Pubblicato da: giulianolapostata | 27 gennaio 2012

La mia Giornata della Memoria

Oggi ho tenuto spente radio e televisione, e non ho letto i giornali.

Sarò disposto a commemorare la Giornata della Memoria quando la comunità internazionale riconoscerà, e chiederà di commemorare nello stesso modo, la Nakba.

Nella Nakba – 15 maggio 1948 – si commemora il giorno in cui gli Ebrei, facendo strame del diritto internazionale, cacciarono il popolo Palestinese dalla sua terra, nella quale viveva da secoli. Al suo posto venne fondato lo Stato di Israele.

Nel febbraio del 2010, la Knesset, il parlamento israeliano, ha promulgato una legge che proibisce ai palestinesi ancora residenti nel suo territorio di manifestare pubblicamente lutto e dolore in quel giorno.

Non per razzismo, né per antisemitismo: infamie che ignoro e che mi sono estranee.

SOLO PER GIUSTIZIA.

 

Pubblicato da: giulianolapostata | 21 gennaio 2012

Multivisioni – Sabato 21 gennaio 2012

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

L. Wittgenstein

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Sabato 21 gennaio

Salvador (O. Stone, USA, 1986), 14.00, DT

Un giornalista fallito e disilluso capita nel Salvador, dove sperimenta di persona l’orrore della guerra civile e le criminali responsabilità USA nel sostegno ai regimi fascisti centroamericani. Uno dei migliori film di Stone, una storia bella, forte e dura, senza sconti e senza retorica, e una rara occasione per rivedere ed amare il folletto triste di John Belushi.

La città verrà distrutta all’alba (B. Eisner, USA/EAU, 2010), 23.05, Sky

Un aereo militare con una nuova e pericolosa variante della rabbia precipita vicino ad una cittadina inquinando le sorgenti dell’acqua potabile, e trasformando in breve tutta la popolazione in una banda di assassini spietati e feroci. Dopo una buona partenza, purtroppo quasi subito il film vira nel filone zombies-verdastri-e-con-le-pustole-affamati-di-carne-umana. Tra l’altro non si capisce perché la rabbia debba far venire le pustole e la pelle verde. L’ennesimo remake che non si doveva fare, considerando che l’originale era il cupo e disperato capolavoro di quel genio di G.A. Romero (1973). Praticamente invedibile.

Domenica 22 gennaio

Lontano dal paradiso (T. Haynes, USA, 2002), 18.40, DT

L’ipocrita, stupida e feroce perfezione della vita piccolo-borghese di Kathy si spezza quando il marito, dirigente d’industria e ‘uomo a posto’ le svela la propria omosessualità. Kathy non condanna, ma cerca amicizia e trova affinità elettiva col giardiniere di colore, un ‘delitto’, questo, se possibile ancor più inammissibile nella stolida società bianca di una cittadina del Connetticut degli anni Cinquanta. Il marito seguirà la sua strada, e Kathy rimarrà a metà, sospesa, indecisa e forse incapace di spezzare anche lei le barriere che la separano dal suo personale paradiso. Film di rara bellezza e raffinatezza, pudicamente ed elegantemente recitato, FFH è sì un melodramma, ma anche un piccolo gioiello, che non si risolve nella formalità, ma ci consente di meditare sulla nostra ‘autenticità’ e, non ultimo, ci induce a riflettere sui risvolti segreti del sogno americano. Il tutto servito da una fotografia davvero unica, e da uno studio dei colori incantevole. Assolutamente imperdibile.

Lunedì 23 gennaio

Dillinger è morto (M. Ferreri, Italia, 1969), 24.00, DT

Ennesimo gelido capolavoro di Ferreri sull’alienazione, rivoluzionario nel ’69, attualissimo ancor oggi. Il cinema di genio non passa mai di moda. Michel Piccoli, grandissimo come sempre, è un designer industriale, ormai svuotato di umanità, alieno e inutile come gli oggetti che disegna (e come il corpo del cuoco che verrà gettato a mare). In quella inutilità senz’anima egli compone e celebra la propria fine, con un’omicidio senza ‘giustificazione’ ed una fuga senza reale obiettivo. Assolutissimamente imperdibile, come tutti i film di Ferreri.

Fuga da Alcatraz (D. Siegel, USA, 1979), 23.15, Rete4

Del grande Don Siegel, questo film più volte visto ma sempre imperdibile su un gruppo di ergastolani che non si fanno spezzare dalla ferocia e dalla disumanità del carcere, riuscendo invece a progettare una fuga apparentemente impossibile. Eccezionale Clint Eastwood, del resto come sempre.

Buried (R. Cortés, Spagna, 2010), 21.15, DT

Paul Conroy è un contractor americano in Irak. Fa il camionista, trasporta rifornimenti, armi, non sa neppure lui bene cosa. Un giorno il suo convoglio viene attaccato, i suoi compagni uccisi, lui colpito da una sassata alla testa. Quando si risveglia è sotto terra, chiuso in una bara di legno. Ha un coltello, due luci chimiche, una pila, un accendino Zippo, un cellulare. Attraverso il telefono gli insorti irakeni che l’hanno catturato si fanno vivi. Deve cercare di procurare un riscatto di cinque milioni di dollari entro due ore, altrimenti verrà lasciato a morire lì. Paul comincia un’allucinante ricerca di aiuto e di contatto col mondo: la ditta che l’ha assunto, l’FBI, il Dipartimento di Stato, la vecchia madre malata di Alzheimer, la moglie. I minuti passano, mentre lui si sente sempre più isolato e trascurato, rotellina insignificante di una macchina infinitamente più grande di lui, inutile granellino di sabbia, come quella che sta filtrando attraverso le assi, e che poco a poco lo sta soffocando. Non ha molto tempo per trovare il modo di sopravvivere. Buried è un film apparentemente ‘geniale’, che invece si sgonfia subito, dopo pochi minuti, paradossalmente proprio a causa della ‘eccezionalità’ della situazione immaginata. Capiamo tutti immediatamente che due sono le soluzioni possibili: o un happy end, e la sua resurrezione, o un bad end, e la sua orribile morte. Si tratta solo di lasciar passare il tempo, e vedere quale delle due il regista abbia scelto. E il tempo passa, lentamente, con un occhio alla schermo, su cui non succede niente, ed uno all’orologio, sapendo che man mano che le lancette girano inevitabilmente vedremo il coup de théatre che finalmente venga a risolvere la situazione. Tutti i tentativi di trasformare Paul in un ‘simbolo’, quello dell’uomo qualunque vittima di un ingranaggio che lo schiaccia e lo ignora, si risolvono in frasi fatte – “Sono solo un uomo, sono venuto qui per lavorare, per aiutare la mia famiglia” – in un temino scontato e diligentemente svolto, ma noioso e banale. Buried è un film fallito per presunzione, quella di chi ha pensato che bastasse portare al limite una situazione per renderla eccezionale, dimenticando che spesso proprio la ricerca dell’insolito a tutti i costi può portare proprio al risultato opposto, quello dell’ovvio più scontato. Un esordiente che speriamo resti tale, se questa è la sua idea di cinema, un brutto film anzi peggio: un film desolantemente inutile.

