Pubblicato da: giulianolapostata | 26 maggio 2010

“Amore e altri crimini”, S. Arsenijevic, Austria/Germania/Slovenia/Serbia, 2008

Questo è cinema, quello vero, quello che non ha bisogno di inventare pianeti lontani anni luce per raccontare mondi strani e fantastici. Gli basta, come in questo caso, spostarsi di nemmeno mille chilometri, fino a Belgrado, oggi, e scoprire come, in mezzo ai giganteschi falansteri eredi del realismo socialista, si nascondano esseri bizzarri e fantastici più di qualsiasi extraterrestre. Quello che non ha bisogno nemmeno di andare a cercare incredibili sogni e mirabolanti avventure in menti aliene, perché sa che in nessun luogo come nell’animo umano si nascondono inimmaginabili tragedie, passioni sfrenate, desideri strazianti e sogni impossibili. Quello cui non servono minimamente megagalattici computer e orge di effetti speciali, o chissà quante dimensioni: gli bastano un metal detector che si accende da solo, un tavolino d’aereo che si apre senza motivo, per farci balzare il cuore nel petto. Questo è il cinema di Arsenijevic, che in questa sua opera prima (!) scrive un piccolo e sommesso capolavoro. Nella periferia che egli racconta, tutti sembrano avere un sogno nel cuore, tutti trascinano la propria spenta routine in attesa di una speranza che non verrà mai, è vero: ma il fatto che lo sappiano non ne diminuisce la bellezza. Così la vecchia nonna di Anica, nel suo anonimo ricovero per vecchi. “Voglio una vita nuova” dice Anica stringendola a sé, “Anch’io” le risponde lei, sorridendo dolcissimamente. Così Milutin, piccolo malavitoso di periferia, più valvassino che criminale, che tra una ‘riscossione’ e l’altra coltiva il sogno di una donna che non vuol più vederlo da diciassette anni, ma che, lui ne è convinto, lo ama ancora. Così è per Stanislav, giovane tirapiedi di Milutin, che lo aiuta nelle sue piccole estorsioni di quartiere, cercando di fare la faccia feroce per convincere almeno gli altri, dato che non è mai riuscito a convincere se stesso. “Sono solo un ragazzino” si dice, e gli ripetono tutti quanti. Ma lui lo sa cosa vorrebbe fare ‘da grande’: l’illusionista, quello che fa apparire e sparire le cose, e si esercita, soprattutto a realizzare l’esercizio più difficile di tutti: far sparire se stesso. Così anche è per sua madre, vecchia e sfiorita artista di café chantant, che ogni sera si ostina a riproporsi in un ristorante con le sue vecchie canzoni. Nessuno la vuole, nessuno l’ascolta, e Stanislav è costretto a pagare il padrone perché la lasci cantare. E lei è felice, e mentre si trucca nel retro, tra cavolfiori e pomodori, sogna di quando era una grande artista a Parigi, ed aveva il suo psichiatra personale. Vero? Chissà. Ma non importa: di sogni si vive, se non c’è altro. Ma soprattutto, il sogno più grande di tutti è quello di Anica, l’amante di Milutin: andarsene, tornare in quella Russia da cui era venuta da ragazzina in cerca di fortuna, costruirsi, appunto, “una nuova vita”. Partirà stasera – il film è una splendida giornata, dal mattino fino a sera tardi – dopo aver svuotato la cassaforte di Milutin, dopo aver salutato tutti, dopo aver sistemato ogni pendenza: “Como si fuera esta noche/la ultima vez”. Ma c’è una cosa che non ha messo in conto: Stanislav. Stanislav, il ‘ragazzino’, che da quando aveva quattordici anni la spia dalla finestra, e sogna di lei, ed è innamorato di lei. Stanislav, davvero come un ragazzino, le confessa il suo amore, le chiede sì di fuggire, ma di fuggire con lui, e questo la turba immensamente: e perché questo sassolino rischia di bloccare tutto il perfetto ingranaggio della sua fuga e perché lei stessa, pur inseguendo questa fantomatica nuova vita, dà l’impressione di non credere molto che esista davvero, e soprattutto di non credere che possa chiamarsi amore. Uno solo, in quel piccolo mondo, non ha sogni, e si legge nei suoi piccoli occhi da topo, freddi e malvagi: e sarà lui, conseguentemente, a spegnere i colori di chi invece sogna davvero. Le bellissime inquadrature dei giganteschi condomini, benissimo fotografate da Arsenijevic, formano come le quinte sempre cangianti di un palcoscenico su cui si srotolano e s’intrecciano tute le piccole ed immense esistenze dei tanti personaggi che questo poeta dei sentimenti nascosti mette in scena. Quando il suo film è uscito, nell’estate del 2009, nessuno ha detto che sarebbe stato il film che avrebbe cambiato la storia del cinema, anzi, nessuno ne ha parlato proprio, e lo hanno condannato alla quasi invisibilità. Ma – credetemi – se il cinema continuerà ad emozionare e commuovere, e ad avere un futuro, sarà per le ‘piccole’ opere di artisti come questo.

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