Pubblicato da: giulianolapostata | 12 maggio 2010

“Alien”, “Terminator” e il Male del Novecento

Molti intellettuali del Novecento, parlando del proprio secolo, hanno percepito in esso un ‘male interiore’, un cancro che lo rode internamente, e che prima o poi lo distruggerà. Basti ricordare, una per tutte, la splendida pagina finale della Coscienza di Zeno, di Italo Svevo:

La vita attuale è inquinata alle radici. L’uomo s’è messo al posto degli alberi e delle bestie ed ha inquinata l’aria. Può avvenire di peggio. Il triste e attivo animale potrebbe scoprire e mettere al proprio servizio delle altre forze. V’è una minaccia di questo genere in aria. Qualunque sforzo di darci la salute è vano. Questa non può appartenere che alla bestia, che conosce un solo progresso, quello del proprio organismo. Ma l’occhialuto uomo, invece, inventa gli ordigni fuori del suo corpo e se c’è stata salute e nobiltà in chi li inventò, quasi sempre manca in chi li usa. Gli ordigni si comperano, si vendono e si rubano e l’uomo diventa sempre più furbo e più debole. Anzi, si capisce che la sua furbizia cresce in proporzione della sua debolezza. I primi suoi ordigni parevano prolungazioni del suo braccio e non potevano essere efficaci che per la forza dello stesso, ma, oramai, l’ordigno non ha più alcuna relazione con l’arto. Ed è l’ordigno che crea la malattia, con l’abbandono della legge che fu su tutta la terra la creatrice: la legge del più forte sparì e perdemmo la selezione salutare. Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra, ritornata alla forma di nebulosa, errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie”.

Parole terribili. Svevo le scrisse nel 1920, e da allora i decenni sono passati, e lo “occhialuto uomo” ha proseguito sulla strada dell’autodistruzione. Le “altre forze” – l’energia atomica, l’informatica – sono state scoperte, studiate e sottomesse (?), e mai come oggi gli “ordigni” non hanno più alcuna relazione con l’arto, mai come oggi “l’Umanità è tanto malata”. Il cinema, la ‘nuova arte’ del Novecento, non ha naturalmente potuto fare a meno di percepire anch’esso questo malessere, e di denunciarlo. Innumerevoli sarebbero i titoli a questo proposito, ma io vorrei soffermarmi in particolare su due, non solo per la loro grande bellezza e completezza artistica, ma anche e soprattutto per la loro conclusione, così sorprendentemente identica che stupisce che questa ‘coincidenza’ di messaggi non sia mai stata notata.

Nel 1991 esce Terminator 2, di James Cameron. Anche se forse privo della purezza allucinata che Cameron aveva espresso nel primo Terminator (1984), questa seconda parte della saga – ed ultima: stendiamo un velo pietoso sulla sedicente idiotissima terza parte, e non parliamo nemmeno della quarta – è, rispetto alla precedente, profondamente più cupa e pessimista. Due sono, qui, gli incubi ai quali l’umanità deve ancora una volta far fronte: una robotica follemente raffinata e la guerra atomica totale. Incubi generati da essa stessa, di cui essa sola è colpevole e per i quali – lo sappiamo tutti: regista e spettatori – non v’è salvezza, anche perché, come dice Svevo, essi fanno parte della sua natura di specie: “E’ nella vostra natura di autodistruggervi” sembra rispondergli il Terminator, in una condivisione di valori che d’un balzo supera e annulla i sessant’anni intercorsi. Ma andiamo alla fine dell’opera. Il temibilissimo T-1000 è stato sconfitto, e pare che ogni problema sia risolto, che ogni male sia stato sconfitto. ‘Non è vero – obietta il Terminator – c’è ancora un chip da distruggere, se si vuole che quel futuro non si avveri: è qui dentro’. Così dicendo indica se stesso, e per distruggere quell’ultimo germe di male si fa calare nel metallo fuso, dissolvendo in esso sé e il male futuro che egli nasconde al suo interno. Poco importa, poi, il fervorino finale di Cameron – una specie di happy end che non è assurdo pensare sia stato consigliato dalla produzione – secondo cui il futuro non è scritto ma lo facciamo noi con le nostre scelte. Rimane il fatto che la sua lezione – terribile, intollerabile – Cameron ce l’ha già data: il male è in noi, è scritto nel patrimonio della nostra specie, ci accompagna, è ineliminabile dalle nostre azioni, è insito in ogni nostra scelta. Per eliminare il male, l’unica strada è eliminare noi stessi come Umanità, come specie: “Qualunque sforzo di darci la salute è vano”.

Un anno dopo Terminator 2, esce, nel 1992, Alien 3, terzo splendido capitolo della saga, un film cupo, claustrofobico ed angosciante, in cui David Fincher anticipa le atmosfere che quattro anni dopo illustrerà nel magnifico Seven. Per la terza volta il tenente Ripley combatte contro la Compagnia, che cerca di salvare l’alieno per sfruttarne le incredibili caratteristiche biologiche come arma (“Il triste e attivo animale potrebbe scoprire e mettere al proprio servizio delle altre forze. V’è una minaccia di questo genere nell’aria”), ma scopre anche di essere stata inseminata nel sonno dall’alieno e di portarne ora il frutto nel ventre. La sua scelta ora è tra il sopravvivere – facendosi estrarre il ‘male’ dal corpo, salvando così se stessa ma ‘regalando’ all’Umanità una nuova terribile arma – e il morire, spegnendo così se stessa ma anche il germe maligno che nutre in sé. Ripley sceglierà questa seconda strada e si annullerà tuffandosi in una vasca di metallo fuso – la stessa conclusione di Terminator 3! Ancora una volta, il male è dentro l’Uomo, e ancora una volta non esiste soluzione se non l’autodistruzione come individuo, cioè, fuor di metafora, come specie. ‘Segno’ ancor più tragico e pregnante, questa volta ad autodistruggersi non è un maschio, ma una femmina, cioè l’essere ‘fondamentale’ per eccellenza perché deputato a dare la vita.

Tale è il messaggio, il grido d’allarme che questi due film ci hanno dato, usciti quasi contemporaneamente in un mondo come sempre preda del terrore atomico (USA, Russia, Corea, India, Pakistan eccetera), in un mondo che stava per conoscere i mirabolanti successi di una scienza informatica che ogni giorno supera se stessa, in un mondo sulle soglie di una serie apparentemente infinita di nuove, arroganti e sanguinarie guerre di potenza e di sopraffazione. Non l’abbiamo ascoltato, come non ne abbiamo ascoltati molti altri, ben più ‘importanti’. Non importa – l’illusione che l’Uomo sia una specie educabile è spenta da un pezzo – ma almeno rendiamo omaggio a questi due grandi film, che, sotto il velame della fantascienza e dei ‘mostri’ hanno cercato di farci riflettere sul nostro destino.

 6/6/2009

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: