficile – anzi diciamo la verità: è quasi impossibile – parlar male di un film di Tim Burton, anche se ne sei uscito pensando: ‘Ho visto di meglio’, e dunque cominciamo a parlare dei pregi, di questo film, che sono molti. A cominciare dalla trama, ricavata da un musical di Broadway, a sua volta ispirata ad un fatto di cronaca realmente avvenuto nella Londra dei primi Ottocento. E’ la storia di Benjamin Barker, barbiere, sposato con una splendida fanciulla bionda e padre di una bambina. Un giudice, individuo corrotto e lussurioso, concupisce la donna, e per averla fa deportare in Australia il marito, con una falsa accusa. Dopo quindici anni, Barker evade e torna, con l’animo riarso dall’odio, e scopre che tutto il suo mondo è crollato: la sua vecchia casa è di proprietà di una venditrice di pasticci di carne, la moglie per la vergogna si è avvelenata, e il giudice tiene prigioniera la figlia ormai adolescente, su cui pure comincia ad esercitare le sue turpi attenzioni. Il mondo appare a Barker come un unica cloaca perversa ed immorale, dove tutti meritano di morire. Proprio a questo compito egli decide di dedicarsi: uccidere chiunque capiti sotto i suoi rasoi, in attesa della vendetta suprema, quella da consumare sul giudice. La venditrice di pasticci, follemente innamorata di lui, lo aiuterà ‘riciclando’ nella sua cucina i corpi delle vittime. Come si vede, una storia ‘gotica’, cupa e disperata, pur se intarsiata qua e là da lampi di macabra ironia. Il livello della visionarietà è predominante su tutto, nella storia, e di eccezionale qualità, a cominciare dagli splendidi titoli di testa. Ma il resto non è che tutto un crescendo: dalla fotografia funebre e decolorata di Dariusz Wolski, che trasforma le persone in creature da oltretomba; alle prodigiose scenografie di Dante Ferretti. In una recente intervista, Burton ha dichiarato: ‘Erano così belle che dopo il film volevo portarmele a casa’, ed effettivamente Ferretti è magico nel mostrare una Londra che non avevamo mai visto ma che riconosciamo subito, per averla veduta innumerevoli volte con gli occhi della mente, nelle pagine di Oscar Wilde, di Charles Dickens o di Wilkie Collins. Ed anche, ai volti degli attori, spinti all’eccesso verso una caratterizzazione che li trasforma in mascheroni di un’infernale sarabanda carnevalesca. Attori che sono, tutti, ottimi. Johnny Depp non ha più bisogno di alcun commento; Helena Bonham Carter (moglie di Burton) offre qui una delle sue interpretazioni migliori; Alan Rickman e Timoty Spall, rispettivamente il perverso giudice ed il suo malvagio servo, e perfino Sacha Baron Cohen. E tuttavia, e tuttavia sentiamo che qualcosa manca, in questo prodotto perfetto. Forse, per esempio, è proprio questa sua perfezione a farne una magnifica lanterna magica che proietta immagini senz’anima. Forse questa ossessione della tipizzazione alla fine trasforma i personaggi appunto in stereotipi astratti e freddi, che fingono sentimenti e passioni che non hanno (ed anche quell’ultima pietà michelangiolesca lascia nonostante tutto indifferenti e distanti); forse non è mai sufficientemente chiaro se dobbiamo vedere quelle strade come squarci onirici nella fantasia di Burton o vere strade londinesi fangose e misere (da questo punto di vista, meglio ha fatto Polanski nel suo sia pur carente Oliver Twist). C’è poi il problema del musical, un genere che in Europa non ha mai raccolto eccessivi entusiasmi. Qui il livello delle canzoni è appena accettabile (il che fa sospettare come, nonostante tutta la sua abilità, anche Burton sentisse, magari inconsciamente, di lavorare con strumenti ‘vecchi’ e morti), ed anche le loro interpretazioni, a parte Depp e la Bonham Carter – che suppliscono sempre ad ogni difficoltà con la loro eccezionale bravura – sono più o meno insignificanti. Insomma: non si butta mai via niente, della Premiata Ditta Burton & Depp, ma abbiamo visto di meglio, come dicevamo. E comunque, a due come quelli si può perdonare qualsiasi cosa.

