Pubblicato da: giulianolapostata | 1 maggio 2010

“Alexander” (O. Stone, USA, 2005)

E’ mancato il coraggio, a questo film: il coraggio di scegliere tra la storia e il mito, il coraggio di lasciare a casa i libri di storia e raccontare l’Alessandro mitologico, ispiratore e protagonista di poemi e leggende, o, al contrario, di lasciare a casa la mitologia, e raccontare il conquistatore, l’imperialista, il comandante in capo. Del coté storico fanno parte, appunto, tutti quegli elementi inseribili in un’analisi ‘storica’ del personaggio: l’insistenza sul personaggio di Filippo; i progetti politico-cultural-militari di Alessandro (interessante ed affascinante, in particolare, il suo discorso sul letto di morte di Efestione: il canale di Suez, la conquista del Mediterraneo, l’eliminazione di Roma … La mente parte immediatamente per una tangente tipicamente ucronica: come sarebbe stato il mondo se avesse potuto realizzare quei progetti? Come sarebbe stato un mondo non romanizzato ma ellenizzato? C’è da perdersi, come dice la pubblicità …); la macelleria della guerra (Stone stava ancora pensando a Platoon?) ed anche tutti quei discorsi sul ‘portare la libertà’ agli altri popoli (e qui bisogna proprio dire che, pur conoscendo bene Stone e le sue idee, tuttavia è difficile trattenersi dalla tentazione di vedere un collegamento – lo ripeto, certamente non voluto e non ideologicamente complice – tra quei discorsi e quelli di qualcun altro che, proprio oggi e proprio negli stessi luoghi, sta cercando anche lui di ‘portare la libertà’ agli altri: la ‘sua’ libertà, a suon di dollari, di petrolio e di massacri). Del coté mitologico – forse prevalente, a livello di atmosfera, ma non di molto – fanno parte invece le ‘magie’ attribuite ad Olimpia, l’aquila che volteggia su di lui, l’incontro con la montagna di Prometeo, la sua ‘inquietudine’ di fronte all’ignoto. Massimamente irrealizzata, questa dicotomia, lo è nel discorso finale di Tolomeo, questa voce narrante che per tutto il film accompagna le vicende di Alessandro e le commenta da una distanza che, apparentemente, dovrebbe appunto accrescere il mito, ma che invece ingenera solo confusione e ambiguità: soprattutto, appunto, in quel momento, in cui – vorrei poter avere sottomano la sceneggiatura per citare con precisione – Tolomeo impreca contro il folle che ha condotto migliaia di uomini al massacro e contemporaneamente rimpiange il fulgore e la gloria dell’eroe. Alexander, bisogna dirlo, il ‘mito’ lo rincorre affannosamente, dall’inizio alla fine, senza purtroppo raggiungerlo mai, nonostante – ripeto, bisogna riconoscerglielo – un impegno spasmodico. Ma resta il fatto che si cercherebbe invano, in tutto il film, l’emozione di una scena come quella nella terza parte del Signore degli Anelli, in cui Re Theoden galoppa davanti alle sue truppe spiegate e tocca con la spada le lance dei soldati schierati, trasmettendo loro la sua forza ‘magica’ e la sua regalità intrinseca: una scena così ricca di mito primigenio che tocca le corde più viscerali degli spettatori e strappa loro grida irrazionali di commozione quando la vedono per la prima volta. Anche certe scelte stilistiche, bisogna dirlo, sono abbastanza discutibili. Innanzitutto quell’inaccettabile flash-back: lunghissimo, estemporaneo, francamente inspiegabile, soprattutto in un film improntato alla più rigorosa ‘cronicità’. E poi quei viraggi colorati nella battaglia con gli elefanti: assolutamente eccessivi ed inutili, e tanto fuori luogo da far ricordare inevitabilmente certe scene di Hero. E tuttavia – ma sì, ammettiamolo – in qualche momento Alexander ci ha fatto sognare. Alessandro che arringa le truppe nel sole e nella polvere di Gaugamela è bello ed eroico; Alessandro che sogna di spezzare ed attraversare le rocce dell’Himalaya è commovente e grande; e il duello tra Bucefalo e l’elefante ha una plasticità ed una drammaticità da bassorilievo ellenista. Verrebbe da dire: nonostante tutto, un pizzico dell’aura eccelsa che avvolge il mito è scivolato ugualmente nel film, ed ha fatto ugualmente la magia. Verrebbe da dire: è più bello di Troy, se questo non fosse un insulto, non un complimento. Bravi gli attori, anche se Anthony Hopkins appare un po’ troppo svagato; massimamente bravi Colin Farrel e Jared Leto, e Bagoa, il muto ed enigmatico Francisco Bosch; brava Roxane, la bellissima Rosario Dawson, e perfino Angelina Jolie sembra aver preso lezioni di recitazione. Non metterebbe nemmeno conto di parlare delle stupide polemiche sull’omosessualità – peraltro comunissima nell’antichità – di Alessandro ed Efestione (ognuno è padrone di farsela che chi gli pare, anche con le galline: purché le galline siano consenzienti, naturalmente), se non altro per dire che raramente si è visto un rapporto omosessuale descritto con tanta nobiltà, come un vero e proprio rapporto d’amore tra due persone: e tanto basta.

23/1/2005

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