Pubblicato da: giulianolapostata | 22 maggio 2010

Multivisioni, 17 maggio 2010

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza” – R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente” – Q. Tarantino

 “Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese” – L. Wittgenstein

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  Sabato 22 maggio

I Fidanzati (E. Olmi, Italia, 1963)

Rai1, 02.15

Non l’ho mai visto, ma un film di Olmi si segnala sempre, a priori. E congratulazioni a voi se riuscirete a restar svegli fino alle quattro di mattina per vederlo: il vostro Karma indubbiamente ne guadagnerà.

Battaglia per la Terra (R. Christian, USA/Canada, 2000)

02.20, Italia1

In un lontano futuro, gli umani sono tenuti in schiavitù dagli alieni cattivi, ma un eroe senza macchia e senza paura lotta per la libertà. Grottesco ed invedibile pastrocchio prodotto, voluto ed interpretato da J. Travolta, che lo ha tratto da un romanzo di Ron Hubbard, fondatore di quella setta di sconvolti che è Scientology, di cui lui e il bel (?!) Cruise sono adepti. E pensare che, se non si beve il cervello con quelli lì, è anche bravo davvero (vedi Bobby Long).

Pleasantville (G. Ross, USA, 1998)

23.00, DT

Un adolescente dei nostri giorni viene risucchiato dalla TV in una sit-com ambientata negli anni Cinquanta, nella zuccherosa, perfetta ed ‘anorgasmica’ cittadina di Pleasantville. Un po’ per volta i due sconvolgono gli schemi di quell’universo artefatto introducendovi emozioni, passioni, dolore, amore, vita. Una ‘commedia’ intelligente, poetica e malinconica, che ha molti padri – Edward Mani-di-forbice, T. Burton, USA, 1990 ed anche The Truman show, P. Weir, USA, uscito curiosamente nello stesso anno – ma che svolge il tema della nostalgia con originale delicatezza. Da vedere.

L’avvocato del diavolo (T. Hackford, USA, 1997)

16.25, DT

Un giovane avvocato senza scrupoli – ha appena fatto assolvere un viscido pedofilo – riceve una ricchissima ed inspiegabile offerta per entrare a far parte di un prestigiosissimo studio legale di New York. All’inizio crederà di aver realizzato tutti i suoi sogni, ma ben presto scoprirà di quanto Male sia intessuto il suo lavoro quotidiano, e quale oscuro passato abbia presieduto alla chiamata. Bravo Keanu Reeves, ma eccezionale Charlize Theron nella parte della giovane moglie cui pian piano viene succhiata l’anima, e semplicemente strepitoso – of course – Al Pacino nella parte del Maligno. Con splendidi effetti speciali, ed una bellissima citazione della Tentazione di Cristo dai Vangeli. Imperdibile.

Gran Torino (C. Eastwood, USA, 2008)

21.00, DT

E’ perfino difficile parlare di un film come questo, tanto il suo discorso è semplice, elementare, ‘didascalico’ nel senso migliore del termine. Verrebbe voglia di dire: andatevelo a vedere, e basta. O meglio, andatevelo a vedere, e poi quando uscite pensate alle ronde antiimmigrati, pensate ai linciaggi ai rumeni, pensate ai ‘negri’ bruciati vivi, pensate alla barbarie quotidiana che da mesi ed anni ormai respiriamo in questo dannato Paese. E pensate anche che questo film ci viene dall’America del Ku Klux Klan, ma anche da quella che ha appena eletto un nero alla Presidenza. E allora chiedetevi – e non saprete darvi una risposta – chiedetevi perché tutta l’acqua di sentina dell’Occidente pare essersi riversata qui da noi; chiedetevi perché i suoi rivoli scorrano tranquillamente nelle strade e tutti ci sguazzino dentro trovandolo naturale, e, come diceva B. Brecht, “Quello che accade ogni giorno/non trovatelo naturale./Di nulla sia detto: ‘E’ naturale’/in questo tempo di anarchia e di sangue,/di ordinato disordine,/di meditato arbitrio,/di umanità disumanata”. Walt Kowalsky è, come il suo cognome denuncia chiaramente, di origini polacche, ma è americano D.O.C.: negli anni Cinquanta volontario in Corea, poi per trent’anni operaio alla Ford, oggi vive in un modesto ex quartiere di operai: ex, perché gli americani ‘veri’, e bianchi, se ne sono andati tutti, sloggiati dagli Hmong, un’etnia indocinese paracadutata – è proprio il caso di dirlo – negli USA dopo il Viet-Nam. Ma Kowalsky di loro e della loro storia non sa nulla e non vuol sapere nulla: per lui sono solo “musi gialli”, gli stessi che ha ammazzato in Corea e che intende ammazzare di nuovo, se entrano nella sua proprietà, e anche con lo stesso fucile, che conserva perfettamente efficiente. Un altro simbolo della sua esistenza conserva Kowalsky, gelosamente: una splendida Ford Gran Torino del ’72, che lui stesso ha montato, da allora chiusa nuova fiammante in garage. E’ più/meno/altro che razzismo, quello con cui Walt si rapporta col mondo: è che nel mondo non c’è niente che gli vada bene, nemmeno più in America: non i suoi figli, che vendono macchine giapponesi, vogliono rinchiuderlo in ricovero e fregargli quel poco che ha, non sua nipote, che si presenta al funerale della nonna col pancino scoperto, il piercing e il cellulare alla fondina, non il suo quartiere decadente e in rovina, percorso da gangs giovanili, naturalmente non bianche. Ma un incidente – un accidente dell’esistenza – obbliga Walt ad entrare in contatto con gli odiatissimi musi gialli, lo costringe, letteralmente, ad entrare in relazione con loro, nonostante egli si contorca e si divincoli con tutte le sue forze per sottrarsi a quel rapporto. Il risultato sarà sconvolgente, in questi che, come scopriremo presto, sono gli ultimi giorni di Kowalsky. Giorno dopo giorno, egli si scoprirà ‘parente’ di quella gente come mai si è sentito prima nei confronti, per esempio, dei suoi familiari; scoprirà quanto simili fossero lui e la vecchia Hmong che, entrambi senza capirsi, rintanati sotto la loro veranda sibilavano l’uno verso l’altro le stesse parole di odio e di intolleranza; scaverà finalmente, dentro di sé, quel nocciolo oscuro di dolore che lo avvelena da sempre. Non è un’anima malvagia, infatti, quella di Kowalsky: è un’anima che invece dal male e dal rimorso è stata ferita e avvelenata, ed ha tentato di reagire con gli unici mezzi che conosceva: il facile razzismo da bar, troppe birre bevute e troppo poche parole scambiate. Talmente connaturato è, in lui, questo stile di vita, che anche l’affettuosissimo rapporto con l’amico barbiere si trasforma in uno scambio soffocante di insulti etnici e maschilisti. Ma quanto questi nascondano, in realtà, un rapporto intenso, fatto di profonda stima e rispetto, lo rivela poi l’esilarante ‘lezione di parolacce’ che i due impartiscono al giovane Thao, in cui la loro coprolalia scende (o trascende?) a livelli di pura, innocente e ludica infantilità. Perché non è il rifiuto della vita, ad avere avvelenato l’esistenza di Walt, ma l’orrore della morte: quella che egli stesso ha dato in Corea ai famosi “musi gialli”, e la cui stupida inutilità ancora lo perseguita. Col passare delle settimane, questo tumore ardente viene a galla, finalmente, e Walt può riconoscerlo e decidere cosa farne, ora che la resa dei conti si avvicina. Può prendere un’altra volta il fucile, uccidere, ‘fare giustizia’ (vi pare di averla già sentita, questa?), cancellare i cattivi di turno dalla faccia della terra (aspettando che se ne presentino altri, e poi altri ancora); oppure può provare a trarre una ‘morale’, una filosofia di vita dalla propria esperienza, e provare ad insegnarla agli altri, in un modo assolutamente incredibile, che mai ci aspetteremmo. Così scorre, fotogramma dopo fotogramma, un film che è una lezione di vita, ma anche – è cinema, non dimentichiamolo – un’opera di genio. Un film che, perciò, impartisce la sua lezione proprio coi tempi e gli strumenti della costruzione filmica; così, proprio quando noi spettatori per primi siamo lì, assatanati, a desiderare di spazzar via i cattivi a fucilate, un coup de théatre come solo appunto un genio di ottant’anni può immaginare ci fa ringoiare tutta la nostra rabbia, e ci suggerisce che un’altra vita è possibile, altri rapporti, altri valori fondanti. Un film da mostrare a scuola: sempre che insegnanti e genitori non si scandalizzino per le parolacce …

Crossing over (W. Kramer, USA, 2009)

21.00, Sky

L’aspirazione al Sogno Americano non è solo prerogativa, come saremmo portati a pensare, di miserabili dalla pelle di strani colori, disposti a rischiare la vita nel deserto per passare il confine tra Messico e Stati Uniti. Certo, prima di tutto c’è la storia della messicana Mireya Sanchez (Alice Braga), per cui il limbo della clandestinità significa la differenza tra la vita e la morte non solo sua, ma del suo bambino. Ma ci sono anche altre opzioni, davvero insospettabili. C’è per esempio quella di Claire Shepard (la bellissima, e brava, Alice Eve), un’attricetta australiana che per avere la Green Card, che le consenta di scalare il mondo dello spettacolo USA, è disposta a tutto: a comprare documenti falsi da un losco trafficante, ma anche a prostituirsi a Cole Frankel (un bravissimo Ray Liotta), funzionario dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement), che ha il potere di rilasciarle quel magico documento. C’è l’iraniana Zahra Baraheri (Melody Khazae), la cui famiglia è da molto tempo integrata nella società americana, tanto che tra pochi giorni celebrerà il rito laico della naturalizzazione, ma che non è disposta a tollerare che, per Zahra, integrazione sia divenuto sinonimo di emancipazione e liberazione personale. C’è l’adolescente bangla Taslima Jahangir (Summer Bishil), che a quel sogno pare aver creduto troppo letteralmente, senza rendersi conto che la libertà di pensiero e di parola, di questi tempi, anche nella ‘libera’ America è diventata un concetto molto relativo. C’è il giovane coreano Yong Kim (Justin Chon), che per arrivare più in fretta a quel sogno vuole percorrere la strada più facile, quella del crimine, come, del resto, proprio i film americani gli hanno insegnato. E c’è anche Max Brogan (un bravo e ‘dimesso’ Harrison Ford), agente dell’ICE addetto ai ‘rastrellamenti’, che assiste impotente e contro il suo stesso animo a tutto quel dolore. Destini che si incrociano e si sfiorano – ma non si intersecano, e la più colossale scemenza che sia stata detta su questo film è che appartenga alla ‘scuola’ di Guillermo Arriaga o Paul Haggis – in un film che non fa ‘filosofia’, ma racconta l’inutile stupidità della quotidiana caccia ai clandestini (e non è un caso, l’ho già scritto altrove, che in inglese vengano chiamati ‘aliens’), tra burocrati ottusi o di buon cuore, a seconda di come vuole la sorte, fili spinati e centri di detenzione, ‘rondisti’ più o meno stupidi e violenti. Una caccia fin troppo facile, quasi ‘da riserva’, perché le pattuglie dell’ICE vanno a colpo sicuro e sanno dove trovarli: nelle fabbriche, a produrre ricchezza per rendere il sogno americano ancora più sfavillante. E fateci caso: quando i poliziotti li inseguono, i padroni di quelle fabbriche non si vedono mai: solo si vedono i migranti, fuggire tra gli scatoloni come topi impazziti che cerchino un riparo dal falco. Pur non possedendo la poesia e la profondità antropologica di L’ospite inatteso (T. McCarthy, USA, 2008) o la lucida freddezza di Frozen river (C. Hunt, USA, 2008), Crossing over è un film ‘modesto’ ma interessante e ben fatto, che merita di essere visto e conosciuto, cosa che l’uscita alla fine di giugno 2009 certo non gli ha permesso.

Ad ovest di Paperino (A. Benvenuti. Italia, 1982)

17.35, Sky

Tre ragazzi attraversano Firenze passando da un’avventura ad un’altra, sempre in un clima di surreale poesia e di malinconica umanità. I vecchi Giancattivi – chi se li ricorda ancora? – in un film lieve e magico. Imperdibile.

Domenica 23 maggio

Cuori ribelli (R. Howard, USA, 1992)

16.30, Canale5

Alla fine dell’Ottocento partono dall’Irlanda un povero contadino e la figlio del latifondista che l’ha ridotto in miseria. Spinti dallo stesso ‘cuore ribelle’ sbarcheranno nel Nuovo Mondo, in cerca di nuove terre su cui costruirsi un destino. A parte il piccolo particolare che quelle ‘nuove terre’ erano il frutto del più grande genocidio della Storia, quello di decine di milioni di Amerindi, questa è una soap insopportabile, cui assestano il colpo di grazia le interpretazioni del tutto inespressive di Tom Cruise e Nicole Kidman. Molto, molto difficile reggere fino alla fine.

Gunny (C. Eastwood, USA, 1986)

23.30, Rete4

Lo stereotipo del sottufficiale addestratore rude e rozzo, che però è un perfetto demiurgo di baldi ufficiali – già visto nel bell’Ufficiale e gentiluomo (T. Hackford, USA, 1981) – viene riproposto da Eastwood con sobrietà ma soprattutto con ironia, in un film solo apparentemente ‘militarista, e che invece confina piacevolmente con un intelligente studio di carattere. Da riscoprire.

I Goonies (R. Donner, USA, 1985)

21.00, DT

Nella cittadina costiera di Goon Docks (da cui l’appellativo di Goonies, che – e vedrete quant’è vero! – significa anche ‘strambo, svitato’) sette ragazzini scoprono una mappa che dovrebbe portarli ad un favoloso tesoro di pirati, di cui avrebbero un gran bisogno per salvare dalla rovina il padre di uno di loro. Purtroppo si uniscono alla caccia i membri di una locale famiglia di mafiosi, cattivissimi,  col loro fratello ‘scemo’, ma buono e simpaticissimo. Tra caverne e cunicoli si dipana un’avventura che unisce ‘meraviglie’ da Disneyland ad autentiche atmosfere da favola. Prodotto da Spielberg – e si capisce perché – un film poetico, divertentissimo e pieno di ‘buoni sentimenti’, che davvero i bambini (ed anche gli adulti!) non dovrebbero perdere.

Django (S. Corbucci, Italia/Spagna, 1966)

21.00, DT

Liberatosi finalmente dello pseudonimo (Sidney Corbett) con cui aveva firmato i precedenti film, Corbucci firma qui anche la sceneggiatura per uno dei capolavori minori del western all’italiana. Agli antipodi di Sergio Leone, Corbucci disegna quasi un antieroe, con gli stivali sempre immersi nel fango, e nei cui vestiti par di sentire la puzza di sudore e di stantio. Pur essendo estremamente violento, Django si muove come in una bolla di immaterialità, quasi ai limiti dell’iperrealismo. Fu il capostipite di una fortunatissima e lunghissima serie. Da non perdere.

Ghost dog (J. Jarmusch, USA, 1999)

23.15, Studio Universal

Splendido noir americano sulla vita di un killer, che però non uccide per denaro, ma per fedeltà personale al ‘Capo’. Vive in monacale povertà, come un antico samurai, e dei samurai studia le opere e pratica le arti marziali. Unica compagnia, quella dei suoi piccioni viaggiatori. Ma quando viene tradito, allora la sua furia si scatena, passando per la distruzione del ‘nemico’ fino all’autodistruzione. Film coltissimo e raffinato, sublime capolavoro, poema zen, gelida, commovente ed elegantissima elegia dell’esistenza e dell’assurdo. Assolutissimamente imperdibile.

Syriana (S. Gaghan, USA, 2006)

21.00, DT

Se volevamo capire “di che lacrime grondi e di che sangue” il nostro benessere, da quale abisso di violenza e di corruzione provengano la benzina con cui facciamo funzionare i nostri stupidissimi Suv o il gas con cui surriscaldiamo le nostre case; se, al di là dei rutti mentali di Roberto “Grunt” Calderoli, desideravamo studiare le ragioni profonde, l’humus da cui trae origine il terrorismo islamico, bastava prendersi una raccolta di giornali, o un testo di storia contemporanea, e andare a ripassarsi, per chi non la conoscesse già, qual è stata la ‘politica estera’ – chiamiamola così – di Stati Uniti ed Europa nel Medio Oriente dalla fine della guerra ad oggi. Sarebbe stato sufficiente, e soprattutto ne avremmo ricavato una visione organica, logica e chiara: quello che, invece, è praticamente impossibile tirar fuori da questo film farraginoso, schizzato, complicato invece di essere complesso, e soprattutto privo di qualsiasi pathos. Un film che molto spesso non sembra nemmeno un film, quanto piuttosto un collage di spezzoni documentari della CNN; un film che, con buona pace dell’esilissimo filo conduttore costituito dai personaggi di Clooney e Damon, si ha spesso l’impressione che potrebbe essere rimontato all’incontrario, il secondo tempo prima del primo, o in modalità random, ché tanto non se ne accorgerebbe nessuno; un film che non è nemmeno noioso, tanto è assente qualsiasi struttura ‘narrativa’ su cui esercitare la nostra attenzione. A parte l’interpretazione davvero loffia di Clooney, imbambolato dall’inizio alla fine nella stessa inespressiva espressione, è difficile persino parlar male (o bene?) degli attori, tale è la velocità con cui ci passano davanti agli occhi, ché quasi è impossibile riconoscerli. Come pure, appunto, è praticamente impossibile ‘farsi un’idea’ della situazione dalla mole di informazioni che il film propone, e che ci vengono sparate addosso a ritmi folli, senza che si abbia il tempo di effettuare nessi o riflessioni. Semplicemente un brutto film, mal raccontato, malissimo scritto, sul quale si spera che scenda presto un giusto silenzio.

Lenny (B. Fosse, USA, 1974)

23.55, Sky

Rara occasione per rivedere questa bellissima biografia di Lenny Bruce, ‘comico’ troppo intelligente e provocatorio per l’America degli anni Sessanta, sistematicamente perseguitato dalla polizia – ufficialmente per le sue parolacce sul palco, in realtà per la provocatorietà antiborghese delle sue performances – e ‘suicidato’ con l’eroina a soli quarant’anni. E’ il destino, in USA, di tutti gli autentici ribelli, come ad esempio John Belushi, fino ad un certo punto tollerati e magari anche idolatrati, ma poi, quando cominciano a rompere davvero, indotti all’autodistruzione. Dustin Hoffman giovane e magnifico, come sempre. Imperdibile.

Ogro (G. Pontecorvo, Italia/Francia/Spagna, 1979)

22.40, Sky

Il 23 settembre 1973 un attentato dell’ETA tira giù dalle spese Luis Carrero Blanco, capo del governo di Francisco Franco, detto Ogro, ‘l’Orco’, per i suoi trascorsi sanguinari durante gli anni della dittatura fascista Ottimo film d’azione di Pontecorvo, rigoroso e asciutto come tutti i suoi bellissimi film. Assolutamente imperdibile.

Lunedì 24 maggio

Highwaymen (R. Harmon, USA, 2003)

21.10, DT

Dello stesso regista del bellissimo The Hitcher (1986) è la storia di un uomo alla ricerca di un serial killer psicopatico su ruote, che gli ha ucciso la moglie. Anche qui, buone atmosfere e belle scene ‘di strada’, ma la costruzione dei personaggi è troppo schematica e stereotipa. Comunque un film interessante, da vedere.

Vivere e morire a Los Angeles (W. Friedkin, USA, 1975)

22.40, DT

Per vendicare la morte di un collega, un agente dà la caccia ad un falsario, accettando di violare qualsiasi regola e rendendosi così ‘uguale’, eticamente e ‘culturalmente’, ai criminali che sta combattendo. Uno dei più cupi e pessimisti polizieschi mai girati, in una Los Angeles che la fotografia rende desolata e disperata, ed anche uno dei più spettacolari: l’inseguimento in macchina contromano è forse il migliore della storia del cinema. Benissimo ha scritto M. Morandini: “Poche altre volte era stato rappresentato con altrettanta concretezza il regno di Mammona sulla terra”. Assolutissimamente imperdibile.

Operazione Valchiria (B. Singer, USA, 2008)

21.00, DT

Una bella e nobile storia, come sempre nobile e bella è la vita di coloro che ad un certo momento decidono di combattere battaglie ‘folli’, e di rischiare tutto ciò che hanno, persino la propria famiglia, quando sentono il dovere di opporsi alla ferocia ed all’assassinio elevato a sistema. Così fu per Claus von Stauffenberg, giovane ufficiale tedesco (era nato nel 1907) nella Seconda Guerra Mondiale. Fin dall’inizio contrario alla guerra, e per questo ‘esiliato’ su fronti scomodi, Staufenberg viene richiamato a Berlino dopo gravi ferite, il che gli acquista la simpatia del Fuehrer. Ma le opinioni di Stauffenberg non sono cambiate. Anzi: il prosieguo della guerra gli mostra con sempre maggior evidenza come non solo la Germania, ma l’intera Europa si stiano avviando verso un baratro spaventoso. Contattato da un gruppo di ufficiali che hanno organizzato l’ennesimo complotto per uccidere Hiltler (quindici ne vennero attuati, e tutti falliti), Stauffenberg ne diviene in breve tempo il leader. E’ lui a pensare, per prendere il potere dopo la morte del Fuehrer, di servirsi delle stesse strutture organizzate proprio da Hitler per prevenire un colpo di stato, appunto l’Operazione Valchiria. Sarà ancora lui a portare la bomba nella sala riunioni ove si trova Hitler. Dopo aver assistito all’esplosione, corre a Berlino per dare il via al suo piano, ma non sa che il Fuehrer non è morto. Dopo le prime ore di successi, la notizia si spande e poco a poco Stauffenberg e i suoi si ritrovano soli. Arrestati dalle S.S., saranno tutti impiccati o fucilati. “Volevamo dimostrare al mondo che non siamo tutti come lui”, dice ad un certo punto uno dei congiurati, ed effettivamente la loro vicenda è una medaglia fulgida sul petto della Germania di quegli anni.  La narrazione si limita ai fatti, asciutta e senza divagazioni, convinta che i fatti parlino da soli alto e forte. Tom Cruise, forse ‘trasfigurato’ dal personaggio che interpreta, evita qualsiasi gigioneggiamento, e crea una figura vera e drammatica. Ottimo anche il resto del cast.

Apocalypse now (F.F. Coppola, USA, 1979)

23.00, DT

Celeberrimo e – con tutto il rispetto per il Maestro – spaventosamente noioso. Sembra incredibile, soprattutto quando si legge che la sceneggiatura è del sulfureo J. Milius, eppure la vicenda del capitano che deve raggiungere ed eliminare il colonnello Kurz – che in un fiume della Cambogia ha creato un suo personale regno di morte – si trascina pesantemente per due ore e mezza, e nemmeno la ‘gigantesca’ presenza di Marlon Brando riesce a darle vita. Joseph Conrad declina ogni responsabilità.

Gangsters (O. Marchal, Francia/Belgio, 2002)

00.25, Sky

Frank (un bravissimo Richard Anconina, che dev’essersi studiato tutti i film di Al Pacino) e Nina (Anne Parillaud, triste e bella da morire) sono due poliziotti, infiltrati nella mala per scoprire un giro di colleghi corrotti. Quando vengono arrestati, subiscono ogni sorta di umiliazioni pur di non scoprirsi e di raggiungere l’obiettivo. Ci riusciranno, rischiando quasi di perdere se stessi, ma nell’amore reciproco riusciranno a trovare la catarsi per lasciarsi cadere di dosso tutto il fango accumulato. Certo non siamo all’altezza dei due successivi capolavori di Marchal – 36 Quai des Orfèvres (2004) e L’ultima missione (2008) – ma comunque questa è una tappa importante della maturazione di questo bravissimo regista francese, ex poliziotto, che poco per volta ha imparato a scriversi le sceneggiature – questa è forse un po’ troppo schematica – e soprattutto le battute, qui davvero eccessivamente ‘di genere’, come se portassero tutte il cartellino ‘Noir’ appiccicato sopra. Comunque, da vedere, e con gran piacere.

Zodiac (D. Fincher, USA, 2007)

21.00, DT

Quando fa da solo, Fincher fa bene, se non benissimo. Per esempio, suoi sono l’ottima terza puntata di Alien (1992), il bel Seven (1995), un thriller disperato ed umanissimo, e soprattutto il bellissimo Fight Club (1999), uno dei film più eversivi, anarchici e ribelli del cinema americano. Ma questa volta ha voluto raccontare una storia già ‘scritta’ da altri, cioè una storia vera: quella del serial killer che, dal 1969 agli anni Ottanta, terrorizzò gli USA con una serie di assurdi omicidi, oltretutto sfidando la polizia a prenderlo mediante lettere e messaggi cifrati che inviava regolarmente. Certamente l’ha fatto senza rinunciare al suo gran mestiere, e infatti bisogna ammettere che il film è confezionato molto bene: ben recitato, ben fotografato, ben montato, ben narrato (non era facile mettere insieme una sceneggiatura comprensibile da vent’anni di complicatissime indagini). ‘Troppo’ ben narrato, però: perché è stata proprio l’ossessione di raccontare tutto, in ordine, con chiarezza, di render conto di tutto, di non trascurare nulla, che ha ammazzato il film. Non c’è una sola favilla di passione, o di suspense, in queste due ore e passa, sia nella presentazione dei delitti che nelle vicende personali del giornalista che alla soluzione del caso dedica vent’anni della sua vita, mettendo a rischio il suo stesso matrimonio La storia scorre via silenziosa e diligente, ma senza l’ombra di un’emozione, anzi, con una considerevole dose di noia. E non si dica che è perché ‘sappiamo già come va a finire’: infiniti sono i film di cui ‘sappiamo già come va a finire’, ma la genialità di un regista sta proprio nel riempire di vita nuova una storia arcisaputa, e magari già raccontata cento volte. Qui assistiamo solo ad un lodevolissimo esercizio di bella grafia, ma totalmente vuoto di ‘contenuti’, anzi di vita. Peccato, per tutto quel talento sprecato. Provaci ancora, David.

