Pubblicato da: giulianolapostata | 9 maggio 2010

Ma io, ‘chi’ sono?

Trovo sommamente irritanti quei sociologi e psicologi che, commentando i suicidi di coloro che perdono il lavoro (France Telecom e non solo: i licenziati in Italia), con olimpico snobismo se ne stupiscono e criticano coloro che ‘si identificano’ col proprio lavoro, e con benevola accondiscendenza li accusano di non essersi saputi inventare ‘un’altra vita’ al di fuori del lavoro, di non aver saputo scoprire che fuori dalla fabbrica e dall’ufficio esiste pur ‘un’altra realtà’: par che dicano, parafrasando Nanni Moretti, ‘fate cose, vedete gente’ … Curioso, e desolante, che proprio costoro, che hanno studiato per diventare interpreti, e magari medici, della realtà, si applichino a questo loro compito da un lontanissimo Iperuranio, che impedisce loro qualsiasi contatto concreto col reale. Intanto, questi ‘filosofi’ – uso la parola nel senso spregiativo che, purtroppo, a volte può avere – intanto dovrebbero spiegare come deve comportarsi chi vede scorrere uno dopo l’altro i giorni sul calendario, e non sa come farà tra quindici giorni a pagare l’affitto, a pagare le bollette, a pagare la mensa scolastica dei figli. Ma, a parte queste ‘miserie’ da salariati, il punto è un altro. Il punto è che noi siamo effettivamente il nostro lavoro. E non perché ci esauriamo in esso senza riuscire a trovare niente di più interessante da fare, come sembrano rimproverare quei ‘saggi’ (parrebbe quasi che fosse sufficiente mettersi a costruire navi in bottiglia, o fare un po’ di giardinaggio, per scacciare i fantasmi del suicidio …), ma perché, in realtà, noi siamo le relazioni che instauriamo, e la stragrande maggioranza delle relazioni noi le costruiamo attraverso il lavoro. Io sono i rapporti intellettuali ed affettivi che ogni giorno intesso coi miei allievi, sono le fantasie che riesco ad accendere in loro, sono la grazia che ogni giorno essi mi regalano, e viceversa. Certo, io sono un privilegiato, perché mi è toccato in sorte quello che probabilmente è il lavoro più bello del mondo, ma credo che così sia – possa essere, debba essere – per ognuno: per il contadino, che ogni giorno è a contatto col miracolo millenario della morte e della ‘resurrezione’; per l’operaio, che prima di essere trasformato in strumento indifferente e sostituibile – per questo lo si licenzia così a cuor leggero: è come buttar via un cacciavite rotto – provava l’orgoglio demiurgico della creazione; per lo ‘impiegato’, che si sente – dovrebbe sentirsi – parte di una comunità, elemento utile ed insostituibile dell’armonia sociale. Il lavoro non dev’essere una condanna: purché non sia bisogno, necessità, dovere, obbligo. Il lavoro deve essere scelta, creazione, fantasia, genio, libertà. Forse dovremmo ipotizzare una società come quella descritta in quel celebre passo di Marx – cito a memoria, mi perdoni – in cui uno alla mattina si alza e va a fare il pescatore, il giorno dopo va a fare il pittore e così via. Del resto, ancora a proposito di relazioni, dovremmo sapere che il Buddhismo insegna che l’Io non esiste, e che esso risulta dalla “coproduzione condizionata”, cioè, in altre parole, dalle innumerevoli relazioni che esso stabilisce con tutti gli esseri senzienti. Come benissimo spiega Giangiorgio Pasqualotto – nel suo bellissimo “Dieci lezioni sul Buddhismo”, da cui anche cito a memoria – l’Io non risulta dalle relazioni: l’Io ‘è’ le relazioni. Forse scendendo da quell’Iperuranio sarebbe possibile capire meglio la sofferenza di coloro che cercano la morte perché è stata tolta loro la chiave attraverso la quale interpretavano la vita, e dopo averla capita, magari sarebbe possibile anche aiutarli meglio. Altrimenti, a che serve studiare?

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