Pubblicato da: giulianolapostata | 21 maggio 2010

Barbari, alieni ed immigrati

Cosa significava la parola ‘mondo’ per gli antichi? Diciamo, per essere più precisi, per gli abitanti dell’Impero Romano? Per i ‘Romani’ – chiamiamoli così per semplicità – il mondo era costituito dalle terre sottomesse all’Impero, cioè da quelle zone in cui vigeva la legge romana e si era diffusa la cultura romana. Un Romano poteva viaggiare in qualsiasi angolo di quello spazio ‘romanizzato’, e avrebbe trovato ovunque, più o meno, le stesse leggi, le stesse regole, le stesse abitudini, gli stessi riti religiosi. In altre parole, tutto l’Impero gli sembrava ‘casa sua’, e ovunque, all’interno di quei confini, egli si sentiva tranquillo e sicuro.

Ma cosa c’era, invece, al di fuori di quei confini? C’era l’ignoto assoluto. I Romani conoscevano molto poco dello spazio oltre i confini dell’Impero. Prima di tutto, essi non avevano quasi nessuna idea della forma della Terra. Qualcuno aveva sì avanzato l’ipotesi che essa potesse essere rotonda, ma per la maggior parte della gente la Terra era una distesa piatta, circondata dal fiume Oceano, e chi avesse voluto spingersi fino ai suoi confini sarebbe precipitato nelle sue acque, e poi nel nulla. Inoltre, le pochissime carte tracciate dai geografi dell’epoca – basate in gran parte sul sentito dire o su vaghi racconti di viaggiatori spesso ignoranti o impreparati, o comunque già di loro impregnati di leggende e preconcetti – riportano immagini puramente fantastiche e inventate. Spesso esse mostrano semplicemente immensi spazi vuoti, sui quali veniva tracciata la scritta: “Hic sunt leones”, che veicolava significati molto più ‘densi’ e profondi di quello letterale (Qui ci sono i leoni).

Come abbiamo detto, coi confini dell’Impero cessava il mondo conosciuto, cessavano leggi, cultura e civiltà: quelle romane, beninteso, cioè, per i Romani, le uniche possibili, le uniche esistenti. In altre parole, cessava il Mondo vero e proprio. Al di fuori c’era l’ignoto, c’era un ‘qualcosa’ di assolutamente sconosciuto, che, proprio per questo, proprio in quanto sconosciuto, incuteva aprioristicamente diffidenza e paura: come accade spessissimo, che ci spaventi ciò che non conosciamo, o conosciamo poco, male e superficialmente. Correvano numerose e fantastiche leggende sugli strani esseri che popolavano quelle zone: creature semiumane, deformi, antropofaghe; animali stranissimi, mostruosi e ferocissimi, e via dicendo. La parola ‘leoni’ stava dunque a significare non solo e non tanto le belve nel senso proprio del termine, ma, in generale, esseri viventi – belve e uomini – deformi, feroci, selvaggi e, conseguentemente, nemici. Così venivano dunque considerate tutte le popolazioni che vivevano al di fuori dell’Impero, per indicare le quali venne adottato il termine di ‘barbari’, che già i Greci avevano inventato derivandolo da una radice bar-bar che indicava il balbettio incomprensibile di esseri semiferini, incapaci di esprimersi nella lingua degli umani.

Del resto, se grazie ai millenni di orrori che abbiamo alle spalle, abbiamo da tempo perso l’illusione che Historia sia Magistra Vitae, tuttavia abbiamo imparato che essa si ripete, proprio nei suoi orrori ed errori. Così, più di duemila anni dopo, nel XVII° secolo, gli Olandesi, dopo aver occupato la regione del Capo di Buona Speranza, definirono Ottentotti le popolazioni indigene che abitavano quelle terre. Il termine deriva da una parola afrikaans che – ancora una volta! – significa ‘balbettare, essere balbuziente’, ad indicare l’estrema incomprensibilità delle lingue koisan proprie di quella gente, lingue indegne di un essere umano (idest bianco, biondo e con gli occhi azzurri) e adatte solo ad Untermenschen come i Khoekhoen e i San (detti anche Boscimani). Nei secoli successivi, quei ‘sottouomini’ sarebbero stati sterminati a centinaia di migliaia, con ferocia e scientifica determinazione, fino a ridurli a quella disperata minoranza che oggi ormai sono.

È dunque perfettamente spiegabile, in base a queste sommarie riflessioni, il panico da fine-del-mondo che invase i cittadini dell’Impero quando questi esseri non solo travolsero i confini, ma giunsero addirittura fino a violare Roma. In un impeto di disperazione, S. Girolamo scrisse: “La luce del mondo si è spenta: il capo dell’Impero Romano è stato stroncato. Con la fine di una Città l’intera Terra muore. La voce mi si arresta nella gola e i singhiozzi spezzano le mie parole. La Città, che aveva dominato il mondo intero, che con le sue vittorie si era innalzata su tutto il mondo, precipita, viene dominata a sua volta, anzi muore di fame, e i suoi abitanti vengono ridotti in schiavitù. La Città fu presa di notte, le furono abbattute le mura. Noi diciamo: che cosa si potrà salvare, se Roma muore?”.

