Pubblicato da: giulianolapostata | 8 maggio 2010

La sindrome dell’accalappiacani

Prendi un popolo in cui è connaturata la natura del lacché. Un popolo che Franceschiello governò con la Santa Trinità di Festa, Farina e Forca, perché li conosceva bene, e sapeva ciò di cui avevano davvero bisogno. Un popolo che per vent’anni si è prostituito ad un buffone assassino perché ce l’aveva duro, perché gli aveva promesso le negrette da inchiappettare, perché lo divertivano le sue mossette da burattino sul Balcone Fatale. Non lo rinnegò neppure sotto le bombe, e se non fosse stato per il sacrificio della Meglio Gioventù italiana, oggi ce lo ritroveremmo ancora in sella, rincoglionito ma ancora al comando (vi ricordate Francisco Franco)? Del resto, che altro abbiamo fatto, se non sostituirlo con un altro? Un popolo che, non che la rivoluzione proletaria (ci mancherebbe altro!), non ha mai fatto nemmeno quella borghese dell’Ottantanove, e non è mai passato – è questo il punto – dalla condizione di suddito a quella di cittadino.

Prendi questo popolo, prendi uno, a caso, e mettigli in testa un berretto gallonato. Non importa che l’incarico ricoperto sia importante, o qualificante, basta che sia un incarico, cioè che dia potere, anzi: privilegio. L’ho detto: va bene un incarico qualsiasi. Bigliettaio, spazzino, usciere, uomo delle pulizie, nettacessi, accalappiacani … Ripeto: basta che sul berretto ci sia un gallone, basta che quel berretto comporti potere, la possibilità, anzi l’arbitrio, di concedere o proibire. Cosa, non importa: ma basta che conferisca un ‘ruolo’, che differenzi, che stabilisca una sia pur minima, anche se grottesca, scala gerarchica. Ecco: la gerarchia. ‘Io sono più di te, perché ho il berretto. Io posso, perché ho il berretto; tu non hai il berretto, perciò non puoi. Io proibisco, perché ho il berretto; oppure concedo, perché mi sento magnanimo e magari perché tu sei stato (o ‘stata’: tutti gli Italiani ce l’hanno sempre duro, non dimentichiamo) gentile con me’.

Eppure, ci si aspetterebbe il contrario, non è vero? Ci si aspetterebbe che l’essere investiti di un incarico ‘pubblico’ facesse sentire la profonda responsabilità – e l’interiore ‘nobiltà’ – di ‘servire’ gli altri (non esistono mestieri spregevoli: esistono modi spregevoli di svolgere il proprio mestiere, quale che sia), e facesse provare una specie di orgoglio umano e civico per la funzione, per quanto ‘umile’ (vedi sopra), che si è stati chiamati a ricoprire, facesse percepire la bellezza dell’esser parte di una Collettività.

Non è così. Invece, metti un berretto da accalappiacani in testa ad un italiano e scatenerai in lui la bestia nascosta, la rabbia del lacché che per secoli ha dovuto chinare la schiena sotto il bastone del feudatario, ma che ora, finalmente, ha trovato qualcuno più debole di lui cui, finalmente, farla pagare. Per fortuna c’è sempre qualcuno ‘inferiore’ a noi, qualcuno più ‘terrone’ di noi, qualcuno più ‘negro’ di noi. Altrimenti, come faremmo a sfogare le nostre frustrazioni?

Credo che ognuno di noi sappia perfettamente di cosa sto parlando, che ognuno di noi l’abbia sperimentato, chiedendo un’informazione ad un funzionario, un aiuto ad un impiegato, un favore ad un custode. L’arroganza e la strafottenza con cui, nove volte su dieci, siamo stati accolti, spesso ci ha fatto maledire la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, ed invocare Re Carlo dalla bianca barba.

