Pubblicato da: giulianolapostata | 15 maggio 2010

Multivisioni – 10 maggio 2010

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

 “Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

 L. Wittgenstein

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 Sabato 15 maggio

The assassination (N. Mueller, USA, 2004)

03.45, Rai1

Samuel Byke è una specie di Candide volterriano. Il mondo è buono, gli essere umani naturalmente buoni: perché mentirsi l’un l’altro? Perché umiliarsi? Perché insultarsi? Non può essere sempre tutto “una questione di soldi”. Invece sì, lo è: il mondo è infinitamente peggio di come lui lo immagina, e prima di capirlo Samuel perde un lavoro dopo l’altro, la famiglia, la moglie e i figli, gli amici. Man mano che precipita verso il fondo, il suo odio si focalizza sul Presidente Richard Nixon, “il miglior venditore del mondo”, quello che per due volte ha venduto agli americani le stesse bugie, convincendoli che fossero la verità. Samuel progetta dunque di distruggerlo, e prima della fine registra la sua storia in una lunga confessione che spedirà a Leonard Bernstein, il direttore d’orchestra, perché “la sua musica è onesta e pura”. Riflessione tragica, intima ed intensa su come una società fondata sul possesso sia anche una società che uccide gli individui e i sentimenti, TA è uno dei film più belli degli ultimi dieci anni, quasi interamente sorretto da uno Sean Penn per cui non esistono elogi sufficienti, e da una Naomi Watts quasi altrettanto brava. Assolutissimamente imperdibile.

Arac attack (E. Elkayem, USA, 2002)

23.10, Italia1

Davvero carino. Non si poteva rifare un B-movie come quelli, deliziosi, degli anni Cinquanta: mancava il bianco/nero di allora, con la sua carica di angoscia e di mistero; mancava il senso del ‘diverso’ e del ‘nemico’ nascosto tra noi, appena sotto la superficie della nostra società (“Them” (‘Loro’), si intitolava uno dei più bei film di allora, su una specie di insetti giganti che abita le gallerie suburbane). E allora si è scelto di fare un B-movie di oggi: che usa splendidi effetti speciali per dar vita ai ragni; che usa sfacciatamente il colore; ma che soprattutto mescola abilmente dramma e farsa, e adopera in modo scanzonato ed irriverente stereotipi e citazioni (Lupo Solitario). Non è affatto da buttare, e vale due piacevoli ore.

Billy Elliot (S. Daldry, GB, 2000)

17.15, DT

Billy, figlio di un minatore inglese (un lavoro da ‘veri uomini’), alla boxe (uno sport da ‘veri uomini’) preferisce le lezioni di danza (un’attività da ‘finocchi’). Vincerà la sua battaglia e diventerà un celebre ballerino. Sciocchezzuola inutile e vacua, buonista e disneyana nel senso peggiore del termine, che non merita assolutamente il consumo di due preziose ore della nostra vita.

La valle dell’eden (E. Kazan, USA, 1955)

00.30, DT

Da uno dei più bei romanzi di John Steinbeck (da rileggere assolutamente), uno dei più bei film di Kazan ed una delle migliori interpretazioni di James Dean. Era il suo primo film, in cui comincia a tratteggiare il suo ‘tipo’ di spostato e infelice. Ambientato nell’America rurale dei primi Novecento, è la storia di due fratelli in contesa tra loro, della ribellione al padre, della scoperta della amarezze della vita. Forte, drammatico, turgido, imperdibile.

Rambo (T. Kotcheff, USA, 1982)

18.35, DT

Da vedere, sia perché è un’ottima storia, e sia perché forse non tutti sanno che, anche se poi è diventato un’icona della destra, in origine il romanzo Primo sangue di David Morrel, da cui è tratto, fu un romanzo ‘di sinistra’, scritto per mostrare la tragedia dei reduci dal Viet-Nam. Guarda un po’ com’è andata a finire …

Miracolo a Sant’Anna (S, Lee, USA/Italia, 2008)

