Pubblicato da: giulianolapostata | 24 aprile 2010

Multivisioni – 19 aprile 2010

Sabato 24 aprile

Mr. Magorium e la bottega delle meraviglie (Z. Helm, USA, 2007)

21.10, Italia1

Inconcepibile scemenza, una di quelle che vien voglia di consigliare solo per mostrare a che punto può arrivare la povertà di idee. Un vecchio mago gestisce da 243 anni un negozio di giocattoli magici, ma arriva anche per lui il momento di morire. Lascerà l’attività ad una giovane assistente e ad un bambino, che erediteranno anche la magia. Oltretutto, la regola secondo la quale al cinema i bambini nel 99% dei casi non sanno recitare, qui viene confermata al 101%: mai vista una tal massa di infelici tutti insieme. Di Dustin Hoffman (ma chi glie l’ha fatto fare? Doveva pagare le tasse, come si suol dire?) non si può dir meglio di Morando Morandini: “Cerca di essere bizzarro ma è solo patetico”.

Rollerball (N. Jewison, USA, 1975)

21.00, Sky

Imperdibile gioiello della fantascienza intelligente: il racconto di una società futuribile violenta, repressiva ed infelice. Oltre alle sequenze del gioco, bellissime sono quelle della festa, soprattutto quella in cui gli ospiti, ebbri e ‘disperati’ per la loro alienazione, incendiano gli alberi: stupenda e terribile. Imperdibile. Da evitare come la peste, invece, il remake di J. McTiernan (USA, 2001): un incrocio tra un videogioco e un flipper, quello veramente invedibile.

Domenica 25 aprile

Lost in translation (S. Coppola, USA, 2003)

04.00, Rai1

Bob è un ex-grande-attore, che ha scoperto che si guadagna molto di più pubblicizzando whisky; Charlotte è una giovane donna just married. Si incontrano in un grande albergo di Tokyo, elegantissimo ed asettico: Bob vi deve trascorrere una settimana mentre gira uno spot, Charlotte aspetta il marito, giovane fotografo sempre perso dietro ai suoi servizi. Bob cerca di mantenere in piedi via fax e telefono un rapporto già abbastanza critico ed inacidito con la moglie lontana (“sposata da venticinque secoli”) ed il figlio, Charlotte mendica sguardi ed attenzioni da un giovane uomo che semplicemente pare non vederla. Entrambi cercano di ammazzare il tempo, di lasciarsi scorrere i giorni addosso vagando tra le luci, i rumori e i colori di una città che appare come un immenso e lontano videogioco, ma che, soprattutto, è loro estremamente estranea. Quando s’incontrano, si studiano e si osservano. Si raccontano il vuoto e l’inutilità delle rispettive esistenze, ma con estremo pudore e ritegno, i medesimi con cui lasciano appena trasparire il loro immenso bisogno di affetto. Tanto i dialoghi tra Charlotte e il marito e tra Bob e la moglie traboccano di “ti amo”, tanto queste parole latitano rigorosamente negli incontri di Bob e Charlotte. Eppure è proprio amore quello che nasce tra i due, un amore tutto particolare, caldo e tenero, fatto di pietà e comprensione per le rispettive solitudini. Tale è il pudore che ognuno conserva nella sua sofferenza che quasi non riescono a confessarselo, nemmeno al momento dell’addio. Quelle parole mancano anche nell’ultimo, brevissimo incontro, sostituite da un abbraccio un po’ goffo, dagli occhi arrossati di Charlotte, da un cenno di saluto che scalda loro il cuore, ora nuovamente soli ma contenti di essersi scoperti ancora capaci di sentire e di vivere. LT è la storia delicata di due solitudini, ottimamente interpretata da Bill Murray e da una sensibilissima Scarlett Johansson, che costruisce personaggio ed emozioni per accumuli e accenni quasi invisibili. Tokyo è fotografata con distacco ma con estrema eleganza, come pure gli interni e i movimenti dei personaggi, a comporre una perfetta sinfonia della solitudine. Se Il giardino delle vergini suicide, primo film della Coppola, era bellissimo, questo e il successivo, lo stupendo Marie Antoinette, sono già dei capolavori. Cosa aspettarsi ancora da questa donna eccezionale?

Il vento e il leone (J. Milius, USA, 1975)

17.00, Rai3

Tangeri, primi Novecento. Una vedova americana viene fatta prigioniera da uno sceicco, che in cambio della sua liberazione chiede un forte riscatto. ‘Naturalmente’, al disprezzo iniziale della ‘donna bianca’ nei confronti del selvaggio subentrano ammirazione ed amore. Una grottesca sciocchezza, forse il peggior film del grande Milius (assieme ad Alba rossa, 1984). Sean Connery fatica a non ridere di se stesso, voi ridete pure, anzi lasciate proprio perdere.

Johnny il Bello (W. Hill, USA, 1989)

22.35, DT

Purtroppo non l’ho mai visto, ma segnalo ugualmente questo film di cui tutti dicono un gran bene, per la regia, per la sceneggiatura che pare essere bellissima ed intensa e per l’interpretazione di Mickey Rourke, allora sull’orlo dell’abisso, da cui sarebbe risorto solo poco tempo fa col bellissimo The Wrestler.

The Rock (M. Bay, USA, 1996)

19.15, Sky

Un generale ribelle e un po’ fascista ruba dei missili al gas nervino e li sistema sull’isola di Alcatraz, da cui minaccia di lanciarli su San Francisco se il governo non verserà venti milioni di dollari alle famiglie dei reduci americani morti sui vari fronti delle guerre USA. Piacevolissimo film d’azione, molto divertente e ben fatto. Del resto, Bay è il regista del primo Transformers, un gioiellino in confronto a quella baracconata del secondo. Vale una serata.

Lunedì 26 aprile

Crossing over (W. Kramer, USA, 2009)

21.00, Sky

L’aspirazione al Sogno Americano non è solo prerogativa, come saremmo portati a pensare, di miserabili dalla pelle di strani colori, disposti a rischiare la vita nel deserto per passare il confine tra Messico e Stati Uniti. Certo, prima di tutto c’è la storia della messicana Mireya Sanchez (Alice Braga), per cui il limbo della clandestinità significa la differenza tra la vita e la morte non solo sua, ma del suo bambino. Ma ci sono anche altre opzioni, davvero insospettabili. C’è per esempio quella di Claire Shepard (la bellissima, e brava, Alice Eve), un’attricetta australiana che per avere la Green Card, che le consenta di scalare il mondo dello spettacolo USA, è disposta a tutto: a comprare documenti falsi da un losco trafficante, ma anche a prostituirsi a Cole Frankel (un bravissimo Ray Liotta), funzionario dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement), che ha il potere di rilasciarle quel magico documento. C’è l’iraniana Zahra Baraheri (Melody Khazae), la cui famiglia è da molto tempo integrata nella società americana, tanto che tra pochi giorni celebrerà il rito laico della naturalizzazione, ma che non è disposta a tollerare che, per Zahra, integrazione sia divenuto sinonimo di emancipazione e liberazione personale. C’è l’adolescente bangla Taslima Jahangir (Summer Bishil), che a quel sogno pare aver creduto troppo letteralmente, senza rendersi conto che la libertà di pensiero e di parola, di questi tempi, anche nella ‘libera’ America è diventata un concetto molto relativo. C’è il giovane coreano Yong Kim (Justin Chon), che per arrivare più in fretta a quel sogno vuole percorrere la strada più facile, quella del crimine, come, del resto, proprio i film americani gli hanno insegnato. E c’è anche Max Brogan (un bravo e ‘dimesso’ Harrison Ford), agente dell’ICE addetto ai ‘rastrellamenti’, che assiste impotente e contro il suo stesso animo a tutto quel dolore. Destini che si incrociano e si sfiorano – ma non si intersecano, e la più colossale scemenza che sia stata detta su questo film è che appartenga alla ‘scuola’ di Guillermo Arriaga o Paul Haggis – in un film che non fa ‘filosofia’, ma racconta l’inutile stupidità della quotidiana caccia ai clandestini (e non è un caso, l’ho già scritto altrove, che in inglese vengano chiamati ‘aliens’), tra burocrati ottusi o di buon cuore, a seconda di come vuole la sorte, fili spinati e centri di detenzione, ‘rondisti’ più o meno stupidi e violenti. Una caccia fin troppo facile, quasi ‘da riserva’, perché le pattuglie dell’ICE vanno a colpo sicuro e sanno dove trovarli: nelle fabbriche, a produrre ricchezza per rendere il sogno americano ancora più sfavillante. E fateci caso: quando i poliziotti li inseguono, i padroni di quelle fabbriche non si vedono mai: solo si vedono i migranti, fuggire tra gli scatoloni come topi impazziti che cerchino un riparo dal falco. Pur non possedendo la poesia e la profondità antropologica di L’ospite inatteso (T. McCarthy, USA, 2008) o la lucida freddezza di Frozen river (C. Hunt, USA, 2008), Crossing over è un film ‘modesto’ ma interessante e ben fatto, che merita di essere visto e conosciuto, cosa che l’uscita alla fine di giugno ’09 certo non gli ha permesso.

Martedì 27 aprile

The Wrestler (D. Aronofsky, USA, 2008 – Leone d’Oro alla 65° Mostra del Cinema di Venezia)

17.35, Sky

Ve lo ricordate il sorriso di Harold Angel (Angel Heart, A. Parker, 1987)? Quel sorriso timido, infantile, spaurito ed amaro, che lo conduce di orrore in orrore, fino alle soglie dell’Inferno? Sembra impossibile, ma se farete attenzione ogni tanto riuscirete a coglierne ancora qualche sprazzo nel volto devastato di Andy “The Ram” Robinson, come se per il bellissimo Mickey Rourke di allora vent’anni di botte e stravizi non fossero riusciti a spegnere, in quel “vecchio pezzo di carne maciullata” che è adesso, il suo amore e al tempo stesso la sua paura per la vita. In questo magnifico film – si dice non il suo canto del cigno, ma la fiammata in cui ancora una volta la Fenice par voglia rigenerarsi – Rourke è un vecchio eroe del wrestling degli anni Ottanta. Un tempo invincibile, oggi porta in giro a fatica il suo corpo provato da mille combattimenti. Pieno di acciacchi, imbottito di farmaci, con un apparecchio acustico da poco prezzo piantato nell’orecchio, Andy non ha salvato nulla dei successi d’un tempo. Non il denaro guadagnato a piene mani, sputtanato a donne e whisky. Oggi vive in una vecchia roulotte, e qualche volta non riesce nemmeno ad entrarci a dormire, perché quando non paga l’affitto (spesso) il padrone lo chiude fuori. Non una famiglia. Della donna che gli ha dato una figlia nulla si sa, e quella figlia lo odia, per non essere stato un padre, per essere sempre rimasto assente dalla sua vita. La gloria, però, gli è rimasta, e quando ancora si esibisce in incontri di serie B, il pubblico che lo ricorda, o che addirittura lo conosce come una leggenda, e lo acclama ritmando il suo nome, gli fa vibrare il cuore. Ed anche la dignità, gli è rimasta, quella che gli fa sopportare un lavoretto di merda in un supermercato per tirar su qualche dollaro e andare avanti. E un’altra cosa: la purezza del cuore. Nonostante tutto, Andy è davvero un puro di cuore, che né la violenza né la decadenza hanno potuto incattivire, ancora capace di gesti semplici e gentili, ancora in grado di commuoversi, ancora colmo di quell’umanità che forse nella sua vita non ha mai trovato il modo di esprimere davvero, ripiegando sui compagni del ring e sul pubblico, “la sua vera famiglia”. E lo sa bene Cassidy, la spogliarellista che, nonostante i rigidi confini emotivi che si è imposta verso i clienti, non riesce a fare a meno di innamorarsi di lui. Ma sono gli ultimi fuochi, per Andy, uno che “ha sempre bruciato la candela da entrambi i lati”. Alla fine di un incontro, un infarto lo stronca. Ne esce vivo, ma lo avvisano: ancora uno e sarà la fine. Andy prova dunque a rimettere insieme i pezzi di una vita al limite, ma ormai è impossibile. La figlia lo rifiuta definitivamente, perché c’è troppo da ricostruire, troppo da ricucire, e lei non ne ha la forza. Cassidy par voglia seguirlo, ma all’ultimo momento si tira indietro: ha un figlio da tirar su. Ma non tutto è perduto, anzi niente è perduto, quando la folla ti chiama urlando, quando i ragazzi ti riveriscono come un mito, quando sui manifesti appare ancora una volta il tuo nome scritto in grande. The Ram accetta ancora un incontro, e dal ring guarda con amore e riconoscenza per l’ultima volta il suo pubblico: se per Angel alla fine si aprivano le porte dell’inferno, qui la luce di quell’ultimo riflettore è certo, per Andy “The Ram”, quella del Paradiso. Una grande performance, con tutta evidenza, quella di Mickey Rourke, ma sarebbe comunque un errore leggere questo film come costruito addosso a lui, che anzi qui è tutto meno che un monumento a se stesso, ma attore maturo e sensibile. TW è, soprattutto, un grande film, girato con pudore e delicatezza, e con un’ammirevole sobrietà, che come non assume mai banali toni pietistici, così pure evita accuratamente il remake dello stereotipo ‘solo chi cade può risorgere’, scrivendo una storia che ha i toni della ballata ma anche quelli, semplici e quotidiani, del racconto. Così, per esempio, non è casuale che Aronofsky riprenda quasi sempre il protagonista di spalle o ad una certa distanza, rifuggendo l’icona dell’eroe romantico che riempie lo schermo, e i rarissimi primi piani sono squarci di sentimento preziosi ma discreti, brevi e fulminanti incursioni nella sua anima. Pochi attori, in questo film a fianco di Rourke, e tutti bravissimi: Marisa Tomei è la spogliarellista che combatte la sua personale battaglia per sopravvivere, Eva Rachel Wood è la figlia, il cui isterico dolore nasconde il rimpianto per ciò che avrebbe potuto essere e non sarà più.

