Pubblicato da: giulianolapostata | 13 maggio 2010

Rileggere Pierre Drieu La Rochelle

La superiore bellezza della sua prosa e l’insopprimibile messaggio vitalista che, nonostante tutto, promana dalle sue opere e dalla sua stessa esistenza sono riusciti a vincere, nel corso della seconda metà del Novecento, quella specie di damnatio memoriae che si è cercato di gettare su di lui e su altri collabos. Nato in Normandia nel 1893 e morto suicida a Parigi nel 1945, Drieu fu un ‘reazionario’ di razza: contro l’ignavia morale della piccola borghesia francese, contro il culto del denaro, che, come un veleno morale, scorre nelle vene della nazione corrompendone gli ideali, contro la ‘modernità’ e la ‘macchina’, che hanno ucciso l’Uomo. Contro questa decadenza egli reagisce ‘vitalisticamente’, anche se con scelte che possono apparire assolutamente controcorrente, e ‘politicamente scorrette’: prima combattendo nella Grande Guerra, poi aderendo al fascismo ed al nazismo. Morirà suicida, per sfuggire all’arresto e forse anche alla fucilazione. Triste destino, quello di molti intellettuali collabos francesi all’arrivo della ‘democrazia’: alcuni fucilati – come Robert Brasillach, altro grande scrittore su cui meriterebbe di tornare – altri appunto suicidi, come Drieu; il tutto, mentre chi aveva costruito le sue fortune sotto l’ala protettrice di Pétain rientrava, quasi sempre rispettato e riverito, nella società civile, ricevendone onori e prebende. Per fare solo un nome, Maurice Papon, assassino di massa, responsabile della morte prima di migliaia di Ebrei, poi persecutore degli Algerini indipendentisti.