Professione reporter (M. Antonioni, Italia/USA, 1970)

00.20, Sky

Ancora una volta, la ‘incomunicabilità’ di Antonioni non comunicò, appunto, e il risultato fu l’ennesima masturbazione intellettualoide, incomprensibile e, oltretutto, spaventosamente noiosa. Micidiale la famosa sequenza finale di sette minuti, ma se siete ancora lì a vederla vuol dire che siete sopravvissuti ai precedenti, tremendi, 119 minuti, e allora siete Superman.

Martedì 25 maggio

Il pianeta delle scimmie (T. Burton, USA, 2001)

23.40, Italia1

Ad un genio come Tim Burton si può perdonare (quasi …) tutto, e quindi passiamogli anche questo brutto film, vuoto, pesante e in-significante remake del capolavoro di F.J. Schaffner (USA, 1968). Da dimenticare., semplicemente.

Ovunque sei (M. Placido, Italia, 2004)

21.00, DT

Se a suo tempo sui giornali lo avete visto etichettato nella categoria ‘film drammatico’, era un errore di stampa: è un film comico, o per lo meno ridicolo e spaccaballe. Gli amori, in questa vita e nell’altra, del medico fedifrago e della sua assistente che finalmente c’è stata non interessano, annoiano, fanno ridere. Non so se qualche maschietto lo voglia vedere per ammirare la passerina al vento di Violante Placido (ci vuol altro, anche per le figlie di papà, per fare un’attrice) o qualche femminuccia per deliziarsi del pisello di Stefano Dionisi (idem come sopra: e lui non è nemmeno figlio di papà …), ma per il resto, tirate la catena. Post scriptum: prima del prossimo film, qualcuno avverta Placido che ‘ovunque’ regge il congiuntivo.

Belfagor (J.P. Salomé, Francia, 2001)

17.30, DT

Dunque, c’erano a disposizione due cose: una era il Belphégor di Arthur Bernède, delizioso feuilleton del 1927, uno degli ultimi epigoni della grandissima tradizione francese del ‘romanzo d’appendice’. L’altra era la versione televisiva in quattro puntate che ne trasse Claude Barma nel 1965, con Juliette Gréco: misteriosa, affascinante, coinvolgente. Cosa si poteva fare? Due cose, anche qui: una era non far niente, il che è spesso la soluzione migliore. Non te l’ha mica ordinato il dottore di fare il regista. La seconda era di scegliere di farsi del male, e di fare la boiata pazzesca. E così è stato. Belfagor è, diciamolo serenamente, una sovrana scemenza, che stravolge senza alcuna ragione plausibile non solo il testo originale di Bernède ma anche la versione, pur già modificata, di Barma, inventando una storia sciocca e sconclusionata, al cui confronto persino La mummia appare un’opera di alto spessore intellettuale. Le situazioni, gli effetti speciali, le battute sono penose, infantili, tanto che vien da chiedersi se non si stia assistendo a qualche blockbuster targato Disney. E nemmeno le grazie indubbiamente pregevoli di Sophie Marceau giustificano questo spreco di denaro e, da parte nostra, di tempo.

Possession (N. LaBute, USA/GB, 2002)

21.00, DT

Tipico esempio della legge cinematografica (spesso sbagliata, peraltro) per cui da un bel libro si ricava sempre un brutto film. Il libro è il raffinatissimo romanzo omonimo della scrittrice inglese A. S. Byatt (Einaudi Ed.), in cui si racconta la storia di due ricercatori universitari che tentano di svelare il mistero di un’ipotetica relazione tra un poeta vittoriano ed una poetessa coeva. Nel film, ne rimane una storiellina d’amore abbastanza noiosetta, sostenuta soprattutto dalle mossettine della, peraltro appetibilissima, G. Paltrow. Lasciate perdere e compratevi il libro.

Donnie Darko (R. Kelly, USA, 2001)

19.00, Sky

Donnie è un adolescente in cura dalla psichiatra per le sue allucinazioni. Una notte gli appare un misterioso coniglio gigante, che lo avvisa che sulla sua casa sta per cadere un motore perso da un aereo, e gli salva la vita. Da quel momento il coniglio guiderà l’esistenza di Donnie, profetizzandogli la prossima fine del mondo e inducendolo ad azioni che solo apparentemente sono negative e distruttive. Certo, non è tutto chiaro, a volte è un po’ confuso, forse la scrittura avrebbe dovuto essere più limpida, forse il montaggio avrebbe dovuto essere più selettivo … ma spira in questo film un’aria di ribellione e di eversione, una fantasia, un bisogno di libertà che lo rendono comunque pregevole. Da vedere e meditare.

Berretti verdi (J. Wayne/R. Kellog, USA, 1968)

18.50, Sky

La seconda regia del grande John Wayne – la prima era stata il magnifico La battaglia di Alamo (1960) – ha prodotto questo misero filmetto di propaganda militarista pro guerra nel Viet-Nam, dove i vietcong comunisti sono – of course – brutti e cattivi (la sceneggiatura deve avergliela scritta un giovane Belpietro), e invece gli americani portano la democrazia a suon di bombe (déjà vu). Un film grottesco, quasi ‘comico’ nella sua delirante ed infantile partigianeria. Merita una visione!

Mercoledì 26 maggio

Il mio nemico (W. Petersen, USA, 1985)

14.00, DT

Bizzarro ma interessante film di fantascienza. Durante una battaglia spaziale tra umani ed alieni, un uomo e un alieno si ritrovano da soli su un pianeta ostile, dove devono lottare per la propria sopravvivenza. Scopriranno poco per volta quanto siano fragili i concetti di ‘nemico’ e ‘diverso’, e conseguentemente impareranno quanto ad essi sia superiori quello di solidarietà. Vale davvero una visione.

The sentinel (C. Johnson, USA, 2006)

21.10, DT

Un thriller più che buono. Pete Garrison, agente dei servizi segreti, sospetta che stia per essere organizzato un attentato contro Il Presidente USA, e che l’attentatore sia una talpa nascosta nei servizi stessi. Ha tanta ragione che l’attentato verrà davvero messo in atto, e lui verrà incastrato come colpevole, data anche la sua relazione con la First Lady. Piacevole, ben congegnato, certamente vedibile, e Kim Basinger è sempre un piacere.

Il giardino delle vergini suicide (S. Coppola, USA, 1999)

23.30, DT

Film d’esordio di Sofia Coppola, e già capolavoro, questa storia della breve vita di cinque sorelle, che nell’impossibilità di sottrarsi all’oppressione esistenziale di una famiglia tanto bigotta e moralista quanto povera di sentimenti e di umanità, scelgono tutte insieme la morte. Anche se non siamo ancora all’algida perfezione di Lost in translation, la Coppola si serve di questa vicenda per parlare della solitudine e della difficoltà, se non dell’impossibilità, di comunicazione tra gli esseri umani. “Non siamo riusciti a trovare un perché” dicono i genitori, abbandonando la casa dove le ragazza sono morte, e forse, tragicamente, hanno ragione. Racconto simbolico ed al tempo stesso ‘morale’, film di rara eleganza e concisione che non sono mai fine a se stesse, ma sempre funzionali all’essenzialità del sentimento espresso (magnifici i flash che fotografano il trascorrere delle stagioni sulla casa e sul giardino, e il consumarsi inutile del tempo), davvero intensissimo, ed assolutamente imperdibile.

Se mi lasci ti cancello (M. Gondry, USA, 2004)

21.00, DT

Praticamente un’opera prima, ed è già genio. Gondry inaugura qui quella poetica dell’irrealtà che sarà il tratto costante dei suoi film successivi, in particolare del bellissimo L’arte del sogno (Francia/Italia, 2006). O meglio: decostruire la realtà per mostrarne le sue mille sfaccettature, le mille possibilità, in un’estetica cui curiosamente non è estraneo il concetto buddhista di Impermanenza. Qui la storia è quella di Joel e Clementine. Lei, bizzarra ed impulsiva, si rivolge ad un’agenzia specializzata per farsi cancellare dalla mente i ricordi del suo amore con Joel. Indispettito, lui cerca di fare lo stesso, ma proprio nel corso della ‘cancellazione’ scopre di non voler davvero perdere quei ricordi, che sono parte di lui stesso. Film sulla memoria, quindi, sull’ineffabile malinconia del ricordo, sulla bellezza indistruttibile ed incancellabile dell’amore, SMLTC è un raffinato capolavoro, recitato da un cast in stato di grazia, meravigliosamente fotografato e con una sceneggiatura che, da sola, si è guadagnata l’Oscar. Assolutamente imperdibile.

Chi ucciderà Charlie Varrick (D. Siegel, USA, 1973)

01.40, DT

Ennesimo ‘piccolo’ capolavoro del grande Siegel. Un rapinatore di provincia svuota per errore la banca dove la mafia teneva i suoi soldi, e parte la caccia. Thrilling freddo e spietato, dal perfetto meccanismo. Walter Matthau, non sempre eccezionale, qui dà forse il meglio di sé. Imperdibile.

Satyricon (F. Fellini, Italia, 1969)

22.40, Sky

Dal romanzo omonimo di Petronio Arbitro, I° Sec. D.C., un viaggio onirico nella Roma imperiale, che da un lato inorridisce per le sue splendide abiezioni, dall’altro affascina per la sua magnifica ed antica cultura. Poco a poco, il viaggio si trasforma poi, come accade sempre nel miglior Fellini, in un viaggio interiore, in una ricerca mistica e filosofica del senso dell’esistenza. Uno dei pochi film di Fellini davvero belli ed intelligenti. Imperdibile.

Giovedì 27 maggio

Mondo cane n. 2 (F. Prosperi/G. Jacopetti, Italia, 1962)

01.50, Rete4

Una raccolta in giro per il mondo di costumi ‘strani’, di riti religiosi bizzarri e/o ripugnanti, di usanze crudeli. Implicitamente, anche se non programmaticamente, razzista e ‘biancocentrico’: ‘Guardate cosa fanno i barbari’. Tuttavia allora, nella cultura asfittica e provinciale dei primi anni Sessanta, ebbe un sapore esotico ed avventuroso, e riscosse grande successo. Un prequel può essere considerato Europa di notte (A, Blasetti, Italia, 1959). Può essere interessante rivederlo, tanto più che, considerando quel che si vede in giro oggi, dà veramente l’impressione di un viaggio con la macchina del tempo. Consiglierei di non perderlo.

Daredavil (M.S. Johnson, USA, 2003)

21.10, DT

Bellissimo! Spesso, quando si vuole denigrare un film, si dice che ‘è un fumetto’, intendendo che è una storia appena abbozzata, dai caratteri semplici e ridotta al puro effetto. Ma non bisogna dimenticare che tutte queste possono essere anche considerazioni di segno positivo, a seconda poi del film di cui si sta parlando. Così è per questo Daredavil, che è senz’altro un ‘fumetto’ – dato che da un personaggio dei fumetti proviene! – ma che dei fumetti ha tutti i pregi. Una storia semplice ma forte, caratteri ‘semplici’, non perché rozzi ma perché si richiamano ad emozioni e pulsioni elementari ed essenziali, una storia intensa e benissimo raccontata, immagini avvincenti. La sceneggiatura e la fotografia sono senz’altro i punti di forza di questo film, e danno vita ad un gioiellino dark di ottima qualità: le strade bagnate, i grattacieli neogotici, i cieli nuvolosi ed incombenti, le sue malinconiche figure danno vita ad atmosfere che non sfigurano in un confronto col Batman di Tim Burton, per esempio. E, come nell’ottimo Uomo ragno, anche qui il supereroe non è un ‘effetto speciale’ vivente, ma un essere umano autentico, che vive l’eccezionalità ma anche e soprattutto il dramma della sua diversità, che cerca di comprendere e vivere nel miglior modo possibile, ‘umanamente’, crescendo assieme ad essa. Insomma, queste storie ‘da bambini’ possono a volte insegnarci, a livello di cinema e di poesia, forse qualcosina di più di tante storie pseudo serie e in effetti contorte ed arzigogolate in circolazione di questi tempi. Buon divertimento, davvero.