21.00, Sky

Ho sofferto, in quei giorni, leggendo le anticipazioni del film. Ho sofferto per Giorgio Bocca – uno degli uomini più nobili e diritti che ci siano rimasti in Italia – alla cui contenuta ma ferma indignazione, espressa sulla Repubblica del 1 ottobre, non è certo stata scusa sufficiente la rispostina stitica e formale data dal regista sul quotidiano del giorno successivo. Ho sofferto per la partigiana ottantasettenne che il pomeriggio di giovedì 2 ottobre, ai microfoni di Fahrenheit, su Radio3, piangeva ricordando il marito, ammazzato a ventiquattro anni dai nazisti proprio in quei luoghi una settimana dopo la strage, e tra le lacrime, molto mitemente, rimproverava a Lee: “Non a me, ma a lui, deve render conto di ciò che ha detto”. Ho sofferto per mio zio partigiano, scomparso da poco, che di ritorno dalla montagna si rimise a lavorare zitto zitto, senza chiedere onori o prebende. Poi ho visto il film, e mi sono reso conto di aver sofferto inutilmente. Sì, è vero, c’è un partigiano traditore, nel film, cui spetterebbe la responsabilità della strage, e al quale un ufficiale nazista rimprovera: “Tua è la colpa”. Sarebbe questa la ‘miracolosa’ rivelazione del film? Che nella Resistenza – come in qualsiasi altra guerra, partigiana o ufficiale che fosse – ci sono stati dei traditori? Una ben povera scoperta, che certo non meriterebbe di spendere tempo e soldi a farci un film, e che certo non può in alcun modo offendere la Resistenza, il momento più alto della storia repubblicana, l’unico in cui gli Italiani si siano davvero sentiti popolo. Anche se – diciamolo tra parentesi, quasi marginalmente – è curiosa questa ‘triangolazione’ antiresistenziale. Ad un vertice Spike Lee (‘di sinistra’, alfiere dei diritti dei neri, democratico e pro Obama) che ‘scopre’ (ma sarebbe meglio dire ‘inventa’: su questo torneremo più avanti) che c’era qualche partigiano traditore. Ad un altro Giampaolo Pansa, che ormai da anni – forse avendo fiutato con cinica preveggenza il vento revisionista e neofascista – rovescia fango sui partigiani. All’ultimo, il Ministro La Russa, che finalmente ha potuto togliersi lo sfizio di dire in pubblico che anche gli assassini repubblichini – quelli sì traditori: del loro Paese – in fondo erano bravi ragazzi che combattevano per onore. Chissà se Lee se n’è reso conto, chissà se ha letto, se si è documentato, se, insomma, ne sapeva qualcosa. Tutti sanno quanto io ami il cinema americano, ma come potrei spender pagine a descriverne i meriti, così sono prontissimo ad elencarne i difetti, tra i quali si colloca, spesso, una inconcepibile superficialità. Del resto, la dicono lunga sull’attendibilità di questo film già le sue origini, scritto com’è non partendo da una ricerca storica sul campo, ma ispirandosi ad un romanzo di tale James McBride. Romanzo? Ispirazione? Forse che non c’erano abbastanza dramma, abbastanza dolore, sufficiente sangue versato e dignità umana insultata, sull’Appennino toscano, perché bisognasse andarli a cercare in un anonimo romanzetto di vent’anni fa? Rimangono davvero oscure le ragioni di Spike Lee per aver fatto questo film, e per averlo fatto in questo modo, e se lo scopo era quello di esaltare il contributo delle Divisioni formate solo da neri americani nella Seconda Guerra Mondiale, allora non c’era bisogno di tirar fuori la Resistenza italiana: forse di apartheid ne saprà qualcosa, ma di quella – ci consenta – dà l’impressione di non sapere un cazzo. Non è dunque la figura del traditore, che può far male alla Resistenza, quanto, al massimo, un film che pretenderebbe di parlarne e invece non ne parla, che sembra raccontare di una cosa e invece sta raccontando di un’altra, un film allusivo, approssimativo e, appunto, superficiale, privo di un effettivo spessore culturale e storico. Quel che – molto indirettamente, dunque – può far male alla Resistenza (ma si consoli l’ANPI: ne fa di più all’arte del cinema), è un film confuso e malfatto, un pastrocchio bellico-sessual-sentimental-religioso che pare una grottesca caricatura di certe storie di Frank Capra, un film disordinato e mal raccontato, prolisso, discontinuo, con un altissimo tasso di improbabilità, spesso inutilmente didascalico. Un film, insomma, che si inserisce perfettamente nella filmografia di un regista sempre assolutamente sopravvalutato, cui l’importanza dei temi civili trattati nei suoi film ha sempre fatto velo al loro effettivo valore. Tutto sommato, bene ha detto Spike Lee quando, con arroganza tutta americana (evidentemente l’esser nero e discriminato non protegge dalla sindrome da Padroni-del-Mondo), rispondendo alle critiche fattegli in questi giorni ha ribattuto: “Nessuno può insegnarmi come fare un film”. Giusto, nessuno può insegnarglielo: è proprio un caso disperato.

Domenica 16 maggio

Frozen River (C. Hunt, USA, 2008)

19.00, DT

Cingachgook non fu l’ultimo dei Mohicani: i Mohawk esistono ancora, in una riserva ‘sovranazionale’, a cavallo dello Stato di New York (USA) e di quello del Québec (Canada). La loro casa, dopo essere stata lo spazio infinito e libero dei boschi, delle montagne e delle acque (L’ultimo dei Mohicani, di Michael Mann, 1992, rimane per me uno dei film più belli della storia del cinema), è oggi una distesa di ghiaccio recintata da reti metalliche, assediata dalle strade asfaltate dei bianchi e attraversata da poche piste fangose, su cui corrono vecchi scassoni: macchine ‘da indiani’ (come noi, ‘Italianibravagente’, diciamo ‘macchine da negri’ o ‘da marocchini’), che non è difficile immaginare, d’estate, infestata da nubi di zanzare. Abitano in misere roulottes sforacchiate, dove la notte bisogna dormire col pellicciotto, governati da una grottesca Polizia Tribale, mendicando lavori di merda, che i bianchi non vogliono più. Lila, per esempio, una ragazza Mohawk abbandonata dal marito, ha trovato un nuovo business: caricare nel portabagagli cinesi, pachistani e miserabili vari che dal Canada vogliono entrare nel paradiso degli USA. Ma ad un certo punto le accade di incrociare una bianca a cui quel lavoro non fa così schifo, perché non può fare troppo la schizzinosa. È Ray, anche lei abbandonata dal marito, con due figli da mantenere, un lavoretto part time e una casa prefabbricata che va in pezzi. Lui, andandosene, le ha fregato tutti i soldi, ed ora deve per forza trovarli, e in fretta, se vuol mettere la sua famiglia sotto un tetto. Controvoglia, dunque – mirabile l’atteggiamento razzista ‘non detto’ di Ray – le due donne si alleano: per la bianca saranno solo pochi viaggi, quel tanto che le basti a pagare la casa nuova. Ma è impossibile che una frequentazione avvenga in modo neutro, sia pure se si tratta di un’attività criminale, e poco per volta esse imparano anche a conoscersi e perfino a stimarsi, stabilendo un rapporto solidale che sarà fondamentale quando qualcosa, inevitabilmente, andrà storto. L’esordiente – congratulazioni! – Courtney Hunt scrive un film semplice e netto, niente affatto retorico, intelligente e sensibile, e con la vicenda di Ray (la bravissima Melissa Leo) e di Lila (l’altrettanto brava Misty Upham) ci racconta un interessante ed elementare apologo sulle gioie della globalizzazione e del neocapitalismo, e sulla loro natura, paradossalmente, ‘democratica’ e ‘interrazziale’, che spinge egualitariamente ai margini della società bianchi neri, gialli, senza distinzioni, accomunati da una sola caratteristica: non hanno soldi, non contano niente. C’è una sola risata nel film, quando Lila spiega a Ray che, per quei viaggi miserabili e pericolosi, quei poveracci pagano migliaia di dollari ai passeurs: “Per venire qui?!”, sbotta sbalordita Ray, e sghignazza amaramente.

L’ultimo dei Mohicani (M. Mann, USA, 1992)

21.00, Sky

Nella guerra che, nella seconda metà del Settecento, oppose Inglesi e Francesi nell’America del Nord, vennero coinvolte anche le locali tribù indiane, con esiti per loro tragici. Dal bellissimo romanzo di J. Fenimore Cooper (1826) un film solenne e sontuoso, nostalgico e puro. Assolutamente mirabile il senso coreografico di Mann, qui e sempre grandissimo Maestro, che ‘orchestra’ le due imboscate come due coreografie. Rigorosi e commoventi i contenuti antropologici e, per le fanciulle, Daniel Day-Lewis mai così bello. Assolutissimamente imperdibile.