Martedì 24 gennaio

Factotum (B. Hamer,Germania / Norvegia / USA, 2005), 00.40, DT

Molti conoscono Charles Bukowski (1920-1994), che nelle sue opere descrive, con linguaggio crudo ma efficace, la vita degli emarginati nelle grandi città americane. Da uno dei suoi romanzi è tratto questo bellissimo film. Il protagonista – chiaramente lo scrittore stesso, i cui romanzi e novelle costituiscono un’unica autobiografia – è uno scrittore che, per mantenersi, passa da un lavoro all’altro, perdendoli tutti, sia per la sua insofferenza ad ogni regola sia per la sua ‘passione’ per l’alcol e le donne. Tuttavia ciò non genera in lui alcuna reazione ribellistica, antisociale o distruttiva. Chinaski – così si chiama il personaggio – attraversa rifiuti e fallimenti con dolente sopportazione, quasi conscio che ‘così dev’essere’. Non c’è rabbia, in Chinaski, ma solo un’assoluta estraneità ad un mondo il cui ordine e le cui regole gli sono, non tanto nemiche, quanto semplicemente incomprensibili. C’è invece, in lui, l’immenso ed umile coraggio dei perdenti, di coloro che hanno ‘scelto’ una vita ai margini, e non se ne lamentano, ma anzi di quell’esistenza fanno un punto d’osservazione specialissimo ed esclusivo per cercare la verità. Non c’è una trama precisa, in questo film, come del resto non c’è nel romanzo da cui è tratto e in genere nelle opere di Bukowski. Vi sono solo momenti, giorni, sequenze di esistenza, una dietro l’altra, tutte apparentemente uguali, tutte nella sostanza diverse, perché da ognuna Chinaski ricava una scintilla di vita e di dolore, ma anche, a suo modo di felicità. Ogni tanto si ferma, per l’urgenza insopprimibile di tradurre su carta la sua vita, le vite e le storie che ha incontrato. Spedisce le sue pagine agli editori, ma poi riparte, senza nemmeno curarsi di verificare se siano state accettate o meno. Scrivere per lui non è tanto una professione, quanto, oserei dire, una missione: quella di testimoniare la straziante vitalità sua e del suo mondo. Hamer racconta questa esperienza con delicata tenerezza, ed intimo rispetto, inframmezzando quei brevi flash di vita con brani dalle opere di Bukowski stesso. Matt Dillon lo coadiuva in quest’opera con una recitazione al di sopra di qualsiasi lode, anticipando la grandissima prova che darà di lì a poco nello splendido Crash di Paul Haggis (2005). Sua degna compagna la bravissima Lily Taylor, donna allo sbando, che Chinaski incontra, prende, lascia, riprende per poi lasciare definitivamente. Non per disamore – che anzi li unisce un’affinità intima e fortissima – quanto per l’impossibilità di fermarsi, per il bisogno di andare e andare attraverso la vita. Film minimalista, ma, come accade spesso a questo genere di films – vedi il magico Bubble (Steven Soderbergh, 2005) – assolutamente essenziale, intimamente poetico, profondamente ‘vero’, Factotum è un capolavoro da riscoprire, dopo il suo troppo veloce passaggio nelle sale di qualche mese fa, ed è anche il primo film che, finalmente, renda giustizia all’arte di Bukowski, che dell’orribile Storie di ordinaria follia (Marco Ferreri, 1984) disse semplicemente: “Questo film buttatelo nel cesso”. Può essere anche un’occasione per riscoprire le opere di Bukowski, Virgilio alcolizzato nell’inferno dell’emarginazione e del rifiuto: l’unico, assieme ai grandissimi Jack Kerouac e Ferdinand Céline – i soli Santi laici della letteratura del Novecento – che abbia saputo cantarne la tragica bellezza.

Codice Swordfish (D. Sena, USA, 2001), 11.35, DT

Bell’action movie di argomento informatico (come arricchire grazie ad un bravissimo hacker), il cui punto di forza è un nudo integrale di Halle Berry: vale la pena solo per quello. John Travolta comunque sempre bravo nei ruoli di cattivo.

Hud il selvaggio (M. Ritt, USA, 1963), 21.00, DT

Assente da sempre dai palinsesti questo stupendo film che racconta la vicenda di Hud, cowboy arrogante, violento ed amorale, in contrapposizione al padre Homer, uomo ‘d’altri tempi’, impregnato di valori elementari ed essenziali, al giovane nipote Lonnie, diviso tra l’attrazione per l’integrità morale del nonno e il fascino dannato dello zio, ed alla governante Alma, assolutamente disincantata di fronte ai “bastardi dal cuore freddo” come Hud. ‘Grazie’ alla sua amoralità, quest’ultimo conquisterà i beni terreni, ma perderà definitivamente il cuore dei suoi simili. Splendido dramma shakespeariano, magnificamente interpretato e raccontato in un bianconero semplicemente prodigioso. Ebbe tre Oscar, e ne avrebbe meritati anche di più. Assolutissimamente imperdibile.

Mercoledì 25 gennaio

Lolita (S. Kubrick, GB, 1962), 23.45, Rete4

Sinceramente, non ho mai capito cosa renda questo film – oltretutto mortalmente noioso, banale e ‘borghese’ – una ‘opera d’arte’ e non un incitamento alla pedofilia. Identico discorso vale per il romanzo di V. Nabokov da cui è tratto, che anzi è ancor più ‘esplicito’ e malato.

Abandon (S. Gaghan, USA, 2002), 23.00, DT

Un’ambiziosa studentessa universitaria, che nell’infanzia era stata abbandonata dal padre, viene lasciata anche dal brillantissimo boy friend. Il quale però ricompare all’improvviso, occhieggiando dietro gli angoli, e lei chiede aiuto ad un seducente e dolcissimo poliziotto. Giallo noiosissimo, che solo negli ultimi cinque minuti – e molto disonestamente – svela il suo coté psicologico. Katie Holmes deve ringraziare tutti gli Dei dell’Olimpo che Tom Cruise se la sia tirata in casa, altrimenti non la farebbero recitare neanche nelle pubblicità dello sciroppo d’acero.

La morte ti fa bella (R. Zemeckis, USA, 1992), 23.15, DT

Ossessionate dal problema di rimanere belle, due amiche acquistano da una fattucchiera un filtro speciale, che garantisce l’immortalità. Ma il diavolo insegna a fare le pentole eccetera. Irriconoscibile lo Zemeckis brillante, frizzante e ironico di Ritorno al Futuro in questa storia banale e noiosa, che si regge solo per gli effetti speciali, allora mirabolanti, ma oggi francamente noiosi anche quelli. Goldie Hawn sarà anche oca ma è sempre un bel bocconcino; Meryl Streep è sempre eccitante (ed espressiva) come un igloo.

