C’era una volta – e c’è ancora – in una ridente cittadina in Provincia di Vicenza, un ragazzino con la passione dello skateboard. Avrebbe bisogno che il Comune gli mettesse a disposizione strutture adeguate per esercitarsi ma il Sindaco – che evidentemente preferisce buttar via il denaro pubblico in stupidaggini come la riparazione delle strade o magari l’installazione di panchine nei parchi pubblici – non ha provveduto alla bisogna. Così, al ragazzino di cui sopra non è rimasto che andare coi suoi amici a correre sulle suddette panchine, scrostandone la vernice. Il Comandante della Polizia locale e l’Assessore, che in quel momento passavano di lì, gli hanno detto di non farlo, ma sono stati “sbeffeggiati”: pudica metafora per riferire termini di cui possiamo facilmente immaginare il tenore. Ma il ragazzino probabilmente li aveva sentiti durante qualche recente diretta dal Parlamento, e dunque è pienamente giustificato: se non si impara dai grandi … A quel punto il Sindaco, manifestamente indifferente alle esigenze sportive e sociali della popolazione, ha deciso di multarlo. Cose da pazzi. “Dopo questo episodio sento che nel mio paese non posso praticare lo sport che mi piace” ha commentato sconsolato il giovane. Come ti capisco, ragazzo mio. Pensa che tempo fa, mentre stavo facendo una corsetta in tangenziale con la mia nuova Ferrari 458 – niente di speciale, una garetta sul filo dei duecento: un amico si era appena comprato la Lamborghini Gallardo e volevamo vedere chi era il più figo dei due – quei maledetti della Questura ci hanno fermato, ci hanno sequestrato le macchine e riempito di multe (ma io – non dirlo a nessuno! – me la sono subito ricomprata con un prestanome: se quegli sfigati pensano di fermare uno come me …). A quel punto è intervenuta la madre del ragazzo – grazie mamma che mi hai fatto la Simmenthal – protestando che “la sanzione non è educativa per il ragazzo, ma solo punitiva per i genitori”. Sacrosanto. E’ come per i compiti per casa. Quegli imbecilli degli insegnanti si ostinano a riempirne i ragazzi ‘per il loro bene’ (?!), non rendendosi conto che così invece puniscono tutta la famiglia, che magari aveva progettato di passare il pomeriggio al Centro Commerciale. Che poi, chi li deve educare, questi ragazzi, i genitori?! Assurdo: spetterà al Festival di Sanremo, a Facebook, al Grande Fratello, a X Factor, agli Amici di Maria de Filippi, magari a quei  poveri cristi dei loro insegnanti: non certo ai genitori. E dunque vogliamo punire i genitori perché qualcuno non si è curato di educare i loro figli? Cose che non stanno né in cielo né in terra.  Insomma ragazzo mio, è sempre la solita storia. Ovunque tu ti giri, in questo maledetto Paese, trovi sempre lacci e lacciuoli che ti impediscono la libera manifestazione del tuo Io, e uno non è neanche padrone di scoparsi la nipote minorenne di Mao Tse-Tung senza che un giudice comunista (se hanno i capelli rossi sono comunisti di sicuro: hai controllato se per caso li avessero anche i vigili che ti hanno multato?!) vada a rompergli le scatole. Ora lo sai, e tra poco, quando diventerai maggiorenne e andrai a votare, ricordati di scegliere bene: tra libertà e arbitrio, scegli l’arbitrio. I soliti imbecilli protesteranno, ma come al solito non avranno capito un c****. Del resto, se no, come si fa a comprarsela la Ferrari 458? Libero skateboard in libero Stato, perdio!

Pubblicato da: giulianolapostata | 6 febbraio 2014

“LA CRISI IN ITALIA E’ FINITA”, dice Pagliaccetta

 

L’estate scorsa un agriturismo in Provincia di Vicenza, dopo aver ritardato per mesi il pagamento degli stipendi, un bel giorno chiude e mette in strada tutti i dipendenti. Motivazione della chiusura: ‘Cazzi nostri’. Piano di recupero degli stipendi arretrati (decine di migliaia di euro): ‘Non vorrete mica che lavori per il resto della mia vita per pagare voi’.

Tra i dipendenti c’è una madre di quattro figli. Mi dispiace: lo so che detta così suona molto deamicisiano, ma il fatto resta. Sono quattro figli: due maggiorenni, disoccupati, due minorenni, studenti.

La suddetta madre comincia a sbattersi, da un sanvincenzo ad una crocerossa, da una suora ad un assessorato. Qualche volta porta a casa una sporta di spesa, qualche volta niente. Il giorno di Natale, per pranzo mette in tavola dei panini. Gli amici e i conoscenti la aiutano come possono, ma non tira aria buona per nessuno, di questi tempi. Nel frattempo dimagrisce di tredici chili: tutta salute, direte voi. Eh già.

Un’idea di soluzione lei l’avrebbe anche trovata: ‘Uno di questi giorni – dice agli amici – mi butto dalla finestra, così almeno qualcuno ai miei figli dovrà pensare’. Secondo me è troppo ottimista.

Nel frattempo decide di rivolgersi agli Assistenti Sociali del suo Comune, e mal glie ne incoglie. Si trova davanti ad una giuria di esaminatori severi ed occhiuti, che la rivoltano come un calzino: mai fidarsi dei poveracci, non hanno mai voglia di fare un cazzo.

Le rimproverano un ISEE alto nel 2012. ‘Ma in quell’anno ho lavorato, l’anno dopo no!’, tenta di ‘giustificarsi’ la donna. Sarà, ma dura lex sed lex. Dunque niente. La madre continua i suoi miserevoli sbattimenti da un campanello all’altro, ma un giorno, mentre è seduta ad un bar con un’amica, che le ha offerto un caffè, viene vista dall’assistente sociale di cui sopra, la quale si alza, la raggiunge e la interpella così: ‘Se puoi permetterti di andare al bar al bere un caffè, vuol dire che non hai bisogno di aiuti’. Mi par giusto, no?

Qualche considerazione finale. Primo. Se per caso l’assistente di cui sopra dovesse riconoscersi in queste righe, si vergogni di stare al mondo. Cambi mestiere: in questo momento l’Italia è piena di fossi da spurgare. Secondo. Il nostro beneamato leader Pagliaccetta, su ordine delle banche che l’hanno messo lì, ha appena detto che “in Italia la crisi è finita”: e allora, che vuole questa pezzente? Terzo. Uno studio di pochi giorni fa ci informa che il 10% delle famiglie italiane detiene il 46% della ricchezza nazionale.

Ma questo Pippo non lo sa, e la madre di cui sopra – ahilei – si trova nel 90% restante. Come ha detto il suo ex datore di lavoro, ‘cazzi suoi’.

Pubblicato da: giulianolapostata | 1 febbraio 2014

Lettera alla Politica da uno che non conta niente

Cari Politici,

                      intendo tutti, proprio tutti, di qualsiasi Partito, di qualsiasi area. Cari Politici, dicevo. Tutti, ovviamente, state vedendo quello che succede in Italia, e non occorre fare una lista dettagliata: basta riassumere per sommi capi.

Mai si è rubato come adesso. Orde di boiardi grandi e piccoli stanno spolpando anche le ossa di questo disgraziato Paese. Non rimane quasi più nulla da divorare. Chissà se tra poco cominceranno a mangiarsi tra loro.

L’Italia è alla fame, letteralmente. I vecchi rubano la pasta per dentiere nei supermercati, o raccattano la frutta marcia ai Mercati Generali. Gli altri si suicidano.

Le fabbriche chiudono. Decine di migliaia di famiglie sono alla disperazione, centinaia di migliaia di giovani non capiscono che ci stanno a fare al mondo.

Il Parlamento della Repubblica Italiana, quella per cui migliaia di Italiani sacrificarono la propria vita nella fede che un mondo migliore fosse davvero possibile, è ridotto ad una sconcia osteria di avvinazzati, ad un bordello dove tutto si può comprare e vendere.

Intanto, su in cima, sul ponte più alto della nave, l’orgia continua. I sicofanti del Capitalismo internazionale eseguono diligentemente il loro compito, quello per cui sono stati messi lì. Ci svendono ad un’Europa assassina, ci succhiano il sangue con una moneta che non è nostra. Anche, ci fanno credere che occorre la nostra collaborazione per continuare il Trionfo della Morte, ed ora ci hanno confezionato una Legge Truffa a confronto della quale quella di storica memoria era un modello di equanimità e di partecipazione democratica.

Cianciano seriosi, si travestono da novelli Padri della Patria, si riuniscono, dibattono, votano, esultano, si offendono, si dimettono, si ripresentano … Il balletto pornografico continua ininterrotto.

Io mi pongo una sola domanda. Ma davvero, davvero voi pensate che la gente vi segua ancora? Davvero pensate che qualcuno ancora creda alle vostre oscene bugie, alle vostre vergognose pagliacciate, al vostro monopoli ‘democratico’? Davvero pensate che i giovani senza futuro e gli operai disperati vi credano ancora, che alle prossime elezioni saranno ancora disposti a giocare al vostro gioco?

E’ finita, cari miei: avete vinto. Sì: avete vinto. Voi siete seduti sugli scranni più alti, e qui dal basso vi guardiamo, e sappiamo chi siete, e abbiamo capito l’inghippo. Per lo meno per quanto mi riguarda – ma so di non essere affatto il solo – avete vinto: non andrò mai più a votare.

Lo dico – scusatemi la retorica – col cuore straziato. Allevato da una famiglia di ex partigiani e di comunisti, votare era per me più di un diritto, o di un dovere civico: era la prova del mio status di ‘cittadino’. Ma finalmente ci siete riusciti, a distruggere anche questa illusione, e ora lo sappiamo: a voi non servono cittadini, e nemmeno sudditi. A voi occorrono solo servi.

Perciò, non saremo più i vostri servi, mai più. Continuate pure: concionate, fate la faccia nobile, riempitevi la bocca ( e le tasche) con le ‘Istituzioni’, fate finta di esser seri, fate finta di esser sani.

Per quanto mi riguarda – me, e con me, ne sono convinto, milioni di Italiani – basta, è finita, ho chiuso, me ne vado.

Avete vinto, ho detto. Sinceramente non so quanto ci sia da gloriarsi di una vittoria ottenuta a prezzo dell’uccisione dell’anima del Paese, ma queste sono stupidaggini etiche e morali che ormai qui non hanno più corso.

Io non ci sto più. Libertà. Anarchia.

Pubblicato da: giulianolapostata | 24 gennaio 2014

Giù le mani dal Teatro Olimpico di Vicenza

Dunque da qualche anno Vicenza ha il suo ‘nuovo’ teatro, e già su questo ci sarebbe da discutere. Infatti vien da chiedersi perché in un’Europa che ha saputo ricostruire da macerie polverizzate la città di Dresda; e senza andar troppo lontano: in un Veneto che ha saputo far rinascere dalla sue ceneri la Fenice, vien da chiedersi perché a Vicenza non si è mai potuto-saputo-VOLUTO ricostruire il Teatro Verdi ‘dov’era e com’era’. Interessi e schei, ovviamente, e così abbiamo aspettato più di mezzo secolo per ritrovarci con questo scatolone alieno piantato senza un perché in una specie di non-luogo, brutto come un incrocio tra un distributore di benzina anni Cinquanta e una Casa del Fascio; estremamente carente a livello di acustica (molti esperti se ne sono lamentati in questi anni). Eccetera. Ma ormai ce l’abbiamo, e ce lo dobbiamo godere. Con un po’ di sale in zucca, però. Perché se Vicenza deve diventare “capitale”, come dice il Vicesindaco Bulgarini d’Elci, allora, a mio parere, non lo sarà certo con messe in scena come quella che Filippo Timi ha fatto del Don Giovanni di Lorenzo da Ponte. Confesso: non l’ho visto, ma ho raccolto sufficienti testimonianze di amici e conoscenti per rendermi conto che si tratta dell’ennesimo esempio di quel vizio che da sempre impesta le scene, per cui registi con poche o punte idee non trovano di meglio che metter le mani su un testo classico e massacrarlo, infarcendolo delle più oscure pulsioni del loro ego. Il teatro è un’altra cosa, a mio modesto giudizio di vecchio spettatore, e va rispettato e amato nella sua originaria natura: chi ha voglia di esibir chiappe in palcoscenico, si scriva un altro testo, e lasci in pace Da Ponte.

Ma ben più ‘grave’ è la questione riguardante l’altro teatro vicentino, ‘il’ teatro di Vicenza, lo stupendo Teatro Olimpico. Al suo capezzale si accaniscono da anni i personaggi più disparati. Dopo il biennio di Nekrosius (scusatemi la battuta cretina, ma uno con un cognome così non poteva che portar sfiga alla città: sembra un personaggio di Harry Potter), che non pare aver riscosso entusiastici consensi, ora tocca a Emma Dante. Per carità, il suo curriculum di professionista di teatro pare rispettabile, e da lei ci si aspetta molto. Tuttavia, quando sento parlare di valorizzazione e rilancio dell’Olimpico, mi vengono sempre in mente quegli imprenditori che prendono una spiaggia o una vallata alpina incontaminate e le riempiono di alberghi, centri turistici, parchi giochi, tutto col nobilissimo intento di valorizzarle. E a nessuno, proprio a nessuno, viene in mente che il miglior modo di valorizzarle, quella spiaggia e quella vallata, sarebbe di lasciarle come sono. Fuor di metafora. Qualcuno ricorda da chi e perché venne costruito l’Olimpico? L’Accademia Olimpica, illustre consesso di scienziati, artisti ed intellettuali, lo commissionò nel 1580 al suo illustrissimo membro, Andrea Palladio, per godere di un luogo privilegiato alla rappresentazione di testi classici. Lo impreziosì Vincenzo Scamozzi con le bellissime scene fisse, che rappresentano le sette vie della città di Tebe, dove si ambienta la tragedia che lo inaugurò nel 1585: l’Edipo Re di Sofocle.

Poche note che tutti conoscono, per dire dunque, appunto, che il destino dell’Olimpico è scritto nelle sue origini, e che nessuna ‘valorizzazione’ potrà essere più nobile di quella cui lo votarono i suoi ideatori e il suo grande Costruttore, genio rinascimentale, che volle far rinascere le strutture del teatro romano per destinarle alla riproposizione e rivitalizzazione del dramma classico.

Non c’è bisogno di innovatori, all’Olimpico, ma solo di qualcuno che ricordi questo passato, riservando quella struttura unicamente a rappresentazioni del teatro classico greco e romano, riproposte, queste ultime, senza alcuna “rilettura o innovazione”, come amerebbe il Vicesindaco, ma invece proprio nel rispetto rigoroso della loro ‘classica’ perfezione, quella con cui da secoli o da millenni esse parlano e insegnano al cuore e alla mente dell’Umanità. Lungi dall’essere ‘un palcoscenico mondiale per chiunque abbia voglia di confrontarsi con esso’, come dice Bulgarini d’Elci, esso è invece un luogo predestinato, cui è dovuto il rispetto che la sua storia gli conferisce.

Tutto il resto – nel male ma, vogliamo sperare, anche nel bene – riserviamolo al teatro nuovo. Ma il Teatro Olimpico, per favore, lasciatelo stare: va bene così com’è.

 

Pubblicato da: giulianolapostata | 30 dicembre 2013

Andrea Palladio: chi era costui?

Sembra dunque (lo scrive il periodico vicentino “La Piazza” a pag. 16 del numero del 21/11/13), che la famiglia dei Conti Valmarana, attualmente proprietaria della Villa La Rotonda, abbia deciso di mettere in vendita un terzo della proprietà della Villa, per la somma di € 1,7. La villa tutta intera, per la cronaca, costerebbe cinque milioni di Euro.

Sembra anche che il Comune di Vicenza non intenda avanzare alcun diritto di prelazione, rinunciando così ad entrare in possesso, ora di un terzo, ma magari in futuro – chissà – di tutta la villa.

Ma si dà il caso che questa non sia ‘una villa palladiana’, bensì ‘la’ villa palladiana per eccellenza, ed una delle epifanie del Bello sulla Terra, per cui sarebbe come se ad Atene qualcuno si vendesse il Partenone e la Municipalità non lo comprasse.

Aspettiamoci dunque, prima o poi, di vedere la Rotonda trasformata in un ristorante per cafoni, o nello show room di qualche scarparo di lusso.

Del resto, quale sia il concetto di cultura e di amore per la città espresso dal Sindaco Variati l’abbiamo già visto nel Teatro Nuovo, un incrocio tra una Casa del Fascio e una sede della Gioventù Italiana Littorio; o nel nuovo Tribunale, di volta in volta soprannominato Gotham City o il Palazzo di Darth Vader.

Tutto qua. La prossima volta, votatelo di nuovo.

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