Io, grande cacciatore (A. Harvey, GB, 1979)

21.00, Sky

Nella Frontiera degli inizi Ottocento, un bandito ruba il bellissimo stallone di un capo indiano, ma questi lo bracca instancabilmente per riprenderselo, lottando contro ogni ostacolo. Eroica e nobile la figura del nativo, che si impone al bianco per superiore nobiltà d’animo ed anche perche intimamente connaturato con l’ambiente nel quale agisce. Un vero gioiello, in un raro passaggio TV, assolutamente imperdibile.

Lunedì 17 maggio

15 minuti – Follia omicida a New York (J. Herzfeld, USA, 2001)

03.00, Rai1

Due folli assassini battono la città uccidendo e filmando i loro delitti. Film duro e spietato sull’amorale sfruttamento della violenza da parte dei media, denso di idee e di stimoli, intelligente e acuto, ma, secondo me, estremamente confuso, eccessivo, disordinato. Ho sempre pensato che, con un buon lavoro di editing ed un altro montaggio, ne sarebbe venuto fuori un capolavoro. De Niro, comunque, è un capolavoro da solo. Da vedere in ogni caso.

The reader (S. Daldry, USA/Germania, 2008)

21.00, Sky

Sarebbe sbagliato leggere The Reader come un film sulla Shoah, perché ciò significherebbe equivocarne in gran parte l’ispirazione, e soprattutto inserirlo in uno schema ‘riduttivo’, in cui – ovviamente – i ‘buoni’ e i ‘cattivi’ sono definiti a priori con chiarezza indiscutibile, e i ruoli di vittime e carnefici assegnati senza equivoci possibili. TR è invece qualcos’altro: è un film sul Male e sulla solitudine. Racconta come il Male sia ‘semplice’, quotidiano, alla portata di tutti; dice di come la solitudine possa aiutare ad imboccarne la strada, non per cosciente e pervicace volontà di commettere ‘cattive azioni’, ma solo perché in esse si può trovare – horribile dictu – un senso ad un’esistenza che altrimenti non ne avrebbe alcuno; insegna di come esso possa assumere il volto ‘normale’ del bisogno di ‘ordine’ (“Eravamo responsabili, eravamo le sorveglianti”; “Ho letto tutti i rapporti su di Lei: ottimo lavoro, Schmitz, è stata promossa”), addirittura – e sembra una bestemmia – di un perverso rovesciamento della saintexuperiana fedeltà alla “consigne”. Così è stato per Anna Schmitz, trent’anni, negli anni Quaranta operaia alla Siemens, che ad un certo punto risponde ad un bando di reclutamento delle SS per posti di sorveglianti nei Lager. Ad Auschwitz, suo primo incarico, Anna è addetta alla selezione: ogni settimana deve scegliere un certo numero di donne da mandare alla camera a gas, per far posto a quelle che senza numero continuano ad arrivare. Poi sarà tra coloro che, sotto l’incalzare delle truppe sovietiche, guideranno le massacranti marce di trasferimento dei prigionieri, in cui altre migliaia moriranno. Ma, finita la guerra, Anna pare aver dimenticato tutto, seppellendosi in un anonimo lavoro di tranviera. Un giorno incontra casualmente Michael Berg, studente quindicenne, e inizia con lui un rapporto basato sulla pura attrattiva sessuale. Non è tutto, però. Dopo, e addirittura prima di fare l’amore, Anna vuole che Michael le legga pagine e pagine dai suoi libri di scuola: Omero, Orazio, e Mark Twain e Cecov, e tanti altri. Se nei normali rapporti col ragazzo Anna pare indossare sempre una specie di corazza che la isola dal mondo, in quei momenti essa pare abbandonarsi, ed essere libera. Ma alla fine dell’estate, come era entrata nella vita di Michael di prepotenza, così ne esce, scomparendo all’improvviso, e lasciandolo preda di rimpianti e di rimorsi. Non passeranno molti anni prima che lui la ritrovi: sarà quando, intelligente e promettente studente di legge, si troverà ad assistere ad un processo ad ex SS, e la vedrà seduta sul banco degli imputati. Là scoprirà, finalmente, il suo vero segreto, quello che l’ha tormentata per tutta la sua vita, differenziandola dalle compagne di malvagità perfino nel Lager, e che segnerà incredibilmente anche i lunghi anni che dovrà trascorrere in carcere. Nessun momento, nel film, è così commovente come quello in cui Anna faticosamente compita le sue prime lettere dell’alfabeto, proprio sulle pagine dell’ultimo libro che Michael le aveva letto. Anna cercherà di fare i conti col proprio passato mediante un riscatto personale, ma anche mediante una scelta terribile. Michael pure cercherà finalmente, dopo una vita ormai trascorsa, di  ri-solvere quel legame, lasciando libero il fantasma di Anna, e liberandosi finalmente dei suoi. Un bel film, intelligente e sensibile, interpretato prodigiosamente da Kate Winslet, che poche settimane prima avevamo ammirato in Revolutionary Road (S. Mendes) e che non cessa di stupire, e da un magnifico, come sempre, Ralph Fiennes. Un film che segna un costante progresso di Stephen Daldry, dalla sciocchezzuola di Billy Elliot (2000), passando per The Hours (2002) fino ad arrivare qui.

Gomorra (M. Garrone, Italia, 2008 – Grand Prix al Festival di Cannes 2008)

21.00, Sky

Già lo sapevamo. Quando il cinema italiano sceglie di rinunciare a raccontare cascami sentimentali da soap tv o a titillare l’ego vuoto dei suoi registi, riesce a scrivere opere che spesso non solo eguagliano, ma perfino superano quel filone del cinema americano, tanto spietato e senza compromessi nell’indagine quanto eccezionale nella professionalità, che da decenni racconta le malattie e gli orrori della sua società. Così, tanto per fare solo un paio di nomi, di recente abbiamo visto Arrivederci amore ciao (M. Soavi, 2006), un noir di alto livello, ottimamente scritto ed altrettanto ottimamente interpretato, che della fine dei cosiddetti ‘anni di piombo’ ci dice più e meglio di dieci inchieste giornalistiche. O La giusta distanza (C. Mazzacurati, 2007), sobrio – come sempre è il suo bravissimo autore – ma tagliente ritratto dell’intima miseria morale della tanto decantata ‘cultura’ del Nord-Est. Garrone si iscrive in questa scuola, ma stavolta con un’opera di tale bellezza filmica e di tale forza e potenza narrativa da proiettarlo d’un tratto ai vertici di questo olimpo cinematografico. Eviterei di calcare troppo sulla ‘parentela’ col libro di Roberto Saviano da cui è tratto (come ho scritto molte altre volte, si tratta di confronti secondo me ai limiti dell’impossibile, data l’assoluta diversità di linguaggio tra cinema e letteratura). Qui Garrone fa cinema, grande cinema, e lo fa – questo sì è da dire – servendosi, tra l’altro, di una sceneggiatura semplicemente perfetta, di cui Saviano è coautore. Cinque sono le storie che il film sceglie di raccontare, storie di affari sporchi nel riciclaggio dei rifiuti, di giovani vite arse come un fiammifero, di economia clandestina, di vita quotidiana di camorra. Ma non mette conto qui, secondo me, di riassumerle e presentarle al pubblico. Quello di cui occorre parlare, invece, con forza, è per esempio dell’immensa abilità con cui queste storie vengono fuse in un corpo narrativo unico. Non passano cinque minuti e subito lo spettatore le ha identificate e le segue. Ma attenzione: le individua e le segue non come storie ‘diverse’ cucite insieme – una specie di film ad episodi malamente mescolato – ma come elementi di una narrazione corale, quasi che i protagonisti fossero gli stessi, si conoscessero, agissero insieme in momenti diversi. Dunque, prima di tutto, una scrittura filmica di altissimo livello. Ma non è tutto. Soprattutto da esaltare, sono la cura, l’attenzione ossessiva e ‘maniacale’ con cui viene evitato ogni particolare, ogni sbavatura che possa far scivolare il film anche per una sola frazione di secondo sul versante dell’emotività da sceneggiata o, peggio ancora, su quello della commozione neorealista. Sull’orlo dell’abisso del sentimentale, del pietistico, del sociologismo d’accatto, Garrone si ferma sempre un istante prima di cadervi dentro; e fa fermare anche i suoi attori, cui mai viene consentito di ‘interpretare’, nel senso deteriore del termine, ma solo di ‘testimoniare’. Mai un momento in cui egli si abbandoni a giudizi personalistici, consolatori o di condanna che siano, mai una scena in cui ‘buoni’ e ‘cattivi’ si contrappongano su un palcoscenico, mai un istante in cui si impanchi a Maestro. Quello di cui è Maestro qui, assolutamente, è di cinema: un cinema essenziale, scarnificato, distillato, puro. Un cinema che non tende a ‘commuovere’ e nemmeno – paradossalmente – a ‘far pensare’: semplicemente, un cinema che ‘racconta’, un cinema che ‘mostra’. Senza alcuna barricata su cui salire, senza alcuna morale da predicare, senza nessuna ideologia da dimostrare. Di Garrone, dopo alcune prove dignitose ma non eccezionali, avevamo già ammirato, nel 2002, il bel L’Imbalsamatore, storia malata di degrado morale tra Napoli e la provincia del Nord, raccontata con amarezza e grande eleganza stilistica, a volte forse perfino eccessiva. Ma qui abbiamo l’impressione di trovarci davanti ad un altro regista, uno che ha scoperto la ‘realtà’, e ce la racconta con un film epocale nella storia del cinema italiano. Detto ciò, detto tutto il bene possibile su Garrone ed il suo magnifico lavoro, credo che questo film offra anche l’occasione per alcune considerazione di ordine, diciamo così, politico. La prima. Certamente qualcuno, nel governo, starà pensando che è davvero un peccato che questo film sia uscito solo ora. Pensate, solo pochi mesi fa, che magnifico spot avrebbe potuto essere dal punto di vista della Lega. Mi par di sentirli. Eccoli lì, i ‘terroni’: brutti, sporchi e cattivi. Delinquenti, drogati, spacciatori, il cancro dell’Italia, insomma, palla al piede di un Nord onesto, pacifico/pacioccone, laborioso, pulito. Ma oggi, purtroppo, non si può più dirlo. E non perché abbiamo scoperto che anche il Nord non è così ‘buono’ come una propaganda più cretina che razzista aveva voluto farci credere, e nemmeno perché abbiamo scoperto che se il Nord è così pulito è perché la sua merda la fa ingoiare ai terroni di cui sopra. No: semplicemente perché, ora, la Lega è forza di governo, e certe cose non si può più permettere di dirle. Padania o no, anche ‘quella’ è Italia, e bisogna farci i conti, bisogna metterci le mani, bisogna far vedere che le cazzate della campagna elettorale non erano solo cazzate, appunto, ma impegni che verranno mantenuti. E dunque, cambierà finalmente qualcosa, ora, in quel Sud martoriato, in quella società stuprata? Naturalmente no, ma che credete. Ed è questa la seconda considerazione, il secondo sentimento che ci pervade: una profondissima pietà per quella gente, per quel popolo, da secoli schiavizzato e sfruttato, ma mai emarginato come da quando Democrazia e Repubblica avrebbero dovuto portargli, finalmente, Giustizia. Innumerevoli governi hanno disgovernato il Meridione, rubando e corrompendo, governi di ogni colore, e il botto finale l’ha fatto la ‘Sinistra’, che coi suoi amministratori supponenti e incapaci, cialtroni e – forse – complici, si è scavata la tomba sotto le montagne della monnezza napoletana. Si procederà dunque all’italiana, come sempre: una mano di vernice qua e là, un nuovo buco scavato per riempire quelli vecchi. Forse un po’ alla volta la merda tossica sparirà: nascosta meglio, magari, o meglio ancora sepolta sulle spiagge del Nord Africa, ché tanto c’è sempre qualcuno più terrone di noi a cui metterlo in c***. Magari anche le montagne di spazzatura cominceranno a calare, esportate nel Nord Europa, così che vecchi e nuovi camorristi, riciclati in imprese legali e alla luce del sole, possano guadagnare anche lì montagne di denaro. O finirà bruciata negli inceneritori: che ora si costruiranno, sì, e che inquineranno come e più dei roghi sui marciapiedi di Napoli. Ma quella diossina lì non si vede, non subito, almeno, blowin’ in the wind. E poi anche i termovalorizzatori – così li chiamano adesso – sono ‘moderni’, sono il Progresso: senza contare che anche con quelli ci sarà da guadagnare valanghe di soldi. Magari, anche, si sparerà di meno. Ci saranno accordi, patti, spartizioni; gli si farà capire, a quei terroni, che non è necessario far tanto casino, per far soldi. Gli si farà, soprattutto, un bel regalo. Perché, pensateci bene, nessun camorrista vorrà ancora sparare quando sta per partire un’occasione di spreco di denaro pubblico e di illegalità diffusa e ‘legalizzata’ così gigantesca che mai nessuna organizzazione criminale, nemmeno nei suoi più folli sogni di dominio, aveva mai osato sognare. Nei prossimi anni, il cantiere del Ponte sullo Stretto e il suo indotto produrranno fiumi, oceani di soldi, produrranno potere e corruzione quali mai abbiamo visto, costituiranno un’immensa mammella a cui la criminalità non solo campana ma anche meridionale e perfino straniera succhierà ingorda e felice, e per decenni. E se  un terremoto dovesse tirarlo, giù, meglio, così poi c’è da ricostruire: altra industria in cui la criminalità organizzata è da sempre specializzata. Questo sarà il nuovo corso che aspetta il Sud, che ancora una volta verrà massacrato e insozzato, beffato e deluso, e alla fine nuovamente preso in giro. Sempre i soliti terroni: se non andiamo noi a costruirgli i ponti, da soli non hanno voglia di fare un cazzo. Povero Meridione: chissà che almeno ci sia sempre uno come Garrone a fare il controcanto.

