Pubblicato da: giulianolapostata | 8 maggio 2010

Multivisioni – 3 maggio 2010

 Sabato 8 maggio

Mary Reilly (S. Frears, USA, 1996)

02.15, Canale5

Ennesima versione dello Strano caso del Dottor Jekyll e del Signor Hyde (1886) di R.L. Stevenson, forse non un ‘capolavoro’ nel senso strettamente letterario del termine, ma certamente uno dei grandi libri dell’umanità, per la sconvolgente e conturbante trattazione del tema pascaliano dell’uomo Angelo e Bestia. Qui, con un’idea ed uno spostamento in teoria davvero originali, la vicenda viene raccontata dal punto di vista di Mary, la cameriera del Dottor Jekyll, ma il risultato è, purtroppo, una grossa delusione. Una bellissima confezione senza niente dentro, una splendida scatola vuota. Eppure tutto era perfetto. L’ambientazione, davvero elegante e raffinata. I volti e le ‘situazioni’ dei domestici. La recitazione del grandissimo John Malkovic. Perfino Julia Roberts, la rana-dalla-bocca-larga, questa volta è incredibilmente riuscita a recitare, facendo qualcos’altro oltre al solito sbattere gli occhioni e sorridere a sessantaquattro denti. Tutto bello, ma dentro non c’è niente. Nessun approfondimento del mito del doppio, nessuna nuova ‘risposta’ all’eterno dilemma del bene e del male, nessuno spunto di riflessione, niente di niente. Un puro e semplice esercizio calligrafico. Per cui, anche quella bottina finale di effetti speciali (già visti: L’avvocato del diavolo), col ‘mostro’ che tenta di uscire dal corpo, è davvero un inutile sfoggio di bravura. Senza contare l’assurdo grottesco della cameriera, appena uscita dai bassifondi, che di punto in bianco si mette a filosofare col padrone (“Io non credo che esistano azioni senza conseguenze”). Una vera occasione sprecata.

Evolution (I. Reitman, USA, 2001)

22.55, Italia1

Nel deserto dell’Arizona cade un meteorite, contenente un brodo di coltura ricco di unicellulari alieni. Il reperto viene sottoposto allo studio di due pseudoscienziati del locale college: Ira, ex ricercatore del Pentagono, cacciato per un clamoroso errore medico, e Harry, un geologo unicamente interessato ai favori delle allieve. I due fanno appena in tempo a scoprire che gli unicellulari si evolvono ad una velocità prodigiosa – concentrando in pochi giorni un processo che alla vita sulla Terra ha richiesto centinaia di milioni di anni – quando vengono espropriati delle loro ricerche da un battaglione dell’esercito, il cui comandante è proprio quello che aveva licenziato Ira. Mentre la ‘evoluzione’ continua a ritmi acceleratissimi, disseminando nella cittadina vicina stranissime e primitive forme di vita, i militari proseguono i loro studi e, di fronte al pericolo concreto che gli organismi prendano il posto dell’umanità, decidono di eliminarli col napalm. Ma i due scienziati, non solo scoprono che col calore gli organismi si evolveranno ancor più velocemente, ma, di fronte all’ottusità dei militari, riescono ad escogitare una soluzione che distrugge gli alieni e salva il mondo intero dalla sopraffazione. Se non fosse per i discreti effetti speciali, un film inesistente, scontato e noioso, tutto giocato su battute e situazioni che definire grassocce e goliardiche è poco, e su personaggi che non sono nemmeno stereotipi, ma macchiette da teatro dell’arte. Se ne è detto che voleva essere un affettuoso ed ironico richiamo alla fantascienza anni ’50, ma, se è così, si tratta di un esperimento fallito.

Gioventù bruciata (N. Ray, USA, 1955)

00.30, DT

Questa storia di ribelli, apparentemente solo per puro ‘giovanilismo’, è uno dei tre film di James Dean, forse il più bello e commovente, anche se quel ribellismo a noi può apparire datato e inadeguato rispetto a quello ‘politico’ che abbiamo conosciuto una quindicina d’anni dopo. Rimangono tuttavia una freschezza ed una sincerità di fondo nell’esprimere le emozioni che gli meritano ancora ammirazione e affetto. Comunque, un film assolutamente imperdibile.

Il Corvo (A. Proyas, USA, 1994)

22.40, Italia1

Assassinato da alcuni teppisti assieme alla sua ragazza, il chitarrista rock Eric Draven (‘raven’ significa ‘corvo’) torna dalla tomba per vendicarsi degli assassini e finalmente ricongiungersi in pace con la donna amata. Il suo sarà sì un cammino di morte, ma anche di ‘redenzione’ per la sua città, troppo avvelenata dal male. Poema dark incredibilmente visionario, favola triste ma colma di speranza, Il Corvo è un capolavoro: ‘infernale’ e quasi doloroso. Frenetico e allucinato il montaggio, ma funzionale alla storia cupe e inquietanti luci e fotografia. Assolutissimamente imperdibile.

Ombre bianche (N. Ray/B. Bandini, GB/Francia/Italia, 1960)

21.00, Sky

Raro passaggio tv di questo film vecchio ma ancora bello ed interessante, sulla vita degli Innuit e sul dramma del loro incontro con la civiltà occidentale. Davvero da non perdere, anche per la stupenda fotografia.

Django (S. Corbucci, Italia/Spagna, 1966)

14.15, Sky

Liberatosi finalmente dello pseudonimo (Sidney Corbett) con cui aveva firmato i precedenti film, Corbucci firma qui anche la sceneggiatura per uno dei capolavori minori del western all’italiana, film violentissimo ai limiti dell’iperrealismo, capostipite di una fortunatissima e lunghissima serie. Da non perdere.

Domenica 9 maggio

El Cid (A. Mann, USA/Spagna, 1961)

17.00, DT

Magnifico kolossal sulla vita, e sulla leggenda, di Rodrigo Díaz de Vivar (1030-99), campione della lotta contro i Mori. Splendide ambientazioni, e soprattutto Charlton Heston eroico e splendido. Un raro passaggio TV, da non perdere.

Lunedì 10 maggio

Specie mortale (R. Donaldson, USA, 1995)

23.25, Rete4

Un’accidentale mescolanza di DNA umano ed alieno dà vita ad un essere mostruoso che, sotto mentite (ma femminili, e molto appetitose) spoglie, cerca un umano per accoppiarsi e così perpetuare la specie. Banale e tutto sommato noioso. Totalmente improbabile Ben Kingsley nella parte dello scienziato. Lasciate perdere.

Rapimento e riscatto (T. Hackford, USA, 2000)

16.35, DT

Un ingegnere americano che lavora in America Latina viene rapito da un gruppo guerrigliero. La moglie per liberarlo chiede l’aiuto di un esperto negoziatore, ma durante le lunghe settimane della trattativa tra loro nasce qualcosa. Bel thriller, commovente e appassionante. Russel Crowe è sempre un piacere, e questa è anche l’occasione per vedere David Caruso, una volta tanto fuori dal suo bellissimo personaggio di Orazio Caine in CSI, ma sempre bravissimo, simpaticissimo e affascinante.

Il sesto senso (M.N. Shyamalan, USA, 1999)

00.40, DT

Un bambino che vede i morti e parla con loro (e già qui la faccenda si fa dura, trovandoci davanti all’insopportabile faccia da schiaffi  di H.J. Osment) si rivolge ad uno psicologo infantile (e qui va davvero male, perché Bruce Willis in quella parte è convincente come potrebbe esserlo Sylvester Stallone in quella di Einstein). Ma dove si rischia di scagliare una scarpa nel monitor è negli ultimi dieci secondi (dieci, non di più), in cui, con assoluta ‘disonestà’ narrativa, si scopre tutto il palco. Da vedere per detestare.

Payback (B. Helgeland, USA, 1998)

21.00, DT

Dopo un colpo, Porter viene tradito dalla moglie e da un amico, che gli sparano lasciandolo per morto. Ma riuscirà a tornare, e la sua vendetta sarà terribile. Un action noir cupo e disperato, senza vie di scampo, davvero un ottimo film, da rivedere.

Revolutionary Road (S. Mendes, USA/GB, 2008)

21.00, Sky

Connecticut, Anni Cinquanta. Frank ed April si incontrano ad una festa di ‘artisti’. April “studia per diventare attrice”, Frank, tutto sommato, cazzeggia, in adorazione di se stesso e degli anni della guerra trascorsi a Parigi, “dove quello che vedevi era vero, dove tutto era possibile”. Entrambi sono convinti di essere eccezionali, e di avere un grande destino davanti a sé. Si sposano, per attuarlo insieme, ma bastano dieci anni di matrimonio per uccidere le loro illusioni. Frank ha fatto due figli – “uno è stato un incidente, l’altro per verificare se il primo era stato un incidente” – April ha visto affondare miseramente le proprie ambizioni nella noia di teatrini di quart’ordine. Hanno trent’anni entrambi, non sono più dei ragazzini. April si sta spegnendo in una stupida e vuota quotidianità da casalinga, Frank si è adattato a lavorare come venditore nella stessa ditta in cui per vent’anni ha lavorato suo padre (“Da piccolo lo guardavo e mi dicevo: quando sarò grande non voglio diventare come lui”), in un impiego stupido e inutile, che odia e che lo schiaccia, ma ancora – nonostante tutto – coltivando il sogno di dimostrare un giorno chi egli sia veramente e quali incredibili potenzialità egli custodisca. Ma Frank mente a se stesso, e lo sa, e lo sa anche April, il cui cuore invece è ancora vivo. Così – con un coraggio che, mutuando i pensieri della cultura maschilista dell’epoca, potremmo definire ‘da vero uomo’ – propone a Frank di fare una follia. Vendere tutto, andare a Parigi, alla fonte del Mito. Lei lavorerà (‘l’uomo di casa’), lui non farà nient’altro che coltivare se stesso: leggerà, ascolterà musica, andrà per musei, fino a che finalmente avrà trovato la sua strada, dove poter esplicitare la grandezza inespressa che sente dentro di sé. April parrebbe, in questo suo agire, una donnetta succube del marito, appiattita sul suo egoismo, senza sogni propri. Invece, è lei, dei due, che vive ancora, e quando dice a Frank ‘Salvati’, in realtà gli sta dicendo ‘Salvati per salvare me assieme a te’. Ma Frank non è più, se mai lo è stato (“Quando ti ho conosciuto ero solo uno pieno di chiacchiere”), sulla sua stessa lunghezza d’onda. L’ipotesi di partire lo affascina per un po’, gli serve per assumere un’aria bohémienne con gli amici. Ma nel fondo ha paura, di lasciare la sicurezza che ha e soprattutto di scoprire che non c’è nessun grande destino ad attenderlo, e nessuna ‘lama dentro al fodero’, come direbbe Joseph Conrad. Per cui, quando il padrone gli agita di fronte al naso la carota della promozione e di un favoloso aumento di stipendio, egli seppellisce in fretta i suoi sogni, ed anche quelli di April. Ma col crollo di quest’ultima speranza di redenzione, per April crollano anche le ragioni di continuare ad esistere, e la disperazione nascosta così a lungo improvvisamente trabocca: sarà la fine dei sogni, e il destino tanto atteso non sarà glorioso e trionfante, ma misero e tragico. A far da controcanto all’esistenza di April e Frank, cui nessuno può dire la verità perché sono tutti immersi nella stessa menzogna, sta lo splendido personaggio di John – quasi un coro da tragedia greca – un ‘pazzo’, cui perciò è concesso di dire qualsiasi cosa, tanto cosa contano le parole di un pazzo. Ma invece le parole di John sono spaventose, sono quella verità che solo un folle può dire perché ha rinunciato alla vera follia, che è la vita reale, e il suo dito puntato contro il ventre gravido di April ha l’orrore panico di una profezia di Tiresia. Ma – si sa – gli Dèi confondono coloro che vogliono perdere. Dopo American beauty (1999), capolavoro sulla solitudine e opera di rara bellezza formale, Mendes si era smarrito prima con Era mio padre (2002), algida sequenza di eleganti diapositive senz’anima, poi con Jarhead (2005), insulsa balordaggine sull’Irak. Qui egli finalmente torna ad essere quel maestro cantore dell’alienazione che avevamo conosciuto, con un film che, anche a livello fotografico, è una continua lezione. Splendide le riprese degli impiegati che vanno al lavoro al mattino – che ricordano in modo impressionante analoghe inquadrature di Fritz Lang in Metropolis – e agghiaccianti i colori degli interni e dell’arredamento, freddi e spenti come l’interno di una morgue. E che altro è, la vita di April e Frank? Kate Winslet è semplicemente prodigiosa, per sensibilità e capacità di interpretare ed esprimere la disperazione con pochi moti del volto, e mai Leonardo di Caprio è davvero alla sua altezza. Michael Shannon, il vicino ‘pazzo’ ha due sole scene, ma sono di cupa grandezza.

21 grammi (A.G. Inàrritu, USA, 2003)

18.25, Sky

Film di grandissima eleganza, e di profondissimo dolore esistenziale, VG è un capolavoro di bellezza e di intelligente riflessione. La storia è quella di tre persone in cui destini sono casualmente – ma intimamente e tragicamente – legati da un incidente stradale. Ognuno dei tre, per mezzo degli altri due e con gli altri due, segue un suo percorso di ricerca del senso dell’esistenza, che non per tutti troverà una conclusione ‘positiva’. Benicio del Toro – intensissimo, veramente incredibile, dopo numerose prove superficiali e mediocri – dopo aver cercato se stesso in Dio, nel carcere e nella solitudine, ritroverà un rifugio. Naomi Watts – strepitosa, tragica, umanissima – avrà dalla vita una ‘sorpresa’ che non aveva messo in conto, e con cui dovrà confrontarsi, se ne sarà in grado. Sean Penn – senza ombra di dubbio, ormai uno dei più grandi attori viventi, a livello di Al Pacino e Robert De Niro – concluderà senza soluzione la sua ricerca. Non è tanto pessimismo, quello di VG, quanto pura e semplice convinzione di un’assoluta assenza di senso e di speranza. Anche quando, appunto, Naomi Watts apprende cos’è cambiato in lei, non si tratta di una ‘soluzione’, di una via d’uscita che il film ci offre, quanto di un caso, un accidente, in una vita che continua ad apparire priva di senso: è successo così, ma avrebbe potuto accadere altrimenti, e chissà come andrà poi. Il particolarissimo montaggio, lungi dall’essere di difficile lettura, o peggio ancora, come qualcuno ha detto, volutamente ed inutilmente ‘intellettuale’, ha invece la funzione di rendere percepibile l’estremo intrecciarsi e coinvolgersi di queste esistenze. Film estremamente raffinato, non solo intellettualmente ma anche visivamente – splendida la sua fotografia a volte sporca, che par voglia farci avvertire la fragilità di quelle esistenze – VG è quasi un opera prima, dopo Amores Perros, cui seguiranno, come ora sappiamo, altri capolavori.

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (E. Petri, Italia, 1970)

21.00, Sky

Un commissario di polizia uccide l’amante e, per dimostrare quanto lui e la sua casta siano al di sopra della giustizia, semina indizi che lo accusano. Ottimo film onirico-realistico di Petri, interpretato da un GianMaria Volonté semplicemente strepitoso. Assolutissimamente imperdibile.

Martedì 11 maggio

Cobra (G.P. Cosmatos, USA, 1986)

21.00, DT

Un fumetto, ma forte e duro, con Silvestro Caprone che fa lo sterminatore di neonazisti (però, mica male l’idea). ‘Storica’ la battuta: “Tu sei il male e io sono la cura”. C’è uno degli inseguimenti in macchina più adrenalinici che abbiate mai visto, da togliere letteralmente il respiro.

Il mondo dei robot (M. Crichton, USA, 1973)

22.40, DT

Rara riapparizione di questo vecchio, bello ed intelligente film di fantascienza, davvero da vedere. In un futuribile parco dei divertimenti, è possibile vivere in un Far West animato da perfetti robot. Ma il meccanismo si guasta, e gli umani sono in grave pericolo.

The burning plain (G. Arriaga, USA, 2009)

21.00, DT

Il divorzio artistico consumatosi due anni fa tra  Alejandro González Iñárritu e il suo sceneggiatore ‘storico’ Guillermo Arriaga aveva gettato nello sconforto tutti gli estimatori del cinema di alta qualità. Prima infatti di andarsene sbattendo la porta, Arriaga aveva dato alla coppia tre film tra i più belli e intensi che si siano visti negli ultimi  dieci anni: Amores perros (2000), 21 grammi (2003) e Babel (2006), la famosa ‘trilogia dell’incomunicabilità’. Stanco di vedere le sue magnifiche storie illustrate da altri, Arriaga, come abbiamo detto, ha rotto il sodalizio piuttosto bruscamente ed ha esordito nella regia con un film tutto suo, di cui finalmente firma anche la regia, e che è, ancora una volta, un film davvero speciale. Più che l’incomunicabilità, qui il tema sembra essere una sua ‘variante’, cioè la solitudine. Sono tutti soli, infatti, i personaggi di questa storia – anzi: sole, perché è soprattutto una storia di donne, questa – e tutti cercano disperatamente una via d’uscita. Gina, sposata con quattro figli, ha perduto il seno sinistro per un cancro, e con esso ha perduto anche la confidenza col proprio corpo. Anche il marito non riesce più a desiderarla. Ma lei ha un segreto: un altro amore, un uomo che la desidera così com’è, con la sua sofferenza e la sua fragilità. In questa sua relazione, Gina viene spiata dalla figlia adolescente Mariana, e dopo che lei e l’amante moriranno in uno spaventoso incidente, Mariana avrà una storia proprio col figlio di lui. Molto lontano, Silvia lavora in un ristorante di lusso. Passa convulsamente da un uomo all’altro, cercando assurdamente qualcuno che per magia le offra un’esistenza ‘diversa’, ‘altrove’, e ferisce il suo stesso corpo, quasi a punirlo di una colpa oscura. E la giovanissima Maria vede il proprio padre schiantarsi al suolo col suo piccolo aereo da turismo. Ancora una volta, à la Arriaga, vedremo come tutti questi destini siano intrecciati, esploreremo tutte queste strade di solitudine, da dove sono iniziate sino alla loro conclusione, scoprendo nuovamente quanto fragile e solo sia l’essere umano, e quanto immensamente difficile sia riuscire a comunicare, a gettare ponti, a chiedere aiuto. Un bel film, davvero, al cui regista forse manca ancora un po’ di mestiere. Abituati com’eravamo all’eleganza e all’armonia della scrittura di Inarritu, qui si avverte a volte una certa qual ‘rozzezza’ narrativa ed una certa meccanicità costruttiva. Ma si farà, ne siamo certi. Comunque, ogni riserva viene superata di fronte alle performances degli attori, semplicemente prodigiosi. Charlize Theron è Silvia, un animale disperato in fuga da se stesso; Kim Basinger è Gina, delicata e trepida, bisognosa d’amore; Tessa Ia è l’adolescente Maria, davvero bravissima, che aspettiamo in prove più mature.