Tutti i battiti del mio cuore (J. Audiard, Francia, 2005)

19.00, DT

Anche se non allo stesso livello del precedente e bellissimo Sulle mie labbra, pure Audiard ci regala un film comunque profondo e delicato, un’altra indagine sull’animo umano, i suoi meandri e i mali che l’affliggono. Thomas è un giovane parigino. Suo padre traffica in immobili abbandonati: compra, rivende. Se, come accade spesso, gli appartamenti vengono occupati da immigrati, ogni mezzo è buono per farli sloggiare: intimidazioni, botte, ogni sorta di nefandezze. Ma ormai sta invecchiando, e Thomas gestisce l’attività al suo posto. Il suo rapporto con lui è complesso: da un lato ne è complice e perfino succube, dall’altro prova pietà e affetto per quest’uomo alla fine della sua strada, e cerca di aiutarlo e proteggerlo dai pericoli che quella vita borderline comporta. E tuttavia – pare dirsi inconsciamente – quella non potrà essere anche la sua, di vita. Trascinato da questa esistenza quasi inconsapevolmente, un giorno, per caso, Thomas riprende contatto col mondo della madre morta, celebre musicista, che per molti anni gli aveva fatto studiare il piano. Prenota un provino presso un critico musicale, e per prepararvisi si prende un’insegnante, una pianista cinese che non parla una parola di francese. Unico tramite tra loro due è la musica, i suoi tempi, i suoi ritmi ed anche i suoi silenzi. Poco per volta, in questo ‘percorso di formazione’, Thomas ritrova se stesso, costretto com’è a controllare il disordine del suo animo e della sua vita a fronte delle esigenze imprescindibili della musica. Assisterà alla morte del padre, a causa di un affare troppo losco, di cui lui stesso rischierà di rimanere vittima, ma alla fine l’armonia risulterà vincente, e riuscirà a restituire alla propria vita quell’ordine esistenziale che non pareva più possibile. Anche se, come ho detto, meno limpido e stringato della sua opera precedente, TBDC è comunque un altro film sulla complessità del cuore umano, sulle difficoltà che le persone hanno sia ad esprimere se stesse che a comunicare con gli altri. Il rapporto con la pianista cinese è insieme paradigma di questa problematica – esemplificata dall’incomunicabilità assoluta, quella della lingua – ma al tempo stesso anche propositivo di una ‘soluzione’: solo in qualcosa di universale e di ‘più grande di noi’ possiamo sperare di trovare lo strumento per corrodere l’isolamento e dare un senso alla vita. Un buon film, che merita senz’altro una visione attenta e meditata. E ricordatevi che Audiard è il regista de Il Profeta (Francia, 2009), il capolavoro sugli schermi in queste settimane.

