Pubblicato da: giulianolapostata | 29 maggio 2010

“Il vento fa il suo giro”, G. Diritti, Italia, 2005

E’ impossibile, vedendo questo capolavoro di Diritti – ché di puro capolavoro si tratta, non di un ‘bel film’: occorre dirlo subito – è impossibile, dicevo, che la memoria non vada ai due bei romanzi di Marcel Pagnol (1895-1974), Jean de Florette e Manon des Sources, ai due film che l’autore stesso ne trasse (Ugolin e Manon des Sources) e ai bei remakes che ne fece Claude Berri nel 1986, con gli stessi titoli dei romanzi. Là la vicenda era quella di un ‘cittadino’, una specie di intellettuale roussoviano, che decide di trasferirsi con la famiglia a vivere in Provenza a fare il contadino. Dovrà però combattere, oltre e più che con la terra magra e la siccità, con l’odio ottuso dei contadini locali per lo ‘straniero’, odio che lo porterà alla morte. Nel Vento, la situazione è apparentemente ribaltata. Philippe è sì anch’egli un intellettuale, ma da tempo ha abbandonato la scuola (“Troppe cose inutili si insegnano ai bambini”) ed è andato sui Pirenei, a fare il pastore di capre e il produttore di formaggio. Quando la minacciata costruzione di una centrale nucleare lo mette in allarme, decide di trasferirsi ancora e sceglie il paesino di Chersogno, nelle Alpi Occitane italiane (il film è quasi completamente parlato in lingua d’Oc, con sottotitoli in italiano), nell’alta Val Maira, in provincia di Cuneo. Chersogno è un paese di vecchi, che rinasce solo per una quindicina di giorni d’estate, quando i figli tornano a villeggiare. L’unico ‘patrimonio’ dei pochi abitanti è il mito della solidarietà contadina che legava le famiglie ai tempi della guerra e prima, quando molti beni erano in comune ed anche molti lavori venivano svolti collettivamente. In teoria, dunque, Philippe dovrebbe inserirsi perfettamente in questo ambiente, tra queste persone i cui nonni ed anche padri sono stati anch’essi pastori. Tuttavia non è così. Ad un’accoglienza iniziale festosa e cordiale, ma già venata di diffidenza, si sostituisce poco a poco il rifiuto, e poi l’odio vero e proprio per il ‘diverso’. Molte sono le caratteristiche che rendono Philippe estraneo ai locali:  prima di tutto, forse, proprio quella di aver recuperato un mestiere che essi hanno abbandonato, quando non addirittura rifiutato. E poi c’è la sua visione del mondo, il suo essere libero, coraggioso, entusiasta, fiducioso nel proprio futuro, quando tutti in paese sembrano aver scelto di lasciarsi vivere. Philippe non crede a questo mito della solidarietà e tolleranza occitanica. “Non mi piace la parola ‘tolleranza’” dice. “Se tu ‘tolleri’ qualcuno o qualcosa significa che non lo consideri uguale. L’uguaglianza nasce solo dalla convivenza e dalla condivisione”. Contro questa nuova famiglia di ‘intrusi’, nasce quindi in pochi mesi tutta una fitta rete di meschine e vili calunnie nutrite solo di parole vuote; di dispetti; di allusioni. Fino alla violenza, che scaccerà sì ‘finalmente’ il ‘foresto’, ma spezzerà anche la falsa armonia di una comunità che ha scelto di non aprirsi e di tenere invece il più possibile nascosti i propri mali. Il Vento è un film che non si guarda ‘volentieri’. Il Male che esso mostra non è infatti superomistico, sovrumano, ‘eroico’, sì che possiamo distaccarcene, oggettivarlo, emotivamente e razionalmente, e così facendo considerarlo come ‘lontano’ ed in un certo senso estraneo. E’ invece profondamente ‘normale’, quotidiano, ‘naturale’ (in altro contesto, storico ed antropologico, è il concetto espresso da Hannah Arendt nel suo celebre “La banalità del Male”): ci par davvero di ‘riconoscerlo’, di averlo subito o magari anche – chissà, forse ‘incoscientemente’ – agito, e questo sentimento suscita in noi un malessere profondo ed umanissimo. Metafora dunque non solo del nostro vivere quotidiano e contemporaneo, ma anche del nostro esistere come esseri umani, il Vento è un film semplicemente perfetto, raccontato con una misura sublime, in cui non esiste scena, movimento, inquadratura anche di pochi istanti che non sia essenziale. Descritto con una fotografia plastica e limpida, che mostra a tutto tondo corpi e sentimenti, senza mai idealizzare. Recitato da uno splendido Thierry Toscan – misurato, intenso, umanissimo e vero – e da una corte di attori non professionisti dall’abilità eccezionale: in alcuni casi, veri e propri attori nati, come la malgara che litiga per la legna con Philippe. Molto brava anche la bellissima Alessandra Agosti, ma forse ‘troppo bella per essere la moglie di un pastore’, e soprattutto troppo ‘misteriosa’ in una realtà in cui, almeno apparentemente, quel che si ha in cuore si ha in bocca. Girato con un budget limitatissimo, in parte autofinanziato, distribuito in Italia in 4 (quattro!) copie, il Vento è riuscito tuttavia a conquistarsi l’ammirazione di migliaia di spettatori, in un passaparola sotterraneo che non è ancora finito. Rimane una considerazione finale, e cioè di come sia mai possibile che un regista praticamente esordiente sia riuscito a produrre un’opera così assolutamente bella, che sembra frutto di anni ed anni di intensa professionalità (Ermanno Olmi è l’unico termine di paragone che mi viene alla mente): i miracoli, al cinema, qualche volta succedono.

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