Martedì 18 maggio

The dreamers (B. Bertolucci, Francia/Italia/GB, 2003)

23.45, Rete 4

Sesso (tanto), politica e rock&roll fra uno studente nordamericano e due gemelli francesi, fratello e sorella, nella Parigi del sessantotto. Insopportabile, semplicemente. Per i dialoghi pseudofilosofici, per le immagini, leccate e patinate, da porno-soft, per la storia, astrusa e criptica. Ho scritto altre volte che il cinema italiano, specie quello ‘intellettuale’, è onanistico, ma qui lo è sul serio, nel senso proprio del termine (vedere per capire!). Un’osservazione per Bertolucci. Al ’68 – che se non fu una rivoluzione fu almeno una rivolta, epocale, che mutò culture e sensibilità – parteciparono anche studenti ed operai ‘normali’, che abitavano in condomini, non in appartamenti di lusso, i cui genitori erano operai e disoccupati, non ricchi borghesi che staccavano assegni. Rendiamo onore almeno a loro.

Il tredicesimo guerriero (J. McTiernan, USA, 1999)

21.00, Sky

Storia fantasy di consumo, e tuttavia non priva di fondamenti culturali, antropologicamente corretta e ben costruita: un arabo, capitato casualmente in una tribù di Vikinghi, si allea con loro per combattere un’altra tribù di ‘cannibali’ praticanti un culto ctonio e sanguinario. Avvincente e suggestivo. Da vedere.

Mercoledì 19 maggio

American gangster (R. Scott, USA, 2007)

23.30, Canale5

Quando ad un regista sono rimasti solo un po’ di tecnica e di mestiere, e da anni non sa più cosa siano passione e ‘genio’, allora forse sarebbe meglio che tornasse al suo antico mestiere: il pubblicitario. Ne guadagnerebbero la pubblicità, che forse sarebbe di qualità un po’ migliore di quella attuale, e indubbiamente il cinema, che non dovrebbe registrare delusioni come questa. Così sembra essere, ormai, per Ridley Scott, che dopo aver cominciato con tre film che hanno fatto la storia del cinema – Alien, I Duellanti, Blade Runner, e potremmo aggiungerci anche il bellissimo Legend – ha poi inanellato una serie di fallimenti artistici ed intellettuali lunga quasi come il resto della sua filmografia. Narrasi la storia vera di Frank Lucas, prima servitore silenzioso di Bumpy Johnson, piccolo boss della malavita nera di New York negli anni Settanta, e poi suo erede. Frank allargherà a dismisura l’impero, e realizzerà guadagni favolosi importando direttamente l’eroina dalla Thailandia e vendendola a minor prezzo e semipura, eliminando dal mercato tutti gli altri clan di spacciatori. Il tutto, con la connivenza di una polizia quasi completamente corrotta. Sarà difficile scoprirlo, sia per i suoi astuti metodi di importazione sia perché nessuno riesce a credere che un nero possa giungere tanto in alto, ma alla fine un poliziotto ci riesce, e risalendo la catena arriva fino a lui, lo smaschera, lo fa condannare a settant’anni. Solo rinunciando a tutti i suoi beni e collaborando col suo persecutore per denunciare i poliziotti corrotti, Lucas riuscirà a farsi ridurre la pena a quindici anni. Tutto qui, e non c’è davvero altro, se non due ore e mezzo di lineare e noiosissima cronaca (peggio di un film di Spike Lee). Spessore di approfondimento storico-sociologico-politico: inesistente, nonostante gli spezzoni di telegiornali d’epoca cacciati dentro a forza, che servono sì a datare le vicende, ma vi rimangono ‘sostanzialmente’ estranei: nonostante troppe battute e perfino il titolo la nominino, lì dentro, paradossalmente, l’America pare del tutto assente. Lo si sarebbe potuto intitolare ‘Vita del gangster F.L.’: a farlo sarebbe bastato Carlo Lucarelli in TV, e magari veniva anche meglio. Spessore psicologico dei personaggi: pari a zero. Denzel Washington prova invano a fare il cattivo, ma quasi gli scappa da ridere. Russel Crowe sembra il fratello di Muccino nei vecchi spot della Tim, ma più loffio e stanco, con un parrucchino che pare un Puffo; a tentare di dargli consistenza, nient’altro che una spruzzatina di stereotipo del poliziotto-onesto-che-sacrifica-anche-la-famiglia-al-dovere (meglio i personaggi analoghi di Steven Seagal). Spessore sociologico del film: inferiore a zero. Se si eccettua la scena in cui, mentre Lucas a tavola con tutta la famiglia pontifica su amore e valori familiari, la macchina ci mostra due brevi flash di tossici devastati dalla droga: sfacciata e penosa citazione della scena del massacro durante il battesimo del Padrino; e comunque, a questa scena, in tutto e per tutto, è affidata nel film la ‘caratterizzazione morale’ di Lucas. Per il resto, ombre senza vita, che si scordano un istante dopo averle viste. Come questo film.