Ma per noi, oggi, la parola ‘mondo’ ha completamente mutato di significato. Nel corso dei secoli – prima durante il Rinascimento, e poi nei secoli successivi – le esplorazioni hanno svelato ogni angolo della terra, ed oggi possiamo dire che non esistano più luoghi inesplorati o popolazioni sconosciute. Sappiamo – crediamo di sapere! – più o meno tutto di tutti, abbiamo carte praticamente perfette di ogni zona della superficie terrestre e sappiamo con assoluta certezza che la Terra è sferica, anche perché ce l’hanno mostrata le foto dei satelliti, che da circa cinquant’anni l’uomo ha imparato a lanciare nello spazio. Questa sfera è oggi il nostro Mondo, e sulla sua superficie possiamo dunque muoverci senza timori e con sicurezza. Però, la nostra paura dell’ignoto non si è spenta, perché, al di là di questo nostro mondo, ci siamo trovati di fronte ad un nuovo ‘ignoto’: appunto, lo spazio esterno alla Terra. Anche se gli astronomi ce l’hanno descritto, ci hanno spiegato com’è fatto, ci hanno parlato scientificamente di stelle e pianeti, galassie e buchi neri, tuttavia la presa di coscienza della sua ‘grandezza’ – forse è infinito, forse in continua espansione, comunque per noi inesplorabile – ha prodotto, nella nostra mente, uno ‘spostamento di confini’. Per i Romani, Mondo – cioè legge ed ordine – cessavano coi confini dell’Impero, oltre i quali c’era l’ignoto, che essi, appunto, popolavano di ‘mostri’. Per noi il Mondo si è sì allargato smisuratamente, ma, ‘al di fuori’, abbiamo immaginato un ‘ignoto’ nei confronti del quale abbiamo assunto lo stesso atteggiamento mentale degli Antichi, e che come loro abbiamo popolato di nuovi mostri e nuovi ‘barbari’: per mezzo della fantascienza.

Se, in letteratura, la fantascienza è abbastanza vecchia – possiamo dire che il primo che ne ha scritto sia H.G. Wells (1866-1946) – al cinema, invece, essa nasce, come genere, più o meno proprio intorno al 1950, cioè appunto nel periodo in cui, con i satelliti, si incomincia a esplorare lo spazio intorno a noi e le persone cominciano a porsi le prime domande a proposito di esso: cosa ci sarà, ‘fuori’? Come saranno gli abitanti dello spazio? Saranno uguali o diversi da noi? Saranno buoni o cattivi? Saranno amici o nemici? Come abbiamo detto, il percorso mentale è stato il medesimo: lo Spazio esterno è ignoto, in quanto ignoto è nemico, e in quanto nemici i suoi ‘abitanti’ saranno esseri mostruosi, feroci e cattivi. Salvo rarissime eccezioni, infatti, nella stragrande maggioranza dei film di fantascienza, da allora ad oggi, gli esseri provenienti dallo spazio sono creature orribili; qualche volta possono anche somigliare anche agli esseri umani, ma in peggio, come ripugnanti caricature; sono ferocissime, e spesso addirittura antropofaghe; sono nemiche, e il loro scopo è di distruggerci per prendere il nostro posto. Addirittura, anche noi abbiamo inventato un termine apposito e spregiativo per definirli: li chiamiamo ‘alieni’, dal latino alius, che significa altro, diverso. Come i Romani, anche noi abbiamo deciso che quello che non conosciamo è, solo per questo, ostile.

Tra parentesi. Sarebbe interessante ragionare, ma questa pista ci porterebbe molto lontano, sul fatto che fin troppo spesso, almeno nella fantascienza degli anni Cinquanta, quella paura del barbaro proveniente dall’ignoto mascherava appena la fobia anticomunista, il terrore nei confronti di quegli esseri sconosciuti – appunto – e diversi, ma certo nemici, che volevano invadere il mondo con la loro ‘disumanità’: nulla può essere così trasparente e leggibile come la metafora che racconta Don Siegel in quel capolavoro che è L’invasione degli ultracorpi, del 1956. Tra l’altro – ci avete mai fatto caso? – anche i comunisti uscivano da quelle stesse steppe desolate e misteriose da cui, duemila anni prima, altri barbari erano arrivati uccidendo e devastando …

