Pubblicato da: giulianolapostata | 11 maggio 2010

Veniamo da lontano, ma non siamo andati lontano

Le battute di Berlusconi sulle donne – tralasciamo il suo stile di ‘rapportarsi’ con loro – puzzano così così forte di postribolo che perfino il commentarle dà una leggera nausea. Verrebbe da domandarsi come sua moglie abbia potuto prima sposare un individuo del genere, e poi viverci, perfino dormirci accanto per tanti anni (prima di svegliarsi un mattino e, lautamente, divorziare) – ma anche questo non si può fare, perché significherebbe abbassarsi a quel livello di gossip idiota in cui pare che milioni di Italiani trovino ogni giorno la ragione della loro esistenza (chi ha detto: “Perché esista un’Isola dei Famosi, è necessario che vi sia una penisola degli imbecilli”?). Vengono in mente altre ‘teorizzazioni’ popolari della donna che tutti abbiamo sentito: ‘Le donne sono tutte p******’, ‘Che la piasa, che la tasa e che la staga casa’ (vademecum veneto per trovarsi una moglie) eccetera: de hoc satis. Tuttavia, a dimostrazione che nulla è più democraticamente diffuso al mondo della stupidità, vorrei affiancare allo squallore odierno un aneddoto personale, proveniente dalla mia, ahimè ormai lontana, giovinezza, che spero possa essere utile anche per capire perché, dall’Italia degli “intellettuali organici” del PCI, che avrebbero dovuto creare lo ‘uomo nuovo’ e cambiare il mondo, si sia arrivati in poche decine di anni a questa Italia stupida e triviale. Dunque. Millenovecentosettantacinque, litorale di Castagneto Carducci, in Toscana. Una sera io, mia moglie, e la coppia di amici in vacanza con noi – tutti, allora, giovani ed illusi militanti del PCI – decidiamo di andare a passare qualche ora alla locale Festa dell’Unità. Assistiamo ad uno spettacolo canoro in cui il presentatore è affiancato da due decerebrate sculettanti e ridenti, totalmente inutili a sé e al mondo (studiavano da Veline, si direbbe oggi). Ad un certo punto il presentatore, rispondendo alle pressanti richieste che salivano da un pubblico in gran parte maschile ed allupato, le presenta con un discorsetto che – non l’ho mai dimenticato – suonava quasi esattamente così: “Vedete, loro sono venute da me e mi hanno detto: ‘Noi vorremmo prender parte allo spettacolo, però non sappiamo fare niente: non sappiamo cantare, non sappiamo ballare …’. Io le ho guardate e gli ho risposto: ‘Ma ragazze, con quelle gambe, quelle tette e quel culo, ma che bisogno avete di saper fare qualcosa?’, e le ho accolte nello staff”. Ce ne andammo in silenzio e in punta di piedi, vergognandoci come cani di esser lì, e sperando che, data la distanza da casa, nessuno ci avesse riconosciuto e ci avesse collegato a quella ‘cultura’. Così si parlava negli anni Settanta alle feste dell’Unità, così parla oggi il Venditore di Tappeti, l’Onto del Signore.

Per favore, qualcuno mi spieghi quando è avvenuto il corto circuito.

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