Beetlejuice (T. Burton, USA, 1988)

19.25, DT

Praticamente agli inizi della sua carriera – questo è il suo secondo lungometraggio, e il suo primo film di successo – Burton maneggia già da quel maestro che è sempre stato le sua armi migliori: il macabro grottesco, l’ironia, la satira, il dark. Due giovani sposi muoiono in un incidente stradale poco prima di occupare la loro nuova e bellissima casa, che viene venduta ad una numerosa e scombinata famiglia. I due, nel loro nuovo ruolo di fantasmi, faranno di tutto per spaventarli e cacciarli via, ma non è facile nemmeno per dei fantasmi combattere degli snob. Geniale, irriverente e divertentissimo, da rivedere assolutamente.

Vidocq (Pitof, Francia, 2001)

22.45, DT

Un’autentica delizia. E non solo per la presenza del gigantesco Dépardieu, che è gigantesco non solo per le sue dimensioni, ma anche per la sua incredibile capacità di ‘essere’ il personaggio, di riempire la scena, di focalizzare su di sé tutta l’attenzione e l’interesse. È una delizia anche per l’incredibile fotografia, che pare dipingere le scene con colori fortissimi, acidi, contrastati all’eccesso; per le prospettive allucinate; per gli inquietanti contrasti di luci ed ombre. E poi c’è la storia. Attingendo dal vastissimo serbatoio del feuilleton ottocentesco (che consiglio vivissimamente a chi abbia fame e sete di avventura ‘pura’, di intrigo inestricabile e di pauroso mistero: tutte cose che il cinema oggi rarissimamente ci dà), Pitof costruisce una storia perfetta, che pare davvero uscita dalla penna di Allain e Souvestre. Non per nulla lo sceneggiatore è Jean Christophe Grangé, quello dello splendido I fiumi di porpora. Guardatelo, abbandonatevi e godete (anche delle grazie di Inès Sastre, ahimè troppo velocemente esposte).

Rollerball (N. Jewison, USA, 1975)

23.10, Sky

Imperdibile gioiello della fantascienza intelligente: il racconto di una società futuribile violenta, repressiva ed infelice. Oltre alle sequenze del gioco, bellissime sono quelle della festa, soprattutto quella in cui gli ospiti, ebbri e ‘disperati’ per la loro alienazione, incendiano gli alberi: stupenda e terribile. Imperdibile. Da evitare come la peste, invece, il remake di J. McTiernan (USA, 2001): un incrocio tra un videogioco e un flipper, quello veramente invedibile.

Casanova (F. Fellini, Italia, 1976)

22.45, Sky

Casanova è uno dei pochi veri capolavori di Fellini, ma di tal livello da riscattarlo ampiamente da altre sue, e numerose, sciocchezze. Il ‘mitico’ amatore del Settecento viene qui trasformato in un individuo che è ossessionato dall’amore e dal sesso perché, follemente, li intende come antidoti all’inevitabilità della morte. Ne deriva che tutti i suoi incontri erotici siano venati da una tragica disperazione. Massimamente quello, stupendo, con la bambola meccanica, ma tutto l’erotismo di questo Casanova è artificioso e costruito, ‘scene’ di teatro nelle quali egli cerca di rappresentare ed eternare se stesso. Questa sua ‘falsità’ esistenziale Fellini illustra con un film magicamente ‘finto’ e meravigliosamente ‘falso’: ma nell’immaginazione e negli occhi dello spettatore immagato quel falso diventa più vero del vero. Si veda solo la sublime scena dell’attraversamento in gondola di una laguna manifestamente realizzata con teli di plastica nera. Assolutissimamente imperdibile.