Custer eroe del West (R. Siodmak, USA, 1968), 16.35, Sky

Premesso che, come tutti sanno, amo il cinema americano ed anche la loro cultura, non ricordo più chi abbia scritto che solo il popolo americano è riuscito a trasformare il più grande genocidio della Storia in un’epopea: sarebbe come se i tedeschi facessero dei film sui lager con le SS buone ed eroiche e gli ebrei cattivi da sterminare. Che poi, addirittura nel ’68, si facesse un film in cui si eleva ad “eroe” un razzista assassino come Custer, è uno dei miracoli della sfacciataggine. Ma del resto, il pazzo assassino di Bush, non è forse andato in Irak ad “esportare la democrazia”?

Giovedì 26 gennaio

Basic instinct 2 (M. Caton-Jones, USA, 2006), 14.05, DT

Un film che batte ogni record: più volgare del primo, più stupido del primo, più noioso del primo. Questa volta la Stone (che dedica il film al suo chirurgo plastico: se quelle tette non sono rifatte io sono un trans) è una scrittrice di gialli che vive a Londra, dove scrive e chiava, chiava e scrive, chiava e chiava (se lo sapevo che andava così, facevo lo scrittore anch’io), mentre attorno a lei i morti si sprecano. Ma un fascinoso (?!) analista, travolta da insana passione per lei, cerca di sedurla. Come andrà a finire? Invedibile.

Exodus (O. Preminger, USA, 1960), 21.00, DT

La storia, abbondantemente romanzata ed insopportabilmente zuccherata, della nave Exodus, che nel 1947 trasportò da Cipro alla Palestina un carico di profughi ebrei. Trama in sintesi: ebrei buoni in cerca della Terra Promessa (ancora! Che palle!), Palestinesi selvaggi e cattivi. Ignobile pamphlet sionista, ennesima menzogna a nascondere la realtà storica, quella di un’etnia minoritaria, quella ebraica, che con la barbarie e la violenza derubò un popolo, quello Palestinese, della terra che occupava da secoli. Da allora, la Palestina attende ancora verità e giustizia (http://giulianolapostata.wordpress.com/2011/12/30/gilbert-sinoue-la-terra-dei-gelsomini-neri-pozza-editore-2011-traduzione-di-giuliano-cora/).

Venerdì 27 gennaio

Amen (Costa-Gavras, Francia, 2002), 21.00, DT

Uno dei migliori film di Costa-Gavras – per valore etico, rigore narrativo, concisione narrativa – tratto dal dramma Il Vicario di R. Hochut (1963), che per la prima volta demolì il ‘mito’ cattolico di Pio XII difensore degli Ebrei contro il nazismo, e che per questa ragione da allora è oggetto in Italia, nota enclave del Vaticano, di un feroce ostracismo. Assolutamente imperdibile, tanto più ora che una recente fiction televisiva (“Sotto il cielo di Roma”, 2010) ha tentato di riproporre quella menzogna (http://www.google.it/#sclient=psy-ab&hl=it&site=&source=hp&q=pio+XII+fiction+tv&psj=1&oq=pio+XII+fiction+tv&aq=f&aqi=&aql=&gs_sm=e&gs_upl=1812l6718l0l6953l18l16l0l3l3l4l1437l14031l6-1.12l13l0&bav=on.2,or.r_gc.r_pw.,cf.osb&fp=ea5e4f4cda89baa7&biw=800&bih=392).

Le avventure del Barone di Munchausen (T. Gilliam, GB/RFT, 1989), 21.15, DT

Splendido e dimenticato film di Gilliam, geniale come sempre e perfettamente a suo agio in questo genere di storie, che rende con incredibile senso del fantastico e del meraviglioso le avventure del celeberrimo Barone. Semplicemente prodigiosi gli effetti speciali: e allora la computer grafica non si sapeva nemmeno cosa fosse. Imperdibile.

 

 

Pubblicato da: giulianolapostata | 14 gennaio 2012

Anatole Le Braz, cantore delle radici del popolo bretone

Anatole Le Braz nacque a Saint-Servais, nel dipartimento delle Cotes-d’Armor, in Bretagna, nel 1859, dalla famiglia di un maestro elementare, e fece i suoi primi studi sotto la guida del padre seguendolo nei suoi vari spostamenti da una scuola all’altra della regione. Come per i suoi compagni di scuola, anche per lui il bretone fu lingua madre, e il francese lingua ‘straniera’, imparata a scuola. Ma soprattutto, in quell’ambiente mentale naturalmente portato al fantastico che è l’infanzia, coi suoi compagni egli condivise quel patrimonio di favole e leggende che tanta traccia avrebbero lasciato in lui e che avrebbero poi segnato in modo esclusivo la sua vita e i suoi studi. Divenuto professore di filosofia al Collège di Etampes, e poi di lettere al liceo di Quimper, Le Braz cominciò presto a pubblicare le sue raccolte di testi, che egli andava raccogliendo dalla viva voce di contadini, pastori e marinai, che egli ebbe a definire “les plus gentils hommes de notre race”. Professore di Lettere all’Università di Rennes dal 1901 al 1924, Anatole Le Braz continuò per tutta la vita il suo lavoro di raccolta e sistemazione delle tradizioni bretoni, compiuto con un amore ed un rispetto che tuttora commuovono, e che gli assegnano un posto d’onore accanto ai grandi folkloristi europei, come i Fratelli Grimm, Karl Felix Wolff ed altri. Morì a Mentone, dove si era trasferito nei suoi ultimi anni, nel 1926.

Di tutte le opere di Le Braz, la più famosa è probabilmente La légende de la mort chez le bretons armoricains”, pubblicata intorno al 1920 (in lingua bretone l’Armor è la costa, da cui l’appellativo di Penisola Armoricana con cui viene a volte chiamata la Bretagna). In quest’opera vastissima (circa quattrocento pagine) egli raccoglie, dividendoli per temi, innumerevoli usi e costumi dei bretoni della costa riguardanti l’Aldilà. Due osservazioni, almeno, meritano di essere fatte a proposito di questa bellissima raccolta. La prima riguarda il concetto di ‘superstizione’, perché infatti, secondo il punto di vista moderno, illuminista, razionalista, quelle raccolte da Le Braz altro non sono che, appunto, superstizioni, nel senso più deteriore del termine, e senza dubbio v’è chi si rallegra che i Lumi del Progresso e della Mondializzazione le abbiano quasi completamente sradicate anche dalle lande bretoni. E tuttavia, mai come qui si comprende il vero significato del termine ‘superstizione’: ‘superstizione’ è quod superest, ‘ciò che resta, ciò che rimane’ dell’antica cultura celtica della Bretagna, dei suoi Dèi, di quel suo passato favoloso che la cristianizzazione ha solo travestito, ma non è riuscita a cancellare. E allora, lungi dall’essere inutili frammenti di tempi barbari, queste storie diventano flebili voci che la Bretagna favolosa e pagana ancora manda al nostro presente, e noi ci chiniamo su di esse con rispetto e commozione. L’altra osservazione riguarda l’atteggiamento con cui Le Braz presenta il suo materiale: che è senz’altro quello dell’etnologo attento e sistematico – dello scienziato, appunto – ma è sempre anche, al contempo, quello del devoto e nostalgico cantore della propria terra e del proprio passato. Questi due atteggiamenti non saranno mai disgiunti, nella sua opera, e ne costituiscono uno dei principali elementi di fascino.

Le  restanti opere di Le Braz possono essere suddivise, grosso modo, in due gruppi. Uno è quello delle opere di tipo, diciamo così, strettamente etnologico, ovverosia quelle in cui egli raccoglie, sistema e collaziona, si può dire, materiali orali della tradizione popolare; in questo tipo, il suo intervento è ridotto al minimo, quando non è addirittura assente, limitandosi a null’altro, molto spesso, che alla pura e semplice trascrizione dei testi e delle testimonianze. Si tratta di opere solo apparentemente aride e noiose, ma che invece possiedono pienamente – come sa chiunque pratichi l’antropologia, sia pure da semplice ‘dilettante’, com’è il mio caso – un intenso profumo di realtà ed una grande potenza emozionale. Potremmo invece definire l’altro gruppo di opere quello più strettamente letterario. Qui l’intervento di Le Braz è patente e forte. Si tratta quasi sempre di riscritture, resoconti, rielaborazioni di materiali peraltro sempre originali, ai quali egli conferisce la struttura e la dimensione del racconto. Il mio amore per Le Braz è nato proprio da questo tipo di testi, perché qui sì, veramente, balza dalla pagina il Le Braz vero, autentico, il cantore appassionato della sua terra e della sua gente, il bardo, che canta e rimpiange un mondo che è stato e che ormai non è quasi più, e di cui egli raccoglie e custodisce con amore e devozione le ultime scintille. Qui, ancora, si svela, dopo il Le Braz scienziato, lo scrittore, ed è allora uno scrittore che io non esito a definire uno dei maggiori dell’Ottocento francese, dalla potenza descrittiva eccezionale, quale di rado ci è accaduto di incontrare.

Quando e perché, Le Braz è un grande scrittore? Lo è, prima di tutto, quando descrive la sua terra. Più che l’espressione ‘grande scrittore’, potrei usare quella di ‘grande descrittore’. Ma attenzione, però: le sue non sono mai descrizioni fine a se stesse, oggettive, da guida turistica; e neppure vuotamente estetizzanti. Il suo è tutt’altro che un semplice ‘descrivere’ la natura: egli la ‘celebra’. Quando descrive un bosco, una brughiera, il mare, Le Braz si trasfigura: da semplice osservatore e traspositore di immagini e di sensazioni, egli diventa, come ho detto, un bardo, vorrei dire un druido, che, lungi dal limitarsi a riportare colori e figure, canta la magia animata ed animistica della natura, e ne celebra paganamente il culto. A questo registro rispondono, sempre, tutte le sue pagine di descrizione, e di tale registro egli pare essere, qualche volta addirittura cosciente. Pagine che fanno davvero pensare che la cristianizzazione sia stata, per lo spirito bretone, poco più che una vernice. Una splendida vernice, senz’altro, che si è meravigliosamente amalgamata col sostrato generando nuove, complesse e magiche figure; ma comunque una vernice, che di quel sostrato non ha potuto minimamente alterare l’anima originaria, precristiana e preromana: quell’anima celtica che popolava di spiriti ogni pianta ed ogni fonte. E non solo Le Braz è grande e particolare descrittore, ma anche grande narratore. Eccezionale è, infatti, la sua capacità di ‘costruire’ la storia, di dosarne gli elementi e di legarli tra loro fino a creare macchine narrative perfette, che prendono, rapiscono e soddisfano, non solo il cuore, ma anche la mente.

La prima, e per ora unica, traduzione del corpus narrativo di Anatole Le Braz apparsa in italiano è un’antologia da me tradotta e curata per l’Editore Neri Pozza nel marzo del 2000, dal titolo “Il bastardo del Re”. Nel 2003 l’Editore Sellerio ha pubblicato un’antologia di suoi materiali più strettamente antropologici.

Pubblicato da: giulianolapostata | 14 gennaio 2012

Multivisioni – Sabato 14 gennaio 2012

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

L. Wittgenstein

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Sabato 14 gennaio

Mars attacks! (T. Burton, USA, 1996), 21.15, DT

Ad un genio come Tim Burton si può perdonare tutto, e quindi passiamogli anche questa scemenza, anche se, a dire il vero, la lista delle sue ciofeche è pericolosamente lunga: il pessimo remake del Pianeta delle scimmie (2001), Sweeney Todd (2007), Alice (2010) … Mah, vedremo come andrà a finire. Qui c’è un’orda di marzianini brutti e cattivi che invade la terra. I politici si tormentano inutilmente per decidere come combatterli, ma sarà una vecchia nonna a trovare l’arma finale. Ispirato ai personaggi di una serie di figurine popolare in America e sconosciuta da noi, profonde a piene mani un’ironia che lascia quasi del tutto indifferenti, forse proprio per l’eccessiva ‘distanza’ culturale. Da dimenticare.

In the electric mist (B. Tavernier, USA/Francia, 2008), 22.40, Sky

Sono così tanti i film ambientati in tutto o in parte in Louisiana che ci mancherebbe lo spazio anche solo per un elenco sommario. Possiamo citarne solo qualcuno, a cominciare dal magnifico Un tram che si chiama desiderio (E. Kazan, USA, 1951), proseguendo con Angel heart, il capolavoro di A. Parker (USA, 1987) e col bellissimo Il cattivo tenente (W. Herzog, USA, 2009), senza dimenticare il delicato e poetico A love song for Bobby Long (S. Gabel, USA, 2004) o il grande poema libertario Easy rider (D. Hopper, USA, 1969) Tutti risentono del fascino e del ‘clima’ particolare di questa terra ambigua, in cui la natura stessa non è mai esattamente una cosa o l’altra e terra e mare si confondono, in cui la cultura francese ed anglosassone convivono e si compenetrano senza mescolarsi, a fianco di quella degli ex schiavi neri, con la sua magia voodoo, e di quella amerindia (gli indiani Seminole, attori nell’Ottocento di feroci guerre coi bianchi, sono l’unica tribù che non abbia mai firmato un trattato di pace col Governo americano). Sarebbe stato bello che Tavernier, prima di girare questo film, se li fosse almeno rivisti, così ci avrebbe risparmiato un film brutto e noioso come questo, che sfigura pesantemente in una filmografia che pure vanta titoli di qualità (per nominarne uno solo, Che la festa cominci – Francia, 1975 – grande affresco etico-storico sull’Ancien Régime, prima della catastrofe rivoluzionaria). Già è difficile districarsi nella storia, e forse non è un caso che ad adattare per lo schermo il romanzo In The Electric Mist with Confederate Dead (1999), del texano James Lee Burke, siano stati Jerzy Kromolowski e Mary Olson, coautori del pesantissimo La promessa (S. Penn, USA, 2001). A New Iberia, in Louisiana appunto, il detective Dave Robicheaux sta indagando sulla morte di una giovane prostituta, barbaramente seviziata e poi uccisa. Ma i sentieri di Robicheaux si biforcano subito e più volte, quando nell’indagine entrano il cadavere di un ‘negro’ ammazzato dai bianchi quarant’anni prima (ed alla cui morte il detective ha assistito da bambino), un attore alcolizzato che sta girando un film sulla guerra di Secessione, il finanziatore del film, un boss corrotto e maniaco sessuale legato alla criminalità locale e un altro cadavere straziato di un’altra giovane donna: A ciò si aggiunge il passato da alcolista di Dave e gli incubi che ancora lo tormentano: il fantasma del Generale Confederato John Bell Hood, che gli appare guidandolo nella sua ricerca. Tanta, troppa carne al fuoco, ma la cucina è indigesta e pesante. Il film procede faticosamente e senza un’autentica ‘necessità’ narrativa: va così, ma potrebbe andare colà e ancora colà. Si aspetta imbarazzati una conclusione che non arriva mai, e che quando arriva è confusa e imprecisa come tutto il resto della pellicola. Né valgono a chiarirci le idee – anzi, spesso che le confondono ancor di più – i vari sproloqui pseudofilosofici, pseudomoralistici, pseudoletterari, che la voce narrante dello stesso Robicheaux o il Generale Hood spesso ci ammanniscono. Anche la Louisiana par essere lì per caso. Potremmo essere da un’altra parte, e nessuno se ne accorgerebbe, ed anche i richiami alle devastazioni dell’uragano Katrina appaiono falsi, calati dall’alto, quasi ‘indicazioni di lettura’ estranee alla vicenda. Un ‘estraneo’ è anche Tommy Lee Jones, altrove grande e sensibile attore: troppo ‘buono’, troppo tormentato, troppo di tutto. Attorno a lui, un cast di nullità, che si dimenticano un minuto dopo aver spento il lettore DVD. Francamente, un film inutile.

Starship troopers (P. Verhoeven, USA, 1997), 21.00, Sky

Mentre la Terra è dominata da una dittatura militarista e fascista, che concede lo status di Cittadino solo a chi abbia effettuato il servizio militare, viene attaccata da una specie aliena di mostruosi insetti pensanti, e la ‘meglio gioventù’ si arruola per difendere i Valori. Un film, paradossalmente, da far vedere a scuola come perfetta lezione di antifascismo, tanto limpidamente sono in esso disegnati gli stereotipi culturali del fascismo: maschilismo, razzismo, disprezzo e demonizzazione del nemico, esaltazione della forza, militarismo. Troppo perfetto, appunto, perché non fosse questa l’intenzione del regista. Assolutissimamente imperdibile.

Domenica 15 gennaio

Mary Reilly (S. Frears, USA, 1996), 23.45, Rete4

Ennesima versione dello Strano caso del Dottor Jekyll e del Signor Hyde (1886) di R.L. Stevenson, forse non un ‘capolavoro’ nel senso strettamente letterario del termine, ma certamente uno dei grandi libri dell’umanità, per la sconvolgente e conturbante trattazione del tema pascaliano dell’uomo Angelo e Bestia. Qui, con un’idea ed uno spostamento in teoria davvero originali, la vicenda viene raccontata dal punto di vista di Mary, la cameriera del Dottor Jekyll, ma il risultato è, purtroppo, una grossa delusione. Una bellissima confezione senza niente dentro, una splendida scatola vuota. Eppure tutto era perfetto. L’ambientazione, davvero elegante e raffinata. I volti e le ‘situazioni’ dei domestici. La recitazione del grandissimo John Malkovic. Perfino Julia Roberts, la rana-dalla-bocca-larga, questa volta è incredibilmente riuscita a recitare, facendo qualcos’altro oltre al solito sbattere gli occhioni e sorridere a sessantaquattro denti. Tutto bello, ma dentro non c’è niente. Nessun approfondimento del mito del doppio, nessuna nuova ‘risposta’ all’eterno dilemma del bene e del male, nessuno spunto di riflessione, niente di niente. Un puro e semplice esercizio calligrafico. Per cui, anche quella bottina finale di effetti speciali (già visti: L’avvocato del diavolo), col ‘mostro’ che tenta di uscire dal corpo, è davvero un inutile sfoggio di bravura. Senza contare l’assurdo grottesco della cameriera, appena uscita dai bassifondi, che di punto in bianco si mette a filosofare col padrone (“Io non credo che esistano azioni senza conseguenze”). Una vera occasione sprecata.

The Body (J. McCord, USA/Israele, 2001), 21.00, DT

Cazzatina fantascientifico-religiosa costruita sulla scoperta, in uno scavo archeologico a Gerusalemme di un corpo che potrebbe essere quello di Gesù: un’archeologa israeliana ed un emissario del Vaticano si battono per confermare ciascuno la propria ‘verità’. Sarebbe da ignorare, se non fosse da segnalare per la stupida e veramente fuori luogo propaganda antipalestinese che lo ispira. Cosa aspettarsi, del resto, da una coproduzione Padrone/Servo?

Firewall (R. Loncraine, USA, 2006), 17.45, DT

L’esperto informatico di una banca ha messo a punto un firewall assolutamente invincibile, ma una banda di delinquenti prende in ostaggio la sua famiglia e minaccia di ucciderla se lui non li aiuterà a penetrare il sistema. Loffio e ‘già visto’ cento volte nella prima parte, diventa semplicemente ridicolo nella seconda, quando il buon Harrison Ford si trasforma in una specie di supereroe che ammazza tutti e salva la sua famigliola. Potete perdervelo tranquillamente.

Lunedì 16 gennaio

Il mondo dei replicanti (J. Mostow, USA, 2009), 21.05, Rai3

Terminator, Io robot, Minority report, Blade Runner, Il sesto giorno, Il mondo dei robot … Sono molti i padri di questo ultimo prodotto della SF americana, ma la ricerca degli ascendenti e delle citazioni non deve farci perdere di vista l’essenziale, e cioè che si tratta comunque di un ottimo film, sia dal punto di vista delle idee che da quello cinematografico puro e semplice. Il che non è poco: per le idee, che nel cinema ultimamente la titano spesso, e per l’aspetto tecnico, di fronte ad un cinema che, appunto a corto di ispirazione, sembra ora aspettarsi ogni miracolo ed ogni salvezza dal 3D. Ma riparleremo di questo dopo l’imminente Avatar, di J. Cameron. Qui siamo in una storia che è, prima di tutto, ‘semplice’, a partire dalla struttura narrativa: una sceneggiatura cronologicamente lineare, che coniuga benissimo il thriller con una storia della più pura ed ‘ovvia’ fantascienza. Nel 2054 la scienza ha prodotto i ‘Surrogates’ (questo è anche il titolo originale del film): androidi perfettamente antropomorfi collegati on line col loro ‘originale’ umano. Essi vivono al suo posto, mentre lui riposa quasi fetalmente in una poltrona. Possono fare qualsiasi cosa, correre qualsiasi rischio, immuni come sono da qualunque pericolo: e se si rompono, si comprano nuovi. Poco per volta, le strade si riempiono di robots, che vivono, lavorano, si divertono, mentre le loro ‘anime’ umane, ormai terrorizzate dal contatto con l’esterno ed incapaci di qualsiasi relazione reale, se ne stanno chiuse in casa, al buio. Tutto il mondo appartiene alle macchine, eccetto poche zone di ‘antimodernisti’ ed antitecnologici guidati dal Profeta, che ha istituito delle riserve ‘robots free’: ma la loro sembra una lotta senza speranza, e la VSI (Virtual Self Industries) sembra dominare ogni cosa. Un giorno però accade una cosa inaudita: alcuni robots vengono distrutti con un’arma nuova e sconosciuta, ma assieme a loro muore anche l’umano che in quel momento era collegato e che li controllava. Il pericolo di una simile eventualità è evidente e gravissimo, e delle indagini viene incaricato l’agente Greer, il cui rapporto coi surrogates è estremamente conflittuale. La verità che scoprirà sarà davvero sconvolgente, e lo porrà di fronte ad una decisione profondamente drammatica e – e non per modo di dire – epocale. Tutto chiaro, avvincente, diretto. Altrettanto chiaro è lo stile del film, che rifiuta quasi integralmente l’overdose di effetti speciali che sembra caratterizzare la SF più recente (cosa ancor più lodevole da parte di Mostow, autore del fracassone Terminator III°, 2003), usandoli il meno possibile e affidandosi invece alla ‘semplicità’ delle immagini, con una fotografia che spesso ricorda grandi classici di serie B del passato: L’ultima spiaggia (S. Kramer, 1959), La fine del mondo (R. MacDougall, 1959) eccetera. Ancora una volta, l’ennesima, è la fantascienza a parlarci quasi senza mediazioni di noi. Qui in campo c’è, questa volta, la nostra ‘paura’, quella che da qualche tempo ci intossica tutti: paura dell’estraneo, e poi del ‘diverso’, e poi di chi ha la pelle di un altro colore, e poi – o prima di tutto – di noi stessi, delle nostre emozioni. Oggi ce ne difendiamo cancellando noi stessi con alcol e droghe, e cancellando gli altri nei ghetti. In Surrogates la difesa consiste addirittura nel far vivere delle macchine al posto nostro, e non si sa cosa sia peggio. Riusciremo mai a “vivere in prima persona”?

Vatel (R. Joffé, Francia/GB, 2000), 15.30, DT

Nella primavera del 1671, Luigi XIV annuncia al Principe di Condé una visita di tre giorni. Trattandosi di ‘un’offerta che non si può rifiutare’, il Principe, pur sovraccarico di debiti, chiede a Vatel, il suo maestro di cerimonie, di organizzargli tre giorni fantasmagorici, tra giochi, feste e pranzi memorabili. A prezzo della propria consunzione, Vatel riesce nell’impresa, ma la sua dedizione non viene assolutamente riconosciuta da una corte cinica e crudele, di cui egli stesso finirà vittima. Capolavoro di ricostruzione storica e di indagine morale, tragico e fastoso, eroico e romantico, non si capisce come questa meraviglia sia uscita dalle mani di un regista che, a parte Mission (1986), è da seppellire sotto un pietoso silenzio. Grandissimo Depardieu e magnifica la Thurman. Assolutissimamente imperdibile: poi, per completare il ‘panorama’, correte a rivedervi il meraviglioso Marie Antoinette di Sofia Coppola e il coltissimo Il mondo nuovo di Ettore Scola.

Brivido caldo (L. Kasdan, USA, 1981), 09.10, DT

La ricca ed annoiata moglie di un uomo d’affari complotta col suo amante per far fuori il marito, ma per il bel gigolò (un’occasione per le fanciulle di lustrarsi gli occhi con W. Hurt: altro che George ‘Pescelesso’ Clooney!) le cose non finiranno benissimo. Uno splendido noir, amaro e ardente, con l’esordio (per i maschietti, stavolta!) di K. Turner, mai più così sensuale. Imperdibile.

Martedì 17 gennaio

Debito di sangue (C. Eastwood, USA, 2002), 19.20, DT

Sgangheratissima sceneggiatura sui drammi esistenziali di un poliziotto bianco che, in un trapianto cardiaco, riceve il cuore di una ragazza messicana. Una storia banale e melensa, condita da un’insopportabile retorica antirazzista. Come ho scritto altrove, certe volte Clint Eastwood dà l’impressione di essere stato assunto a ore da qualche organizzazione per I diritti civili: ‘Facci un film su qualche grande e nobile causa’, e lui esegue. A questo ‘filone’ si devono alcuni tra i peggiori film della sua carriera: per esempio questo e Fino a prova contraria (1999), para-thrilling sentimentaloide sulla pena di morte. Lasciate perdere.

Mercoledì 18 gennaio

Philadelphia (J. Demme, USA, 1993), 21.10, DT

Un giovane e brillante avvocato di Philadelphia viene improvvisamente licenziato in base a generiche motivazioni di inefficienza. In realtà, lo studio ha saputo che non solo è gay, ma anche sieropositivo, e vuole liberarsene come se fosse un appestato. Lui cerca giustizia, ed affida la sua causa ad un abile avvocato, che però è omofobo. Raro passaggio in tv di questo bellissimo e coraggioso esempio di cinema civile, questa volta indirizzato a combattere i pregiudizi mentali, culturali e sociali che tuttora moltissimi ancora nutrono contro i malati di AIDS. Pregevolissima l’interpretazione di un giovane Tom Hanks. Da vedere.

Giovedì 19 gennaio

Figli-Hijos (M. Bechis, Italia, 2001), 19.35, DT

Non l’ho visto (riporto la recensione del Dizionario Morandini), ma lo segnalo in onore di Marco Bechis, autore del bellissimo “La terra degli uomini rossi”, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia del 2008, dove, incredibilmente, non ha vinto nessun premio.

“Figlia di una desaparecida del 1977, l’argentina Rosa cerca un fratello gemello, adottato da uno degli assassini in divisa, e lo trova in Javier a Milano nel 2000. Nato da un’inchiesta tra alcuni dei settantadue hijos di desaparecidos (su circa 500) identificati con sicurezza, l’opus n. 3 dell’italo-cileno M. Bechis è complementare e diverso da Garage Olimpo, film sul passato. Si rievoca la stessa vergogna – di essere argentini, di essere umani – le radici del dolore e il rimosso con la sensibilità e, forse, con la speranza del presente. Scritto, come gli altri due, con l’italo-polacca Lara Fremder, conferma la capacità del regista di raccontare per immagini e di non separare il linguaggio dal discorso politico. Qualche vuoto nella 1ª parte, dovuto all’eccessiva fiducia nel fare a meno dello scavo psicologico”.

Notte prima degli esami (F. Brizzi, Italia, 2006), 21.10, Sky

E’ l’ultimo giorno di scuola, e sapendo che non rivedrà più i suoi insegnanti – lo aspetta la Maturità – Luca vuole togliersi un rospo dallo stomaco: va dal suo professore di italiano, soprannominato La Carogna, e gli vomita addosso tutto l’odio e il disprezzo che ha accumulato contro di lui per tre anni. Ma non sa una cosa: che proprio lui, all’ultimo momento, è stato nominato commissario interno all’esame, e quando lo scopre capisce di non avere futuro. Per consolarlo, gli amici lo portano ad una festa, e là Luca ha una visione: Claudia, la “donna della sua vita”. Ma non sa chi è, e inoltre l’ha vista insieme ad un burino alto il doppio di lui, e pieno di muscoli. Nella ricerca di questa fantomatica creatura, e nel tentativo di trovare una soluzione alla sua mostruosa gaffe, si consumano i giorni e le notti che separano Luca dall’esame. Ben lungi dall’essere l’ennesimo teenager-movie, sporcaccioncello  e volgarotto, NPE è un film delizioso, una commedia garbata, intelligente, discreta, piena di buon gusto e di spirito, e, tra l’altro, divertentissima. Dal micidiale colloquio iniziale con La Carogna all’ultima inquadratura, le avventure di Luca e dei suoi amici si susseguono attraverso un fuoco di fila di battute esilaranti e di situazioni comicissime, senza tuttavia che mai una sola volta si scada nella volgarità postribolare che è oggi la cifra e l’unico contenuto della commedia italiana (Boldi, De Sica e i Vanzina dovrebbero guardarselo non stop, per ventiquattr’ore filate). Fausto Brizzi – un signor nessuno dal luminoso avvenire, almeno a giudicare da questo esordio – è evidentemente un uomo di buone letture, perché raramente si è vista una sceneggiatura così squisitamente teatrale, dalla commedia degli equivoci di Feydeau al bellissimo Casa a due porte non puoi sorvegliare, di Calderon de la Barca, cui moltissime situazioni sono ‘sfacciatamente’ ma intelligentemente ispirate. In questo suo primo lavoro è stato coadiuvato da un cast davvero di qualità. Prima di tutto, ottimi i ragazzi del gruppo, impegnati solo a recitare, cioè a fare il loro lavoro, non a mettersi in mostra. Ma gli elogi maggiori vanno ai due principali interpreti adulti. Prima di tutto, è ovvio, Giorgio Faletti, semplicemente strepitoso nel dar vita ad una ‘carogna’ che però ha dentro di sé un animo e una storia, con una recitazione efficacissima, ma sempre misurata e sotto le righe, senza cedere una sola volta al tentativo di far riemergere, magari solo con un guizzo, i suoi vecchi (e peraltro pregevolissimi!) personaggi di cabaret, con cui si fece un nome a Drive In. In secondo luogo, elegantissimo, sensibile e bravissimo, ai limiti della commozione, Riccardo Miniggio, nella piccola parte del fidanzato della nonna, ad ennesima dimostrazione della sacrosanta legge per cui non esistono cattivi attori, o ruoli ‘minori’, ma solo cattivi registi. Lo aspettiamo alle prossime prove, ma certo qui cattivo regista Brizzi non è stato. Ci lascia con un altro tocco di professionalità, evitando un terrificante e stucchevole happy end che avrebbe rovinato tutto e con dei simpaticissimi titoli di coda affettuosamente ispirati ad Animal House, dopo un film che ricorderemo a lungo con vero piacere.

S1m0ne (A. Niccol, USA, 2002), 15.35, Sky

Stanco delle bizze delle dive in carne ed ossa, un regista, grazie ad un prodigioso software, ne crea una virtuale, grazie alla quale i suoi film raggiungono un successo strepitoso. Il pubblico, ed anche lui, impazziscono per questa creatura, che pare incarnare l’eterno femminino. Quando si rende conto di essere divenuto schiavo di un’illusione cerca di liberarsene, ma si accorge che non è più possibile.  Poco più di un’ombra è rimasta, in questo film della magia del sublime Gattaca (1997), film d’esordio di Niccol, che non ha più ripetuto quel miracolo di poesia e filosofia. S1mOne è un film piacevole e intelligente, certo, ma che lascia con un’acuta sensazione di non approfondito, di superficiale, di approssimativo, e che fondamentalmente si regge sulla performance di un Al Pacino semplicemente prodigioso (ma quando non lo è?). Comunque da vedere, assolutamente (così capirete anche lo stranissimo titolo …).

Venerdì 20 gennaio

L’impero dei lupi (C. Nahon, Francia, 2005), 21.10, DT

Se leggendo il titolo avete pensato a lupi mannari e orrori simili, magari, ma disingannatevi. Qui si parla dei Lupi Grigi, la celebre organizzazione turca di estrema destra, questa volta impegnata a Parigi in una storia complicatissima fatta di traffico di eroina, traffico di immigrate, esperimenti pseudoscientifici sul ricondizionamento mentale, vendette personali e chi più ne ha più ne metta. Un papocchio quasi invedibile, nel quale non si capisce perché si sia fatto coinvolgere, nella caricatura di se stesso, un attore fine e intelligente come Jean Reno, peraltro non nuovo a ‘complicità’ in solenni boiate (vedi il remake di Rollerball).

 

 

Uno degli errori – o meglio una delle omissioni – più frequenti quando si parla delle culture amerindie (spero non sia necessario precisare che quando uso termini come ‘primitivi’, ‘tribale’, ‘magico’ ecc. non lo faccio mai in un’accezione positivistica; essi saranno sempre intesi in senso puramente antropologico-storico, per identificare determinate culture e distinguerle dalle nostre, mai per confrontarle con le nostre in termini di ‘valore’: certi esercizi di eurocentrismo etno-razzista li lascio ad altri) è quello di guardare alla loro religiosità ed alla loro spiritualità come qualcosa di assolutamente diverso da tutto quanto si sia visto prima, qualcosa di ‘staccato’ dal mondo, di – paradossalmente – del tutto ‘nuovo’. Ciò può indurre un pericolo, e cioè quello di sviluppare nei loro confronti un interesse di tipo ‘esotico’, alla new-age, che rimane affascinato da ciò che è ‘strano’ e diverso, ma non sa e/o non può penetrare al di sotto dell’impressione superficiale per cogliere e stabilire nessi. Dobbiamo invece ricordare che il pensiero magico-animista non è stato e non è affatto una prerogativa esclusivamente delle culture amerindie, ma è stato comune a tutta l’umanità in determinate fasi della sua storia. Dobbiamo ricordare – sempre con buona pace di un certo fanatismo positivista – che non esistono organizzazioni del pensiero ‘migliori’ ed altre ‘peggiori’, alcune ‘primitive’ (appunto!) ed altre ‘moderne’: si tratta semplicemente di ‘punti di vista’ differenti nei confronti della realtà, ognuno con sue proprie caratteristiche. Dobbiamo pure ricordare – finalmente – che anche noi eurasiatici eravamo così – ebbene sì – e che ci sono voluti secoli, millenni di ‘omologazione’ (prima quella dell’imperialismo romano, poi quella cristiana, poi quella tecnologico-industriale e per finire quella ‘progressista’) per ridurci a quella condizione di morti viventi nella quale ci troviamo oggi. Avrei anche potuto intitolare questa breve nota “Come eravamo”, titolo certamente ‘banale’, ma almeno semplice e chiaro, e ciò con lo scopo di far intendere che gli Amerindi sono veramente nostri ‘fratelli’, in quanto portatori di una cultura che è stata anche nostra, e che dunque, nel fondo delle nostre emozioni e della nostra mente, non ci è né estranea né troppo lontana. Queste riflessioni mi sono state suggerite dalla rilettura di un romanzo di Morgan Llywelyn, autrice di narrativa storica di ambientazione celtica pubblicato, ormai parecchi anni fa dall’Editrice Nord: Il potere dei druidi. Si tratta di una biografia romanzata di Vercingetorige, il principe Gallo della tribù degli Arverni, che, dopo esser incredibilmente riuscito ad unire in un’unica confederazione le tribù della Gallia – prima tutte ostili tra loro – oppose l’ultima ed eroica resistenza alla conquista di Giulio Cesare nell’assedio e nella battaglia di Alesia, nel 52 d.C. Sconfitto, Vercingetorige fu portato a Roma come preda di guerra ed esposto al ludibrio della plebe; la confederazione, che egli aveva riunito grazie soprattutto al suo prestigio personale e che durante la guerra aveva pagato un altissimo tributo di sangue, si dissolse, e la Gallia venne definitivamente romanizzata, sia culturalmente che economicamente. Può darsi che, in senso stretto, il valore ‘letterario’ del libro non sia eccelso, ma si tratta comunque di una lettura affascinante ed avvincente, per due ragioni. La prima è la coincidenza impressionante (voluta?) tra la descrizione che viene fatta degli effetti negativi e deleteri dell’infiltrazione della ‘cultura’ romana in Gallia (introduzione della schiavitù, abbandono dell’economia fondata sul baratto in favore di quella monetaria, introduzione di beni di consumo nuovi ed inutili e creazione di bisogni indotti, abbandono e spregio delle vecchie tradizioni tribali, corruzione morale ecc.) e tutto quanto noi sappiamo essere accaduto di analogo in occasione della penetrazione della ‘cultura’ americana, non solo presso gli Indiani del Nord America, ma ovunque essa si sia prepotentemente insediata, al prezzo sempre di etnocidi e, quando è stato necessario, di nuovi genocidi. Non c’è di che stupirsi, si potrà obiettare: lo si sa, che l’imperialismo è sempre costituzionalmente lo stesso, anche se storicamente assume forme diverse. E’ vero; tuttavia è impressionante il numero delle volte in cui, leggendo ‘Romani’, verrebbe voglia di correggere in ‘Americani’, e di quelle in cui, dietro a questi ‘barbari’ che combattono per non essere annientati fisicamente e culturalmente (questo popolo allegro ed orgoglioso, di cui un personaggio, rammentando il passato, dice: “Noi eravamo un popolo che cantava”; la cui formula di saluto era: “Ti saluto come una persona libera”), vediamo altri ‘selvaggi’, liberi e felici, anch’essi sterminati e negati da un conquistatore portatore di ‘progresso’ e di ‘civiltà’. La seconda ragione è l’estrema somiglianza tra la religione druidica così come viene raccontata (il co-protagonista è un druido, coetaneo ed amico di Vercingetorige, che lo aiuta e lo guida nella sua battaglia) e la spiritualità indiana, come l’abbiamo conosciuta da innumerevoli testimonianze. Per entrambe le culture, la natura non è un ‘altro’ da noi: invece, tutto – esseri umani, animali, piante, pietre ecc. – tutto è sacro, ed espressione del Sacro: come tale va onorato, con riconoscenza e rispetto. Ma diamo voce direttamente a Morgan Llywelyn: “La Fonte di ogni essere è la singola e singolare forza della creazione e tuttavia ha molti volti: montagne, foreste e fiumi, uccelli, orsi e cinghiali; ognuna di queste cose rivela un diverso umore del Creatore, un suo diverso aspetto, quindi ciascuna è un simbolo dell’unica Fonte”. E ancora: “Ogni entità deve essere libera di essere se stessa. Il Sole è chiamato il Fuoco della Creazione ed è il più potente fra i simboli, perché senza la luce non c’è la vita, che è al tempo stesso Creatore e Creazione, la chiusura del sacro Cerchio. Per questa ragione noi Celti erigevamo i nostri templi in boschi vivi”. Infine: “In primavera nuovi germogli appaiono sugli alberi. Appaiono sempre … Noi eravamo gli occhi e gli orecchi della Terra, pensavamo i suoi pensieri, sentivamo il suo dolore … La Terra contaminata levava fino a noi un grido di dolore, pregando di essere risanata … Che sorta di esseri potevano avvelenare la Dea che è madre di tutti noi?”. Eccetera. Ecco: così eravamo anche noi. Poi sono venuti la Romanità (“Tu regere imperio populos, Romane, memento!”), il Dio Bianco che ha sconfitto le ‘superstizioni’, e poi ancora le macchine, il progresso, la ‘libertà’. Oggi sappiamo che non c’è più bisogno di un druido per “costringere a girare la ruota delle stagioni”, i nostri mali li curano (affermano di farlo) medici freddi ed estranei; nelle nostre case – non più capanne – otteniamo caldo o freddo a volontà, ed abbiamo asservito la terra a darci quanto vogliamo: frutti, metalli, ma anche veleni e morte. Ognuno faccia il conto di ciò che abbiamo guadagnato e di ciò che abbiamo perso.

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