L’occasione di un breve e modesto cenno a Drieu viene dalla rilettura di una relativamente recente e nuova traduzione di una delle sue opere migliori, La commedia di Charleroi. Oltre che cronaca amara e disincantata della sua esperienza bellica, nella Commedia è soprattutto fortissima la polemica contro la modernità e la tecnica, che hanno privato anche la guerra del suo ‘romanticismo eroico’, riducendola ad un affare da topi nel fango: “La guerra, un tempo, erano gli uomini in piedi. La guerra di oggi, sono tutte le posture della vergogna”. Eppure, pare dire Drieu, anche la guerra può offrire all’uomo un’occasione: quella di essere ridotto all’essenza, di scoprire la sua vera essenza, anima nuda contro anima nuda. Ma, “non ci siamo incontrati […], non in questa guerra. […] Gli uomini […] da questa guerra sono stati vinti. […] Questa guerra moderna, questa guerra di ferro e non di muscoli. Questa guerra di scienza e non di arte. Questa guerra di industria e di commercio. […] Questa guerra di ferro e di gas. […] Se gli uomini non hanno saputo ‘vincere’ (le virgolette e le sottolineature sono mie) la guerra, è perché c’è qualcosa di marcio oggi nell’aria. Bisogna che l’uomo impari a dominare la macchina che l’ha surclassato in questa guerra, e che ora lo sta surclassando nella pace”. Ma è possibile questo dominio, questa rivolta? Drieu stesso sembra non crederlo più: “La guerra non è più la guerra. Ve ne accorgerete un giorno, fascisti di tutti i paesi (tra parentesi. A chi volesse guardare a Drieu non con lo sguardo dell’ideologia preconcetta ma con quello dell’umanità e dell’arte, questa invettiva potrebbe suggerire qualche riflessione a proposito del tanto vituperato Drieu ‘fascista e nazista’. Ma questo, purtroppo, è un altro discorso), quando sarete schiacciati contro la terra, appiattiti, con i pantaloni pieni di merda. Allora non ci saranno più pennacchi, ori, speroni, cavalli, trombe, parole, ma solo un odore industriale che vi mangia i polmoni. La guerra moderna è un rivolta malefica della materia asservita all’uomo”. Rievocando le battaglie cui hanno partecipato e gli orrori cui hanno assistito, i personaggi della Commedia stigmatizzano con parole di fuoco la barbarie della Modernità, contrapposta ad un passato eroico. Anche, perfino, nel modo di uccidere: “Un uomo non deve uccidere un uomo che quando lo vede, alla distanza di un braccio. […] C’è tutto il processo del mondo moderno in quella distanza. […] No, bisogna risalire al Medioevo: duelli ben regolati, sulla base di principi codificati e umani”. Ma la “antica festa crudele” è finita, e questa non è più una guerra per ‘gentiluomini’: “Questa guerra non è fatta per Lei. Lei è un cavaliere. Ora, laggiù non si è mai visto un cavallo […]. E poi, Lei è uno sciabolatore. Ma in trincea un bastone val più di una spada”. Non lo è più da quando è diventata una guerra ‘democratica’ e moderna: “E’ più una guerra di fabbriche che una guerra di uomini. Fabbrichiamo un mucchio di ferraglia nelle officine e poi ce la gettiamo in testa, da lontano, piagnucolando e senza guardarci in faccia. La parte lasciata all’umano non è certo grande. Qualche colpo di mano. Qualche spintonata. Quando un bombardamento produce finalmente il suo effetto, quelli che hanno tirato più ferraglia massacrano i superstiti nei loro rifugi. Sono gli unici contatti umani” “E’ la democrazia”. E una guerra che spregia gli esseri umani non può non spregiare anche la Natura: “Chi non ha mai visto il vuoto di un moderno campo di battaglia non può supporre nulla della perfida sventura che è piombata sugli uomini e che annienterà l’Europa. […] La terra è ridotta a niente. […] Un paese lunare, dove i vulcani premono una contro l’altra le loro gole spalancate come una folla fissata in un ultimo urlo. Niente più case, alberi, erba. Né animali”. E la ribellione giunge fulminea, e chiara: Odiavo il mondo moderno. Tutto questo è il mondo moderno”. Concludiamo la nostra nota con l’invito a rileggere dunque questa e le altre opere di Drieu, oggi tutte reperibili in catalogo, e con la dolorosa ed intensa rivendicazione che egli fa, anche in questa tragedia, della sua umanità e della sua ‘naturalità’: “Che ci faccio qui? Sono un uomo. Sono stato promesso ad un mondo di uomini e animali. I miei antenati non hanno lavorato alla costruzione di una civiltà perché all’improvviso non ci si possa più far nulla, e il suo movimento divenga cieco, meccanico, assurdo. Una macchina, un cannone che spara senza posa, da solo. Che cos’è? Non è un uomo, non è un animale […]. E’ un calcolo dimenticato che procede da solo la sua traiettoria attraverso il mondo […]. Cos’è mai questa strana riconquista della materia sulla vita? […] Parole assurde che divengono vere: meccanicismo, materialismo […] L’uomo, nel momento di inventare le prime macchine, aveva venduto l’anima al diavolo, ed ora il diavolo era passato a riscuotere. […] Povera umanità morente, tra l’industria, il commercio, la scienza. Gli uomini che non sanno più creare statue, opere, sono capaci soltanto di tagliare il ferro in piccoli pezzi. Si gettano in mezzo alle tempeste e ai terremoti, ma non diventano dèi. E non sono più uomini”.

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Responses

  1. Caro Giuliano,
    grazie per questo cameo su Drieu. Ho appena riletto il “Feu follet” e mi sono immerso nel senso disperato della morte che ha pervaso la sua opera e la sua vita (in realtà non c’è distinzione). E’ un eroe triste, che mi ricorda in molte cose Majakovskij (curioso, che politicamente stiano agli antipodi, anzi, per nulla curioso, se pensi alle loro posizioni sulla modernità). Un cosmico senso di impotenza nei confronti del Crepuscolo, che li ha condotti entrambi alla medesima inevitabile scelta finale.


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