Il caso Mattei (F. Rosi, Italia, 1972)

21.00, Sky

Nel 1962 Enrico Mattei, Presidente dell’ENI, che aveva cercato di razionalizzare l’approvvigionamento petrolifero italiano stabilendo rapporti diretti coi produttori, tagliando così fuori dalla torta le Sette Sorelle americane, morì in uno strano incidente aereo. Su questo episodio, e sugli ipotizzabili retroscena, Rosi e la sua ‘musa’, il grande Gian Maria Volonté, costruiscono un film mirabile, che è sì un film ‘politico’ – di quelli che praticamente non siamo più capaci di fare e lasciamo fare agli americani – ma anche un perfetto thrilling. Un capolavoro da rivedere, assolutamente, ma soprattutto da far vedere ai ragazzi, perché imparino quali profonde e oscure radici ha il marciume morale e sociale in cui – ahiloro – si trovano a vivere.

Martedì 1 giugno

La pazza storia del mondo (M. Brooks, USA, 1981)

14.05, DT

La storia del mondo, delle sue miserie e delle sua canagliate, dalla preistoria alla Rivoluzione Francese, trasformata, come al solito in MB, in una goliardata anarchica ed irriverente. Impedibile.

A love song for Bobby Long (S. Gabel, USA, 2004)

14.00, DT

Pursy, diciottenne, eredita la casa della madre, una cantante di New Orleans che non vede da anni, ma scopre che essa, per lascito testamentario, è occupata da un professore di lettere semialcolizzato e da un suo discepolo. Ostili all’inizio, i tre scopriranno poco a poco di essere strettamente legati, e troveranno la via ognuno del cuore dell’altro. Capolavoro di un’esordiente al Sundance Film Festival, altro raffinato e delicato personaggio ‘in levare’ della bravissima Scarlet Johansson (Lost in translation), grandissima interpretazione di John Travolta. Un film ‘intimista’ e poetico, da scoprire ed amare, assolutamente imperdibile.

Mercoledì 2 giugno

The hunted (W. Friedkin, USA, 2003)

21.10, DT

The Hunted è un noioso ed inutile remake di Rambo, (la storia del reduce di guerra impazzito per le violenze viste che può essere catturato solo dal comandante-padre che lo ha addestrato), ma con una differenza: che mentre Rambo (e soprattutto il libro da cui era tratto) era un’intelligente riflessione sul dramma dei reduci da una guerra imperialista, rifiutati da quella stessa cultura e da quella stessa ‘Patria’ che li aveva mandati a morire, qui ogni ipotesi di riflessione è stata scartata a priori, e rimane solo una storia, tra l’altro anche abbastanza loffia, che serve al massimo da passerella per permettere a Benicio del Toro di portare in giro il suo volto ‘sofferente’ (?). Non solo. Oltre all’intelligenza, per strada sono andati persi anche la logica e il buon senso, per cui assistiamo ad una gustosa serie di stupidaggini. Per esempio. 1) Il protagonista impazzisce perché ha visto le violenze in guerra o perché vede gli animali uccisi inutilmente dai cacciatori? Che cos’è: il braccio armato del WWF? 2) Particolarmente assurda è la figura dell’addestratore (povero Tommy Lee Jones, che spreco) e particolarmente comiche certe situazioni e certe sue battute. Intanto, è assolutamente illogico mostrarlo come uno che rifiuta la violenza (ma poi sbatte sul tavolo la faccia di un cacciatore ‘cattivo’), che non porta armi e che ‘ne diffida’, ma che poi sa insegnare le più raffinate, violente e crudeli tecniche di omicidio esistenti. Dove le avrà imparate: sui manuali Hoepli? Divertentissima, nella prima scena nel bosco, la battuta ‘L’assassino porta scarpe a suola liscia, come queste’: manca solo ‘Elementare, Watson’, e più avanti la battutaccia strappalacrime ‘Non riuscirete a prendere il mio ragazzo’ (il colonnello di Rambo si sarà rivoltato nella tomba). 3) Si capisce immediatamente che il ragazzo vuol farsi prendere e da suo ‘padre’. Ma allora, perché l’evasione? Perché il film deve durare circa due ore? Perché avevano già pagato il maestro di arti marziali e bisognava pur utilizzarlo? Per giustificare quel cavolo di citazione biblica? Penoso.

