Pubblicato da: giulianolapostata | 9 maggio 2010

Tolleranza, che brutta parola

(Da “D-La Repubblica delle Donne” del 21/10/98)

Caro Professor Umberto Galimberti,

                                                                              sono da anni assiduo lettore su Repubblica delle Sue pagine, di cui apprezzo e condivido intimamente la ‘spietatezza’ a livello etico e morale. La ragione di questa mia è una frase contenuta nel Suo articolo Piccoli razzisti crescono sui banchi, sulla Repubblica del 19/10, dove Lei scrive che “la prima virtù della convivenza si chiama tolleranza”. Non sono d’accordo con questa affermazione. Devo dirLe anzi che ho sempre provato una profonda ripugnanza per la parola tolleranza (che mi è sempre parsa essere imparentata molto da vicino con solidarietà: ma questo è un altro discorso, che ci porterebbe troppo lontano), per il suo intimo contenuto di ipocrisia, e quindi, alla fine, di arroganza. Tollerare significa (dal vocabolario Garzanti) avere la capacità di resistere senza danno a qualcosa, e anche sopportare con pazienza. Solo come terzo significato viene, e conseguentemente, accettare, rispettare e mostrare comprensione per opinioni diverse dalle proprie o per atteggiamenti e comportamenti altrui, anche quando li si disapprovi: ma sono i primi due che contano. Perché, infatti, che cosa ci può far danno, che cosa bisogna sopportare? Mi pare evidente: solo ciò che ci è non tanto estraneo e diverso, quanto inferiore. Cioè: tu sei inferiore a me (ebreo, negro, donna, ‘selvaggio’ ecc.) e io, proprio perché ti sono superiore, riesco a sopportarti; così facendo, inoltre, provo un profondo senso di autogratificazione, che mi conferma ulteriormente nella coscienza della mia superiorità. Infatti, la tolleranza è cristiana, cattolica, perché solo chi possiede la verità può sopportare pazientemente (ma fino ad un certo punto) i falli degli eretici; la tolleranza è bianca, ariana, perché solo chi appartiene alla razza eletta può guardare con sufficienza alle bambinate degli Untermenschen (salvo ad intervenire, quando ci vuole, con qualche robusta bacchettata); la tolleranza è eurocentrica, illuminista, perché solo chi è stato abbagliato dai Lumi può benevolmente guardare agli errori dei ciechi (salvo poi eliminarli a milioni, quando la loro ottusità lo indispettisca troppo. E poi: non è stato Robespierre a scrivere, più o meno, che “Bisogna rendere felici gli uomini anche contro la loro volontà”?). La prima virtù della convivenza non sta dunque, secondo me, nell’essere tolleranti, ma nell’acquisire l’intima convinzione dell’assoluta uguaglianza di ogni diversità, e dell’uguale valore di ogni valore, per quanto assurdo, estraneo, ‘barbaro’ possa sembrarci. Non si tratta di tollerare il diverso, ma di rispettarlo, in quanto ‘uguale’ a me e quindi, alla fin fine, non più diverso. Non solo. Unicamente se avrò acquisito questo tipo di rispetto per ogni diversità, soltanto allora potrò prediligerne una su tutte, perché ne sono figlio, perché mi appartiene ed io le appartengo: solo riconoscendo gli altri è possibile riconoscere se stessi.

Le sarei grato di un’opinione in proposito. Comunque, La ringrazio del Suo pensiero e della Sua presenza, e La saluto con stima sincera.

G.C.

 Caro signor Giuliano Corà,

                                                         mi convinco ogni giorno di più che bisogna fidarsi sempre meno dei dizionari (e glielo dice uno che ha scritto a sua volta un Dizionario di Psicologia) e sempre più del pensiero. So anch’io che “tollerare” ha come suo primo significato quello di “sopportare”. Ma la vera tolleranza, lungi dall’essere una “sopportazione”, è, come dice lei: “acquisire l’intima convinzione dell’assoluta uguaglianza di ogni diversità e dell’uguale valore di ogni valore, per quanto assurdo ed estraneo e barbaro possa sembrarci”. Immagino già la folla di quanti ci accuseranno, per il fatto di condividere questa sua bellissima definizione, di “scetticismo”, “relativismo” e, perché no, già che ci siamo, di “nichilismo”. A costoro diremo che il nostro concetto di tolleranza non si limita a difendere quella che possiamo chiamare la tolleranza pratica di chi tollera, sopporta e non perseguita chi la pensa diversamente da lui. Non si limita, cioè, come si dice nel contesto religioso, a condannare il peccato ma non il peccatore, ma pretende di non condannare neanche quello che, in base a un determinato ordine di valori condiviso, appare come “peccato”. Al di là della tolleranza pratica, non ancora raggiunta in molti parti della terra e neppure qui da noi, rivendichiamo anche la tolleranza teorica, che consiste nel supporre che chi la pensa diversamente da noi possa avere un grado di verità superiore al nostro. Questa e non altra è la vera tolleranza, e di questa tolleranza dovrebbe nutrirsi ogni fede religiosa per i suoi stessi presupposti. Se è vero infatti quel che Tomaso D’Aquino, commentando Paolo di Tarso, osserva, e cioè che la fede, a differenza del sapere espresso dalla ragione umana, conduce “in captivitatem omnem intellectum”, cioè rende l’intelletto prigioniero di un contenuto, che non è evidente e quindi gli è estraneo (alienus), sicché l’intelletto è inquieto (nondum quietatum), timoroso e infermo (in infirmitate et timore et tremore multo), e quindi disposto ad ammettere che il contenuto della sua fede possa essere tanto una via di verità quanto di non verità (in utrumque paratus), allora e solo allora siamo all’altezza del concetto di “tolleranza” come è stato pensato da Locke nella sua Epistula de Tolerantia del 1689 e più in generale dall’Illuminismo settecentesco. Eppure, dopo 300 anni, a questo concetto di tolleranza teorica ancora non sono giunte le religioni, neppure quella cristiana, per quel tanto che indica, come fa il Papa nella sua ultima enciclica, nei contenuti della sua fede l’unica via della verità. L’intolleranza incomincia da qui, incomincia da quell’errore della mente che confonde il massimamente incerto con l’assolutamente certo. Tutto quello che lei denuncia è vero, ma viene decisamente dopo.

Umberto Galimberti

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