Mercoledì 12 maggio

Sfida senza regole (J. Avnet, USA, 2008)

23.10, Sky

Turk (Robert de Niro) e Rooster (Al Pacino) sono due pluridecorati detective della Polizia di New York, in coppia da trent’anni, all’apice della carriera ed alle soglie della pensione. Ma un caso particolare li impegna, prima di lasciare. Uno strano serial killer colpisce in città, uccidendo delinquenti che per qualche ragione l’hanno fatta franca con la giustizia e lasciando sul loro corpo pochi beffardi versi di commento. Il quadro si complica quando vari indizi portano a credere che il colpevole sia un poliziotto, e tutti vorrebbero chiudere la faccenda in fretta: il loro capo, per ovvie ragioni, e due altri giovani detective, che invece vorrebbero farsi belli risolvendo il mistero. Già qualcuno aveva provato, qualche anno fa, a mettere insieme Robert de Niro ed Al Pacino, due dei più grandi attori viventi, ma quel ‘qualcuno’ si dava il caso che fosse Michael Mann, a sua volta uno dei più grandi registi viventi, dotato di un profondo senso del pathos, artista al tempo stesso elegante e drammatico. Il risultato fu The heat (USA, 1995), uno dei suoi film più interessanti, in cui i due si costeggiano per due ore e si incontrano in sole due scene, in un ininterrotto specchiarsi di vite e di storie che affascina e commuove per abilità e forza. Jon Avnet, decisamente, non è Michael Mann, e potremmo anche finirla qui. Non lo è per una serie infinita di ragioni, lunga quanto questo film brutto e inutile, di cui – incredibile a dirsi – nemmeno la presenza dei due mostri sacri giustifica la visione. Intanto per la sceneggiatura che ha scelto, di quel Russel Gewirtz che già con Inside Man (S. Lee, 2006) aveva fornito un film balordo e che qui ha, purtroppo, superato se stesso, scrivendo una storia disordinata e confusa, tanto che spesso si ha l’impressione che nemmeno lui sappia bene dove sta andando a parare. Non lo è per la regia, sempre piatta e uniforme, che mai, nemmeno nei momenti ‘ad effetto’, riesce ad offrire una qualche emozione che non sia assolutamente ovvia e prevista (ed è veramente sconfortante, per fare un solo esempio, quella ‘falsa’ confessione alla telecamera spiegata negli ultimi minuti, modesto trucchetto da principianti che perfino ad una scuola di regia si rifiuterebbero di usare). Non lo è nemmeno per la capacità di dirigere gli attori (ad ennesima riprova che, chiunque – ma proprio chiunque – ci sia sul set, a fare il film è il regista), perché non è possibile trovarsi tra le mani due dei più grandi attori della storia del cinema, la cui carriera è costellata di interpretazioni che ci hanno strappato il cuore, e dirigerli come se fossero caricature di se stessi, due manichini di cartone con la faccia di Al Pacino e de Niro che gli inservienti di scena spostano sul set alla bisogna, senza che i due grandi riescano – manifestamente perché non ne hanno nessuna voglia – a tirar fuori un’oncia della loro grandezza. Rimane un mistero il perché due come loro si siano fatti coinvolgere in un’operazione come questa: non certo per i soldi, ché, passato molto velocemente per le sale, il film rischia di scomparire presto anche dagli scaffali dei videonoleggi. Che peccato, e che occasione sprecata.

Giovedì 13 maggio

Profumo (T. Tykwer, Francia/Spagna/Germania, 2006)

18.30, DT

Il detto “Da un bel libro un brutto film” è tutt’altro che una legge scientifica. A volte funziona, è vero, ma vorrei dire che sono più le volte in cui viene contraddetto. Abbiamo così film da libri densissimi di significato (Moby Dick, di John Huston (1956) dall’omonimo capolavoro di Herman Melville) che incredibilmente riescono a condensare in meno di due ore tutti gli umori del libro. Oppure film da romanzi profondamente poetici (Il vecchio e il mare, di John Sturges (1958) dall’omonimo romanzo di Ernest Hemingway) che restituiscono intatta quella poesia e le sue suggestioni. Vi sono casi addirittura in cui il film può ‘migliorare’ il libro. E’ questo il caso, per esempio, di Fahrenheit 451 (1966) di François Truffaut, che dal romanzo omonimo di Ray Bradbury – estremamente modesto, dal punto di vista letterario, notevole solo per lo spunto, l’idea che fornisce – trae un film semplicemente perfetto, abbacinante, che coglie quell’idea e la trasforma in un nocciolo profetico. Per non parlare di Blade runner di Ridley Scott (1982), la cui essenziale ed assoluta bellezza nasce da un testo confuso e mediocre di Philip Dick. Chissà, dunque, qual è la molla che fa scattare la ‘identificazione’ – se vogliamo chiamarla così – tra regista e autore letterario, la formula magica che permette di questi miracoli. Quale che essa sia, di certo non è scattata questa volta, in questo Profumo. E sì che sono stati molti i lettori di questo bel libro di Patrick Suskind che, nei vent’anni da che è uscito, hanno pensato e sognato quale fantasmagoria se ne sarebbe potuto trarre. Anche altri registi, ci avevano pensato, e purtroppo non potremo mai sapere quale meraviglioso incubo notturno ne avrebbe potuto trarre, tanto per fare un nome, il grande Tim Burton. Ma lasciamo perdere. Quello che è sicuro è che l’uomo giusto per questo lavoro non era Tom Tykwer, un – tutto sommato – illustre sconosciuto, i cui quarti di nobiltà erano davvero deboli per affidargli un compito di questo livello. Tanto il romanzo – qui dunque il confronto è inevitabile e obbligatorio – era raffinato, sulfureo, immaginifico, tanto il film che ne è stato tratto è mortalmente piatto e spento, senz’anima, senza vita. Ci scorrono davanti agli occhi, per due ore e mezza – infinitamente lunghe – le eleganti immagini prima della Parigi lercia e fastosa del Settecento, poi di Grasse e delle sue campagne fiorite. Ottima ricostruzione, non c’è che dire, alla quale tuttavia non riusciamo ad appassionarci un solo momento. Le vicende del protagonista – Jean-Baptiste Grenouille, apprendista profumiere, che vuole creare il profumo perfetto, quello che ispira l’amore – si svolgono sulla scena con sistematica noia, senza che mai un attimo di condivisione appaia, senza che si manifesti la minima emozione. Dovrebbe essere una tragedia, ed invece quella che vediamo è una lenta e fredda proiezione di diapositive, che non si anima mai. Perfino i corpi nudi delle vittime – che dovrebbero emanare quell’essenza dell’Eros di cui Grenouille va in cerca, sono freddi ed inespressivi. Oltretutto, troppi, e troppo presuntuosi, i mutamenti rispetto al libro. Certo, come abbiamo detto prima, non è questo che conta, se alle spalle c’è quella che ho chiamato ‘identificazione’. Ma quando il cambiamento non si giustifica in alcun modo – sul piano poetico ed ‘essenziale’ – allora risulta incomprensibile, ed è solo disturbante ed irritante. Così, per esempio, nessuno si sognerà mai di rimproverare a Truffaut di non aver fatto finire il film, come il libro, con una guerra di resistenza al potere, perché quello che contava era illuminare l’idea dell’amore per la letteratura e le sue emozioni. Ma risulta invece francamente incomprensibile, per esempio, perché il primo omicidio venga mostrato come un incidente, quando invece Grenouille uccide volontariamente, per preservare il profumo inebriante della vittima. Oppure perché la morte di Grenouille avvenga al mercato del pesce e non, com’è ‘giusto’, al cimitero, dove lui volutamente si reca, per confondere il proprio corpo – lui, che non è ‘nessuno’, perché non ha odore – coi mille altri corpi ivi giacenti, coi loro odori, compreso quello della putrefazione. Modifiche apparentemente – solo apparentemente – minori, ma comunque non giustificate, e dunque letali per la storia e le emozioni che avrebbe dovuto dare. Gi attori – quant’è vero che non esistono cattivi attori ma solo cattivi registi – si adeguano: Dustin Hoffman mette in scena una maschera senza spessore, che si dimentica cinque minuti dopo averla vista, e Ben Whishaw, il protagonista, non possiede una sola oncia del dramma che sta interpretando. Una grande occasione perduta.

