Pubblicato da: giulianolapostata | 18 maggio 2010

“In interiore hominis habitat deus”

Essere ‘padroni’ è anche, e forse principalmente, una categoria dello spirito, prima che una categoria economica. Ciò soprattutto da quando la ‘padronanza’ ha smesso di esercitarsi sulla terra – spezzando quella catena di simboli e di valori concreti che ineriva alla proprietà nelle società preborghesi – e si è trasferita sul piano del denaro virtuale, creando quel sistema di valori disumani che regge il mondo odierno, in cui vi possono essere sì ‘poteri’ immensi, ma senza alcuna ‘giustificazione’ ideale: qualunque broker, oggi, è certo più ‘potente’ del Re Sole, ma nessun pezzente andrà mai da lui a farsi imporre le mani per guarire dalla scrofola. Categoria dello spirito, cioè categorie mentali, che appartengono al ‘padrone’, lo qualificano, lo definiscono. Una, per esempio, è quella secondo cui tutto può essere comprato: ogni uomo, ogni cosa ha il suo prezzo, e l’onore è una vecchia parola dimenticata nei vocabolari. Un’altra è quella che rende impossibile al ‘padrone’ concepire che possa esistere al mondo qualcuno con una Weltanschauung ed una scala di valori diversi dai suoi. ‘Padrone’ è la migliore delle condizioni umane possibili, e un mondo di ‘padroni’, o almeno in cui tutti ambiscano ad essere tali, è il migliore dei mondi possibili. Di questa visione del mondo troviamo ‘in natura’ molti esempi. Uno è quel venditore di tappeti che da anni ci disgoverna economicamente e ci avvelena spiritualmente, complice – ma questo è un altro discorso – l’imbecillità di una ‘opposizione’ non molto migliore di lui. Volgare e ruffiano, il suo sorriso promette complicità oscene a chi gli venda l’anima. Ma, incredibilmente, esiste anche un’altra versione della Weltanschauung padronale, quella mossa non (non subito, non sfacciatamente, s’intende: ma sostanzialmente, certo che sì!) non – dicevamo – da biechi interessi personali, ma, incredibilmente, da un aereo umanitarismo, da un ‘sincero’ desiderio di ‘fare del bene’. La letteratura ce ne ha disegnato un ritratto imperituro nel personaggio di M. Hardy, nell’Ebreo errante di Eugène Sue, ma la realtà ci offre, di questi ‘profeti del Liberalismo’, numerosi esemplari: vivi, vegeti e, disgraziatamente, molto attivi. Uno dei più celebri è Muhammad Yunus, un bangla insignito nel 2006 del Premio Nobel per – pensate un po’! – per la Pace. Sostanzialmente e brevemente, la sua visione del mondo è questa. Dopo aver messo da parte il suo gruzzoletto con varie attività finanziarie – umanitario sì ma fesso no – il Sig. Yunus, seduto nel bel mezzo di uno dei continenti più poveri al mondo, ha avuto una bella pensata: ma perché, per eliminare i problemi e render tutti felici, non trasformiamo tutti in padroni come me? Detto fatto, ecco nascere la Grameen Bank, una istituzione che concede microcrediti ai mendicanti e ai poveri perché avviino autonome attività imprenditoriali. La pensata non viene dal nulla. C’è un patrimonio ‘teorico’, dietro: “Tutti gli esseri umani, senza eccezioni, hanno capacità imprenditoriali: fa parte della nostra natura, sono un dono interiore” (la sottolineatura è mia, semplicemente a ‘sottolineare’ quanto sia scesa in basso la classifica dei valori interiori. “In interiore hominis habitat deus” diceva Agostino d’Ippona: guarda un po’ cosa ci abita oggi …), e c’è anche una specie di ‘didattica’ dell’imprenditorialità: “Liberare le capacità imprenditoriali è come saggiare il sottosuolo e fare trivellazioni in cerca di petrolio. Si sa che il petrolio c’è, si tratta solo di capire come arrivarci e in che modo estrarlo dal terreno. Ci potrebbero essere delle false partenze, ma alla fine verrà estratto[1] (anche qui la sottolineatura è mia. Ineffabile! Tra tutti gli esempi che avrebbe potuto trovare, proprio questo, che certo gli è uscito dal cuore: e sappiamo bene come – ha proprio ragione! – quando il petrolio c’è lo si tira fuori. Costi quello che costi: guardate in Louisiana!). Et voilà. Troppo semplice, dite? Qualcuno sta storcendo il naso? Possibile – state chiedendo – che il Sig. Yunus non si sia chiesto come mai tutti questi mendicanti vivono fianco a fianco di alcune tra le più grandi ricchezze del mondo? Possibile che non sappia che in gran parte prima erano contadini, e che si sono ridotti così perché speculatori e affaristi li hanno privati dei loro piccoli apprezzamenti, grazie ai quali prima conducevano una vita ‘povera’ ma non miserabile? Possibile – il ragionamento sa un po’ da Monopoli, ma è così – possibile che non si sia detto che, se ci trasformiamo tutti in imprenditori, alla fine a chi cazzo le vendiamo le nostre merci del cazzo?! Possibile che non sappia che, comunque, imprenditorialità è sinonimo di concorrenza, per cui, non appena avranno messo da parte un po’ di soldi, i suoi poveri ex-imprenditori cominceranno a farsi la guerra tra loro per ricacciarsi l’un l’altro nella spazzatura da cui sono appena usciti (‘è il mercato, baby’)?  Possibile che non abbia anche pensato che forse più d’uno di quei mendicanti può trovare più dignità proprio nel mendicare, nell’esibire in faccia ai ricchi la sua miseria, che non nel trasformarsi in un petulante venditore porta a porta? Possibile, poiché è. Ma desolante, e angosciante. Quest’uomo, dunque, è stato additato dalla comunità del Nobel come esempio per l’umanità intera. Valutate voi, Quanto a noi, preferiamo inserirlo nella categoria dei ‘cattivi maestri’.

 [1] Le citazioni provengono dall’articolo “Così i miei poveri diventano imprenditori”, di Muhammad Yunus, La Repubblica, 15/11/07.

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