Pubblicato da: giulianolapostata | 21 aprile 2010

“Cella 211” (D. Monzon, Francia/Spagna, 2009)

Juan Olivier è un giovane agente carcerario. Il giorno prima di prendere servizio va a visitare il carcere in cui dovrà lavorare, per conoscere l’ambiente, ma un calcinaccio lo ferisce alla testa. Per i pochi minuti che occorrono a chiamare il medico, i colleghi lo sdraiano in una cella vuota, ma proprio in quel brevissimo spazio di tempo avviene l’impensabile. Scoppia una rivolta, e i detenuti si impadroniscono del carcere. Juan capisce subito che la sua unica speranza di salvezza, se non vuole che i rivoltosi sfoghino la loro rabbia su di lui, è fingersi anche lui un detenuto. Così fa, riuscendo addirittura a conquistarsi l’amicizia del loro capo, il feroce Malamadre.

All’inizio il suo obiettivo è solo riuscire ad ingannarli, ma poco per volta è praticamente costretto a sbattere la faccia contro la loro realtà: le crudeltà delle guardie, le violenze, i soprusi, il disprezzo, soprattutto, che li pone allo stesso livello della “immondizia”. Trascinato anche da imprevedibili e tragici eventi personali, Juan poco per volta salta il fosso, si schiera coi detenuti, ne condivide non solo le richieste ma anche la ribellione, fino a pagare assieme a loro.

Diciamolo subito. “Cella 211”, nonostante le accoglienze entusiastiche all’ultimo Festival di Venezia e i molti premi in patria, non è proprio un capolavoro. Se fotografia e montaggio – bisogna riconoscerlo – sono davvero buoni ed appassionanti, la sceneggiatura è abbastanza fragile, troppo fitta di ingenuità e stereotipi (i ‘delinquenti’ che in fondo sono più ‘onesti’ degli onesti veri, l’ingenuo ‘soldato blu’ obbligato a scoprire dall’interno gli orrori del potere eccetera). Rimane comunque il fatto che, se Monzon si è ispirato ad una serie tv argentina, tuttavia per scrivere il film ha fatto numerose ed approfondite ricerche sul campo, e così ha fatto anche il bravo Luis Tosar, interprete di Malamadre. Ne risulta un quadro di quel che, tutto sommato, purtroppo già sappiamo, quello di una struttura, il carcere, che dovrebbe tendere al recupero sociale e morale del condannato (“Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”: è l’Art. 27 della Costituzione, e farebbe ridere, se non sapessimo quali orrori si commettono in suo nome), e che invece è diventato sentina di violenze e sopraffazioni di ogni genere, sempre impunite. Stefano Cucchi e Giuseppe Uva sono solo le ultimissime vittime di una mattanza silenziosa che va avanti da anni, e sappiamo bene tutti che non avranno mai giustizia. Non fosse altro che per questo, “Cella 211” è un film da vedere, per ricordare quanto spesso, in Italia e non solo, ‘giustizia’ sia solo una parola vuota da scrivere nelle aule dei tribunali.

Giuliano Corà – 18/4/10

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