Pubblicato da: giulianolapostata | 16 maggio 2010

“Robin Hood”, R. Scott, USA/GB, 2010

Circa una trentina di film (per non parlare delle decine di telefilm!), dal mitico RH muto di A. Dwann (USA, 1922) con Douglas Fairbanks, all’altrettanto mitico RH di M. Curtiz (USA, 1938) con Errol Flynn e Olivia de Havilland, passando per la sciocca ed insipida parodia di Robin e Marian (R. Lester, USA, 1976),  e tanti altri a seguire: tutti, comunque, per un verso o per l’altro superiori a quell’invedibile ciofeca di Robin Hood principe dei ladri (K. Reynolds, USA, 1991) da segnalare solo per il Razzie Awards attribuito a Kevin Costner come peggior attore protagonista. Quasi quasi – anzi, di sicuro – è meglio Robin Hood, un uomo in calzamaglia, di quel geniaccio irriverente di Mel Brooks (USA, 1993).

Ma qui, vorrei dire per la prima volta, finalmente voliamo alto, e quel ‘finalmente’ va ad onore soprattutto di Ridley Scott, che con questo film sembra definitivamente confermare la fine di quello che è stato, secondo me, un lungo ed infelice periodo di mediocrità. Dopo aver esordito con quattro film che hanno fatto la storia del cinema – I Duellanti (1977), Alien (1979), Blade Runner (1982) e Legend (1985) – Scott si era perso in una serie di film modestissimi, quando non addirittura francamente stupidi e orribili: Soldato Jane (1997) e Black Hawk Down (2001), tanto per fare due esempi. Ma già due anni fa l’ottimo Nessuna verità (2008) ci aveva fatto sperare che la brutta stagione fosse finita, ed ora, finalmente, sembra che ne abbiamo la conferma.

Scott sceglie, per questa sua rentrée di lusso, appunto questo personaggio leggendario, che le ricerche storiche più recenti collocherebbero nel regno di Edoardo II° Plantageneto, ma che l’immaginario popolare ha d’autorità attribuito al XII° secolo, all’epoca della Terza Crociata, prima sotto il regno di Riccardo Cuor di Leone, morto nel 1199, e poi sotto quello del fratello, Giovanni Senza Terra, che gli succedette sul trono. L’armata di Riccardo sta appunto tornando in Inghilterra, ma a pochi chilometri dalla Manica il re muore in combattimento. Robin Longstride è un arciere al suo servizio. Con un gruppo di amici cerca di tornare in patria per suo conto, ma si imbatte in Sir Robert Loxley, colpito a tradimento dai Francesi. Prima di morire, sir Robert impegna Robin a riportare al vecchio padre la sua spada, sulla cui elsa sta scritto un motto che, oscuramente, Robin sente familiare: “Ribellarsi e ribellarsi ancora, finché gli agnelli diventeranno leoni”. Per mantener fede al giuramento, Robin Longstride raggiungerà il vecchio sir Walter, e prenderà addirittura il posto del figlio morto: nell’affetto del padre, nel governo delle terre e nel cuore di Lady Marion, la sua vedova. Diverrà così cosciente dei soprusi di re Giovanni e poco per volta si troverà a capo della rivolta dei baroni, che chiedono al re una carta dei diritti che ne attenui il potere assoluto (è la Magna Charta Libertatum che verrà concessa nel 1215). Li convincerà ad appoggiare Giovanni nella sua resistenza all’invasione francese, organizzata dal traditore Sir Godfrey, ma, vinta la battaglia, il re spergiuro rifiuterà di onorare le sue promesse. Ai baroni egli opporrà il diritto divino dei re, mentre Robin verrà dichiarato fuorilegge e bandito dal regno. Lui e i suoi si rifugeranno allora nella foresta di Sherwood, nel Nottinghamshire, da dove combatteranno per la libertà e contro l’ingiustizia.

Già da questo inquadramento storico risultano evidenti l’interesse e l’originalità dell’approccio di Scott al tema. Invece di limitarsi, come tutti gli altri prima di lui avevano fatto, a raccontare le picaresche avventure degli allegri compari di Sherwood, egli si dedica a ri-costruire le radici storiche del mito: impresa difficile nella fattispecie, perché su Robin Hood non esiste praticamente nessuna documentazione storica attendibile, ma massimamente difficile e rischiosa in sé, data la irriducibilità del Mito, per sua stessa natura, agli stretti confini della Storia (sulle radici celtiche del mito di RH consiglio almeno la lettura dell’ottima pagina presente su Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Robin_hood). Il risultato di questa operazione è, bisogna dirlo, semplicemente grandioso. Ne risulta un personaggio che, nella mente e nel cuore dello spettatore, si libra appunto in quella terra di mezzo che sta tra ‘verità’ ed immaginazione, un Eroe che per la sua parte di Uomo calca la terra, suda e sanguina, ma per la sua parte semidivina è lì lì per spiccare il balzo nella Leggenda: “Così comincia la leggenda” ci dice lo stesso Scott, negli ultimi fotogrammi del film. Una specie di prequel, insomma, per poter fare anche il prossimo film? Tutto sommato è vero, ma sarebbe ben misero chi vedesse come una gretta operazione commerciale quella che, praticamente, è una scelta artisticamente obbligata. Non solo, infatti, sarebbe stato semplicemente impossibile schiacciare in un solo film tutta la materia, ma, come abbiamo detto, questa scelta inoltre conferisce autentico corpo e sostanza e alla storia e al personaggio, rendendoli massimamente vivi, appassionanti e ‘veri’.