Ma ai giorni nostri, ancora un nuovo Ignoto si è presentato al nostro immaginario, ed ha richiesto la nostra elaborazione. Ormai da parecchi anni arrivano nei Paesi europei migliaia di immigrati da svariatissimi Paesi del mondo. Partono da zone lontanissime del globo, di cui a malapena riusciamo a compitare il nome, arrivano qui per sfuggire alle carestie, alla mancanza di lavoro, alle guerre che imperversano nei loro Paesi d’origine, alle persecuzioni politiche e religiose. Da che punto di vista li abbiamo guardati? Cosa abbiamo ‘immaginato’ di loro? Anche se può sembrare incredibile, ancora una volta la nostra mente si è servita degli stessi schemi, più o meno consci, messi a punto quando si era trattato di alieni e di barbari. Vediamo come. Sono ‘diversi’ da noi, gli immigrati? Nella maggior parte dei casi, indubbiamente sì: spesso, prima di tutto, è diverso il colore della pelle; il taglio degli occhi, qualche volta; le abitudini quotidiane; i riti religiosi; il modo di vestire; l’alimentazione. Da dove provengono? Da ‘fuori’, cioè da Paesi di cui non conosciamo bene né il nome né la collocazione geografica, e dei quali non sappiamo, in fondo, quasi niente. Si comportano come noi? Spesso no: appunto mangiano cibi diversi, con odori che a volte ci infastidiscono; vestono in modi che a noi sembrano assurdi; pregano in modo diversissimo da quello in cui prega una certa parte di europei; si relazionano, perfino, diversamente, eccetera. Insomma: sono ‘diversi’, come ci siamo chiesti prima? Sì. Sono ‘alieni’, cioè ‘estranei’ al nostro mondo? Sì. Cosa c’è, là da dove provengono? Non lo sappiamo: hic sunt leones. Perciò – e questo è stato, purtroppo, il vergognoso ragionamento di tanti tra noi – perciò essi sono nemici, da rifiutare e da combattere. Da questo meccanismo mentale – che possiamo tranquillamente chiamare col suo vero nome, cioè ignoranza (nel senso proprio del termine, cioè ‘non sapere’) – nasce l’atteggiamento che molti oggi hanno nei confronti degli immigrati, e che, in altre occasioni, abbiamo definito come razzismo: termine giusto anche questo, perché, in fondo, razzismo e ignoranza sono sinonimi.

Non si tratta, lo sappiamo bene tutti, di considerazioni teoriche. Ovunque si sia presentato il ‘problema’ degli immigrati, se si va a vedere da vicino si può constatare che quasi sempre quel ‘problema’ non esiste. Vale a dire: si vedrà che non è tanto l’immigrato a rappresentare il ‘problema’, ma che esso è costituito dall’atteggiamento mentale delle amministrazioni comunali, e dei cittadini che le hanno elette. I call center, I negozi e I ristoranti etnici? Ben prima che essi creino effettivamente dei problemi, per mesi la Polizia Municipale vi ronza intorno, preconcettualmente, ossessivamente, ostinatamente, precostituendo così le condizioni per una reazione e, di conseguenza, per una ‘giusta’ controreazione contro l’alieno: se vuole star qui (nell’Impero) rispetti le nostre regole, altrimenti torni da dove è venuto (coi leoni). Le ordinanze che proibiscono i bivacchi nei parchi cittadini? Ma chi li ha mai visti, qui, i bivacchi?! Tornino a casa loro (nel loro pianeta) e facciano pure quello che gli pare. Eccetera.

E’ possibile fare qualcosa per liberarci dalle nostre paure, per non temere più barbari, alieni od immigrati? Sì, certo, ed il come è chiaro: sconfiggendo l’ignoranza per mezzo della conoscenza. Accostiamoci a chi è diverso da noi, proprio perché è diverso. Non abbiamo paura della sua diversità, ma anzi cerchiamo di sentircene attratti, di provare per essa curiosità ed interesse: come sempre una mente aperta deve fare di fronte ad una realtà ‘nuova’. Chiediamoci quante cose che non sappiamo possiamo imparare da lui, quanto la sua cultura può arricchire la nostra. Cerchiamo di conoscere il suo Paese: dov’è, come si chiama, che vita ci si fa, che abitudini e che cultura ci sono. Impariamo qualcosa della sua lingua, mentre gli insegniamo la nostra. Comunichiamo con lui. Cerchiamo di non essere più ‘ignoranti’ nei suoi confronti. Mano a mano che lo conosceremo, la paura dell’ignoto sparirà, e ci renderemo conti di avere davanti a noi un essere umano proprio come noi: buono o cattivo, simpatico o antipatico, onesto o disonesto a seconda delle circostanze. Ma, sempre e comunque, un essere umano: non un ‘barbaro’ e nemmeno un alieno. Possibile che più di duemila anni siano passati per niente?

 

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