Essi vivono (J. Carpenter, USA, 1998).

02.10, DT

Per me, il capolavoro di Carpenter, nel senso del suo film più ‘sfacciatamente’ e violentemente politico. Un disoccupato di Los Angeles, dopo aver assaggiato l’altra faccia del ‘miracolo americano’, scopre casualmente che l’umanità è dominata da alieni che, mediante messaggi subliminali, la inducono al consumismo più folle e sfrenato e all’assoluta obbedienza alle autorità. Film poverissimo, girato con quattro soldi, ma visivamente allucinante e terribilmente inquietante e profetico. Assolutissimamente imperdibile.

Mignon è partita (F. Archibugi, Italia/Francia, 1988)

19.20, DT

Fragilissima ed inconsistente storiellina sentimentale sui primi turbamenti amorosi di un adolescente romano che ospita la cuginetta parigina. Tipico esempio di cinema italiano onanistico. Una segolina semplicemente detestabile. A suo tempo, qualcuno lo ribattezzò ‘Mignotta è partita’ …

Giovedì 3 giugno

Ipotesi di complotto (R. Donner, USA, 1997)

23.35, Rete4

Un tassista di New York vive ossessionato dall’idea che ‘Il Potere’ voglia impadronirsi della sua mente per strappargli chissà quali segreti. Completamente schizzato, in apparenza uno dei tanti pazzi disperati e solitari prodotti dalla metropoli, in realtà qualche segreto lo nasconde davvero, ed anche importante. Se ne renderà conto una giovane Procuratore del Ministero della Giustizia, che accetta di credergli e di combattere con lui la sua battaglia, ignorando però contro quale pericolosissimo nemico si troverà a combattere. Thriller originale ed appassionante, che offre parecchi ed intelligenti spunti di riflessione. Mel Gibson al meglio,. Da vedere.

Il mondo dei robot (M. Crichton, USA, 1973)

01.00, DT

Rara apparizione di questo vecchio, bello ed intelligente film di fantascienza, davvero da vedere. In un futuribile parco dei divertimenti, è possibile vivere in un Far West animato da perfetti robot. Ma il meccanismo si guasta, e gli umani sono in grave pericolo.

Nessuna verità (R. Scott, USA, 2008)