Così, è di quest’inverno un esempio da manuale di questa sindrome: ed avrebbe dovuto farci piangere di vergogna, tutti noi Italiani quanti siamo. Se solo sapessimo ancora cosa vuol dire, vergogna, e se ancora conoscessimo la dignità. Vale la pena di riassumerlo, brevemente ma sostanzialmente. Sull’Eurostar Bari-Roma sale un disabile, probabilmente focomelico, senza braccia, al cui posto spuntano due miseri moncherini con poche dita (ma chiamiamolo con l’appellativo sano sano con cui il nostro buon popolo li ha sempre definiti: uno ‘storpio’). Il che già dà fastidio: perché vanno in giro a mostrare le loro brutture? Per indurre la pena? Di pietà, oggi, non ce n’è più per nessuno. Ma non basta: lo storpio è senza biglietto, perché non ha fatto in tempo a comprarlo, però ha i soldi nel taschino, e con gran fatica li tira fuori, con la bocca. Con la bocca, capite? Un vero numero da circo. Ciliegina sulla torta, lo storpio senza biglietto è pure rumeno, il che, ne converrete, è il massimo. Quando arriva il controllore (“una ragazza sui venticinque anni, truccata con molta cura e con una divisa inappuntabile”, come la descrive Shulim Vogelmann nel suo bellissimo articolo “Quel ragazzo senza braccia sul treno dell’indifferenza” sulla prima pagina della Repubblica del 30/12/09, in cui racconta tutta la storia) la scena di arrogante disprezzo e di evidente razzismo che si svolge è talmente orribile che si fa fatica a leggerla, non che a riferirla. Ma lo storpio-inadempiente-rumeno non se ne va, e allora l’inflessibile Amministratrice della Legge va a cercare il Capotreno (per l’Accalappiacani c’è sempre un Superiore cui far riferimento, in modo da poter poi dire: “Io ho solo obbedito agli ordini”). Tornano, ed entrambi, forti ora uno dell’altro, sottopongono lo storpio-eccetera a nuove umiliazioni, fino alla Sentenza Inappellabile (“Parola del Signore”): lo storpio dovrà scendere dal treno, farsi il biglietto e salire sul treno successivo. Alle rimostranze di Vogelmann rispondono che ‘non sono affari suoi’, mentre il resto dello scompartimento fissa pervicacemente il pavimento (“poi vennero a prendere gli Ebrei/e stetti zitto, perché mi stavano antipatici”, B. Brecht). A questo punto vengono fatti arrivare anche due agenti, che alla vista dello storpio esclamano: “Ah, con questi non ci puoi far nulla, altrimenti succede un casino, questi hanno sempre ragione, questi non li puoi toccare”. ‘Questi’? ‘Questi’ chi? Probabilmente gli storpi. Che poi magari le braccia se le sono fatte tagliare apposta per poter andare a chiedere la carità: come nel Medioevo, alla Corte dei Miracoli. Così, appunto, “hanno sempre ragione” (averla la fortuna di esser senza braccia, così chissà quanti soldi si tirano su) e “non li puoi toccare” (invece del bel calcio in culo che si meriterebbero). Lo storpio-inadempiente-rumeno, naturalmente, scende dal treno, e l’Amministratrice della Legge chiede ai poliziotti di prendere le generalità di Vogelmann: perché è stata “offesa”. Naturalmente si rifiuta di dare le proprie, e così pure i due poliziotti (Lei non sa chi sono io! Ma l’ha visto il mio berretto?!). Seguono, sul giornale del giorno dopo, scuse stitiche e grottesche di Trenitalia. Certo, forti coi deboli ma vili coi forti, e dunque non si sa mai, magari qualcuno poi pianta qualche rogna, meglio mettersi le spalle al coperto. No, non affrettatevi a sgravarvi la coscienza pensando che si tratta di un ‘caso isolato’ o di una ‘mela marcia’. Siamo noi, noi popolo, noi nazione che siamo marci, ma marci dentro, in fondo al cuore. In questi giorni, Trenitalia sta distribuendo moduli per la schedatura dei passeggeri di etnia Rom: suggeriamo, quando verranno predisposti quelli per schedare gli Ebrei, di consultare le opere di Alfred Rosenberg (1893-1946), utili per stabilirne la caratteristiche somatiche. Evidentemente in anticipo sui tempi (deve aver percepito lo Zeitgeist), il 5 maggio, su un treno regionale dalla Svizzera (vedi la Repubblica, pagina delle Lettere), un controllore (ancora una ragazza “di nemmeno trent’anni”: sembra che nei Lager le Kapo femmine fossero le più feroci) inveisce contro una coppia di Rom con neonato al seguito, tutti senza biglietto, insultandoli ripetutamente (“Siete sporchi!”) e fa fermare il treno in mezzo ai campi, informando gli altri passeggeri (tutti zitti anche questi) che verrà fatto ripartire solo quando gli appartenenti alla razza inferiore saranno scesi. Interviene un buon samaritano, che paga il biglietto. Il treno riparte, ma gli insulti continuano. Alle rimostranze del samaritano, che le obbietta come il suo comportamento “non le faccia onore come dipendente delle Ferrovie”, la donna risponde: “E allora sa cosa le dico?! Faccia conto che mi sia tolta la divisa: per me questa gente non esiste, mi fa schifo!”. Ma sì, perdio, facciamola finita, togliamocela tutti, questa ridicola ‘divisa’ politically correct che sessant’anni di ‘democrazia’ hanno invano tentato di appiccicarci addosso, e diciamolo finalmente, papale papale: gli zingari sono tutti ladri, gli storpi al Cottolengo, i negri puzzano, e gli Ebrei, se Hitler ne ha bruciati così tanti le sue ragione le avrà avute. Italiani, what else?

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