Pubblicato da: giulianolapostata | 19 maggio 2010

“Alpha Dog”, N. Cassavetes, USA, 2006

Un viaggio all’inferno, dove l’inferno non sta tanto, paradossalmente, nell’omicidio che conclude la vicenda, quanto nella vita quotidiana di questo gruppo di ragazzi californiani di buona famiglia. Perché voi provate a guardarli, mentre dilapidano notti e giorni in una non-esistenza incosciente ed inutile; provate a guardarli mentre bevono alcol senza misura, mentre si fanno di qualsiasi cosa capiti loro a tiro, mentre consumano una sessualità animale e priva di qualsiasi coinvolgimento emotivo; e poi domandatevi: cosa faranno ‘da grandi’? Quale sarà il loro futuro? E loro, come se lo immaginano? Ma se ne immaginano uno, questi ragazzi? Anzi: forse che possiedono il concetto stesso, di futuro? Quasi una docufiction, più che un film, Alphadog racconta una storia vera, accaduta in California nel 2000, talmente vera che il protagonista è stato arrestato quando il film era quasi finito, e Cassavetes è addirittura dovuto intervenire sul girato, e alla fine ha rischiato di non poter fare uscire il film per l’accusa di influire sul processo. Il capo del gruppo di cui si racconta è Johnny, dalla personalità carismatica, ammaliante come un serpente. Traffica in droga, a livelli ormai abbastanza importanti, spaccia, scopa, beve, si fa, domina. Tutti lo temono, lo servono, lo riveriscono. Tutti meno Jake, anche lui strafatto, anche lui implicato nei suoi giri, ma con una ‘dote’ che paradossalmente lo rende più ‘umano’ di Jake: la disperazione, quasi un’oscura cognizione dell’abisso in cui è precipitato. Il resto è presto detto. Jake deve a Johnny poche migliaia di dollari per un affare andato a male, e poiché non li ha, Johnny rapisce suo fratello, un quindicenne sciocco e sprovveduto, fondamentalmente in nulla diverso dal fratello maggiore, che già venera come un dio. Lo caricano su un furgone e poi, per tre giorni, se lo passano l’un l’altro, da un’orgia a una festa in piscina, da una notte in motel a guardare idiozie in tv a una passeggiata in periferia. Poi l’avvocato di Johnny gli chiarisce le idee: quello che hanno fatto è un rapimento in piena regola, e vale l’ergastolo per tutti, e lui trova “una soluzione”, folle come quello che ha già fatto: ammazzarlo, liberarsene. Ma anche nel crimine sono stati stupidi e incoscienti, si sono fatti vedere da tutti, e in poche ore vengono presi. Tutti meno Johnny, che può contare ancora sulla sua ‘influenza’: riesce a fuggire, e solo cinque anni dopo viene arrestato in America Latina. Figlio del grande John Cassavetes (autore del bellissimo Assassinio di un allibratore cinese, 1976) e già di suo detentore di una discreta filmografia (a parte il banale John Q., 2001), Nick Cassavetes firma quello che, a tutt’ora, è senz’altro il suo capolavoro: un film ‘pulito’, forte, di alta professionalità, servito da un cast in cui i ‘minori’ (Ben Foster, Emile Hirsch, Justin Timberlake, Chris Marquette) sono perfino più bravi dei mostri sacri (Bruce Willis e Sharon Stone, qui comunque ‘attrice’, non la bambola di gomma di quegli orribili Basic Instinct), e da una perfetta colonna sonora di hip-hop, una musica disumana come il Male che accompagna e pare addirittura generare.

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