Il mio migliore amico (P. Leconte, Francia, 2006)

21.00, Sky

François è un antiquario parigino di successo. Ha una bellissima casa, molti ‘amici’ di buon livello (bon chic bon genre, come si dice a Parigi), un’agenda fittissima di impegni, ed alcune idiosincrasie, tra le quali quella di non voler guidare nel traffico della città. Ha anche una donna, apparentemente innamoratissima di lui, ma questa relazione pare quasi ‘scivolargli’ addosso, senza coinvolgerlo minimamente nell’intimo. Dello stesso tipo sono anche i suoi rapporti col suo prossimo – gli ‘amici’ di cui sopra, i clienti, la gente che incontra e di cui ha bisogno: formalmente cordiali, educati e brillanti, senza che però nulla di sé vi rimanga compromesso. La sua vita scorre così, ‘felice’, sino a quando proprio la sera del suo compleanno, uno di coloro che egli considera appunto ‘amici’ gli getta addosso, crudamente ma con assoluta sincerità, la verità: lui non ha amici ‘veri’, non ne ha nessuno. Quelli che stanno attorno a quel tavolo sono sì dei buoni conoscenti, legati a lui da vincoli sociali ed economici, ma l’amicizia è un’altra cosa e, tanto per dirne una, probabilmente nessuno di loro verrebbe al suo funerale. François rimane irritato da questa uscita, che considera tanto bizzarra quanto assurda, e addirittura infantilmente scommette: entro la fine del mese, presenterà loro “il suo migliore amico”. Ha meno di quindici giorni di tempo. Convintissimo di risolvere la faccenda in poche ore, François si trova invece subito a sbattere la faccia con una realtà che non sospettava: di tutti quelli che affollano la sua agenda, nessuno si ritiene suo amico, men che meno quelli che lui riteneva più vicini. La sua sicurezza comincia lievemente ad incrinarsi, e rendendosi conto che, se non vuol perdere la scommessa – l’unica cosa che pare interessarlo – un amico ora deve farselo, sceglie come ‘maestro d’amicizie’ proprio il tassista che di solito lo scarrozza per Parigi, un giovane semplice, di modestissima cultura, di cui però l’ha colpito la straordinaria capacità di stabilire legami di simpatia praticamente con chiunque incontri. Comincia così uno stranissimo rapporto, che ha come scadenza la fine del mese che si avvicina, e come obiettivo la conquista di questo sospirato quanto – sembra – irraggiungibile “miglior amico”. Giorno dopo giorno, François sarà costretto a fare i conti con l’aridità della sua vita, e con la meschinità dei suoi rapporti umani; imparerà che l’amicizia non si insegna e nemmeno, come naturalmente lui pensava, si può comprare; conoscerà livelli di relazione umana che nemmeno sospettava che potessero esistere e che, di conseguenza, fatica a capire, perché gli sono estranei; scoprirà di essere davvero senza amici, solo come un cane; e dovrà trovare la strada, intima e inesplorata, della vera amicizia. Ancora una volta, questo è Patrice Leconte: il poeta a volte tragicissimo (Il marito della parrucchiera, 1990) a volte lieve e quasi favolistico (Confidenze troppo intime, 2003) dell’animo umano, che egli indaga e racconta sempre con massima levità, poesia e umanissima pietas. Lo coadiuva, questa volta, uno dei suoi attori-icona: quel Daniel Auteuil dall’immensa sensibilità, che dopo aver dato vita, in passato, ad uno dei personaggi più disperati del cinema francese (N. Garcia, L’Avversario, Francia/Svizzera/Spagna, 2002), ha dimostrato di sapersi cimentare anche in ‘commedie’ amare come questa, con una recitazione limpida e sfaccettata, praticamente perfetta.

Tre fratelli (F. Rosi, Italia, 1981)

21.00, Sky

Tre fratelli tornano nelle Murge dopo molti anni per la morte della madre, e ripensano alle loro radici. Poeticissimo film di Rosi, uno dei suoi film più belli in una rarissima apparizione televisiva. Assolutissimamente imperdibile.

Mercoledì 28 aprile

Se mi lasci ti cancello (M. Gondry, USA, 2004)

21.05, DT

Praticamente un’opera prima, ed è già genio. Gondry inaugura qui quella poetica dell’irrealtà che sarà il tratto costante dei suoi film successivi, in particolare del bellissimo L’arte del sogno (Francia/Italia, 2006). O meglio: decostruire la realtà per mostrarne le sue mille sfaccettature, le mille possibilità, in un’estetica cui curiosamente non è estraneo il concetto buddhista di Impermanenza. Qui la storia è quella di Joel e Clementine. Lei, bizzarra ed impulsiva, si rivolge ad un’agenzia specializzata per farsi cancellare dalla mente i ricordi del suo amore con Joel. Indispettito, lui cerca di fare lo stesso, ma proprio nel corso della ‘cancellazione’ scopre di non voler davvero perdere quei ricordi, che sono parte di lui stesso. Film sulla memoria, quindi, sull’ineffabile malinconia del ricordo, sulla bellezza indistruttibile ed incancellabile dell’amore, SMLTC è un raffinato capolavoro, recitato da un cast in stato di grazia, meravigliosamente fotografato e con una sceneggiatura che, da sola, si è guadagnata l’Oscar. Assolutamente imperdibile.

La rapina (D, Lichtenstein, USA, 2001)

19.10, Sky

Durante il festival dei sosia di Elvis Presley, a Las Vegas, cinque rapinatori entrano in un casinò tutti travestiti come il divo del rock, mettendo a segno una feroce rapina. La spartizione del bottino sarà ancor più sanguinosa, perché saranno tutti nel mirino del loro capo, una schizzatissimo e bravissimo Kevin Kostner. Film d’azione duro e violento, a tratti romantico e picaresco. Non è da buttar via, vale una visione.

Giovedì 29 aprile

Quien sabe? (D. Damiani, Italia, 1966)

21.00, Sky

Un killer yankee viene incaricato di uccidere un rivoluzionario messicano, e per compiere la missione si aggrega alla sua banda. Riesce a compiere il suo lavoro, ma viene ucciso a sua volta da un altro componente della banda. Tra gli ‘western all’italiana’ – ho sempre considerato diffamante e volgare la dizione ‘spaghetti western’ – uno dei più belli, di grande intensità umana e ‘politica’. Imperdibile.

Venerdì 30 aprile

Ogni maledetta domenica (O. Stone, USA, 2000)

01,45, DT

Uno dei migliori film di Stone. La società USA, schiava del denaro e del successo, letta attraverso le vicende di una squadra di rugby americano, del suo allenatore – uno ‘schizofrenico’ e geniale Pacino – e della sua proprietaria, una Cameron Diaz lontanissima da certi suoi stereotipi alla Barbie. Sinceramente si dubita se Stone ami o condanni il mondo che descrive, ma il risultato è di splendida fattura e professionalità. Imperdibile.

Robocop (P. Verhoeven, USA, 1987)

00.30, Sky

In un’America imbarbarita dal medioevo prossimo venturo, la polizia fabbrica un poliziotto indistruttibile coi resti di uno vero mescolati ad una macchina. Dieci anni prima del fascismo ‘di stato’ di Starship Troopers, Verhoeven ci racconta il fascismo ‘di strada’, la cui regola è: l’unico colpevole buono è il colpevole morto. Imperdibile.

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