21.00, DT

Dopo una serie lunghissima di film mediocri, se non decisamente brutti, lontani anni luce dai capolavori coi quali ha esordito molti anni fa, ecco finalmente un film di R. Scott che, senza essere appunto un capolavoro, è comunque un ottimo film, serio, intelligente e ben scritto. Tanto più apprezzabile se lo si confronta – il paragone è inevitabile – con una recente pellicola sullo stesso argomento – le operazioni della CIA in Medio Oriente – quel Syriana di S. Gaghan (USA, 2005) dalla sceneggiatura schizzata e scombiccherata ai limiti della comprensione. Qui invece abbiamo, prima di tutto, un’ottima sceneggiatura, estremamente complessa nello svolgersi degli eventi (le locations cambiano in media ogni dieci minuti e gli eventi sono quasi sempre frenetici), ma ordinata e rigorosa nel raccontare, che permette allo spettatore di seguire con vera passione. Ambientato ai nostri giorni in Giordania, NV narra appunto di un’operazione CIA tesa ad impadronirsi di un terrorista a capo di una cellula molto attiva, che sta martoriando l’Europa con sanguinosi attentati (una metafora di Al Qaeda, la bestia nera degli americani, i quali mai si chiedono chi abbia creato il mare in cui ora nuota agilmente quel pesce velenoso). L’uomo sembra assolutamente inafferrabile, non solo perché accuratissimamente protetto dai suoi, ma anche perché i mezzi di comunicazione che usa sono estremamente ‘primitivi’, e dunque purtroppo non rilevabili dalle incredibili tecnologie dell’intelligence USA. Così, Roger Ferris, l’agente sul campo (un bravo Leonardo di Caprio) propone a Ed Hoffman, suo capo a Langley (un bravissimo Russel Crowe, come sempre) un’operazione di infiltrazione, allo scopo di far uscire allo scoperto il terrorista. Il marchingegno avrà successo, ma Ferris vi rimarrà coinvolto molto più di quanto avesse progettato. A parte un discorso iniziale di Hoffman, ed alcune conversazioni tra lui e Ferris, il film non si schiera, e non propone alcuna ‘morale’ finale. Con grande obiettività, anche a costo di rinunciare a facili tipizzazioni, il giudizio viene lasciato allo spettatore, messo di fronte a due figure psicologicamente molto interessanti. Hoffman è un personaggio non ‘cattivo’, ma visceralmente amorale, nel quale il cinismo è, più che un mezzo, una seconda natura. Indifferente al destino degli uomini sul campo, interessato solo all’esito della missione, non prova passioni o sentimenti per nessuno (“Il ragazzo è andato”). Così pure, Ferris non incarna il suo doppio ‘buono’ (il poliziotto buono e quello cattivo). E’ solo un soldato, fedele, onesto e coraggioso, che ad un certo punto si stanca di essere usato come una pedina. Nessuna conversione politica, ideologica o ideale, in lui: solo la ‘scoperta’ della realtà, dopo tanti amici mandati a morire e una vita personale, la sua, in procinto di sfasciarsi. Insomma, un gran bel film, che vale ampiamente i soldi spesi. Un ultimo consiglio. La prossima volta che vi fermate dietro ad un albero a far pipì, guardate in alto, e se vedete qualcosa che luccica, beh, la CIA vi spia! (Per i maniaci dei ‘contenuti speciali’: le immagini dai Predator non sarebbero ‘trucchi’ cinematografici. Pare che Scott abbia avuto in ‘prestito’ dalla CIA un vero Predator per le riprese, che in effetti hanno un contenuto realistico assolutamente strabiliante).

Una lunga domenica di passioni (J-P. Jeunet, Francia/USA, 2004)

17.55, DT

Magico Jeunet, dolcissima Tautou, splendido film, che coniuga, in una sintesi magicamente riuscita, orrore per la guerra, passione e speranza, amore, poesia. Sono film, questi, che fanno bene al cuore ed alla mente, da cui si esce sì commossi, ma anche, in un certo senso, purificati, perché, ripetendo una citazione forse troppo abusata, c’è speranza se questo accade, al cinema e tra noi. La vicenda della giovane Mathilde, paziente e forte, che cerca, contro ogni ragionevolezza, il suo fidanzato svanito nella barbarie delle trincee, non è – non solo – un manifesto contro la bestialità della guerra, contro l’idiozia delle ‘patrie’ l’una contro l’altra armate. E’ anche un inno alla gioia di vivere, all’amore tra uomo e donna, alla vita nella sua semplicità e bellezza, alla bontà interiore che pur risiede nel cuore dell’Uomo, nonostante tutte le malvagità a cui esso viene periodicamente costretto. E’ dunque, anche, un messaggio di speranza. Perché se è vero che Mathilde ritroverà sì il suo Fiordaliso, ma, molto probabilmente, di lì ad una ventina d’anni, vedrà i loro figli arsi in una nuova fornace mondiale, è tuttavia altrettanto vero che è da donne e uomini come quelli proposti da questa storia che, allora e sempre, il mondo può risorgere; è dal loro quotidiano ed umile impegno che l’umanità può – se vuole – ricostruire, e, forse, scegliere un diverso futuro. Con questo film, Jeunet si qualifica definitivamente come uno dei grandi ‘poeti’ del nostro tempo. Qualcuno, credendo di fare dello spirito, ha detto che, in fondo, Mathilde è la nonna di Amélie: spirito davvero povero, che tuttavia contiene una parte di verità. C’è infatti un filo che lega questi due film, perché, appunto, in entrambi, Jeunet e la sua bellissima musa svolgono il medesimo discorso, di questa loro pura e semplice fede nella bellezza della vita e dei puri, elementari sentimenti umani. In questo senso, aver rimproverato alla Tautou di non essersi ancora liberata di Amélie è nient’altro che una sciocchezza: qui siamo di fronte ad un’artista, che interpreta un messaggio, in forme diverse, in multiformi sfaccettature: ieri Amélie, oggi Mathilde, e domani … chissà. Ma si afferma anche, Jean-Pierre Jeunet, come uno dei più raffinati e professionali registi del cinema contemporaneo. La sua maestria visiva e narrativa raggiunge qui vertici quasi incredibili. Non voglio parlare tanto dell’abilissimo uso degli effetti speciali – sarebbe troppo facile – quanto dell’impianto favolistico che egli riesce a dare a tutta la storia, il quale, lungi dallo smorzarne i toni drammatici, li stempera, invece, e per così dire li ‘allontana’, collocandoli in una dimensione ‘astratta’ che è appunto quella che permette di coniugare insieme amore ed orrore, senza che nessuno dei due livelli prevalga sull’altro. “Ti fa male quando cammini?”, dice Manech a Mathilde rivedendola, come le aveva detto tanti anni prima, quand’erano bambini. Il sangue e il dolore hanno avuto pietà di lui, l’hanno purificato, e l’hanno fatto tornare quel bambino di un tempo. C’è speranza davvero?

Mulholland drive (D. Lynch, USA/Francia, 2001)

21.00, DT

A pensarci bene, credo che nella mia – ormai, purtroppo, abbastanza lunga – carriera di cinefilo mi sia capitato non più di due volte di aver visto un film che rientra a pieno titolo nella categoria dei film-dove-non-ci-si-capisce-un-beato-c…. La prima fu nel 1965, con Alphaville, di Godard, una incomprensibile storia di fantascienza (forse), in cui un tipo deve combattere contro un gigantesco computer (pare) e non si sa cosa succede e come va a finire. Ma con MD siamo al ‘capolavoro’ puro del genere. Due ore e quaranta di immagini totalmente isolate, di storie completamente slegate le une dalle altre e assolutamente incomprensibili, di simboli del tutto indecifrabili, di atmosfere pseudoinquietanti e di inquadrature pseudoansiogene che però non dicono nulla, di assurdità incomprensibili e senza spiegazione alcuna. Due ore e quaranta di puro nonsense, in cui non prendi a calci la tv solo perché, disperatamente, speri sempre che finalmente arrivi qualcuno a raccogliere i fili e a dare un senso a tutto quell’assurdo casino, e quando ti accorgi che ti hanno solo preso per il c… ormai hai troppo sonno e devi andare a letto. Gli attori . . . ma sono lì per recitare? Naomi Watts è brava, d’accordo, ma nemmeno lei sa cosa ci sta a fare, ma Laura Elena Harring è gelida come una Playmate nel paginone centrale, e non bastano le sue belle tette a renderla sopportabile. Come sia possibile che l’autore di un film ‘perfetto’, delicato, poetico ed al tempo stesso assolutamente ‘vero’, come Una storia vera, abbia potuto dar vita a questa incredibile boiata, è uno dei misteri più insondabili della natura umana.

Waterworld (K.Reynolds, USA, 1995)

16.30, DT

In un lontano futuro post-atomico l’acqua ha ricoperto tutto, meno una terra introvabile. La cercano una specie di mutante ed una bambina, cercando di sfuggire ad una banda di barbari cattivi. Costosissimo e noiosissimo flop, anche economico, di Kevin Costner. Ma quand’è stata l’ultima volta che ha fatto un bel film?

Stand by me (R. Reiner, USA, 1986)

19.25, Sky

Quattro ragazzini partono per un viaggio lungo il fiume. Hanno sentito dire che, qualche chilometro a valle è incagliato il cadavere di un loro amico annegato, e vogliono provare il brivido della morte, ma invece l’avventura si trasformerà in un viaggio di formazione, una poeticissima, dolente ed immensamente struggente meditazione sul passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Capolavoro poetico e di introspezione, e rara occasione per godere della presenza di Richard Dreyfuss, attore grandissimo e misconosciuto: per apprezzarne la raffinatissima sensibilità, guardate l’ultima scena, completamente ‘muta’, a parte la voce narrante. Assolutissimamente imperdibile.

Venerdì 4 giugno

Rappresaglia (J.P. Cosmatos, Italia/Francia, 1973)

14.05, DT

Una ricostruzione lucida e rigorosa dell’attentato di via Rasella a Roma, il 23 marzo del 1944, e dell’infame rappresaglia nazista che porto 335 innocenti ad essere assassinati alle Fosse Ardeatine.

La fortezza (M. Mann, USA, 1983)

22.50, DT

Non l’ho mai visto, ma: 1) guardate chi lo firma: basta e avanza. 2) Ho letto il magnifico horror da cui è tratto (P.F. Wilson, La Fortezza, Mondadori, 1981), che è, ve lo dico da intenditore, un piccolo capolavoro. Durante la Seconda Guerra Mondiale, un battaglione tedesco occupa la desolata fortezza di Passo Dinu, in Romania, ma, una notte dopo l’altra, un essere invisibile ma ferocissimo massacra e strazia i soldati. Le SS si rendono presto conto che il nemico contro il quale devono combattere è ben altro, ed infinitamente più pericoloso di un partigiano, e il loro comandante sarà costretto a chiedere aiuto ad un vecchio ebreo, esperto di folklore locale.

Non ho il Digitale Terrestre: se qualcuno volesse registrarmelo e mandarmelo, glie ne sarei grato in questa e nelle prossime incarnazioni.

Piccolo Buddha (B. Bertolucci, GB/Francia, 1993)

21.00, Sky

Assieme ad Ultimo tango a Parigi e Novecento, certo il miglior film di Bertolucci, che proprio quest’ultimo ricorda per la gioia e la semplicità del narrare. Jesse, bambino americano di Seattle, viene contattato da alcuni lama bhutanesi perché, secondo i loro calcoli, egli potrebbe essere il tulku, la reincarnazione di un lama morto otto anni prima. Dapprima diffidente e scettica, poco per volta anche la famiglia di Jesse si fa coinvolgere in questo, che non sarà solo un viaggio nello spazio ma anche all’interno del loro animo. Parallelamente, a Jesse ed allo spettatore viene raccontata la vicenda del Principe Siddharta, il Buddha (565-486 a.C. circa), sotto forma di una splendida fiaba che stempera sì nella dimensione mitica e favolistica la vicenda dell’Illuminato, senza però alterarne gli insegnamenti di fondo. Non un film ‘per convertire’, ma certo un film che esprime profondo rispetto per una tradizione ancor oggi vivissima (alla quale, con mia profonda gioia, io ho aderito), e che, conseguentemente, non propone nessun happy end, ma una conclusione davvero ‘meditativa’, sulla quale ognuno viene lasciato libero di riflettere. Assolutamente imperdibile.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: