Pubblicato da: giulianolapostata | 1 maggio 2010

Multivisioni – 26 aprile 2010

Sabato 1 maggio

Salvador (O. Stone, USA, 1986) 22.45, DT

Un giornalista fallito e disilluso capita nel Salvador, dove sperimenta di persona l’orrore della guerra civile e le criminali responsabilità USA nel sostegno ai regimi fascisti centroamericani. Uno dei migliori film di Stone, una storia bella, forte e dura, senza sconti e senza retorica, e una rara occasione per rivedere ed amare il folletto triste di John Belushi.

Possession (N. LaBute, USA/GB, 2002) 17.10, DT

Tipico esempio della legge cinematografica (spesso sbagliata, peraltro) per cui da un bel libro si ricava sempre un brutto film. Il libro è il raffinatissimo romanzo omonimo della scrittrice inglese A. S. Byatt (Einaudi Ed.), in cui si racconta la storia di due ricercatori universitari che tentano di svelare il mistero di un’ipotetica relazione tra un poeta vittoriano ed una poetessa coeva. Nel film, ne rimane una storiellina d’amore abbastanza noiosetta, sostenuta soprattutto dalle mossettine della, peraltro appetibilissima, G. Paltrow. Lasciate perdere e compratevi il libro.

Catwoman (Pitof, USA, 2004) 16.50, DT

Geniale, immaginifico, visionario Pitof. Chi, come me, l’aveva scoperto ed amato con lo splendido Vidocq (2001), non potrà che gridare al miracolo con questo capolavoro, che è sì una trasposizione cinematografica del personaggio di Bob Kane, ma è soprattutto un sua creatura, uscita dalle medesime viscere sulfuree che avevano partorito anche il precedente. Ritroviamo qui, forti della sicurezza di tre anni di mestiere e dell’accresciuta perizia dei responsabili degli effetti speciali, i medesimi deliri coloristici del precedente, talmente ‘forti’ che sembrano uscire dalla schermo, esaltano ed entusiasmano (la partita a basket tra Patience e Tom); ritroviamo le stesse notti cupe, disperate, malinconiche (il corpo di Patience disteso sulle rocce, Catwoman che cammina sui tetti contro la luna piena); ritroviamo il senso del mistero e della magia, ammaliante e assolutamente coinvolgente. Come in Vidocq, anche qui sono, con tutta evidenza, innumerevoli le inquadrature manipolate in post produzione, ma questa tecnica, lungi dal creare fastidio ed artificiosità, è invece servita a creare una favola densissima e dark, degna del miglior Tim Burton. Quanto ad Halle Berry, questa è forse la sua consacrazione. Chi credeva ancora che fosse solo la strafiga che mostra le tette in Codice Swordfish (2001), probabilmente non aveva visto quel capolavoro tragico e dolcissimo che è Monster’s Ball (Marc Fosters, USA, 2002). Qui, una volta per tutte, è una grandissima attrice, e basterebbe, a dimostrarlo, la prima parte del film, con la sua deliziosa interpretazione – spessissimo volutamente sopra le righe – dell’impiegata goffa ed umiliata. Si era poi parlato di una sua sensualità eccessiva, ‘estranea’ alla storia: non ve n’è neppure l’ombra. Tutto il suo impegno, qui, è profuso ad esprimere una sensualità animale – dopo la ‘resurrezione’ operata dal gatto Midnight – che è autentica, vera, ‘necessaria’: il suo corpo è diventato – e si muove come – quello di una donna-gatto, e lei ce lo fa capire al massimo grado, tutto qui. Non sfigura, accanto a lei, il bravissimo Benjamin Bratt, sobrio ma intenso, scanzonato ma sensibile. Come pure, perfetti nel loro ruolo di ‘figurine dei cattivi’, sono Sharon Stone e Lambert Wilson; e una menzione deve andare anche alla eterea ‘gattara’ interpretata dalla brava Ophelia Powers. Insomma, due ore di puro piacere: visivo, dinamico e fantastico. Quando Catwoman se ne va scomparendo sui tetti, in compagnia di Midnight, ci lascia colmi di fantastica ammirazione, di malinconia, e di desiderio di un sequel, che non potrà assolutamente farsi attendere. Dopo, ma solo in ordine cronologico, i Batman di Tim Burton, certo il miglior film tratto da un fumetto che mai si sia visto.

Il laureato (M. Nichols, USA, 1967) 21.00, DT

Con buona pace dell’Alfa Romeo Duetto, della colonna sonora di Simon & Garfunkel e del grande Dustin Hoffmann, devo confessare, sfidando le maledizioni voodoo di molti miei coetanei (io sono del ’50), che già allora mi apparve un film nato vecchio, la cui tanto decantata carica eversiva è tutta in superficie, formale e convenzionale. Uno dei grandi bluff del cinema che ci scassa periodicamente i marroni da quarant’anni. Per intendersi su che cos’è un’opera eversiva, due anni dopo usciva un ‘filmetto’ intitolato Easy rider.

Ogni maledetta domenica (O. Stone, USA, 2000) 23.25, DT

Uno dei film di Stone più belli e intensi. La società USA, schiava del denaro e del successo, letta attraverso le vicende di una squadra di rugby americano, del suo allenatore – uno ‘schizofrenico’ e geniale Pacino – e della sua proprietaria, una Cameron Diaz lontanissima da certi suoi stereotipi alla Barbie. Sinceramente si dubita se Stone ami o condanni il mondo che descrive, ma il risultato è di splendida fattura e professionalità. Imperdibile.

L’ultima eclissi (T. Hackford, USA, 1995) 16.50, DT

Da un buon romanzo di Stephen King, un film ben fatto e vedibile, sulla devastazione provocata, nella vita di una donna, dalle molestie sessuali subite dal padre durante l’adolescenza. Non è da buttar via.

Robin Hood principe dei ladri (K. Reynolds, USA, 1991) 16.30, Sky

Priva assolutamente di qualsiasi originalità questa versione della leggenda di Robin Hood, oltretutto appesantita dall’interpretazione di Kevin Costner, davvero è incapace di volare alto. Molto, ma molto meglio, se riuscite a trovarlo, Robin Hood, un uomo in calzamaglia, un’esilarante parodia di quel geniaccio di Mel Brooks (1993).

Una giornata particolare (E. Scola, Italia/Canada 1977) 15.15, Sky

Marzo 1938. Durante la visita a Roma di Hitler – con tutto il suo contorno di becero machismo – l’incontro di una casalinga sottoproletaria, vittima e frustrata, e di un omosessuale perseguitato dal fascismo. La volgarità neorealista di Sofia Loren viene compensata dalla rara raffinatezza di Marcello Mastroianni, in un film raffinato e riflessivo, scritto con una ‘lentezza’ inusitata per gli standard di Scola, lentezza che tuttavia è perfettamente funzionale al costruirsi del dramma. Scola meraviglioso come sempre.

Novecento (B. Bertolucci, Italia/Francia/RFT, 1976) (Prima parte; la seconda è programmata domani domenica 2 alle 21.00) 21.00, Sky

Assieme al Piccolo Buddha (1993) ed al bellissimo Ultimo tango a Parigi (1972), certamente il film più bello e commovente di Bertolucci. La lunga saga di un contadino emiliano e del suo padrone, nati nello stesso giorno del 1900 e le cui esistenze procedono allacciate per tutto il secolo, attraversando la Prima Guerra Mondiale, gli scioperi, il Fascismo e la Resistenza. Canto epico sul proletariato contadino, imparentato col grande cinema hollywoodiano degli anni Cinquanta, alla cultura del realismo socialista ma anche alla grande narrativa proletaria di Zolà e dell’Ottocento francese ed inglese. Troppo lussureggiante il cast per mettersi ad elencarlo: nominiamo solo un grande Donald Sutherland nella parte del fascista. Stupendo ed assolutamente imperdibile.

Domenica 2 maggio

Scandalo al sole (D. Daves, USA, 1959) 17.00, Rai3

Magnifico melodramma hollywoodiano. Un uomo ritrova una sua vecchia fiamma, ma anche tra sua figlia e il figlio di lei scocca la scintilla. Passione, sesso (anni Cinquanta!), destino, ed una magnifica fotografia. Imperdibile.

Alexander (O. Stone, USA-GB-Germania-Olanda, 2004) 21.30, Canale5

E’ mancato il coraggio, a questo film: il coraggio di scegliere tra la storia e il mito, il coraggio di lasciare a casa i libri di storia e raccontare l’Alessandro mitologico, ispiratore e protagonista di poemi e leggende, o, al contrario, di lasciare a casa la mitologia, e raccontare il conquistatore, l’imperialista, il comandante in capo. Del coté storico fanno parte, appunto, tutti quegli elementi inseribili in un’analisi ‘storica’ del personaggio: l’insistenza sul personaggio di Filippo; i progetti politico-cultural-militari di Alessandro (interessante ed affascinante, in particolare, il suo discorso sul letto di morte di Efestione: il canale di Suez, la conquista del Mediterraneo, l’eliminazione di Roma … La mente parte immediatamente per una tangente tipicamente ucronica: come sarebbe stato il mondo se avesse potuto realizzare quei progetti? Come sarebbe stato un mondo non romanizzato ma ellenizzato? C’è da perdersi, come dice la pubblicità …); la macelleria della guerra (Stone stava ancora pensando a Platoon?) ed anche tutti quei discorsi sul ‘portare la libertà’ agli altri popoli (e qui bisogna proprio dire che, pur conoscendo bene Stone e le sue idee, tuttavia è difficile trattenersi dalla tentazione di vedere un collegamento – lo ripeto, certamente non voluto e non ideologicamente complice – tra quei discorsi e quelli di qualcun altro che, proprio oggi e proprio negli stessi luoghi, sta cercando anche lui di ‘portare la libertà’ agli altri: la ‘sua’ libertà, a suon di dollari, di petrolio e di massacri). Del coté mitologico – forse prevalente, a livello di atmosfera, ma non di molto – fanno parte invece le ‘magie’ attribuite ad Olimpia, l’aquila che volteggia su di lui, l’incontro con la montagna di Prometeo, la sua ‘inquietudine’ di fronte all’ignoto. Massimamente irrealizzata, questa dicotomia, lo è nel discorso finale di Tolomeo, questa voce narrante che per tutto il film accompagna le vicende di Alessandro e le commenta da una distanza che, apparentemente, dovrebbe appunto accrescere il mito, ma che invece ingenera solo confusione e ambiguità: soprattutto, appunto, in quel momento, in cui – vorrei poter avere sottomano la sceneggiatura per citare con precisione – Tolomeo impreca contro il folle che ha condotto migliaia di uomini al massacro e contemporaneamente rimpiange il fulgore e la gloria dell’eroe. Alexander, bisogna dirlo, il ‘mito’ lo rincorre affannosamente, dall’inizio alla fine, senza purtroppo raggiungerlo mai, nonostante – ripeto, bisogna riconoscerglielo – un impegno spasmodico. Ma resta il fatto che si cercherebbe invano, in tutto il film, l’emozione di una scena come quella nella terza parte del Signore degli Anelli, in cui Re Theoden galoppa davanti alle sue truppe spiegate e tocca con la spada le lance dei soldati schierati, trasmettendo loro la sua forza ‘magica’ e la sua regalità intrinseca: una scena così ricca di mito primigenio che tocca le corde più viscerali degli spettatori e strappa loro grida irrazionali di commozione quando la vedono per la prima volta. Anche certe scelte stilistiche, bisogna dirlo, sono abbastanza discutibili. Innanzitutto quell’inaccettabile flash-back: lunghissimo, estemporaneo, francamente inspiegabile, soprattutto in un film improntato alla più rigorosa ‘cronicità’. E poi quei viraggi colorati nella battaglia con gli elefanti: assolutamente eccessivi ed inutili, e tanto fuori luogo da far ricordare inevitabilmente certe scene di Hero. E tuttavia – ma sì, ammettiamolo – in qualche momento Alexander ci ha fatto sognare. Alessandro che arringa le truppe nel sole e nella polvere di Gaugamela è bello ed eroico; Alessandro che sogna di spezzare ed attraversare le rocce dell’Himalaya è commovente e grande; e il duello tra Bucefalo e l’elefante ha una plasticità ed una drammaticità da bassorilievo ellenista. Verrebbe da dire: nonostante tutto, un pizzico dell’aura eccelsa che avvolge il mito è scivolato ugualmente nel film, ed ha fatto ugualmente la magia. Verrebbe da dire: è più bello di Troy, se questo non fosse un insulto, non un complimento. Bravi gli attori, anche se Anthony Hopkins appare un po’ troppo svagato; massimamente bravi Colin Farrel e Jared Leto, e Bagoa, il muto ed enigmatico Francisco Bosch; brava Roxane, la bellissima Rosario Dawson, e perfino Angelina Jolie sembra aver preso lezioni di recitazione. Non metterebbe nemmeno conto di parlare delle stupide polemiche sull’omosessualità – peraltro comunissima nell’antichità – di Alessandro ed Efestione (ognuno è padrone di farsela che chi gli pare, anche con le galline: purché le galline siano consenzienti, naturalmente), se non altro per dire che raramente si è visto un rapporto omosessuale descritto con tanta nobiltà, come un vero e proprio rapporto d’amore tra due persone: e tanto basta. Per rifarsi la bocca, se avete avuto il coraggio di vedere quell’abominio di Troy.

The assassination – L’assassinio di Richard Nixon (N. Mueller, USA, 2004) 23.00

DT Samuel Byke è una specie di Candide volterriano. Il mondo è buono, gli essere umani naturalmente buoni: perché mentirsi l’un l’altro? Perché umiliarsi? Perché insultarsi? Non può essere sempre tutto “una questione di soldi”. Invece sì, lo è: il mondo è infinitamente peggio di come lui lo immagina, e prima di capirlo Samuel perde un lavoro dopo l’altro, la famiglia, la moglie e i figli, gli amici. Man mano che precipita verso il fondo, il suo odio si focalizza sul Presidente Richard Nixon, “il miglior venditore del mondo”, quello che per due volte ha venduto agli americani le stesse bugie, convincendoli che fossero la verità. Samuel progetta dunque di distruggerlo, e prima della fine registra la sua storia in una lunga confessione che spedirà a Leonard Bernstein, il direttore d’orchestra, perché “la sua musica è onesta e pura”. Riflessione tragica, intima ed intensa su come una società fondata sul possesso sia anche una società che uccide gli individui e i sentimenti, TA è uno dei film più belli degli ultimi dieci anni, quasi interamente sorretto da uno Sean Penn per cui non esistono elogi sufficienti, e da una Naomi Watts quasi altrettanto brava. Assolutissimamente imperdibile.

10.000 a.C. (R. Emmerich, USA, 2008) 21.00, Sky

Certo non sarà un Maestro del cinema, Roland Emmerich, uno di quelli i cui film costituiscono esperienze estetiche e culturali che ti segnano l’esistenza. Ma un bravo artigiano questo sì, senza ombra di dubbio, e quando vai a vedere i suoi film puoi star sicuro che a) sono fatti ‘bene’, b) non è mai tutto da buttar via, e qualcosa di buono da conservare c’è sempre (a parte – lo dico subito così mi tolgo il pensiero – quell’incredibile boiata di Indipendence Day, 1996, evidentemente concepito in una notte insonne dopo un’indigestione di rane fritte). Così è stato per Stargate (1994), bel ‘peplum’ fanta-archeologico, per Godzilla (1998), divertente ed ironica rivisitazione del mitico lucertolone giapponese, per Il Patriota (2000), ottimo e documentato film sulla Rivoluzione Americana, e per L’alba del giorno dopo (2004), catastrofica profezia sulle alterazioni climatiche. Qui torna al lavoro con una storia fanta-preistorica, ambientata tra gli Yaghal, cacciatori delle montagne. Quando i mammuth, le loro prede favorite, si fanno sempre più rari, il capotribù decide di oltrepassare quel confine apparentemente invalicabile, e di cercarne la causa. Ma non fa più ritorno. Dopo molti anni sarà D’Leh, suo figlio, divenuto adulto, a ripetere l’impresa, di fronte alla fame sempre maggiore della tribù. Oltre quelle cime scoprirà un mondo inaspettato: sole ardente, deserti, popoli dalla pelle scura, animali ferocissimi e mai visti prima. Scoprirà anche un regno spietato, i cui leggendari fondatori provengono forse da Vega o forse da Atlantide, che sfrutta uomini e mammuth per costruire i suoi edifici sacri, immense piramidi di pietra e metallo. Spinto da un’ampia gamma di sentimenti, D’Leh riuscirà a riscattare la propria dignità e la libertà degli schiavi, e a tornare sulle sue montagne ricco di esperienza e di sapere. Dicevamo dunque. A) Ben fatto, non c’è che dire, e solo la bellezza della tigre dai denti a sciabola o dei magnifici mammuth vale la visione. La storia è semplice ed elementare, come un romanzo di Salgari o di H. Rider Haggard ma ben raccontata, con personaggi ‘potenti’ ed essenziali. Affascinanti e magiche le locations (Nuova Zelanda, Sud Africa, Namibia). B) Non è tutto da buttar via. Né da un punto di vista antropologico-culturale – le figure degli sciamani, la scoperta dell’agricoltura – né da quello dei ‘messaggi’: l’amore per il proprio popolo, la solidarietà tra ‘diversi’, la dignità di ogni essere umano. Aggiungeteci la solita grande abilità di Emmerich nelle scene d’azione ed avrete due ore di buon divertimento. Non è Ermanno Olmi, dite? Lo so anch’io, ma tra questo e Vacanze al mare – diciamo la verità – comunque non c’è gara.

Il colore del crimine (J. Roth, USA, 2006) 19.00,

DT Dempsy, New Jersey, cittadina a maggioranza nera, ma in cui il potere è ovviamente bianco, il che provoca una continua, anche se latente, tensione razziale tra le due comunità. Brenda è bianca, ex tossica, ragazza madre, rifiutata e disprezzata dalla sua stessa famiglia. Non a caso è andata a vivere nel quartiere più nero e miserabile della città, facendo la maestra elementare: reietta tra i reietti, è riuscita a trovare un suo posto nella vita, e a farsi amare. Una sera Brenda si presenta all’ospedale locale, ferita e in stato confusionale: un nero le ha rubato la macchina, sul cui sedile posteriore stava dormendo suo figlio. Riceve la denuncia l’ispettore Lorenzo, nero, che in quel quartiere invece ci è nato e cresciuto, pagandone anche il prezzo: il suo stesso figlio è in carcere per rapina. Lorenzo lì conosce tutti, e il suo compito è molto difficile: deve barcamenarsi tra l’esigenza di mantenere l’ordine – almeno un po’, ché altrimenti anche quel poco di vita civile esistente nel quartiere svanirebbe, lasciando il posto alla legge della giungla – e il pericolo di apparire agli occhi dei ‘fratelli neri’ come uno “Zio Tom”, un “negro di merda incravattato” tenuto al guinzaglio dai bianchi. Porta avanti il suo compito – e la sua vita – con umiltà e fatica, ed una profonda umanità, sostenuto anche da un’intensissima fede religiosa – “tutto ciò che ci accade, buono o cattivo che sia, è la volontà di Dio, e deve avere un senso” – che non è una resa ipocrita ed apatica di fronte alla violenza quotidiana, bensì l’espressione del suo disperato bisogno di trovare a tutti i costi un significato all’apparente caos che lo circonda. E’ proprio grazie a questa sua acuta sensibilità, a questo suo ‘allenamento’ a cogliere i bisogni e il dolore di coloro che gli stanno vicino, che Lorenzo comincia ad intuire delle incrinature nel racconto di Brenda. Ma intanto, fuori dalle porte della stazione di polizia, nelle strade, sta succedendo dell’altro. La polizia bianca – e uno di loro è fratello di Brenda – sta infierendo sui neri alla ricerca del rapitore; violenza e desiderio di vendetta dall’una e dall’altra parte montano ora per ora. Lorenzo continua a cercare, e poco a poco la sua indagine sul rapimento diventa sempre più un’indagine sulla vita, i fantasmi e le sofferenze di Brenda. Ma anche la rabbia nelle strade è ormai giunta al limite, ed anche la soluzione – tragicissima – del caso non sarà sufficiente a fermarla. Tuttavia, questa non è la fine, e se, sino a questo momento, il film è parso avvitarsi in una spirale di disperazione senza uscita, a tratti davvero intollerabile, la conclusione ci offre una via di scampo. Assolutamente lungi dall’essere il solito happy end, melenso, ipocrita e buonista, l’ultima parte del film fa appello a quel nocciolo di umana pietà che è purtuttavia presente in ciascuno di noi: perfino una vita come quella può offrire occasioni di redenzione, perfino un quartiere come quello può essere una ‘Freedomland’, ché questo è il bellissimo e pregnante titolo originale. Con alle spalle una filmografia da dimenticare – dalla Rivincita dei Nerds a Fuga dal Natale – Roth qui ci regala invece un film dolente e pacato, riflessivo e saggio, che spesso, per atmosfere e sensibilità, ricorda il bellissimo Mystic River di Clint Eastwood. Intensa la fotografia, dai toni morbidi e caldi, propri non di un thriller urbano quanto di un racconto dell’anima. Molto buono tutto il cast: bravissima Julianne Moore, ma davvero eccezionale Samuel L. Jackson che, onestamente, più di una volta le ruba la scena.

Ultimatum alla Terra (S. Derrickson, USA, 2008). 21.00,

Sky Da anni invochiamo dalle autorità una Legge composta da un solo articolo: “E’ proibito fare i remakes”. Se Berlusconi, invece di considerare il Codice Penale come la lista della spesa di Arcore e la Costituzione come una rubrica ad anelli coi fogli intercambiabili, volesse occuparsi di cose serie, avrebbe la riconoscenza di tutti i cinefili (se poi volesse andare a fare in **** avrebbe quella di quasi tutti gli Italiani, ma questo è un altro discorso). Nell’attesa, dobbiamo rassegnarci ancora per chissà quanto ad operazioni del genere. Quando le idee originali latitano, non rimane che andare a rubacchiare malamente quelle degli altri, riverniciandole, reimpastandole, manipolandole rozzamente, fino ad ottenere un prodotto finale che ha perso praticamente tutto della purezza originale, senza avere di suo nulla di veramente nuovo, originale, interessante. Questa volta, Scott Derrickson – illustre semisconosciuto, che ha al suo attivo solo The exorcism of Emily Rose, un banale horror parapsicologico del 2005 – ha pensato male di metter le mani in uno dei più bei film di fantascienza in assoluto, quel capolavoro di Robert Wise del 1951, che ci incantò, ammaliò e commosse per la sua intelligenza, la sua sobrietà visiva, l’intensità quasi mistica del suo messaggio pacifista. Non ne è rimasto quasi nulla, diciamolo subito, così ci si mette il cuore in pace, e l’ottima sceneggiatura di cui si servì Wise è stata inutilmente e stupidamente stracciata. Seguendo la moda ecologista, in questa versione l’ammonizione dell’alieno non riguarda più il pericolo di una guerra nucleare (incubo onnipresente nell’America degli anni Cinquanta), ma la distruzione dell’ambiente e del pianeta. Inutilissima variante; come se – anche volendo discuterne – le catastrofi ambientali non fossero esse pure conseguenze di politiche di potere e di dominio, guerre combattute con altri mezzi. L’alieno di Wise – ammantato, come ho detto, di un alone quasi mistico – diventa qui una specie di sicario, mandato a fare il lavoro sporco deciso altrove da altri. Un sicario un po’ scioccone e balordo, però, visto che bastano due note di Bach ed una madre che abbraccia un bambino (odiosissimo, tra parentesi) per commuoverlo e fargli cambiare idea. Prima non se n’era accorto? Non l’aveva studiato abbastanza il pianeta? I trucchi digitali sono banali, già visti ormai mille volte, e francamente fastidiosi: sembra abbiano la funzione di rubare la scena ad un film che per il resto non esiste. Il contrario di quel che fece Wise, i cui trucchi sono assolutamente poveri e minimali, concepiti per lasciare spazio all’emozione ed alla riflessione. Jennifer Connelly pare non esistere nemmeno lei; Keanu Reeves è senza dubbio molto bravo, ma c’è da chiedersi chi glie l’ha fatto fare.

Lunedì 3 maggio

Kriminal (U. Lenzi, Italia/Spagna, 1966) 22.40, DT

Mamma, che nostalgia! Kriminal, Diabolik e compagnia kappa: quanti sogni, quanto erotismo a buon mercato. Sarà una boiata, ma è davvero imperdibile!

Per grazia ricevuta (N. Manfredi, Italia, 1971) 12.50, DT

Nino Manfredi, una delle icone della volgarità sottoproletaria italiana, dirige se stesso in una commediola stanca. Un ragazzino miracolato entra in convento, ma ne uscirà quando la sua vocazione crollerà sotto il richiamo del sesso. Originale, eh? E colto, poi, non c’è che dire … Il ‘Lato Oscuro’ del cinema italiano, dove quello ‘luminoso’ è rappresentato da Garrone o Diritti …

L’ultima donna (M. Ferreri. Italia/Francia, 1976) 22.45, DT

Violenta riflessione sul maschilismo attraverso la vita di un ingegnere che vede fallire, dopo il suo matrimonio, anche il nuovo rapporto che cerca di costruire. Marco Ferreri ha pagato pegno ai venti di follia femminista che sconvolgevano menti e culture in quegli anni, scrivendo un film in cui, tuttavia, la sua intelligenza rimane percepibile. Con un giovane Gérard Depardieu (è meglio da vecchio) e una giovane Ornella Muti (inespressiva ed insignificante come da vecchia). Esaltato istericamente, ma soprattutto in modo completamente acritico, dalle femministe dell’epoca, è comunque un film bello, intelligente ed inquietante, come sempre accade per il genio di Ferreri. Dopo tanti anni, è possibile, e consigliabile, rivederlo, più serenamente, apprezzando questo apologo frantumato e critico su famiglia e ‘maschio’, categorie che, almeno qui, sembrano aver perso ogni identità ed ogni consistenza.

Roberto Succo (C. Kahn, Francia, 2001) 00.40, DT

Da una storia vera – quella di Roberto Succo, che nell’86, dopo aver ucciso i genitori, fuggì in Francia, abbandonandosi a delitti, rapine e stupri; arrestato ed estradato in Italia, si suicidò in carcere – un film non solo freddo ed impersonale quanto soprattutto sciatto e ‘senza scopo’, noioso ed inutile, squallidamente documentaristico.

L’avvocato del diavolo (T. Hackford, USA, 1997) 18.35, DT

Un giovane avvocato senza scrupoli – ha appena fatto assolvere un viscido pedofilo – riceve una ricchissima ed inspiegabile offerta per entrare a far parte di un prestigiosissimo studio legale di New York. All’inizio crederà di aver realizzato tutti i suoi sogni, ma ben presto scoprirà di quanto Male sia intessuto il suo lavoro quotidiano, e quale oscuro passato abbia presieduto alla chiamata. Bravo Keanu Reeves, ma eccezionale Charlize Theron nella parte della giovane moglie cui pian piano viene succhiata l’anima, e semplicemente strepitoso – of course – Al Pacino nella parte del Maligno. Con splendidi effetti speciali, ed una bellissima citazione della Tentazione di Cristo dai Vangeli. Imperdibile.

Carlito’s way (T. Hackford, USA, 1997) 18.35, DT 1975.

Carlos Brigante, spacciatore e malavitoso, torna ad Harlem dopo cinque anni di prigione. Sembrano pochi, ma è passata una vita. Tutti lo accolgono col rispetto e l’entusiasmo dovuti ad una leggenda, ma – Carlito lo percepisce benissimo – le leggende sono roba vecchia. Nuovi stronzetti rampanti scalpitano per strappargli lo stuoino di sotto ai piedi, e tagliarsi ingordamente una fetta di torta molto più grande di quella di cui si accontentava lui. Così Carlito decide di andarsene. Rientra nel giro ma tenendosi fuori dalle porcherie, e solo per quel tanto che gli permetterà di metter da parte il gruzzoletto destinato a realizzare il suo sogno: fuggire alla Bahamas con l’unica donna che abbia mai amato. Però, Carlito è anche un ‘uomo d’onore’: i debiti vanno pagati, gli amici vanno aiutati. Solo che, e se ne accorgerà a sue spese, anche quel codice è roba vecchia, e gli amici non sono più quelli di una volta. Lunghissimo flash back – 144” che scorrono senza un solo istante di noia – CW è un capolavoro senza confronti, un’inarrivabile lezione di Cinema, un film che emoziona e turba quasi più per la sua perfezione stilistica e tecnica che per le emozioni che mette in scena. Noir ‘stereotipo’ fin nelle midolla, CW rielabora e rinnova quell’eredità offrendo una vicenda nuova e fresca, commovente e coinvolgente, ulteriore testimonianza di come questa sia l’opera di un Maestro. Gli attori sono magnificamente bravi, ma anch’essi – come dovrebbe sempre essere – strumenti che il Maestro suona alla sua bisogna. Al Pacino è il malavitoso che sogna invano di sfuggire al proprio destino; Sean Penn è l’avvocato corrotto, omuncolo schiavo della propria viltà e della propria ignavia prima ancora che dell’alcol e della coca; Penelope Ann Miller è poi al di là di ogni lode, interprete di un personaggio che sembra ‘clonato’ dai personaggi migliori di Kim Basinger, ma che per intensità ed umanità non solo non la fa rimpiangere, ma addirittura la fa scordare. Assolutissimamente imperdibile.

Martedì 4 maggio

Danny the dog (L. Leterrier, Francia/USA/GB/HK, 2005) 23.40, Rai2

Un bambino cinese viene allevato e addestrato alle arti marziali da un crudele padrone, che lo tiene – materialmente – al guinzaglio e se ne serve come cane d’attacco per colpire i suoi nemici. Ma l’incontro con una vera famiglia gli insegnerà i valori dell’amore e dell’amicizia, permettendogli di liberarsi dal condizionamento della violenza. Tentativo ruffiano e maldestro di travestire una banale storia di arti marziali con i toni della favola. Peccato per gli interpeti, quasi tutti bravi: Morgan Freeman, Jet Li, la fresca e simpatica Kerry Condon.

Il tredicesimo piano (J. Rusnak, USA/Germania, 1999) 22.40, DT

Al tredicesimo piano di un immobile della Los Angeles di oggi, qualcuno ha creato un universo virtuale ambientato in quella degli anni Trenta, i cui abitanti credono di essere ‘vivi’ e autonomi. Bello, misterioso, figurativamente affascinante: e comunque sempre meglio di quella puttanata pseudofilosofica di Matrix. Provare per credere.

Minority report (S. Spielberg, USA, 2002) 21.00, Sky

“Volevamo stupirvi con effetti speciali” . . . e invece siamo solo riusciti ad annoiarvi. E infatti non c’è proprio altro, in questo film di Spielberg. Una storia ‘gialla’ tutto sommato banale, che sa di déja vu lontano un chilometro, e a cui, appunto, nemmeno la profusione di effetti e l’ambientazione futuribile riescono a dare un minimo di interesse, e diventano pura cornice, puro espediente narrativo. Stilisticamente, il racconto è disordinato e disunito: il grottesco (il medico che trapianta gli occhi, i bulbi oculari che rotolano per terra) si alterna senza ragioni plausibili al drammatico e perfino al comico (i quadri di vita familiare sconvolti dai poliziotti volanti), spiazzando lo spettatore ed impedendogli di adottare un unico registro percettivo; e, si sa, nulla nuoce più alla coesione di un’opera d’arte come la commistione (confusione) di generi. E tutti gli (pseudo) discorsi sul libero arbitrio, sulla libertà dell’individuo, sulla democrazia sono solo vernice esteriore, arredamento di scena, che rimangono sempre assolutamente estranei alla storia, e mai si fondono con essa per divenire autentica problematicità etica. Bella fotografia, certo, e Tom Cruise che pare abbia perfino imparato a recitare, ma non basta per commuovere e far pensare. Peccato, e strano oltretutto, perché il precedente A.I., pur con tutta la sua farraginosità, pur con tutto il suo eccesso di temi, di storie e di materiali, era stato tuttavia una grande favola poetica e tragica sulla felicità e sull’esistenza. Spielberg non ha voluto far pensare: ha cercato la cassetta, puramente e semplicemente, anche se col suo solito grande mestiere. Da dimenticare, assieme ad altri suoi tonfi (Jurassic Park, idiozia disneyana).

La Rosa Bianca (M. Rothemund, Germania, 2005) 19.00, DT

Nel febbraio del 1943, a Monaco di Baviera, gli studenti universitari Sophie Scholl, suo fratello Hans ed alcuni loro amici vengono arrestati per aver diffuso volantini contro Hitler e la guerra. In cinque giorni, dopo un processo-farsa, in cui uno pseudogiudice – in realtà burattino del regime – vomita loro addosso squallidi insulti razzisti (è importante sapere che oltre il 90% dei dialoghi sono basati sui verbali originali), vengono condannati per tradimento e ghigliottinati. Sommamente eroica la testimonianza della Rosa Bianca – questo era il nome che i ragazzi si erano dati – soprattutto perché non si trattava di un gruppo politico, legato a qualche organizzazione partitica. Di fede evangelica, i componenti della Rosa Bianca basavano la loro lotta unicamente su motivazioni religiose e sull’obbedienza alla retta coscienza instillata loro dai genitori. Forse un po’ legnoso nella struttura, denunciando così la sua origine ‘giudiziaria’ (meglio ha fatto Peter Weiss con la sua bellissima Istruttoria, ricavata dai verbali di Norimberga), La Rosa Bianca riesce comunque ad essere un film commovente e coinvolgente che finalmente rende giustizia a questo episodio fino a poco tempo fa praticamente sconosciuto della Resistenza tedesca. Il film ha avuto l’Orso d’Argento per la miglior regia e la migliore interprete femminile al Festival di Berlino del 2005. Su un episodio analogo, cioè su una protesta nata non da motivazioni ideologiche o politiche, bensì semplicemente dall’urgere della coscienza, si legga anche lo splendido romanzo Ognuno muore solo di Hans Fallada, Einaudi Ed.

Mercoledì 5 maggio

Pitch Black (D. N. Twohy, Australia/USA, 2000) 21.00, DT

Un’astronave precipita su un pianeta apparentemente disabitato. Tra i suoi passeggeri, un cacciatore di taglie e la sua preda, Riddick, un criminale del tutto privo di morale – apparentemente – con una particolare caratteristica fisica: durante i lunghi anni trascorsi in isolamento, si è fatto modificare gli occhi, ed ora vede perfettamente al buio. I superstiti iniziano ad esplorare il pianeta e trovano un villaggio di minatori abbandonato. Studiandone le attrezzature, scoprono un’orribile verità. Il sottosuolo del pianeta è infestato da mostri sanguinari, che escono solo di notte (e che proprio di notte hanno già sterminato tutti i minatori). Ma non è tutto. Nonostante i tre soli che ruotano attorno al pianeta, per una rarissima congiunzione astrale sta per arrivare un’eclissi, che precipiterà per sempre il pianeta nel buio. Nel villaggio c’è anche un’astronave di salvataggio, ma per riattivarla occorrono dei pezzi di ricambio da prelevare nel relitto di quella caduta. Il gruppo si precipita a recuperarli, ma quando sta per ripartire, scende il buio perpetuo, e i mostri escono dalle loro tane ed iniziano a fare strage. Ora sono tutti nelle mani di Riddick, l’unico che può guidarli, e che può salvarli: se vorrà. Ispirato all’ottimo racconto Strada buia (A walk in the dark, Arthur C. Clarke, Einaudi, 1962), PB è un altrettanto ottimo film di fantascienza, che riesce benissimo a mettere in scena quello che, secondo me, dovrebbe essere il ‘tema’ fisso di tutti i film di questo ‘genere’: l’ignoto, e la paura che esso produce. Un genere, la fantascienza – lo dico en passant – oggi tragicamente negletto, e un’ispirazione altrettanto dimenticata. Dopo Alien, passando per quell’idiozia pseudofilosofica (!!!???) di Matrix, sono pochissimi i titoli degni di menzione. Forse La mosca di Cronenberg, ma ben poco altro. Qui c’è il meglio di tutto. L’ignoto, appunto: e quale ‘ignoto’ può essere più terrificante del buio? Tutti ne abbiamo avuto paura, da bambini. L’eroe, negativo, ma sempre eroe. La solitudine, senza speranza di salvezza e di aiuto. I mostri: misteriosi, sanguinari, nascosti. La luce acida e tagliente – finché ce n’è! – rende ancor più inquietante questo posto maledetto. E poi i ribaltamenti di fronte, i colpi di scena: violenti ed inaspettati, fino all’ultimo, il ‘peggiore’ di tutti. Un gioiellino, in cui anche l’abitualmente inespressivo Vin Diesel è perfettamente adeguato al personaggio, inquietante, sfuggente ed ambiguo. Se stasera siete a casa da soli e volete aver paura per davvero.

Live (B. Guttentag, USA, 2009) 01.45, Sky

Ci aveva già pensato, quasi trent’anni fa, Stephen King, in una di quelle sue cupe ed inquietanti occhiate sul nostro futuro, non tanto ‘fantascienza’, quanto vere e proprie visioni, come di una sibilla che, inalati i miasmi della società presente, profetizzi gli orrori di quella futura. Fu quando scrisse “La lunga marcia” (The Long Walk, 1979). Ogni anno, cento ragazzi partono a piedi da un punto qualsiasi ad un altro degli Stati Uniti, distante seicento chilometri. Devono marciare, continuamente, senza mai scendere sotto i sei chilometri all’ora. Ogni rallentamento viene sanzionato con una “Ammonizione” – che può essere cancellata se, per altre tre ore, si recupera il ritmo e lo si mantiene – ma dopo la terza ammonizione si riceve il “Congedo”: uno dei soldati, che con sonar e radar sofisticatissimi li seguono su mezzi militari, elimina il perdente con un colpo in testa. Al vincitore – sempre che vi sia, un vincitore – un premio quale nessuno ha mai nemmeno osato immaginare: “Tutto quello che vuoi, per tutto il resto della tua vita”. Nei primi chilometri il pubblico è scarso – ‘non c’è gusto’: troppi sono ancora i concorrenti, la selezione è ancora blanda: è più ‘divertente’ starsene a casa a guardarli camminare e morire in TV – ma man mano che la distanza aumenta, che i ‘congedati’ rimangono cadaveri sul ciglio, man mano che la stanchezza bestiale e la disperazione riducono i superstiti a disumani automi, fantocci che si trascinano avanti spinti solo dal terrore della morte, allora il pubblico aumenta, sempre più. Archi di trionfo accolgono i disperati, parate, coriandoli, fuochi artificiali, e negli ultimi chilometri è necessario l’esercito per trattenere le folle urlanti che si assiepano ai lati della strada, a godere delle orme di sangue impresse sull’asfalto. E pochi anni prima, nel 1975, Norman Jewison, col suo magnifico e disperato Rollerball, ci aveva mostrato una società futura e dittatoriale, in cui una nuova versione dei giochi gladiatori viene riproposta come valvola di sfogo delle repressioni e dell’aggressività umane. Fantasie? Sì, forse, ma dieci anni prima Sidney Pollack, in quello che forse è il suo capolavoro – “Non si uccidono così anche i cavalli?” (They Shoot Horses, Don’t They?, USA, 1969) – ci aveva raccontato una storia abbastanza simile, e vera: quella delle gare di ballo che si svolgevano negli anni Trenta, durante la Grande Depressione: cinquanta coppie ballano ad esaurimento in uno stadio coperto, con poche e brevi pause per mangiare, bere ed espletare le funzioni fisiologiche. Una alla volta cadono a terra distrutte: alla coppia vincitrice, un premio di millecinquecento miserabili dollari, abbacinante miraggio nell’America di Furore (J. Steinbeck, 1939), dove i dannati della terra si perdevano come polvere e foglie morte sulle strade. Sulle gradinate, il pubblico assiste divertito: mangia e beve, incita, fa il tifo, scommette, e più gli infelici crollano sfiniti più la febbre sale, e le poste si alzano. Oggi tocca a Bill Guttentag raccontarci di nuovo quasi la stessa storia, ma stavolta la verosimiglianza con quanto ogni giorno vediamo sulle nostre televisioni – sempre che ci regga lo stomaco a guardarle – è così impressionante che ci fa rabbrividire d’inquietudine. Katie Courbet (una brava ed intelligente Eva Mendes, finalmente esentata dall’obbligo di esibire le sue grazie e libera di ‘recitare’) è una giovane e rampante creatrice di format televisivi in un grosso network, che sta attraversando una crisi di ascolti. La sua TV trasmette già ogni sorta di spazzatura – sangue, violenze, follie di ogni tipo – “perché è questo che la gente vuole”, ma non basta, e quando qualcuno, per ridere, butta lì che la gente si guarderebbe perfino la roulette russa, quella per Kate non è una battuta, ma un’illuminazione. La roulette russa dovrà essere il prossimo show, ad ogni costo, e lo spettacolo si chiamerà “Live!”, ‘geniale’ gioco di parole che significa allo stesso tempo ‘Vivi!’ e ‘Dal vivo’. Dapprima tutto il suo staff e la dirigenza del network la prendono per pazza, ma quando lei comincia a mettere in moto la macchina, dimostra l’incredibile attrattiva che l’idea può avere, fa intuire l’immenso ritorno finanziario che l’operazione può produrre, velocemente tutte le resistenze si sfaldano, e saranno proprio i suoi capi – quelli che sul primo momento hanno tuonato contro l’intima immoralità ed antieticità dell’idea – a difenderla a spada tratta con ineffabile cinismo davanti alla Commissione Ministeriale che deve dare l’autorizzazione, in nome della “libertà di parola” (vi ricorda qualcosa, tra parentesi?). Migliaia sono coloro che si presentano ai provini ed i cinque concorrenti della prima serata sono tutti, ciascuno a suo modo, volti di quel sogno americano e ‘popolare’ sui cui TV come quella di Kate hanno costruito la loro fortuna. Lo show comincia, lo share sale fino al 65% – “Un evento storico!” – il sesto proiettile parte e uccide. Quello sparo par scuotere Kate dal suo sogno di gloria, ma purtroppo non sapremo mai – e capirete perché – se le sue ultime parole (“Questo è il futuro”) siano la reazione d’orrore di chi ha gettato uno sguardo nell’abisso o un grido di trionfo. Alcune delle critiche che sono state fatte a questo film sono indubbiamente fondate. Non è – incredibilmente, nonostante il plot – abbastanza spettacolare, e la regia è spesso lenta, asfittica, par quasi – appunto! – una regia televisiva. Forse a Guttentag – peraltro Premio Oscar nell’89 e nel 2003 per due documentari – sarebbe stato utile qualche passaggio ad Hollywood. Tuttavia, detto ciò basta appunto l’idea, per rendere il film un documento prezioso della nostra epoca. Tutto – nell’ambiente di Kate, della gente che lavora con lei, dell’America intera: ma potremmo dire del mondo, perché di quella cultura facciamo parte tutti – tutto è falso, costruito, inesistente se non sul monitor. Non è la realtà quella che dev’essere venduta al pubblico, ma il sogno, quel sogno che lui vuole, e dunque “nella realtà può anche capitare che una ballerina di lap dance mostri per un istante un capezzolo, qui no”. Del resto, la stessa Kate che vediamo sullo schermo è ‘reale’ fino ad un certo punto; lo è nella misura in cui essa stessa è un ‘prodotto’ del cameraman che la segue sempre e ovunque, perché anche la sua vita quotidiana diventi finzione e materiale televisivo. Film, documentario (o meglio mockumentary) “Live!” è, che io ricordi, l’opera migliore che a tutt’oggi abbia per lo meno cercato di rappresentare la barbarie culturale della TV trash: quella e unicamente quella – sarà bene ricordarlo – di cui anche milioni di italiani si nutrono quotidianamente, e che ha contribuito alla loro lobotomizzazione. Una TV il cui scopo è appunto quello di realizzare “guadagni immensi”, ma che ha come danno collaterale – messo in conto, se non esplicitamente voluto – quello di demolire poco per volta ogni barriera morale ed etica nello spettatore, cioè nel cittadino, cioè nell’elettore (vi ricorda qualcuno?). Non è difficile immaginare, vedendo le file infinite di persone in attesa di accedere ai provini (vi ricorda altre file per altri provini?), che ad un bel momento qualcuno estragga una pistola – come quella che lo show gli metterà in mano tra poco – e cominci a far fuori i potenziali suoi concorrenti: ogni mezzo è lecito per arrivare ed apparire, non ce lo insegnano ogni giorno?

In Bruges (M. McDonagh, GB/Belgio, 2008) 00.45, Sky

Ken e Ray sono due killer di professione. Durante un lavoro a Londra, Ray, il più giovane ed inesperto, assieme al bersaglio designato uccide anche un bambino che si trovava lì per caso. Harry, il loro capo, ordina allora ai due di sparire per un po’, di nascondersi, ma non li manda in un posto qualsiasi: li manda a Bruges, in Belgio, durante le feste di Natale. Chissà perché proprio lì, vien da chiedersi, ma un perché c’è. Quando era bambino – moltissimi anni fa, molto prima che il suo lavoro gli spegnesse la pietà nel cuore – Harry aveva trascorso una vacanza proprio lì, “l’ultima vacanza che io abbia mai fatto”, in “un cazzo di città che sembra uscita da un cazzo di libro di fiabe”. Ora vuole offrire la stessa vacanza, la stessa magia, proprio a Ray: prima che Ken lo uccida. Perché questo è lo scopo del viaggio. Anche Harry, a suo modo, ha dei ‘princìpi’, e quando si uccide un bambino “bisognerebbe infilarsi la pistola in bocca, lì sui due piedi, e farla finita”. Ma Harry è lontano, a Londra, i suoi ordini li dà per telefono, non sa cosa succede intanto lì a Bruges. Succede che anche Ken si prende una vacanza, visitando ‘devotamente’, da buon turista, chiese e musei. Poco per volta, quella città immobile nel tempo lo induce alla riflessione, su di sé, sul suo ‘lavoro’, sul suo compagno. Succede invece che Ray la odia, Bruges: “E’ un cesso”. A lui non dice niente, è ignorante, ha istinti elementari, è infantilmente aggressivo, non è mai uscito dalla natia Dublino e non glie ne frega niente del mondo. Beve e a va a donne, e una sera si imbatte in Chloe, “la donna più affascinante che tu abbia mai incontrato in vita tua”, bizzarra e irregolare, ma che nel suo esistere primigenio offre a Ray come una promessa di palingenesi. E poi c’è il rimorso per la morte del bambino, che tormenta Ray più di quanto potrebbe mai fare Harry con la sua cattiveria. Dunque quella ‘vacanza’ ha mutato tutti: Ken, che si scopre paterno e filosofo, e Ray, che intravede una possibilità di uscita dal suo dolore. E Harry? Harry capiterà lì per risolvere la situazione a modo suo, ma dovrà fare i conti con una realtà umana profondamente diversa da quella che si aspettava, e che lo spiazzerà integralmente. Non solo Bruges: anche questo bellissimo film sembra uscito “da un cazzo di libro di fiabe”. Una fiaba di morte, di dolore e di redenzione, delicata e funambolica, profondamente affascinante e coinvolgente, che immaga e commuove. Colin Farrel, il giovane Ray, è anche troppo perfettino, anche troppo in parte, come se avesse studiato la lezione proprio a memoria. Ma Brendan Gleeson interpreta Ken con signorile eleganza e umanissima ricerca interiore, da grandissimo attore, e Ralph Fiennes compone un ottimo ‘cattivo’, un idolo senza cuore, a volte peraltro forse un po’ troppo astratto, per cui può accadere che, a sprazzi, passi per la mente, in un lampo, il ricordo di Voldemort. Comunque, un piccolo capolavoro, praticamente invisibile in sala, che deve assolutamente essere riscoperto e amato.

Giovedì 6 maggio

La donna nel mondo (P. Cavara/G. Jacopetti/F. Prosperi, Italia, 1963) 02.10, Rete4

Dovrebbe essere una riflessione sulla condizione femminile nel mondo, diventa – come i due Mondo Cane del medesimo trio – una specie di corte dei miracoli di bizzarrie erotico-femminili. Come quei due, tuttavia, non da buttare nel cesso, se non altro per quella voglia di scoprire il mondo fuori dalla monade che non era certo la cifra del cinema italiano di quegli anni. Comunque consigliabile.

Il Maestro e Margherita (A. Petrovic, Italia/Jugoslavia, 1972) 12.05, DT

Un film integralmente fallito, che non conserva un’oncia della sublime bellezza del romanzo omonimo di M. Bulgakov (Einaudi Ed.) da cui è tratto, uno dei grandissimi libri del Novecento. Inutilmente virato su un registro di pesante grottesco, sciocco e banale (e ‘incompiuto’), non ha nulla del libro: non la grandissima eleganza stilistica, non la severità morale, non l’assolutezza dei temi proposti e trattati: il senso del Bene e del Male, la Giustizia, l’Amore. Oltretutto, l’idea di prendere Tognazzi come interprete è semplicemente blasfema. Da rifiutare, semplicemente.

Rapa Nui (K. Reynolds, USA, 1974) 21.00, DT

Ambientata sull’Isola di Pasqua – i cui graffiti non sono mai stati interpretati, e del cui passato, perciò, non sappiamo nulla – una vicenda ‘fantasy’ incentrata sul contrasto tra i costruttori dei Moai e i loro schiavi. Gradevole, ma da prendere con le pinze. Comunque, sarà probabilmente l’unica occasione della vostra vita per vedere l’isola, almeno sullo schermo.

Gran Torino (C. Eastwood, USA, 2008) 21.00, DT

E’ perfino difficile parlare di un film come questo, tanto il suo discorso è semplice, elementare, ‘didascalico’ nel senso migliore del termine. Verrebbe voglia di dire: andatevelo a vedere, e basta. O meglio, andatevelo a vedere, e poi quando uscite pensate alle ronde antiimmigrati, pensate ai linciaggi ai rumeni, pensate ai ‘negri’ bruciati vivi, pensate alla barbarie quotidiana che da mesi ed anni ormai respiriamo in questo dannato Paese. E pensate anche che questo film ci viene dall’America del Ku Klux Klan, ma anche da quella che ha appena eletto un nero alla Presidenza. E allora chiedetevi – e non saprete darvi una risposta – chiedetevi perché tutta l’acqua di sentina dell’Occidente pare essersi riversata qui da noi; chiedetevi perché i suoi rivoli scorrano tranquillamente nelle strade e tutti ci sguazzino dentro trovandolo naturale, e, come diceva B. Brecht, “Quello che accade ogni giorno/non trovatelo naturale./Di nulla sia detto: ‘E’ naturale’/in questo tempo di anarchia e di sangue,/di ordinato disordine,/di meditato arbitrio,/di umanità disumanata”. Walt Kowalsky è, come il suo cognome denuncia chiaramente, di origini polacche, ma è americano D.O.C.: negli anni Cinquanta volontario in Corea, poi per trent’anni operaio alla Ford, oggi vive in un modesto ex quartiere di operai: ex, perché gli americani ‘veri’, e bianchi, se ne sono andati tutti, sloggiati dagli Hmong, un’etnia indocinese paracadutata – è proprio il caso di dirlo – negli USA dopo il Viet-Nam. Ma Kowalsky di loro e della loro storia non sa nulla e non vuol sapere nulla: per lui sono solo “musi gialli”, gli stessi che ha ammazzato in Corea e che intende ammazzare di nuovo, se entrano nella sua proprietà, e anche con lo stesso fucile, che conserva perfettamente efficiente. Un altro simbolo della sua esistenza conserva Kowalsky, gelosamente: una splendida Ford Gran Torino del ’72, che lui stesso ha montato, da allora chiusa nuova fiammante in garage. E’ più/meno/altro che razzismo, quello con cui Walt si rapporta col mondo: è che nel mondo non c’è niente che gli vada bene, nemmeno più in America: non i suoi figli, che vendono macchine giapponesi, vogliono rinchiuderlo in ricovero e fregargli quel poco che ha, non sua nipote, che si presenta al funerale della nonna col pancino scoperto, il piercing e il cellulare alla fondina, non il suo quartiere decadente e in rovina, percorso da gangs giovanili, naturalmente non bianche. Ma un incidente – un accidente dell’esistenza – obbliga Walt ad entrare in contatto con gli odiatissimi musi gialli, lo costringe, letteralmente, ad entrare in relazione con loro, nonostante egli si contorca e si divincoli con tutte le sue forze per sottrarsi a quel rapporto. Il risultato sarà sconvolgente, in questi che, come scopriremo presto, sono gli ultimi giorni di Kowalsky. Giorno dopo giorno, egli si scoprirà ‘parente’ di quella gente come mai si è sentito prima nei confronti, per esempio, dei suoi familiari; scoprirà quanto simili fossero lui e la vecchia Hmong che, entrambi senza capirsi, rintanati sotto la loro veranda sibilavano l’uno verso l’altro le stesse parole di odio e di intolleranza; scaverà finalmente, dentro di sé, quel nocciolo oscuro di dolore che lo avvelena da sempre. Non è un’anima malvagia, infatti, quella di Kowalsky: è un’anima che invece dal male e dal rimorso è stata ferita e avvelenata, ed ha tentato di reagire con gli unici mezzi che conosceva: il facile razzismo da bar, troppe birre bevute e troppo poche parole scambiate. Talmente connaturato è, in lui, questo stile di vita, che anche l’affettuosissimo rapporto con l’amico barbiere si trasforma in uno scambio soffocante di insulti etnici e maschilisti. Ma quanto questi nascondano, in realtà, un rapporto intenso, fatto di profonda stima e rispetto, lo rivela poi l’esilarante ‘lezione di parolacce’ che i due impartiscono al giovane Thao, in cui la loro coprolalia scende (o trascende?) a livelli di pura, innocente e ludica infantilità. Perché non è il rifiuto della vita, ad avere avvelenato l’esistenza di Walt, ma l’orrore della morte: quella che egli stesso ha dato in Corea ai famosi “musi gialli”, e la cui stupida inutilità ancora lo perseguita. Col passare delle settimane, questo tumore ardente viene a galla, finalmente, e Walt può riconoscerlo e decidere cosa farne, ora che la resa dei conti si avvicina. Può prendere un’altra volta il fucile, uccidere, ‘fare giustizia’ (vi pare di averla già sentita, questa?), cancellare i cattivi di turno dalla faccia della terra (aspettando che se ne presentino altri, e poi altri ancora); oppure può provare a trarre una ‘morale’, una filosofia di vita dalla propria esperienza, e provare ad insegnarla agli altri, in un modo assolutamente incredibile, che mai ci aspetteremmo. Così scorre, fotogramma dopo fotogramma, un film che è una lezione di vita, ma anche – è cinema, non dimentichiamolo – un’opera di genio. Un film che, perciò, impartisce la sua lezione proprio coi tempi e gli strumenti della costruzione filmica; così, proprio quando noi spettatori per primi siamo lì, assatanati, a desiderare di spazzar via i cattivi a fucilate, un coup de théatre come solo appunto un genio di ottant’anni può immaginare ci fa ringoiare tutta la nostra rabbia, e ci suggerisce che un’altra vita è possibile, altri rapporti, altri valori fondanti. Un film da mostrare a scuola: sempre che insegnanti e genitori non si scandalizzino per le parolacce …

Venerdì 7 maggio

Trenta giorni di buio (D. Slade, USA, 2007) 23.05, DT

Nella cittadina di Barrow, in Alaska, la notte artica dura trenta giorni, un mese senza i raggi del sole. Ne approfitta una nave di vampiri, che sbarca nell’ultimo giorno di luce per banchettare un mese intero. Riusciranno i nostri eroi a sfangarla così a lungo? A parte alcune – poche – preziosità della fotografia (molto bella la camera che scorre dall’alto sulla città, mentre nelle strade innevate si consuma il macello in un silenzio quasi irreale), è il solito banalissimo film ‘di vampiri’, in cui si crede che basti qualche bidone di salsa di pomodoro per far paura. Particolarmente da schiaffeggiare lo sceneggiatore, per le innumerevoli lacune e contraddizioni. Fate voi.

Prospettive di un delitto (P. Travis, USA, 2008) 21.10, DT

Salamanca. Il Presidente degli Stati Uniti, assieme a centinaia di altri capi di stato, sta per prendere la parola in una piazza affollatissima per inaugurare un convegno internazionale finalizzato a stabilire strumenti di lotta certi contro il terrorismo. Le misure di sicurezza sono massime, come al solito, ed anche i principali networks tv sono presenti. E’ proprio dal motorhome di un’importante tv americana che assistiamo all’inizio della vicenda: il corteo di macchine che arrivano, il Presidente che scende, sale sul palco, prende la parola … ed improvvisamente viene abbattuto da due colpi sparati dalla finestra del palazzo di fronte. Passano pochi secondi, e il rombo di una bomba arriva dall’esterno della piazza. Ancora qualche attimo, e a saltare in aria è il palco stesso su cui il Presidente stava parlando, facendo strage tra la folla. La confusione è spaventosa, sia nella piazza che nelle strade adiacenti e in tutta la città. Ma c’è qualcuno che non perde la calma, soprattutto non la vuole perdere: è Thomas Barnes, guardia del corpo del Presidente, che poco meno di un anno prima ha intercettato un proiettile a lui destinato durante un precedente attentato. Non è ancora sicuro di sé, Barnes, ed ha voluto essere qui proprio per mettersi alla prova. Comincia a guardarsi attorno, prova a mettere ordine nel caos. Ma qui la narrazione si interrompe, e il film ce la ripropone dall’inizio, ma da un altro punto di vista: quello di Howard Lewis, un turista americano che sta riprendendo la scena per portare un souvenir alla famiglia. Ma anche il punto di vista di Lewis dopo un po’ lascia il posto a quello di un altro sconosciuto, e poi di un altro ancora: otto sono le storie che il film ripropone, sempre ripartendo dal momento dell’attentato, ed ognuna aggiunge verità alla precedente, mostrando al tempo stesso come quella che si credeva fosse la verità forse è solo una parte, forse addirittura un’illusione. Anche se il tema dell’agente che si sente in colpa e che deve riscattarsi l’avevamo già visto raccontare in Nel centro del mirino (W. Petersen, USA, 1993), Travis scrive una storia incomparabilmente superiore al film di Petersen, molto convenzionale dal punto di vista dell’azione. Non sfigura nemmeno se paragonato al bellissimo Morte di un presidente (G. Range, GB, 2006), pur se qui il livello di ricerca intellettuale e politica in cui il film si pone è volutamente diverso. Ma forse non poi così tanto, se questo ottimo film d’azione, teso e mozzafiato, ci regala una delle migliori battute ‘antiamericane’ del cinema degli ultimi anni: “Con la loro arroganza, gli americani non riescono nemmeno a concepire un mondo in cui loro non siano un passo avanti agli altri”. Magnifico Forest Whitaker nella parte ‘minore’ del ‘turista per caso’: davvero uno degli attori più intelligenti e sensibili del cinema moderno, ed ottimo Dennis Quaid in quella dell’agente Barnes, che mentre compie il suo dovere senza un attimo di respiro ritrova, senza accorgersene, anche se stesso. Bravissima anche Sigourney Wheaver nella parte della regista televisiva: Davvero molto brava, ma irriconoscibile. Ahimè, sono passati i tempi di Alien, in cui esibiva il suo splendido corpo coperto solo da una cannottierina e da uno slippino microscopico, in una delle scene più sottilmente erotiche della storia del cinema. Fight Club (D. Fincher, USA, 1999) Lunedì 1, 21.00, Sky A disagio nel consumismo individualista americano, un giovane yuppie cerca emozioni nei gruppi di autoterapia. Le troverà nei Fight Club, gruppi clandestini dove ci si picchia a mani nude per recuperare le sensazioni primigenie, la ‘verità’, la primitività contro una società che annulla ed appiattisce. La ‘soluzione finale’ è una delle proposte più intelligenti, eversive ed anarchiche che il cinema americano ci abbia mai dato. Capolavoro ‘nascosto’ del regista di Alien3 e soprattutto del bellissimo Seven, assolutissimamente imperdibile.

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