Apocalypto (M. Gibson, USA, 2006)

21.00, DT

L’Internazionale Sionista ha colpito ancora, ma questa volta ha fatto cilecca. Altra spiegazione non può esservi, infatti, per l’attacco ‘terroristico’ scatenatosi contro quest’ultimo film di Gibson, accusato di avere un tale contenuto di violenza esplicita e di ferocia da rischiare di turbare le menti, giovani e meno giovani, che vi dovessero assistere. Sgombriamo il campo, intanto, da questa sciocchezza. Apocalypto è meno violento e meno feroce di uno qualunque dei tanti horror in circolazione. Qualcuno ha visto The Hostel?! “Ma mi faccia il piacere”, direbbe come al solito Totò. Sta di fatto, comunque, che una congiura sionista contro Gibson – cristiano integralista – con tutta evidenza, esiste. E’ cominciata con The Passion (2004), uno dei film, secondo me, più intensamente religiosi degli ultimi anni, accusato di antisemitismo e di tutte le nefandezze annesse e connesse possibili. Poi il buon Gibson ci ha messo del suo, quando, fermato alla guida della sua macchina ubriaco come una scimmia, si è messo ad insultare i poliziotti con insulti razzisti e, pare, effettivamente anche antisemiti (dato e non concesso che avesse una sia pur vaga idea di quello che stava dicendo in quel momento). Poi arriva Apocalypto, e salta fuori che, oltre a quanto detto sopra, la scena in cui il prigioniero fugge attraversando una distesa di cadaveri è ‘antisemita’ perché ricorda le distese di cadaveri di ebrei nei lager … Forse gli Ebrei potrebbero usarci la cortesia di farci una lista dei concetti, delle immagini e delle parole che non dovremmo più usare per non incorrere pavlovianamente nelle loro fatwe: per esempio, potremmo cominciare a strappare le pagine con la lettera ‘E’ dai vocabolari … Vedi Totò. Detto ciò, c’è da chiedersi: perché tanto rumore? Perché tanto rumore ‘per nulla’? Eppure sarebbe stato così semplice: bastava poco. Bastava dire che Apocalypto è un film noioso, nonostante l’espediente della caccia all’uomo che, unico, tiene in piedi la storia, e trattiene gli spettatori sulla sedia: ‘Visto che abbiamo pagato il biglietto, vediamo almeno come va a finire’. Che è ingenuo e stereotipo: i cattivi sono, appunto, ‘brutti e cattivi’; i buoni sone belli, buoni e amanti della famiglia. Che è di modesta fattura, e che, con buona pace delle esotiche locations, il film pare girato in uno studio in mezzo alle piante di plastica. Che è strapieno di errori storici. Cito dall’articolo di Cinzia Dal Maso sulla Repubblica del 5 gennaio 2007: “Nel film si vedono arrivare le navi spagnole con la croce e si intuisce che sono i buoni giunti per spazzar via l’impero del male. E’ un errore storico gravissimo. La civiltà maya classica crollò tra l’VIII e il IX secolo d.C., mentre gli Spagnoli arrivarono sei secoli dopo”. E ancora dallo stesso articolo: “Per rendere più veritiera l’ambientazione storica, Gibson fa parlare gli attori in lingua maya yucateca, ma, commettendo un errore, usa la lingua moderna. Sarebbe come se, in un film su Platone o Aristotele, li facessimo parlare in greco moderno”. Eccetera. Insomma: bastava dire: è un brutto film, punto e basta. E magari far notare qualche ‘infiltrazione’ cristiano-integralista abbastanza ridicola, se non fastidiosa. Per esempio, quegli spagnoli ieratici che arrivano con la croce in mano, in nome della quale commetteranno, sia pure sei secoli dopo, il più grande genocidio della storia (altro che Shoah!). Oppure che, in un film che parla di ‘primitivi’ seminudi, strapieno di stupri e di violenze di ogni genere, Gibson, con prodigiosa abilità, riesce a non farci intravedere nemmeno l’ombra di una tetta … Bastava dire così, e sarebbe stato più che sufficiente per demolire un film del genere. Ma così no, così si ottiene il rischio di fartelo diventare perfino simpatico, il povero Gibson,e di trasformarlo da ‘colpevole’ (ma di che? Di aver fatto un brutto film? Sarebbe lunga, allora, la lista …) in vittima. E io, chissà perché, sono sempre stato dalla parte delle vittime preconcette … Se fossi in lui, quasi quasi chiederei i danni per la proibizione ai minori di quattordici anni …

Assassinio sull’Eiger (C. Eastwood, USA, 1975)

01.30, DT

Un discreto ‘mountain thriller’, nobilitato comunque dal mestiere di Eastwood e dalle sue belle riprese di scalate. Piacevole. Varrebbe comunque la pena, se avete tanta ma tanta pazienza, di andare a cercare, su qualche bancarella o in qualche biblioteca di provincia, i romanzi di Trevanian (J.B. Savage, 1925-1992), da uno dei quali è tratto questo film: sono gialli raffinati, intelligenti e colti, che non deludono (Il ritorno delle gru, Il castigo dell’Eiger ecc.).

Open water (C. Kentis, USA, 2003)

19.35, Sky

Congratulazioni all’autore del trailer. Sì, tutte le congratulazioni a lui, perché non c’è dubbio: il trailer è molto, ma molto, più eccitante del film, che è, invece, una delle più noiose boiate mai viste in vita mia. La storia la sapete. Una coppia un po’ stressata fugge dalla città per una vacanza last minute alle Bahamas. Appassionati subacquei, i due partecipano ad un’immersione di gruppo al largo, ma per errore la barca riparte prima che loro riemergano, abbandonandoli così in mezzo al mare. I due trascorrono così tutta la giornata a galla, aspettando che vengano a riprenderli. Combattono la nausea, le meduse, avvistano vari squali. Verso sera lui viene morso ad una gamba, e durante la notte muore, un po’ per la perdita di sangue e un po’ per lo stress. Lei ne custodisce il cadavere fino al giorno dopo, ma proprio quando i soccorsi stanno per arrivare, vinta dalla disperazione, si lascia annegare. Il plot non sarebbe male, se ci pensate, ma bisognerebbe metterci un po’ di pepe. Qui, invece, non succede niente dall’inizio alla fine, se si esclude, dopo una decina di minuti, una generosa esposizione delle grazie di Blanchard Ryan, che il regista deve aver messo lì per farsi perdonare in anticipo la boiata che stava per propinarci (grazie piuttosto debordanti e mollicce, peraltro). Le riprese di questi due a mollo nell’acqua sono di una piattezza mortale: l’avranno anche girato in un mare vero, come il loro ufficio stampa si è affannato a rivelare urbi et orbi, ma vi assicuro che dà tanto l’impressione di una piscina con la macchina per fare le onde, e ad ogni istante ci si aspetta che da dietro l’inquadratura spunti uno della troupe con un asciugamano. Tensione, sotto zero. Lo squalo morde e fugge, non si sa perché. Non gli piace la carne bianca? Ci mancava la senape sopra? Mistero. A parte ciò, non succede nient’altro per settantanove minuti. I due stanno a mollo in piscina, come dicevo, scambiandosi battute allucinanti, per le quali lo sceneggiatore (che, guarda caso, è lo stesso regista) meriterebbe come minimo di essere dato in pasto agli squali (“E pensare che io volevo andare a sciare”. “Devo fare la pipì”; “Bene, così per un po’ staremo al caldo”). L’impegno recitativo (si fa per dire) è assolutamente nullo: sono più espressive le murene sott’acqua. I minuti passano, e la noia uccide (gli spettatori). Ogni tanto, per farci capire che dovremmo trovarci di fronte ad una situazione drammatica, il regista alterna alla piscina spezzoni di gente in spiaggia che si diverte. Manca solo la didascalia per i cretini: “Capita la differenza? Loro si divertono e invece questi qui sono in questa situazione. L’avete capito che è un film drammatico o ve lo dobbiamo ripetere?”. Ce lo ripetono, varie volte. Alla fine, finalmente, è finita. Ci si alza incazzati neri, rimpiangendo acutamente i sette euro, pensando che ci si poteva rivedere il dvd dello Squalo, pensando che se incontro l’autore del trailer gli squali glie lo faccio vedere io.

Venerdì 28 maggio

L’arte del sogno (M. Gondry, Francia/Italia, 2006)

02.25, Rai3

Dopo alcuni bei film – Human nature (2000), Se mi lasci ti cancello (2004) – variamente trattati o bistrattati e non sempre compresi e amati – Gondry ci regala qui un film bellissimo, poetico, straziante e geniale. Stéphane è un giovane grafico dalla creatività onirica e sfrenata. Tornato a Parigi dal Messico (ma torna veramente? Il taxi che lo deposita davanti alla porta riparte con Stéphane all’interno, che guarda se stesso davanti alla porta …), in cui ha vissuto fino a quel momento, va ad abitare dalla madre, nella sua vecchia casa, e scopre che nell’appartamento di fronte abita Stéphanie, ‘artista’ strampalata, che cuce animali di pezza. E’ amore, quello tra Stéphane e Stéphanie, ma non tanto ‘a prima vista’. Si tratta di sintonia, affinità elettiva, comunione emotiva, sintesi onirica. Lui rincorre lei, e poiché teme di non averla nella realtà, la corteggia e la seduce nel sogno. Lei, ancora immatura e spaventata dall’amore, fugge lui, in una continua fusione/commistione/confusione tra sogno e realtà che affascina e rapisce mente e cuore. Il sogno, i sogni di Stéphane sono i grandi protagonisti di questo incredibile film che se può ricordare la doppia dimensione del sia pur bellissimo Amélie (2001) di J.P. Jeunet – altro grande ‘sognatore’ – travalica e supera quel capolavoro per viaggiare in una dimensione davvero ‘altra’. Stéphane entra ed esce dai suoi sogni, li riporta nel mondo attraverso le macchine magiche che inventa, le quali macchine usa poi per fuggire ancora. Gondry è un genio, che crea magie ricorrendo ad una tecnica di animazione degli oggetti che già conoscevano nella cinematografia dell’Est, qui portata a vertici poetici davvero eccezionali. Si ‘consuma’, l’amore tra Stéphane e Stéphanie? O davvero “la vita è sogno”, come insegnava Calderon de la Barca? O davvero “noi siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni”, come insegnava Shakespeare? Anche l’amore è sogno? Cosa è ‘reale’? Il bacio – sommamente straziante! – che Stéphanie pone sulla fronte di Stéphan addormentato? Lui e lei che cavalcano in una foresta di carta su un cavallo di pezza? Si ‘consuma’, dunque, questo amore? E’ pur reale, il dialogo surreale alla fine del film, tra tettine, pompini e uccelli duri, eppure così lunare e giocoso da spingere nuovamente verso una dimensione sognata, quasi ‘infantile’. Un capolavoro, nel quale/anche perché ogni istante è al tempo stesso immensamente creativo e tuttavia intimamente ‘controllato’, voluto e collegato col tutto, in una sinfonia onirica senza pari. Gael Garcia Bernal recita come un bambino che – appunto! – sogni di essere entrato in un immenso magazzino di giocattoli. Charlotte Gainsbourg commuove e innamora: non più – forse mai – ‘attrice’, ma Musa, simbolo, icona di una femminilità sensuale, giocosa e pura.

Brigadoon (V. Minnelli, USA, 1954)

04.10, Rai3

Se anche non amate particolarmente i musical, dovete fare un’eccezione per questa poeticissima e malinconica storia d’amore, ispirata ad un’antica leggenda scozzese. Due giovani americani, in vacanza sulle Highlands per sfuggire all’alienazione della città, varcano inavvertitamente una porta magica che li conduce in un villaggio fatato, che per un incantesimo operato dal vecchio patriarca del paese si sveglia un solo giorno ogni cent’anni, proteggendosi così dall’influsso maligno del mondo circostante. Tra uno dei due ed una ragazza del villaggio scoccherà un amore così forte che riuscirà ad infrangere anche la forza della magia. Splendide coreografie ed una scenografia deliziosamente falsa per una storia che ancora commuove e incanta. Assolutamente imperdibile.

The patriot (D. Semler, USA, 1998)

21.10, Rete4

Inferiore perfino alla media dei soliti film di Steven Seagal, merita tuttavia una visione per essere evidentemente ispirato alla strage di Waco, in Texas, nel 1993, in cui morirono circa ottanta componenti dei Davidiani, l’ennesima setta mistico-nazionalista partorita dal ventre integralista dell’America.

La battaglia di Algeri (G. Pontecorvo, Italia/Algeria, 1966)

01.40, DT

Pur essendo sempre stato, Pontecorvo, un uomo schierato nel senso migliore del termine – “Non si può vivere senza essere partigiani” ha scritto Antonio Gramsci – tuttavia farebbe un grave errore chi riducesse i suoi film ad opere ‘di parte’. Prima ancora dell’ispirazione ‘politica’, non è possibile non rimanere abbagliati dalla limpida bellezza di un film come La battaglia. Ambientato ad Algeri tra il ’57 e il ’60, racconta della lotta organizzata dal FLN contro l’oppressione coloniale francese, della repressione dell’esercito e, alla fine, dell’insurrezione popolare, che obbligò la Francia ad andarsene. Girato in un nitido bianco/nero, il film si svolge ordinato e pacato, accompagnandoci attraverso la vicenda – ma anche attraverso la Storia – mediante personaggi essenziali. Fortemente coinvolgente a livello emotivo, ma assolutamente mai retorico, La battaglia è un capolavoro ‘elementare’ ed intenso che non deve essere dimenticato. Un capolavoro che fa onore alla cultura italiana e che mostra di cosa sia capace il nostro cinema quelle rarissime volte in cui, a farlo, siano autentici artisti, invece che softpornografi, ruttacchioni o melensi intellettualini autoreferenziali.

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