Pubblicato da: giulianolapostata | 21 maggio 2010

“Il Profeta”, J. Audiard, Francia, 2009

Gran Premio della Giuria al Festival del Cinema di Cannes 2009

Nove Prix César

 Malik El Djebena ha solo 19 anni. È un giovane arabo ignorante, di quelli che “ragionano con l’uccello”. È cresciuto tra orfanotrofio e riformatorio, ma ora, con la maggiore età, gli tocca il carcere vero, degli uomini veri: sei anni per aver accoltellato un poliziotto, probabilmente nemmeno lui sa perché. Quando è dentro, Malik prova a rinchiudersi di nuovo nella sua monade di solitudine e di estraneità al mondo, ma si rende conto immediatamente che lì non è possibile. Il carcere è un campo di battaglia, l’indifferenza non esiste, i neutrali vengono schiacciati senza pietà, ci si può solo schierare, o da una parte o dall’altra. Per Malik – senza arte né parte, perfino analfabeta – schierarsi non può voler dire altro che servire. Proprio la sua debolezza è quella che torna utile a César Luciani, potente e sanguinario boss corso che controlla uno dei due ‘eserciti’. L’altro è quello dei maghrebini, disprezzato e odiato. Luciani obbliga Malik ad uccidere appunto un arabo che deve testimoniare in un processo contro di lui, e lo costringe col più elementare e convincente degli argomenti: “Se tu non lo ammazzi, io ammazzo te”. Per Malik è uno shock terribile, ma anche la più immediata ed efficace delle scuole. Dopo l’omicidio, egli appunto capisce che se vuol sopravvivere – ma non solo nel carcere: sopravvivere come persona, nella società, per lo meno nell’unica ‘società’ che lui conosce, quella del crimine e della violenza – l’unico modo è appunto ‘armarsi’: di conoscenze e di forza. Malik comincia così il suo lungo cammino verso la ‘emancipazione’. Da servo di Luciani, poco per volta diventa uno dei suoi uomini di fiducia, suo ‘plenipotenziario’, suo alter ego fuori dal carcere, quando comincia ad usufruire di permessi premio. Malik frequenta la scuola del carcere, non perché nutra qualche interesse culturale, ma semplicemente perché si rende conto che ‘gli può servire’. Impara la lingua corsa, perché così può spiare meglio il suo padrone, non solo e non tanto per carpirne i segreti, quanto per ‘imparare come si fa a fare il capo’. Uno dopo l’altro, i sei anni passano. Malik cresce, in età e in addestramento, in abilità e in forza, e tutto il suo tempo e le sue forze le impiega a costruirsi un potere fuori dalle mura del carcere. E mentre la stella di Malik sale, poco per volta quella di Luciani tramonta. I suoi uomini, i pretoriani che ne costituivano la potenza in carcere, cominciano ad uscire. Lui fa sempre meno paura, sia dentro che fuori, dove i suoi vecchi complici stanno rendendosi conto che ora devono cominciare a fare i conti con un altro. Mancano ormai solo poche settimane all’uscita definitiva di Malik, e nel cortile del carcere, quei pochi metri quadrati che per anni erano stati un mondo, in cui si erano giocati i destini di tutti, si consuma la ‘uccisione del padre’. Luciani è tramontato, Malik sorge, e fuori dal portone l’aspettano i simboli del potere. Ora tocca a lui. Già autore di due stupendi noir, Sulle mie labbra (2001) e Tutti i battiti del mio cuore (2005), Audiard scrive qui un altro magnifico film, di carcere ma anche di esseri umani, e alla fattura di questo capolavoro, immeritatamente trascurato nella notte degli Oscar, non è certo estraneo lo sceneggiatore, quell’Abdel Raouf Dafri che due anni fa aveva scritto la sceneggiatura del bellissimo Nemico pubblico n. 1, di J-F. Richet. Ancora una volta, un noir che non racconta solo di delitti e corruzione, ma di persone, di vite. Sono l’animo umano, la solitudine, l’emarginazione, i protagonisti del Profeta (Malik è “un” profeta, come benissimo dice il titolo francese: uno di quelli che interpretano il mondo e lo guidano, magari a proprio vantaggio), e Audiard ci racconta ‘storie di vita vissuta’ nel senso più viscerale del termine. Ci racconta di uomini cui sarebbe folle proporre il concetto di riabilitazione, semplicemente perché antropologicamente non conoscono altro universo che quello della sopraffazione. Ci racconta uno dei migliori apologhi sul carcere che siano mai stati scritti, mostrando come esso, lungi dal poter e saper recuperare chi ha sbagliato ai valori della vita ‘civile’, sia invece una macchina perfetta di distruzione e di alienazione, che riesce a trasformare perfino un poveraccio come Malik in un delinquente di prima grandezza. Magnifica storia, dunque, raccontata e fotografata con grande asciuttezza, appena inquinata qua e là da qualche leziosità di troppo, che non impedisce comunque di salutare questo film come uno dei più belli di Audiard. Prodigiosi gli interpreti. Alaa Oumouzoune (Malik) recita quasi in animazione sospesa la parte di uno che dietro un volto apparentemente indifferente, quasi spersonalizzato, nasconde la perfetta presa di coscienza della ferocia che sta attraversando. Niels Arestrup (César) è insinuante e spietato finché può, ma quando, nell’ultima scena, siede sulla panchina del cortile, quasi mendicando l’attenzione di Malik, sul suo viso stanco, spaurito, scavato dalle rughe, sembra quasi di leggere – sarebbe mai possibile? – lo strazio dell’abbandono, il dolore per la perdita del ‘figlio’.

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