Insomnia (C. Nolan, USA, 2002)

21.00, DT

Due poliziotti vengono inviati in una cittadina dell’Alaska (dove il sole non tramonta mai) per un’indagine, ma uno dei due uccide l’altro. L’indagine si avvita su se stessa, mentre il colpevole cerca di sviare i sospetti. Una sceneggiatura confusionaria (a volte è difficile capire a casa di chi si trovi Al Pacino, e gli spostamenti da un luogo all’altro sono spesso poco chiari) e una serie di stereotipi già visti mille volte (il poliziotto anziano ed esperto che viene per ‘dare una lezione’ al giovane pivello, donna oltretutto, e invece la lezione la riceve lui. Oppure: il poliziotto celebre e coperto di gloria che nasconde il marcio che c’è dentro di sé; ma il marcio viene fuori, e lui alla fine se ne redime con un ‘beau geste’). Invedibile. Nemmeno il grande Al Pacino riesce a salvare questa boiata, e gigioneggia invano per tutto il film. E poi, occorreva tutto quel casino per far buio nella stanza? Non bastava comprarsi un telo nero, un martello e tre chiodi, e inchiodarlo davanti alla finestra? Ma per piacere …

Ogni cosa è illuminata (L. Schreiber, USA, 2005)

18.30, DT

Jonathan, giovane ebreo americano, stereotipo dell’ebreo succube della famiglia, parte per l’Ucraina in cerca della donna che cinquant’anni prima salvò suo nonno dallo sterminio nazista. E’ accompagnato da un giovane ucraino col nonno, un vecchio che pare aver rifiutato il presente rifugiandosi in una sua personale follia. Tutti e tre concluderanno il viaggio avendo ognuno trovato la propria illuminazione, anche se potrà costare carissimo. Opera prima dell’esordiente Schreiber, il film è un gioiello di poesia e di malinconico umorismo, un racconto apparentemente semplice e lineare quanto invece turgido di sentimento e di umanità. Assolutamente imperdibile.

Changeling (C. Eastwood, USA, 2008)

21.00, DT

Certe volte non si capisce bene che tipo di cinema faccia Clint Eastwood. Dopo Fino a prova contraria (1999), para-thrilling sentimentaloide sulla pena di morte, Debito di sangue (2002), sgangheratissima sceneggiatura sui drammi di un trapiantato cardiaco, banale e retorica, e Million dollar baby (2004), una soap saccarotica e indigeribile, ecco ora un film che si segnala innanzitutto per la sua totale ‘inutilità’. La vicenda è presto detta. Nella Los Angeles del 1928, Christine Collins denuncia la scomparsa da casa di David, il figlio di nove anni. Dopo sei mesi, la polizia annuncia con gran pompa di averlo ritrovato, e organizza una cerimonia pubblica per restituirglielo, ma lei non lo riconosce, affermando che quello non è suo figlio. Ma la polizia, già estremamente in crisi davanti all’opinione pubblica per la sua violenza sanguinaria e la sua corruzione ad ogni livello, non può ammettere l’errore, e fa internare la donna in manicomio. Solo la scoperta di un serial killer di bambini, di cui David è forse rimasto vittima, e soprattutto l’aiuto del pastore della Chiesa locale, impegnato nelle lotte per i diritti civili (un improbabile John Malkovic), riusciranno a far liberare la donna e a dare un violento scossone alla struttura della polizia losangelina. Detto ciò, detto tutto. Non una volta il film ‘spiega’ quale sia il suo scopo, quale ‘messaggio’ intenda dare, quali richiami vi si debbano leggere. Forse nell’orrore e nella violenza si devono vedere i prodromi della crisi che un anno dopo sconvolgerà l’America? Mah, chissà, ma non si capisce perché. Forse vi si dovrebbe cercare una metafora del fondo oscuro che abita nel cuore umano? Mah, di nuovo. Che se poi l’intenzione era quella di fare un noir ‘di maniera’, nostalgico e rétro, allora il confronto con L.A. Confidential (1997), il capolavoro di Curtis  Hanson, è tragicamente impari, e questo film banale e noioso ne esce rovinosamente sconfitto. Forse invece, una parentela può essere cercata, purtroppo, in Black Dalia (2006), l’ultima delusione di Brian de Palma. Anche qui, il massimo delle energie sembra essere stato speso nella ricostruzione storica, calligrafica in modo maniacale. Gli abiti di Angelina Jolie (meno ‘diva’ del solito, ma sempre troppo immersa in se stessa per riuscire ad immergersi nella parte) sembrano usciti dallo scatolone della sarta un attimo prima, par che odorino di naftalina. Le macchine sono lucide, smaglianti, senza un graffio, senza un granello di polvere: il taxi giallo che invade lo schermo in una delle ultime scene è talmente perfetto da infastidire. Dopo di che, non c’è altro, se non le scelte incomprensibili di quello che è certamente uno dei maggiori registi americani degli ultimi vent’anni, ma che, spesso è volentieri, perde qualche colpo.

Missing (C. Gavras, USA, 1982)

21.00, DT

In Cile, mentre infuria il colpo di stato di Pinochet, appoggiato dagli USA, scompare un giovane studente americano. Il padre, un cristiano integralista, un ‘reazionario’ che però ha fiducia nella legge e nella democrazia americana, viene a cercarlo, e scopre a sue spese gli orrori perpetrati dal suo governo. Jack Lemmon forse più grande nelle parti drammatiche che in quelle comiche (vedi Sindrome cinese e soprattutto il bellissimo Salvate la tigre, J.G. Avildsen, USA, 1973). Uno dei migliori film di Costa Gavras, davvero imperdibile.

Donnie Darko (R. Kelly, USA, 2001)

21.00, Sky

Donnie è un adolescente in cura dalla psichiatra per le sue allucinazioni. Una notte gli appare un misterioso coniglio gigante, che lo avvisa che sulla sua casa sta per cadere un motore perso da un aereo, e gli salva la vita. Da quel momento il coniglio guiderà l’esistenza di Donnie, profetizzandogli la prossima fine del mondo e inducendolo ad azioni che solo apparentemente sono negative e distruttive. Certo, non è tutto chiaro, a volte è un po’ confuso, forse la scrittura avrebbe dovuto essere più limpida, forse il montaggio avrebbe dovuto essere più selettivo … ma spira in questo film un’aria di ribellione e di eversione, una fantasia, un bisogno di libertà che lo rendono comunque pregevole. Da vedere e meditare.

Hollywood party (B. Edwards, USA, 1968)

21.00, Sky

Una comparsa di origine indiana – ingenua, goffa, impacciata quanto più non si potrebbe – viene invitata per errore ad un party di lusso, dove combina indicibili catastrofi. Stralunato, poetico e nel fondo sempre un po’ triste, il grandissimo Peter Sellers ci regala qui una delle sue interpretazioni più indimenticabili, raccontando un personaggio che rappresenta la vittoria dello ‘ingenuo’ e dell’evangelico ‘povero di spirito’ contro gli schemi e le convenzioni della società borghese, in un fim che, alla fine, diventa un manifesto di ilare anarchismo. Assolutissimamente imperdibile.

Venerdì 14 maggio

Lo squalo (S. Spielberg, USA, 1975)

23.45, Rete4

Già visto cento volte, direte. Proprio tutti? E comunque, una seconda visione – una scoperta, appunto, per chi non lo conoscesse – questo gioiellino la merita senz’altro. Un piccolo capolavoro di costruzione e di tensione, una storia ‘semplice’ in cui la paura è vera e forte, un’ottima e poco considerata interpretazione del sensibilissimo Richard Dreyfuss, e – last but not least – uno squalo di gomma che terrorizza più di qualsiasi effetto di computer grafica, che allora nemmeno si sapeva cosa fosse. Senz’altro uno dei migliori film di Spielberg, che vi resterà nel sangue: ve ne accorgerete quest’estate a Jesolo, quando andrete a fare il bagno di sera …

Tandem (P. Leconte, Francia, 1987)

19.10, DT

Patrice Leconte e Jean Rochefort, ovvero della solitudine. In questo delicatissimo capolavoro Leconte ci racconta l’ennesima parabola del suo percorso nella sofferenza dell’isolamento degli individui. Anche se apparentemente immersi in turbinose relazioni – qui il protagonista è Michel Mortez, conduttore di un quiz di piazza, come la nostra Zingara, che ogni giorno si sposta da un paese all’altro della provincia francese – in realtà muri invisibili li separano dal loro prossimo. Muri che qualcuno erige e mantiene coscientemente: come la cameriera che dice: ‘Preferisco le relazioni di una notte, perché così so che il giorno dopo non li devo rivedere’; o come i vacanzieri, che stolidamente montano i loro tavoli da picnic sul ciglio della strada, insensibili – perché indifferenti – al rumore, alla polvere, agli altri. Ma per molti queste pareti sembrano scherzi atroci dell’esistenza, violenze gratuite della vita, e cercano di abbatterli con ogni mezzo. Così Michel Mortez, che intreccia amicizie sciocche e superficiali di poche ore, che si inventa un travolgente ma inesistente amore, che, soprattutto, si lega di un amicizia e di un affetto rudi ma intimissimi col suo aiutante (un dolcissimo Gérard Jugnot), e sa che “questa è una buona cosa”; così appunto il suo partner, appunto, aiutante ma anche e soprattutto amico, figlio, fratello minore del suo strano padrone, che assiste affettuosamente, pudico davanti alle sue debolezze; così il vecchio portiere d’albergo, che ciancia di un mitico passato di guerra e di eroismo, nel quale soltanto vede un’immagine di se stesso, e che poi si offre per un gesto che è sì umiliante, ma che esprime un atroce bisogno di comunicazione e d’amore. L’indifferente stupidità della vita spezzerà ed interromperà il sodalizio tra Mortez e il suo aiutante, ma sarà per poco. Si ritroveranno, ancora soli e ancora giullari, ma ancora uniti ed amici, e ripartiranno per un altro viaggio in mezzo alla folla, cioè in mezzo al nulla, ricchi solo dell’affetto che miracolosamente li lega e di una macchina nuova, sfavillante giocattolo per ingannare l’inutilità dell’esistenza.