Un ‘barcamenarsi’, questo, tra mito e realtà, tra vero ed immaginario, che possiamo ritrovare anche nelle scelte filmiche: poteva Scott aver dimenticato di essere stato l’autore delle perfette immagini dei Duellanti?! Tutta la CGI che spesso soffocava le inquadrature del Gladiatore e delle Crociate, quasi sovrapponendosi alla narrazione, qui è stata sostituita da una splendida ‘realtà’: le magnifiche foreste del Galles, e le ricostruzioni ambientali così potenti e ‘vere’ di Arthur Max, lo scenografo da tempo collaboratore di Scott. Location ‘reali’, dunque, e che perciò, proprio per questo, ci permettono di sognare, di proiettare l’immaginazione lontano, fino ad un XII° secolo tanto concreto quanto ‘mitico’. E dal Mito, non può che nascere l’Epos. Non immeritatamente, infatti, possiamo usare questo termine, a proposito del film. Epica è la cavalcata dei Baroni tra le colline verdeggianti, lo snodarsi dei cavalieri per i sentieri, il loro radunarsi nell’incerta luce dell’alba sotto la silhouette del cavallo di pietra (a proposito: sbaglio, o quella è una citazione da Braveheart?). Epica è la minacciosa avanzata dei barconi francesi sulle acque tumultuose della Manica, che non si limita ad essere un omaggio a Salvate il soldato Ryan di Spielberg ma appunto acquista una sua intensa e cupa personalità.

La volontà di Scott di recuperare un linguaggio registico ‘antico’ è evidente anche nelle scelte relative alla dinamica dell’azione e al montaggio. La pura e semplice ‘narrazione’ si stende semplice e chiara, sempre perfettamente logica e comprensibile, senza disperdersi in sbavature inutili ma senza nemmeno negarsi pause di riflessione e descrizione. Il montaggio delle scene d’azione è – finalmente: questo sì finalmente! – leggibile e chiaro, e se la battaglia nella Foresta Nera era un incubo schizzato, ai limiti della percezione subliminale, quella di Dover è forte e violenta, ma anche concreta e godibile, come una ‘ripresa dal vero’.

Realtà e Mito, anche nella resa dei personaggi. Tutti perfetti, e tutti ‘grandi’, con appena quella sfumatura di stereotipo di cui tutta l’arte è per sua natura intessuta, e che non può mancare a chi si muove ai confini della leggenda. Il vecchio Loxley, cieco e vacillante, è quasi un antico bardo che narra le storie della sua terra. Sir Godfrey è un magnifico vilain che non scade mai nella caricatura di se stesso, Marion è una donna intelligente, forte e sensuale, che s’impone e affascina. Robin … beh, Robin è molte cose. Non ha tutti i torti chi ha detto che è tornato il Gladiatore, anche se alcuni importanti distinguo devono assolutamente essere fatti. Se nello sguardo di Longstride è presente la malinconia di chi ha già vissuto una parte importante della vita, ed ha visto ingiustizie ed anche orrori, da esso sono assenti però quell’ansia di morte e di vendetta, quel cupio dissolvi che rendevano gli occhi di Maximus due cupi pozzi senza fondo. È la sua una malinconia che diventa saggezza, disincanto, perfino ironia, e che gli permette di affrontare le nuove prove con equilibrio e ponderatezza.

Se, come dicevamo all’inizio, non è ancora tempo per gli allegri compari di Sherwood di mettere in scena le loro bravate, tuttavia l’intelligenza di Scott non si nega qualche piccola incursione nella farsa, quasi a voler alleggerire tanto ‘eroismo’, insaporendolo con un po’ di beffa e di carnalità. Divertentissimo il fascio di preti legati tutti assieme, costretti a farsi sette miglia a piedi ruotando su se stessi, ma semplicemente deliziosa, vorrei dire perfetta, la baldoria di Will, Little John e Allan con le fanciulle di Loxley, tra canti da osteria ed epiche bevute di idromele: “Una notte che non si dimenticherà facilmente”, come commenta ironicamente Lady Marion.

Insomma: bentornato, Ridley, con tutta la tua arte, il tuo talento e la tua poesia. Arrivederci a Sherwood!

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: