Pubblicato da: giulianolapostata | 8 maggio 2010

“Avatar” (J. Cameron, USA/GB, 2009)

Viaggio a Pandora, regione di Cartoonia, provincia di Puffolandia. Ma è possibile?! È mai possibile che si spendano oceani di quattrini per (ri)fare un film già fatto cento volte? È possibile che la critica dell’universo mondo si prostri estatica – “il film che cambierà la storia del cinema”! – davanti ad un film già visto altre cento? Alcune settimane fa, prima di tanta ‘epifania’, Michele Serra ebbe a dire in tv che non apprezzare Avatar significa essere un “passatista”. “Non tutto ciò che viene dopo è progresso”, gli si potrebbe rispondere, citando Alessandro Manzoni, e fregiarsi addirittura di quell’irritante e sciocco epiteto, nelle sue intenzioni spregiativo, come di un titolo di merito, dopo di che, stroncare il film a priori, addirittura senza vederlo. Confesso che l’idea mi era anche passata per la mente, ma sarebbe stata davvero una canagliata (resto comunque dell’idea che Avatar sia uno di quei film che si possono recensire dopo aver letto la trama e visto il trailer: non sono pochi, ed anzi spesso il trailer è la loro parte migliore). Vederlo è, oltre che giusto, anche istruttivo, perché consente di rendersi conto di quanto incredibilmente sia stato gonfiato questo, che non è un film, ma – in linea con la moderna cultura dell’apparire – un evento, e permette di scoprirne gli innumerevoli ascendenti (e mentre ve ne state seduti lì, per quasi tre interminabili ore, ve li vedete sfilare davanti agli occhi, e potete cominciare a fare mentalmente la lista: è un modo per passare il tempo). La storia, innanzitutto. Nel 2154, sul pianeta Pandora, a 44 anni luce dalla Terra (che nel frattempo si è ridotta ad un deserto senza più energia), viene scoperto l’Unobtainium, un minerale che costituisce una prodigiosa fonte energetica. Purtroppo il pianeta è abitato da una razza indigena, che vive in perfetta simbiosi con gli animali e le piante. Ma questo non conta per la Compagnia mineraria, che lo invade e lo devasta con mostruose macchine da scavo: a difenderla i Marines, comandati dal diabolico Colonnello Quaritch. Gli indigeni, chiamati Na’vi, cercano di opporsi, ma dispongono solo di archi e frecce. A Jake Sully, un marine tornato da una missione sulla Terra con le gambe distrutte, viene offerto, in cambio delle gambe nuove, di infiltrarsi tra i Na’vi sotto forma di Avatar – una specie di androide controllato neurologicamente a distanza – perché l’atmosfera di Pandora è tossica per i terrestri. Le informazioni che lui porterà serviranno ai marines per individuare i punti deboli dei Na’vi e così colpirli più efficacemente, fino a  distruggerli. Ma la frequentazione degli indigeni influisce radicalmente su Jake: poco per volta egli ne assorbe e condivide la cultura, s’innamora di una delle loro donne, fino a diventare uno di loro. Così, quando la Compagnia scatenerà l’attacco finale, egli si ribellerà e combatterà dalla loro parte, perché possano conservare ambiente, cultura e tradizioni. Già sentito, dite? ‘a@@o se è vero: facciamo un elenchino e magari proviamo a calcolare le percentuali, così, a spanne. Potremmo cominciare con un 30% di Un uomo chiamato cavallo (E. Silverstein, USA, 1970), da cui, con scientifica malafede, viene estrapolato il mito del ‘buon-selvaggio-in-armonia-con-l’ambiente’. Un altro venti di Soldato blu (R. Nelson, USA, stesso anno): ad uno dei suoi protagonisti, il Colonnello John Chivington, sembra evidentemente ispirato il grottesco personaggio del colonnello Quaritch, ma le sue ridicole battute (“Così si disperdono gli scarafaggi”) non raggiungono nemmeno per un istante l’orrore di quelle di Chivington (“Compiamo un gesto pietoso”). Mettiamoci ancora un venti di Balla coi lupi (K. Costner, USA, 1999): stesso discorso che per il film di Silverstein. Potete aggiungerci un 15% de L’ultimo dei Mohicani (M. Mann, USA, 1992) – c’è una scena quasi identica, anche nelle battute: per chi la scopre in premio c’è il rimborso del biglietto – e un 10% di Pocahontas (M. Gabriel/E. Goldberg, USA, 1995). Avanza un 5%, che potrete colmare coi vostri personali ricordi, di qualche altro film che certamente avrò dimenticato. Ed è tutto qui. Ecologismo? Ma ce n’è di più negli spot dei SUV ‘ecologici’, quelli che sembra che dalla marmitta buttino fuori aria di montagna. Quel poco che c’è, si disperde nell’assurdo ed interminabile duello tra l’Avatar e il Colonnello – specie di Freddie Kruger indistruttibile – che trasforma il film in un western di serie B. Richiami al presente? Qualcuno ha detto che Pandora sarebbe l’Irak, e l’Unobtainium il petrolio: ‘ma mi faccia il piacere’, come direbbe Totò … Il fascino di un ambiente fantastico, completamente inventato? Mille volte meglio Alice nel paese delle meraviglie (C. Geronimi/H. Luske/W. Jackson, USA, 1951), dove almeno la ‘finzione’ è dichiarata nella natura del cartoon. Davvero, non c’è altro da dire, se non chiedersi quale demone maligno abbia posseduto James Cameron, autore, oltre che di Titanic (USA, 1997), ottimo thrilling ed ottima storia d’amore, di due film che – quelli sì! – hanno fatto la storia della cultura del Novecento: Terminator (USA, 1984) e Terminator 2 (USA, 1991): tutte opere in cui gli effetti speciali erano, ancora, strumenti per fare un film, non, come avviene qui, il film stesso. Una parola (di requiem?) per il 3D: che il 90% degli spettatori non ha visto né vedrà mai, essendone la quasi totalità delle sale completamente sprovvista, e che probabilmente, in questa sua seconda resurrezione, farà la stessa fine che fece dopo la prima, negli anni Cinquanta: quella di affondare nell’oblio senza rimpianti da parte di nessuno se non dei produttori, che ci spesero allora, e ci hanno speso adesso, come dicevamo all’inizio, un oceano di quattrini. Alla prossima.

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