Dopo Il marito della parrucchiera, La ragazza sul ponte e L’uomo del treno, Leconte scrive con questo film un altro capitolo del suo poema sulla solitudine, colmo di dolentissima pietas; e lo fa, ancora una volta, grazie al ‘suo’ Jean Rochefort, uno di quei pochissimi attori – mi viene in mente solo l’immenso Alain Cuny – che nei tratti del volto e nello sguardo – fermo, malinconico e dolce – portano i segni della fatica del vivere. Ma vale la pena di vivere, per veder film come questi.

Le invasioni barbariche (D. Arcand, Canada/Francia, 2003)

16.40, DT

Uno di quei doni speciali che, sempre più raramente, il cinema ogni tanto ti elargisce, un gioiello di bellezza e di intelligenza. L’intelligenza infatti – l’assenza, lo smarrimento dell’intelligenza nel mondo, assediato dalla barbarie american-modernista – è infatti il tema principale del film, quello che gli da il titolo. Ma altri temi vi si intrecciano e vi si coniugano, primo tra tutti quello dell’importanza fondamentale, nella vita, dell’amicizia, degli affetti, dei legami; o quello della necessità, ad un certo punto dell’esistenza, di trovare “il senso delle cose”, come dice arrovellandosi Rémy, il professore canadese che sta morendo di cancro. Scoprirà di averlo forse già trovato e costruito vivendo, in tutti gli amori vissuti, nelle splendide amicizie intrecciate; esorcizzerà la paura della morte (“Pensa che quando tu morirai, migliaia di altre persone staranno morendo in quel momento” gli dice la ragazza tossica che proprio con l’eroina lenisce le sue sofferenze. “Sì – dice lui – ma io, proprio io, non ci sarò più”) lasciando la sua splendida biblioteca – nei cui scaffali, tra gli altri, brilla tra gli altri il terribile maestro Emile Cioran – proprio a lei, come promessa di nuova e futura ‘ragione’; ironizzerà su se stesso, ridendo delle proprie passioni politiche e culturali in un’ultima socratica cena con gli amici, prima di addormentarsi assumendo volontariamente e liberamente la sua ‘cicuta’. Film profondamente poetico e saggio, ode all’amicizia e all’amore, le IB è un capolavoro di cui render grazie, un film che ci aiuta a vivere. Assolutissimamente imperdibile.

Tropa de elite (J. Padilha, Brasile/Argentina, 2007 – Orso d’Oro alla Berlinale 2008)

01.05, Sky

Nel 1997, pochi mesi prima della visita del Papa a Rio de Janeiro, la polizia riceve l’incarico di rendere ‘tranquilla’ la favela di Babilonia, dove il Pontefice ha deciso di pernottare durante il suo soggiorno. L’incarico viene però affidato non alla polizia vera e propria, ma al capitano Nascimento, ufficiale del BOPE, famigerato battaglione per le operazioni speciali. Nascimento sta attraversando una fase difficile del suo impegno nel corpo. E’ stanco del terribile stress che una vita del genere gli provoca (e che ha pesanti conseguenze sulla sua vita familiare) e vorrebbe staccare, ma non potrà farlo se prima non solo non avrà portato a termine quest’ultimo incarico, ma soprattutto non avrà trovato qualcuno alla sua altezza che lo sostituisca. Il film racconta appunto questi sei mesi di vita di Nascimento e della sua squadra: le incursioni nelle favelas; i metodi spietati e feroci del BOPE, al di fuori di qualsiasi legalità, per ottenere risultati; le sempre crescenti difficoltà emotive del capitano; la vita nelle favelas, fatta di spaccio e violenza quotidiana; la guerra che il BOPE deve fare, prima ancora che ai narcotrafficanti, alla polizia comune, corrotta e marcia fino al midollo; la presenza delle ONG, una goccia in un mare di miseria e degrado. Un materiale incandescente come si vede, e di prima mano, essendo il film ispirato ad un libro scritto dal sociologo ed ex ministro della pubblica sicurezza Luiz Eduardo Soares. E tuttavia, il risultato è del tutto inadeguato. Ogni cosa rimane alla superficie, in questo film che, forse perché costituiva la prima produzione ad alto budget del cinema brasiliano, si è risolto solo in un compitino ben svolto, con diligenza, professionalità e grande, se non eccessivo, perfezionismo, ma senza alcuna partecipazione emotiva. Padilha mostra di essersi impegnato moltissimo, anche troppo, nel confezionare un prodotto di alto mercato, che potesse piacere al pubblico USA, per le scene d’azione convulse e schizzate, e a quello europeo, per un certo sociologismo pseudointellettuale. Ma, appunto, tutto sa, non di mestiere – ché di quello, Padilha, quasi un esordiente, non ne ha ancora molto – quanto di operazione commerciale, raffinata quanto sfacciata. Gli ingredienti sono quelli dovuti, in un prodotto del genere: luci acide e tagliate (alla Black Hawk down, per capirsi!), uso ossessivo della camera a mano, montaggio allucinato, violenza esibita, sia fisica che verbale, facili esistenzialismi. Ma tutto, appunto, è solo esibito, e non vissuto. Nonostante l’eccezionalità delle vicende raccontate, la sceneggiatura è noiosa e piatta, e rischia perfino di diventare confusa. Le storie si svolgono senza coinvolgimento, in un racconto che forse vuol essere un’imitazione non riuscita di certo cinema ‘documentarista’ americano ed anche europeo, ma di ben altro spessore. Anche i tentativi di ‘sociologizzare’ la vicenda – il contrasto tra i dibattiti astratti sulla violenza nell’aula universitaria e la violenza reale delle strade; la borghesia ‘annoiata’ che cerca di ‘fare del bene’ impegnandosi nelle ONG; addirittura la borghese un po’ scemetta che si innamora del proletario, salvo rientrare immediatamente nei ranghi non appena sente aria di botte – sono tutti ingredienti formali, astratti e di maniera. Un film che forse può interessare, ma che non commuove minimamente, e che fondamentalmente delude. Forse a Berlino si è voluta premiare l’intenzione, ma di buone intenzioni, come sappiamo, è lastricata la strada del cattivo cinema.

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