Pubblicato da: giulianolapostata | 7 maggio 2010

N. Gaiman, “Il figlio del cimitero”, Mondadori, 2009

In una nebbiosa notte autunnale, in una sonnolenta cittadina inglese, un assassino si aggira silenzioso in una casa ai piedi di una collina, tenendo in mano il suo coltello affilato. Ha già ucciso tutti i membri della famiglia: il padre, la madre, la sorellina maggiore. Gli rimane solo il bambino, appena poco più che un neonato, ma quando sale in camera sua non lo trova più. Gattonando gattonando, il piccolo ha risalito la collina e si è infilato tra le sbarre dell’antichissimo cimitero che la sovrasta, tanto antico che non accoglie più nuove sepolture, ed è stato dichiarato monumento nazionale. Il suo arrivo desta non poco turbamento tra gli spiriti, ma quando capiscono che il bambino è in pericolo decidono di aiutarlo: quando l’assassino arriva per finire il suo lavoro, una sottile magia lo immaga, e lui pian piano dimentica di esser stato lì, e perché, e se ne va un po’ stordito. Il bambino verrà dunque allevato dagli spiriti, che da secoli abitano nelle loro tombe. A prendersene cura saranno vecchi mercanti del Seicento, gentiluomini del Settecento, zitelle dell’Ottocento, ma anche Lupi Mannari, e Vampiri, e perfino antichi guerrieri celti, dal fondo del loro tumulo. Passeranno molti e molti anni. Il bambino crescerà, avvolto dalle maglie di un affetto tanto bizzarro quanto profondo ed intenso. Scoprirà il mondo esterno, diverrà adolescente, e finalmente incontrerà di nuovo il suo assassino, cui chiederà conto del male commesso.

Qualcuno ha scritto – cito a memoria – che un libro ‘ per ragazzi’ è tale davvero solo se può esser letto con piacere ugualmente intenso anche da un adulto. Così è, certamente, per questo bellissimo libro di Gaiman, che io ho chiuso con un nodo alla gola. “Il figlio del cimitero” è un libro colmo di bene e di tenerezza, un libro profondamente ‘educativo’, non nel senso pedante e didascalico del termine, quanto perché intimamente impregnato di ‘buoni sentimenti’: amore, affetto, amicizia, protezione, rispetto, onestà. È un libro che avvince – e che pure si cerca di non leggere troppo in fretta, per non veder finire le pagine! – ma soprattutto commuove intimamente. Gli spiriti, ognuno ‘cristallizzato’ nelle abitudini e nelle manie della loro esistenza, vengono descritti con grazia, umanità e rispetto esemplari: la bontà – ci dice Gaiman – non ha tempo, né appartenenze culturali, ma può provenire solo dall’animo umano. È – e mi sembra quest’ultima una considerazione fondamentale – un libro che avrebbe potuto scrivere solo un inglese, cioè il figlio di una cultura in cui il Paganesimo ha radici antichissime, che una Cristianizzazione forzata ed imperfetta e mai davvero completata, non ha mai potuto tagliare. Si ha così un libro che racconta di ‘morti’, di ‘spiriti’ e di ‘fantasmi’, ma che mai nemmeno per un istante parla di Dio, di Bene o di Male. Dio essendo per l’autore, manifestamente, un concetto abbastanza lontano, e filosoficamente estraneo; e Bene e Male, come ho già detto, valori che non derivano da un’Autorità superiore, ma provenienti solo dal cuore, che è l’unico criterio con cui qui vengono ‘giudicati’ i vivi e anche i morti. Dopo i precedenti e già molto belli Coraline e Stardust, questo è certamente il capolavoro di Gaiman: un ‘piccolo’ libro, ma ti vien da pensare che il mondo non è poi così brutto se, ogni tanto, c’è qualcuno che scrive un libro così.

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