Il Pianista (R. Polanski, GB/Francia/Germania/Polonia, 2002)

16.30, DT

Personalmente ritengo che Polanski sia un regista assolutamente discontinuo. Nella sua carriera ha alternato a capolavori assoluti, che resteranno nella storia del cinema – L’inquilino del terzo piano (1976) e Macbeth (1971) – puttanate ignobili come Pirati (1986), o banalità e palle micidiali come Frantic (1988). Questo Pianista appartiene alla categoria di mezzo, dei film ‘senza infamia e senza lodo’. Non è un capolavoro, diciamolo subito. E’ un discreto film, abbastanza ben raccontato, abbastanza ben recitato (a parte la ‘naturale’ ed insopprimibile antipatia di Adrien Brody), abbastanza ben fotografato. Ma tutto finisce lì. L’emozione, il pathos, il dramma latitano assolutamente, e se questa doveva essere una dolente commemorazione della Shoah, allora sarà bene che qualcuno – non solo lui, ma anche i critici che gli hanno assegnato la Palma d’Oro a Cannes – vada a rivedersi Schindler’s List (S. Spielberg, 1993) per imparare come si fa a raccontare l’orrore e il dolore. Tutto il film si esaurisce fondamentalmente nell’esteriorità della biografia del protagonista, senza che quasi mai si percepisca e si scorga il ‘senso’, il ‘perché’ di questo racconto. Il film finisce e uno si chiede: beh, e allora? Cosa voleva dirmi? Qual è lo scopo di tutto ciò? Non si capisce quasi mai, il perché, e se in qualche rarissimo momento pare che il tono si sollevi – splendido il volto desolato dell’ufficiale nazista che lo ascolta suonare nella casa distrutta – subito ridiscende, schiacciato da un dialogo davvero ovvio e banale (“Non ringrazi me, ringrazi Dio, è a lui che dobbiamo la nostra sopravvivenza, almeno è così che ci hanno insegnato a credere”). Sarebbe bello se anche i critici cinematografici – come pure la commissione che assegna i Nobel per la letteratura: ma questo sarebbe un altro, lungo discorso – la smettessero di conferire premi ‘politici’ e cominciassero a badare veramente ai valori artistici. Ne guadagneremmo tutti: noi, il cinema e l’arte.

Al di là dei sogni (V. Ward, USA, 1998)

23.15, DT

Una donna  perde il marito e i figli in un incidente e si suicida per ritrovarli, ma il suicidio la condanna all’inferno. Sarà il marito che percorrerà il regno delle ombre per salvarla ed offrirle un’altra opportunità. Film stupefacente dal punto di vista visionario, forse un po’ banale a livello di dialoghi, ma che comunque induce a riflettere, e commuove sinceramente, il che non fa mai male. Da vedere.

Chocolat (L. Hallstrom, USA, 2000)

16.35, DT

Una sciocchezzuola noiosa e, nonostante la presenza del cioccolato, davvero insapore. Una cioccolataia, capitata in una bigotta cittadina francese di provincia, con la sua vitalità e la sua sincerità riesce a sconvolgerne i ritmi e la cultura. Nonostante il suo personaggio sia senza spessore, il bravissimo Johnny Depp riesce comunque a rivestirlo di interesse e magia.

Giovedì 20 maggio

The interpreter (S. Pollack, GB/USA/Francia, 2005)

21.10, Rete4

Interprete all’ONU, una giovane donna ascolta casualmente una conversazione segreta in cui si parla di un complotto per uccidere il presidente di uno stato africano, e mette in pericolo se stessa per sventarlo. Piatto e senza emozioni, e Nicole ‘Ghiacciolo’ Kidman non migliora certo la situazione. Sean Penn assolutamente sprecato. Il grande Pollack ha fatto di meglio: questo possiamo anche dimenticarcelo.

Mondo cane (P. Cavara/F. Prosperi/G. Jacopetti, Italia, 1962)

02.30, Rete4

Una raccolta in giro per il mondo di costumi ‘strani’, di riti religiosi bizzarri e/o ripugnanti, di usanze crudeli. Implicitamente, anche se non programmaticamente, razzista e ‘biancocentrico’: ‘Guardate cosa fanno i barbari’. Tuttavia allora, nella cultura asfittica e provinciale dei primi anni Sessanta, ebbe un sapore esotico ed avventuroso, e riscosse grande successo, come pure il sequel, Mondo cane 2 (G. Jacopetti, F. Prosperi, Italia, 1962). Un prequel può essere considerato Europa di notte (A, Blasetti, Italia, 1959). Può essere interessante rivederlo, tanto più che, considerando quel che si vede in giro oggi, dà veramente l’impressione di un viaggio con la macchina del tempo. Consiglierei di non perderlo.

Darkman (S. Raimi, USA, 1990)

02.25, Rete4

Una delle primissime opere del bravissimo autore di Spiderman, in un film meno ‘psicologico’ dei successivi, e invece potentemente fumettistico e visionario. Uno scienziato che sta cercando di realizzare una pelle sintetica rimane sfigurato in un incendio doloso, e si vendica atrocemente di chi lo ha colpito. Protagonista un ottimo e giovane L. Neson.

Rachel sta per sposarsi (J. Demme, USA, 2008)

19.00, Sky

Oppure si poteva anche intitolarlo ‘La semplice e felice vita di Rachel’, perché è questo ciò che lei e i suoi familiari vorrebbero raccontarci. Di come lei sia tanto una brava ragazza, specializzanda in Psicologia, di come tutti siano felici da morire per il suo matrimonio, tra due o tre giorni, di come tutto “andrà benissimo”, come ci sentiamo dire mille volte. Ma non va tutto bene, a cominciare da un invitata ‘speciale’: Kim, sorella ex tossica di Rachel, ‘in licenza’ dal centro di disintossicazione in cui vive. Non si poteva non invitarla, naturalmente, ma non si può nemmeno far finta che sia ‘una come gli altri’. Lei è Kim, la tossica, ora “pulita da nove mesi”, sì, ma tossica comunque, e oltretutto con sulle spalle una scimmia perfino più cattiva dell’eroina e delle pasticche. Lei e la sua scimmia – tutti sanno di che si tratta, ma tutti fanno finta di niente, almeno finché si può – si aggirano tra gli invitati e i preparativi come un tarlo in una struttura lignea: un tocco di qua, un altro di là, e poco per volta tutta quella perfetta costruzione comincia a cigolare, a scricchiolare, e saltano fuori le crepe. Non si poteva fare a meno di invitarla, certo, ma chi l’ha fatto pensando di ‘controllarla’ e di farle recitare un copione prefissato si è sbagliato di grosso (Dancing with Shiva, ‘Ballando con Shiva’, il Dio della distruzione: questo era il bellissimo titolo originale del film). Kim non è lì per far presenza: è lì per vivere, per dire a tutti che esiste di nuovo, per reclamare il suo spazio, ed anche il suo diritto ad essere amata, come gli altri. Non le importa niente, tutto sommato, del matrimonio di sua sorella; comunque, non accetta che quello le impedisca di esprimersi. Rachel per prima se ne rende conto, dopo le smancerie d’obbligo: “Prima tutto girava attorno alla sua malattia, ora tutto deve girare attorno alla sua guarigione”. Ma uno dopo l’altro, tutti i fantasmi si ripresentano, e tutti quanti gli equilibri saltano: quelli col padre, che per tanti anni ha nascosto la verità prima di tutto a se stesso, quelli con la madre, la cui assenza ed anemotività sono state la causa principale di tutti i problemi di Kim, quelli con gli amici, preparati ad ignorarla e invece messi bruscamente a confronto col suo dolore e il suo bisogno di vita. Con lei, alla fine, tutti dovranno fare i conti, dopo di che ognuno andrà per la sua strada: senza grandi tragedie, né grandi soluzioni, né happy end. Ma Kim avrà avuto la possibilità di dire: ‘Amo, dunque esisto’. E sarà già stato moltissimo. Film raffinato, intenso, riccamente tessuto e raccontato su una splendida sceneggiatura di Jenny Lumet – figlia del grande Sidney – RGM è un’opera discreta e rara, che emoziona e affascina, pur senza mai cercare facili e banali coinvolgimenti. Semplicemente splendida Anne Hataway nel personaggio fragile ma determinato di Kim e sconvolgente Debra Winger in quello della madre, che ancora porta in giro imperterrita la propria follia. Assolutissimamente imperdibile.

Le ricamatrici (E. Faucher, Francia, 2004)

21.00, DT

In un paesino di campagna della valle del Rodano, Claire, figlia di contadini, è incinta, ma non vuole dirlo a nessuno, e non vuole abortire. Va a vivere da sola e trova lavoro presso la signora Melikian, raffinata esecutrice per prestigiose firme dell’alta moda, che sarà per lei madre e maestra di vita. Dovrebbe essere un film di donne e di vite, ma l’intimismo esasperato non riesce mai a sollevarsi oltre la vicenda particolare, producendo un film pesante e inutilmente lento, che stanca e annoia.

L’enfant (J.-P. e L. Dardenne, Francia/Belgio, 2005 – Palma d’Oro a Cannes 2005)

22.30, DT

Sonia e Bruno sono due emarginati. Lei vive in un misero appartamento, probabilmente assegnatole dall’assistenza sociale, non lavora. E’ rimasta incinta, ed ha appena avuto il piccolo Jimmy. Bruno vive sulla strada, qualche volta dorme con Sonia, ma più spesso la sua casa è un rifugio di cemento in riva al fiume, di quelli dove gli operai conservano gli attrezzi. Nemmeno lui lavora: “lavorare è da coglioni”. E’ a capo di una piccola banda di ragazzini. Rubano insieme – macchine, scippi, negozi – dividono equamente i proventi dei colpi, e Bruno dilapida la sua parte in futilità. Il futuro non esiste. Ogni occasione è buona per far qualche soldo: mentre Sonia era all’ospedale, lui ha affittato per una settimana il suo appartamento ad una coppia. Sono giovani, sembrano innamorati, giocano come due ragazzini. Sonia sembra attaccata al bambino, ma Bruno pare non vederlo nemmeno. Quando una ricettatrice gli parla della possibilità di venderlo, non ci pensa due volte, ma la reazione di Sonia è terribile: prima sviene e viene ricoverata in ospedale, poi lo denuncia alla polizia. Bruno riesce a farsi restituire il bambino, ma i delinquenti che avevano organizzato l’affare rivogliono i soldi che hanno perso: lo picchiano e gli ordinano di rubare per loro. Con uno dei suoi ragazzini Bruno organizza uno scippo, ma le cose vanno male, e il complice rischia di annegare. Bruno lo salva, e quando viene arrestato al suo posto va a denunciarsi. Sonia, che non aveva più voluto parlargli, va a trovarlo in carcere; Bruno non riesce a parlarle, e scoppia a piangere. Questo è il film, né più né meno, tutto qui. Un puro elenco cronologico, in cui tutto è ‘assente’: emozione, stile, ‘storia’, tutto. Di un altro film dei Dardenne, Il figlio, F. Tassi ha scritto che i Dardenne “continuano a togliere, ad asciugare trama, dialoghi e décor. E più tolgono, più il risultato è potente”. Sarà. Ma qui siamo arrivati al punto in cui, a forza di asciugare e di togliere, è stato tolto anche il film, e non è rimasto più niente. Nessun ‘suggerimento’ sul ‘significato’ che dovrebbe avere la storia, sul ‘messaggio’ che vorrebbe trasmettere, sulle riflessioni che dovrebbe indurre. Siamo stupidi noi che non ci arriviamo da soli? Siamo forse dei poveri di spirito che hanno bisogno del bigliettino con le istruzioni? Può anche darsi, per carità. Per parte mia ho avuto l’impressione di trovarmi davanti ad una di quelle ‘opere d’arte’ moderne che fanno la delizia di certi snob, quelle dove non si capisce niente perché non c’è niente da capire, ma nessuno ha il coraggio di dirlo per non passare da stupido. Beh, troviamolo, ogni tanto, questo coraggio: alla faccia della Palma d’Oro. Uno sguardo particolare merita la bella e brava Deborah François, qui totalmente sprecata, che ha da poco avuto modo di mettere in mostra le sue doti nel bellissimo La voltapagine di D. Dercourt (Francia, 2007).

Venerdì 21 maggio

Cuore di tuono (M. Apted, USA, 1992)

21.00, DT

Un agente FBI mezzo Sioux deve indagare sull’assassinio di un indiano in una riserva del South Dakota. L’indagine lo porterà a riscoprire le proprie radici e la cultura del suo popolo. Bel film, intelligente ed antropologicamente fondato, figlio di quel filone di controinformazione sulla cultura indiana che nella seconda metà degli anni Novanta ci ha dato numerosi pregevoli prodotti. Da vedere.

Ghost rider (M.S. Johnson, USA, 2007))

21.10, DT

Un motociclista vende l’anima al diavolo per salvare la vita del padre, ma poi rimane per sempre legato al suo patto malefico. Grazioso fumetto, ma nulla di più, proprio per passare due ore se non avete di meglio da fare. Graziosi pure gli effetti speciali. Splendido il chopper del Ghost Rider: se divento ricco vado là e me lo faccio fare uguale. Fragilino Nicolas Cage, soprattutto a fronte di un Peter Fonda sempre strafigo anche da vecchio. Pregevoli le tette di Eva Mendes, ma si vedono troppo poco

Assassinio sull’Eiger (C. Eastwood, USA, 1975)

21.10, DT

Un discreto ‘mountain thriller’, nobilitato comunque dal mestiere di Eastwood e dalle sue belle riprese di scalate. Piacevole. Varrebbe comunque la pena, se avete tanta ma tanta pazienza, di andare a cercare, su qualche bancarella o in qualche biblioteca di provincia, i romanzi di Trevanian (J.B. Savage, 1925-1992), da uno dei quali è tratto questo film: sono gialli raffinati, intelligenti e colti, che non deludono (Il ritorno delle gru, Il castigo dell’Eiger ecc.).

Nemico Pubblico n. 1 – Parte Prima: L’Istinto di Morte (J-F. Richet, Francia/Canada/Italia, 2008)

00.45, Sky

Jacques Mesrine era nato a Clichy nel 1936. Arruolato giovanissimo nell’esercito, combatté in Algeria, dove pare sia stato pesantemente influenzato dalla violenze contro la Resistenza, alle quali dovette partecipare attivamente. Rientrato in Francia nel 1959, rifiutò l’invito dei genitori, ricchi commercianti di tessuti, a rientrare nella normalità, e si diede alla scalata del milieu criminale, di cui divenne in breve tempo una figura di spicco. Nel 1968 fuggì in Canada, per sottrarsi ad un clima divenuto ormai parecchio pesante, e là entrò in contatto con le frange estreme del Movimento per la Liberazione del Québec, dedicandosi ancora alle rapine e ad altre attività illegali. Catturato ed imprigionato, riuscì a fuggire dal carcere, tentando poi di organizzare anche l’evasione dei compagni rimasti dentro. Dopo l’uccisione di due guardie forestali, nel 1972 decise di rientrare in Francia. Ne “L’istinto di morte”, il primo dei due film che Richet ha girato sulla sua vita, il regista ce ne racconta la storia fino a questo punto, rimandando la conclusione del racconto al film successivo. Lungi però dall’essere la prima puntata di una fiction, questo è un film a sé stante, perfettamente compiuto, nel quale Richet fonde mirabilmente la tradizione del noir francese con quella del poliziesco americano. Alla prima appartengono le atmosfere parigine, i bistrot malfamati, le strade bagnate di pioggia, gli amori mercenari. Dalla seconda, invece, deriva lo stile spesso nervoso e asciutto, e soprattutto la costruzione del protagonista e dei comprimari, mostrati e raccontati a tutto tondo e senza alcuno sconto, ma anche senza nessuna fascinazione romantica. Nonostante, infatti, l’eccezionale bravura – come sempre, del resto – di Vincent Cassel, e la sua innegabile simpatia, sarebbe sbagliato affermare che il film ‘stia dalla sua parte’. Richet non si schiera – e sarebbe stato facile, considerando l’icona ribellista che ancor oggi Mesrine rappresenta per i giovani francesi – ma si limita a raccontare (Mesrine, ma anche il suo tempo), con grande semplicità e stile sopraffino, confezionando un film non solo appassionante ma anche ‘bello’ ed intelligente. Merita di essere segnalata, in questa prima parte, la comparsata di Gérard Depardieu, che sembra sempre più calcare la parabola di Marlon Brando: la sua immensa bravura cresce di pari passo con le sue dimensioni, ed è ormai uno di quegli attori cui, per recitare e riempire la scena di emozione ed atmosfera, è sufficiente una mossa del corpo, un movimento appena accennato del volto. Aspettiamo con ansia la seconda parte.

Be kind rewind (M. Gondry, USA, 2008)

23.10, Sky

In una cittadina americana di provincia vive Jerry (un delizioso Joe Black, infantile e stralunato), un mattoide che passa le sue giornate cazzeggiando di misteriose microonde che proverrebbero dalla locale centrale elettrica, e che controllerebbero pensieri e azioni di tutti i cittadini. Il suo migliore amico è Mike (Mos Def, onestamente piuttosto incolore e insapore), sfigato per categoria esistenziale, commesso nello scalcinato noleggio di vhs di proprietà del vecchio Fletcher (Danny Glover: sa anche recitare, dunque, oltre a fare il buffone in Arma letale), malmesso come il suo negozio, che passa il tempo a cianciare improbabili storie su Fats Waller, un dimenticato cantante jazz del passato che sarebbe nato proprio nel suo edificio. Un giorno Fletcher parte per un viaggio: dice che deve andare ad una commemorazione di Fats, ma in realtà vuole dare a Mike l’occasione per ‘diventare grande’, affidandogli il negozio. Ma proprio quella sera, Jerry decide di attuare l’attentato alla centrale così a lungo sognato. Naturalmente gli va male, ma le scariche della recinzione elettrificata lo magnetizzano: disturba qualunque apparecchio elettrico con cui venga in contatto, e non appena entra nel negozio, tutte le videocassette si cancellano. Mike è disperato: è davvero uno sfigato, ed ha tradito la fiducia di Fletcher. Ma Jerry ha un’idea, totalmente bizzarra come i suoi pensieri. I film li rifaranno loro, tutti, e da soli. Con una telecamera a mano, fondali di cartone malamente colorato, travestimenti impossibili, i due cominciano a rifare tutti i titoli del catalogo, riducendone la durata, deformandone le storie, sconvolgendo le sceneggiature. Sembra follia, ma è fantasia, assoluta, talmente pura che entra nell’animo di tutti gli abitanti della cittadina, poco a poco coinvolti nella loro impresa. Chi conosce Michel Gondry ed ama i suoi film sa cosa aspettarsi da lui. Gondry dà l’impressione di non amare molto la realtà: Oltre quello che c’è, che si vede, per lui c’è sempre qualcos’altro, che è sempre infinitamente più bizzarro, più bello, più felice. Ma bisogna saperlo vedere, bisogna volerlo trovare. Se pur qui egli non raggiunge i vertici del commovente e geniale L’arte del sogno (Italia/Francia, 2006), tuttavia la sua poetica c’è tutta. BKR è una dichiarazione d’amore per il cinema, prima di tutto, come arte essenzialmente della finzione, e perciò della fantasia e del sogno. In secondo luogo, è un appello alla fantasia e al sogno che tutti custodiamo dentro di noi. Se riusciremo a tirarli fuori, troveremo una strada per la felicità.

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